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Venerdì 16 Novembre 2012 17:58

Introduzione a 1 Maccabei (Tiziano Lorenzin)

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Introduzione a 1 Maccabei (Tiziano Lorenzin)

I due libri riflettono in modo indipendente la situazione della comunità ebraica nel sec. II. È un tempo di crisi di sopravvivenza, in cui l'ebraismo rischia di scomparire nel grande calderone della cultura ellenistica, migrata dall'Oriente e diventata l'ideologia dominante.

I libri dei Maccabei tramandati sono quattro. E sono quattro opere diverse tra loro. Il giudaismo rabbinico non li ha accolti nel canone degli scritti sacri. I primi due libri (1-2 Mac) sono sempre stati letti nelle Chiese di Oriente e di Occidente e furono accolti nell'elenco canonico del concilio di Trento nella quarta sessione (8 aprile 1546). Lutero legato alla veritas hebraica li estromise dal canone, considerandoli apocrifi. Nella Bibbia TOB comune a tutte le Chiese sono ora rientrati con il nome di «libri deuterocanonici». Il terzo e il quarto libro dei Maccabei, invece, sono considerati da tutti, anche dai cattolici, apocrifi dell' Antico Testamento.
Il titolo viene dal sopranome greco Makkabàios, dato a Giuda, l'eroe principale della storia (1Mac 2,4). Il nome deriva da un termine aramaico che significa «martello», maqqaba', per indicare la sua forza straordinaria. Il sopranome è esteso poi ai suoi fratelli.
I due libri riflettono in modo indipendente la situazione della comunità ebraica nel sec. II. È un tempo di crisi di sopravvivenza, in cui l'ebraismo rischia di scomparire nel grande calderone della cultura ellenistica, migrata dall'Oriente e diventata l'ideologia dominante. Quando nel 333 a.C. Alessandro Magno sconfigge l'ultimo imperatore persiano, nasce un nuovo progetto politico, che non si riduce a una conquista militare e all'unificazione del mondo antico sotto un unico capo, ma comprende anche l'unificazione culturale di tutti i popoli conquistati. È il primo tentativo di globalizzazione: lingua unica è il greco, il modo di pensare dei popoli è tipicamente greco, si costruiscono nuove città in stile greco. Anche le civiltà orientali portano il loro contributo. In Occidente si diffondono culti orientali. L'impero di Alessandro però non rimane unito e si divide in quattro parti. I Giudei sono prima soggetti ai governi dei Tolomei di Egitto, e in seguito dal 200 a.C. passano sotto il dominio dei Seleucidi della regione asiatica.

Origine e formazione di 1 Maccabei
Noi possediamo un libro in greco, ma san Girolamo (attorno al 400 d.C.) conosceva un testo originale in ebraico o aramaico. La traduzione greca sembra risalga al primo quarto del sec. I a.C. quando Alessandro Ianneo si riconcilia con i sadducei e i discendenti di Onia IV, rifugiatisi in Egitto. Il luogo più probabile della traduzione sembra Alessandria. Giuseppe Flavio considera 1 Maccabei una fonte degna di fede, quando scrive le sue Antichità giudaiche nel 94 d.C.
Il tempo della composizione dell'opera originale si deduce da alcuni dati. Dall'elogio incondizionato dei Romani si pensa che il libro sia stato scritto prima della profanazione del tempio da parte di Pompeo nel 63 a.C. Nel testo si parla della morte di Simone, quindi l'opera è scritta non prima del 134 a.C. Infine, il modo di parlare di Giovanni Ircano al termine del libro, simile alle notizie della fine del regno dei libri dei Re, fa pensare che esso sia stato scritto dopo il 104 a.C., anno della morte del re.
Lo stile del libro è sobrio e narrativo. I grandi modelli che l'autore ha davanti ai suoi occhi sono le gesta di Giosuè e di Saul. La guerra sotto il comando di Giuda è descritta tenendo presente la prima conquista della terra promessa, mentre l'instaurazione della monarchia asmonea è accostata alle origini della monarchia in Israele. Come al tempo di Gedeone (Gdc 7,1-8), anche per Giuda la vittoria non dipende dal numero, ma da cielo (1Mac 3,18-19). Queste allusioni alla Scrittura servono all'autore per legittimare la nuova dinastia asmonea (nome derivato dall'antenato della famiglia), che non ha legami reali con Aronne e con Davide. Agli occhi dell'autore questa è «la famiglia degli uomini mediante i quali a Israele è stata donata la salvezza» (1Mac 5,62). Comunque le notizie e le indicazioni cronologiche sono considerate storicamente affidabili. Sembra che l'autore si sia servito di fonti scritte, anche ufficiali. Si tratta tuttavia di una storia edificante che aiuta a leggere quella della comunità contemporanea all'autore, in cui viene contrapposta la generazione dei giusti alla generazione dei «buoni a nulla» (1Mac 1,11), i quali stanno conducendo la comunità all'apostasia.

Struttura e contenuto del libro

Siamo davanti alla storia di una rivolte che inizia dalla conquista di Alessandro Magno e giunge fino alla costituzione di una monarchia ebraica in Giudea con Giovanni Ircano.
Il libro inizia con un preludio (1Mac 1-2), in cui sono ricordate le cause della resistenza ebraica. Esse risalgono all’anno 333, quando la vittoria di Alessandro Magno sull'ultimo re persiano ha inizio l’ellenismo. Tale cultura dominante nel mondo civilizzato del tempo si diffonde anche tra i Giudei e perfino a Gerusalemme presso i sacerdoti del tempio. Dopo solo dodici anni di regno, però, Alessandro muore e i suoi subalterni si dividono il regno e incominciano a moltiplicarsi i mali sulla terra (1,1-9), che raggiungono il colmo all'avvento di una «radice perversa», Antioco IV Epifane, che in Israele si appoggia a un gruppo di ellenizzanti, i «senza legge», i Giudei cioè che considerano la tradizionale legge mosaica come sorpassata e incapace di adattarsi ai nuovi tempi moderni (1,10-15). E’ in questo primo periodo che avvengono tre episodi che cambiano la situazione a Gerusalemme: il saccheggio del tempio da parte di Antico IV al suo ritorno dall'Egitto; l'installazione a Gerusalemme di una guarnigione greca che controlla i movimenti del tempio; e soprattutto il divieto di qualsiasi pratica religiosa e la diffusione dei culti pagani, in particolare l'innalzamento della statua di Zeus Olimpio, l' «abominio della desolazione», sopra il grande altare degli olocausti del tempio di Gerusalemme (1,16-64).
Inizialmente la reazione è quella di resistere alle provocazioni:

Molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi immondi e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e disonorare la santa alleanza (1,62-63).

Poi inizia la ribellione aperta (1Mac 2), esplosa dopo il rifiuto di sacrificare agli idoli del sacerdote Mattatia e dopo l'assassinio di un inviato del re (2,1-28). Molti Giudei fuggono nel deserto con i loro figli e i greggi. Inseguiti e attaccati dalle truppe del re in giorno di sabato, quelli si lasciano martirizzare piuttosto di rompere il riposo sabbatico facendo resistenza armata (2,29-41).
Un secondo fatto fondamentale in questo primo periodo è il testamento di Mattatia nell' ora della morte, un atto che richiama altri testamenti della storia ebraica: i testamenti di Giacobbe di Mosè, di Giosuè. Egli incarica i figli a proseguire la lotta per il ritorno all’identità ebraica e non rischiare di scomparire nella massa dei popoli ellenizzanti.
Il corpo del libro è quindi diviso in tre nelle quali si narrano le gesta dei figli di Mattatia, i Maccabei, per la riconquista della libertà religiosa e politica.

La prima parte: le imprese di Giuda (1Mac 3,1 - 9,22)

Attorno a Giuda, figlio di Mattatia, si riuniscono dei Giudei zelanti che iniziano la rivolta armata. Vi sono descritti i primi successi: una vittoria contro le truppe greche di Apollonio, governatore della Samaria, e contro quelle di Seron, governatore della Siria, la sconfitta inflitta alle truppe greche di Gorgia presso Emmaus, che è considerato dai Giudei un giorno di grande liberazione, concluso con il canto del Sal 118: «Perché egli è buono e la sua grazia dura per sempre»; soprattutto, quale conseguenza di questi primi successi, viene ricordato il momento della purificazione del tempio nel 164 d.C. (4,1-61)
Dopo in primi esiti positivi iniziano le difficoltà in seguito alla morte di Antico IV Epifane e anche alle prime sconfitte, in particolare davanti all' Acra, la cittadella greca di Gerusalemme (cc 5-6). Giuda però non si scoraggia e continua la lotta di liberazione e consegue altri successi come la pace con Bacchide, un amico del nuovo sovrano greco della Siria, Demetrio I, e con Alcimo, un ebreo discendente di Aronne, amico dei greci, il quale aspirava al sommo sacerdozio (7,1-18). Soprattutto è descritta la vittoria contro Nicanore, in ricordo della quale ogni anno il 13 di Adar si celebra una commemorazione (7,25-50). E la Giudea ha finalmente un po' di pace, rafforzata anche dall'alleanza con i Romani (8,1-31). La quiete però dura poco tempo perché Demetrio I vuole vendicare la morte di Nicanore e manda contro Giuda un esercito enorme guidato da Bacchide e da Alcimo. Nella battaglia che ne segue a Berea, Giuda viene ucciso ed è pianto da tutto il popolo (9,1-22).

La seconda parte: le imprese di Gionata (1 Mac 9,23 - 12,52)

Dopo la morte di Giuda scendono su Israele nuovamente le tenebre. È un tempo nel quale riprendono forza gli empi: «Riapparvero i rinnegati in tutto il territorio di Israele e risorsero tutti gli operatori di iniquità» (9,23-31). Ma un fratello di Giuda, Gionata, eletto capo e condottiero dal popolo perseguitato da Bacchide e dai suoi seguaci ebrei rinnegati, lentamente ritrova la forza di opporsi all' apostasia. Gionata è un uomo abile nel maneggiare le armi, ma è anche un astuto politico, che sa approfittare delle controversie della corte seleucide, per farsi nominare «sommo sacerdote» dal re greco Alessandro Balas, inaugurando una dinastia di principi-sacerdoti (c. 10). Il re greco, sovrano riconosciuto, aveva il diritto di nominarlo. Viene in questo modo estromessa la famiglia degli oniadi che tradizionalmente forniva i sommi sacerdoti. Gionata infatti è un discendente di Ioiarib, capo di una classe sacerdotale. Tuttavia, i suoi troppi compromessi con i politici del tempo (11,53-74) causano la sua fine, pur riuscendo a rinnovare l'alleanza con Sparta e con Roma (12,1-23). Egli cade assieme alla sua scorta nelle mani dei suoi nemici in un'imboscata presso Tolemaide (12,39-51). E ancora una volta tutto Israele si immerge in un lutto profondo, mentre i popoli nemici cercano subito di approfittare della situazione (12,52-53).

Terza parte: l'indipendenza ripristinata da Simone (1 Mac 13,1 - 16,24)

L'ultima parte del libro presenta le gesta di un terzo fratello, Simone, che dopo aver infiammato il popolo con un discorso, viene nominato suo condottiero al posto di Giuda e di Gionata. Simone riprende la lotta contro il generale greco Trifone, che per rappresaglia uccide Gionata da lui tenuto ancora prigioniero. Simone manda a prendere le ossa di suo fratello e lo seppellisce a Modin, la città dei suoi padri, erigendovi un mausoleo (13,1-30). In seguito, con Simone inizia il cammino verso l'autonomia politica di Israele grazie ai rapporti leali che egli riesce a stabilire con Demetrio II contro l'usurpatore Trifone. Il re greco in cambio invia a Simone, sommo sacerdote e amico del re, agli anziani e al popolo dei Giudei una lettera in cui conferma l'alleanza con loro (13,36-42). Simone in quel tempo può impadronirsi della città di Ghezer e soprattutto dell' Acra, la cittadella greca di Gerusalemme (13,43-49). La bravura di Simone è riconosciuta in un elogio (14,4-15) che inizia così: «Ebbe pace la terra di Giuda per tutta la vita di Simone» (14,4). D'ora in poi Simone non è più presentato come un capo militare, ma come un vero sovrano autonomo. Egli rinnova l'alleanza con Sparta (14,16-24) e viene confermato da un decreto del re greco Demetrio nelle sue funzioni di sommo sacerdote, stratega ed etnarca dei Giudei e dei sacerdoti e capo di tutti (14,25-47).
Sotto il figlio di Demetrio, Antioco II, riprendono le difficoltà soprattutto per motivi politici ed economici. Il nuovo re greco infatti non vede di buon occhio l'ambasciata inviata da Simone in Italia per rinnovare l'alleanza con i Romani (15,15-24) e mette in discussione l'occupazione giudaica delle città di Giaffa, di Ghezer e della cittadella a Gerusalemme, l' Acra. E il governatore greco della zona litoranea, Cendebeo, che incomincia a molestare la Giudea. Nel corso di questa lotta si mette in luce un figlio di Simone, Giovanni Ircano (15,37-16,10). Simone muore tragicamente a Dok in un'imboscata orditagli da Tolomeo, stratega della pianura di Gerico. Gli uomini di costui vogliono uccidere anche Giovanni, che informato del tradimento cattura coloro che sono inviati per sopprimerlo e li mette a morte. Il libro termina con una sintesi della vita di Giovanni Ircano sullo stile di quelle scritte dallo storico deuteronomista alla morte dei re d'Israele e di Giuda.

La teologia

L'autore vuole essere uno storico, per cui è attento nella sua esposizione a non far intervenire direttamente Dio nei fatti. Anche se non è considerato un attore accanto agli altri, Dio, o meglio «il cielo», è tuttavia presente misteriosamente dietro i fatti. Ma ciò è percepito dall'autore e dal lettore con gli occhi della fede:

Aprirono il libro della legge per scoprirvi quanto i pagani cercavano di sapere dagli idoli dei loro dei (3,48).

Scrutando le Scritture in un clima di fede si scopre che la salvezza che accade per mano di Giuda e dei suoi fratelli, in realtà è da attribuirsi a Dio. Questa convinzione si può constatare anche nelle preghiere rivolte al Salvatore d'Israele nei momenti più critici come la supplica di Giuda prima di attaccare battaglia con diecimila uomini contro Lisia che gli viene incontro con sessantamila (4,30-33). E lo si percepisce nei canti innalzati a Dio dopo la vittoria in battaglia: «Di ritorno cantavano e innalzavano benedizioni al Cielo "perché egli è buono e la sua grazia dura sempre"» (4,24).
Nella sua prima parte l'autore appare incondizionatamente filo-asmoneo. Giuda combatte esclusivamente per «Israele», per eliminare ogni ostacolo all'esercizio della religione dei padri e per difendere l'identità del proprio popolo come gli aveva detto suo padre Mattatia prima di morire:  «Voi dunque radunate intorno a voi quanti praticano la legge e vendicate il vostro popolo» (2,67). L'autore tuttavia è un uomo che ha discernimento e sa che l’evangelizzatore può a volte rimanere evangelizzato dalla mentalità del mondo. Per questo egli mette anche in guardia dall'idolatria dell’oro e del potere, soprattutto se ricevuto dal di fuori e per mezzo di intrighi, come avviene al tempo di Gionata; invita i capi a tenersi lontani dalla ricerca di farsi un nome, dal desiderio della porpora, del titolo di amico del re, più che amico del Signore.
Ma anche il popolo giudaico deve essere aiutato ad avere discernimento e a schierarsi con coloro i quali si compiacciono della legge del Signore (cf. Sal 1,2), gli «zelanti della legge», che seguono l’esempio del  sacerdote Mattatia. Non deve entrare nel consiglio degli empi, dei «senza legge»  come si dice nel prologo, i quali considerano le leggi dei padri ormai un relitto del passato di fronte alla bellezza della nuova cultura greca. Una tale fedeltà alle leggi del Signore anche nei preparativi bellici, nei saccheggi, negli scontri della politica interna e la preoccupazione della loro retta interpretazione (il permesso di difendersi in giorno di sabato) sembra sia segno che si sta realizzando in Giudea l’ideale proposto da Esdra: una comunità stretta attorno alla Torah del Signore e meno centrata sul patto, di cui le leggi erano le condizioni.

Tiziano Lorenzin

(tratto da Parole di vita, anno LVI , n. 5, settembre-ottobre 2011, p. 4)

 

Ultima modifica Mercoledì 10 Aprile 2013 13:14
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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