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Lunedì 21 Novembre 2011 16:58

19. Amos (Rinaldo Fabris)

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19. Amos  (Rinaldo Fabris)

Il profeta Amos è vissuto e ha operato al tempo del re Geroboamo II, nel regno di Israele (783-743 a.C.) e del rispettivo re di Giuda Ozia (=Azaria, 781-740 a.C.).

Amos inaugura la tradizione dei profeti scrittori. Nel suo libro si trova per la prima volta il genere letterario degli “oracoli”, la critica contro il culto sterile, la denuncia dell'ingiustizia sociale e dei tribunali, il tema del giudizio di Dio con quello del “resto”, la prospettiva della speranza dopo il disastro della deportazione-esilio.
Il libro attuale di Amos è opera dei discepoli, che hanno raccolto e conservato il ricordo degli oracoli del profeta. Dopo la nota editoriale introduttiva (Am 1,1-2), seguono una raccolta di oracoli (7+1) contro i popoli confinanti di Giuda e Israele (Am I-II), e di altri oracoli introdotti dalla formula: “ascoltate queste parole…” (Am III-VI). Al libretto di cinque visioni (Am VII-IX), segue il racconto della chiamata profetica di Amos (Am 7,10-16), con una serie di oracoli contro Israele (Am 8,4-14) e cinque visioni simboliche (Am 7,1-9; 8,1-3; 9,1-4). Il libro si chiude con una dossologia e un oracolo messianico (Am 9,5-15).

1. Giudizio di Dio sulle nazioni (Am 1,3-2,3)

Sono sei oracoli rivolti ai popoli limitrofi dei regni di Giuda-Israele (Damasco, Gaza, Tiro, Edom, Figli di Ammon, Moab). L''oracolo - tipico genere letterario profetico -) è costituito dalla denuncia (accusa) del peccato (iniquità, crimine), seguita come effetto inesorabile dall'annuncio della rovina. La denuncia profetica dei misfatti delle nazioni vicine e imparentate con Israele (Giuda) mette in evidenza il peccato del popolo di Dio: infedeltà alle clausole dell'alleanza: ingiustizia e idolatria. I crimini contro l'umanità - guerra, violenza, violazione dei patti, delitti contro le persone - hanno come conseguenza altra violenza e distruzione. La parola del profeta porta allo scoperto la radice profonda del peccato come rottura della relazione vitale con Dio e con il prossimo.

2. “Ruggisce il leone: chi mai non trema?” (Am 3,1-4,13)

L'appello iniziale: “ascoltate questa parola…”, dà l'intonazione all'intervento di Amos. Il profeta non può soffocare o trattenere la “parola del Signore”, perché è preso dentro un dinamismo irresistibile, illustrato da sei domande che mettono il risalto la concatenazione tra causa-effetto, tra quello che si vede o si sente e la sua ragione nascosta o profonda. Sullo sfondo sta l'azione nascosta o il disegno segreto di Dio che il profeta rivela e porta allo scoperto.
Per mezzo del profeta, Dio si rivolge ai re stranieri - “palazzi di Asdod e dell'Egitto” - invitandoli come testimoni o arbitri nella contesa che egli ha con Israele. In realtà egli parla a Israele che non riesce a vedere ciò che altri vedono. I governanti dei popoli sono invitati a visitare i palazzi di Samaria e ad ammirarne i tesori. Ma questi tesori sono frutto di violenza e rapina. Allora ciò che dovrebbe essere segno di sicurezza e di potenza per sovrani, diventa motivo di confusione, disordine e terrore. I ricchi vivono nella paura che i propri tesori siano sottratti.
Con un invito ironico – “moltiplicate pure i vostri atti di culto!” – il profeta apre la denuncia contro il culto sterile. Anche se compiuti secondo la legge, gli atti di culto sono condannati dal profeta come crimini contro Dio (Am 4,4-5). Con cinque oracoli, che terminano con lo stesso ritornello: “E non siete tornati a me, dice il Signore” – Amos elenca i vari tentativi di Dio per la conversione di Israele (Am 4,6-11). Egli propone l’incontro decisivo con Dio (Am 4,12-13). Il Signore che Israele sta per incontrare - come al Sinai - è il creatore e sovrano dell'universo, il giudice supremo. L'incontro sarà la rivelazione del disegno di Dio per ogni essere umano.

3. “Che sarà per voi il giorno del Signore?” (Am 5,1-6,14)

Dio si rivolge a Israele con una “lamentazione” per la sua morte, assimilata a quella di una giovane che non ha conosciuto né matrimonio né maternità (Am 5,1-3). Il profeta esorta a cercare il Signore fonte di vita (Am 5,4-9). Il profeta denuncia la perversione della giustizia (Am 5,10-13). I magistrati si servono della legge per sfruttare i poveri. Accettano il denaro dai ricchi per aggiustare i processi a loro favore. Essi non sopportano chi parla con equità e rettitudine e odiano chi rimprovera la loro ingiustizia. Amos annuncia una catastrofe cosmica. Il Signore che crea gli astri e dalle tenebre fa sorgere la luce fa piombare la rovina sugli abitanti di Samaria. Essi non abiteranno le case che hanno edificato e non berranno il vino delle vigne che hanno piantato. Alla fine invita a cercare il bene e annuncia il “giorno del Signore” (Am 5,14-27). Dio rigetta ogni atto di culto compiuto dagli Israeliti e vi contrappone la ricerca e l'attuazione della giustizia. Il Signore dell'esodo, che ha guidato il popolo per quarant'anni nel deserto, non ha bisogno del culto, perché egli è la sorgente di ogni bene per Israele.
Con una serie di “guai” Amos denuncia la falsa sicurezza di Israele (Am 6,1-7). I destinatari del “guai” sono i residenti delle due capitali - Gerusalemme e Samaria - che confidano nel potere economico e militare. Essi si considerano il fior fiore delle nazioni in quanto popolo eletto. Il peccato dei ricchi e potenti  consiste nel non preoccuparsi della sorte del popolo ferito e sofferente. Perciò saranno privati dei loro banchetti e i primi nella carovana dei deportati.
Il profeta annuncia la fine ingloriosa dell'orgoglio di Israele (Am 6,8-11). Il Signore consegna al nemico gli abitanti dei palazzi superbi considerati sicuri e imprendibili. Anche le case del popolo saranno trascinate nella distruzione della città. La colpa dei governanti ricade su tutti. I pochi, che saranno sfuggiti alla spada del nemico, periranno nella casa in cui si sono rifugiati. Per quanti si nascondono in fondo alle case, c'è una sola via d'uscita: un silenzio assoluto che evoca l'assenza del Signore. Queste sono le conseguenze della falsa pretesa di Israele (Am 6,12-14). L'invasione assira porterà allo scoperto la vanità del loro agire e la loro falsa sicurezza.  

4. “Manderò la fame nel paese” (Am 7,1-9,15)

L’ultima parte del Libro di Amos comprende cinque “visioni”, che fanno da cornice al racconto del conflitto tra il profeta Amos e il sacerdote Amasia nel santuario di Betel (Am 7,10-17). Contro il profeta Amos, parla per ordine del Signore, come suo ambasciatore, il sacerdote Amasia, sacerdote di Betel, si appella all'autorità di Geroboamo, re di Israele. La parola del profeta è una minaccia per il santuario voluto dal re e in ultima analisi una minaccia per il regno di Samaria. Questa è l'accusa contro Amos. In realtà è respinta la parola del Signore, della quale il profeta è messaggero. Egli deve obbedire all'ordine del suo Signore, non a quello del re, che per mezzo di Amasia, suo sacerdote, lo espelle dal suo territorio. Per chi rifiuta la parola del Signore, la conseguenza è lo sradicamento dalla terra (=esilio) e la morte violenta.
Contro gli sfruttatori dei poveri, Amos annuncia il giudizio del Signore, che si manifesta come oscurità e lutto (Am 8,4-10). Alla fame e sete della parola di Dio, corrisponde la rovina a causa dell'idolatria (Am 8,11-14). Nel genere letterario profetico della “visione” si esprime l'esperienza del profeta, che è autorizzato a parlare a nome di Dio. Le tre prime visioni sono costruite secondo lo stesso schema: 1. Dio fa vedere qualche cosa al profeta che rappresenta la minaccia incombente su Israele; 2. Il profeta “intercede” a favore del suo popolo; 3. Dio sospende la minaccia.
Il flagello delle cavallette, che rientra tra le maledizioni per la violazione dell'alleanza, può anche essere simbolo di una invasione straniera  (Gl 1,4; Na 3,15-17). La minaccia della siccità intensifica quella delle cavallette. Si tratta infatti del “fuoco” del giudizio di Dio che rischia consumare il grande abisso, la riserva d'acqua che risale alla creazione. La visione del “piombino” gioca sull'ambivalenza del termine ebraico ’anak, che significa “filo a piombo”, “livella”. Il dialogo tra Dio e il profeta fa capire che si tratta di una minaccia: non c'è più spazio per il perdono. La presenza del Signore in mezzo al suo popolo non può essere invocata come garanzia contro la rovina che incombe sui santuari “idolatrici” di Israele (Am 7,7-9). La visione del “canestro di frutta matura” fa leva sull'assonanza tra la parola ebraica qays, “estate” e il termine qes, “fine”. Alla festa delle capanne, quando si porta la frutta matura al tempio del Signore, il profeta annuncia la totale rovina del santuario sconsacrato dal cumulo di cadaveri. Davanti all'immane tragedia non che il silenzio (Am 8,1-3). La visione del “crollo del santuario” è segno di una rovina totale (Am 9,1-4). Alla fine Dio, si rivela come il Signore del mondo e della storia (Am 9,5-7). Mentre la rovina incombe su tutti gli empi (Am 9,8-10), il profeta annuncia la restaurazione del regno di Davide (Am 9,11-12), connessa con il ritorno dei deportati in una terra benedetta (Am 9,13-15).

Il messaggio di Amos

Il profeta Amos denuncia l'ingiustizia commessa a danno degli indigenti e nello stesso tempo condanna il culto sterile che non mette in contatto con Dio. Chi vuole vivere deve “cercare il Signore”, non nel santuario, ma alla porta della città, dove ha sede del tribunale, per instaurare la giustizia.
Amos denuncia l'idolatria di Israele che pone la sua fiducia nel “giorno” previsto da un calendario liturgico regolato dagli astri, scandito dal regolare ritorno della luce dopo le tenebre. Israele si è fatto degli dèi e si è costruito la “casa” del suo Dio. Tutto questo è idolatria perché attribuisce la salvezza al prodotto delle proprie mani.
Di fronte al culto idolatrico di Israele, il Signore presenta un volto inatteso che contrasta con la tradizione religiosa e quindi con l'attesa del popolo di Israele. Amos dice che il Signore dell'esodo si manifesta come il Dio della deportazione. Se l'idolatria è il rifiuto di servire l'unico Signore, la storia rivelerà che tale crimine produce la schiavitù. Il Signore che rifiuta i sacrifici, rigetta le feste e non ascolta la preghiera contraddice l'immagine di Dio che ha promesso la sua presenza ai patriarchi e che si è legato al suo popolo con il vincolo dell'alleanza. Un culto senza giustizia è inutile, inefficace e mortifero. Il volto di Dio è mutato perché Israele ha deformato l'adorazione in atto di manipolazione.

Rinaldo Fabris

 

Ultima modifica Lunedì 21 Novembre 2011 17:22
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input