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Domenica 30 Giugno 2013 08:52

Il Padre della consolazione (2Cor1,1-11) (Franco Manzi)

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Il Padre della consolazione (2Cor1,1-11) (Franco Manzi)

L’«autobiografia» diventa «teologia», discorso credibile su Dio, nel senso che l’esperienza ministeriale di Paolo può costituire un luogo privilegiato della manifestazione del Dio di Gesù Cristo.

A ragione, la seconda lettera ai Corinzi può essere ritenuta la lettera più personale e autobiografica di Paolo. Ma essa è anche uno scritto di alto livello teologico. Anzi, per molte sue pagine, si potrebbe parlare di «autobiografia teologica»: la vita di Paolo fa qui un tutt’uno con la sua fede e con la sua riflessione teologica. Più radicalmente ancora: per la 2Cor, l’esistenza di Paolo, in quanto è messa totalmente a servizio del vangelo, diventa rivelazione trasparente ed efficace della potenza salvifica del Signore, che a sua volta è il contenuto stesso del vangelo predicato dall’apostolo. Dunque, l’«autobiografia» diventa «teologia», discorso credibile su Dio, nel senso che l’esperienza ministeriale di Paolo, che in questo scritto epistolare è presentata con fierezza specialmente nelle sue concrete esperienze di debolezza e di difficoltà, può costituire un luogo privilegiato della manifestazione del Dio di Gesù Cristo (cf. 12,9; 13,4). Ed è proprio questo volto del «Padre della misericordia e Dio di ogni consolazione» (1,3) che traspare fin dalle prime parole della lettera.

L’intestazione della lettera

In effetti, Dio è menzionato per ben tre volte nei primi due versetti della 2Cor. Conformemente al formulario epistolare dell’epoca, in questa intestazione dono precisati i mittenti e i destinatari della missiva. Ma in maniera originale sono definiti entrambi nel loro rapporto essenziale con Dio: indirizzandosi «alla Chiesa di Dio che è a Corinto» e agli altro cristiani dell’Acaia, Paolo - «apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio» - e il suo discepolo Timoteo augurano loro la grazia e la pace di Dio.

Anche il proemio della lettera (vv. 3-11), articolato in due parti (vv. 3-7 e 8-11), è fortemente incentrato su Dio. Anzitutto, Paolo innalza una solenne benedizione a Dio (vv. 3-7) e poi rievoca una situazione passata di particolare sofferenza, da cui egli è stato liberato da Dio stesso (vv. 8-11). L’apostolo la ricorda con una certa reticenza - «Non vogliamo, infatti, che voi ignoriate […]» -, perché si tratta di tribolazione personali (vv. 8-9), che egli – fiero com’è – non mette volentieri in pubblico. Eppure, Paolo riesce a interpretarle alla luce della fede «nel Dio che risuscita i morti» (v. 9), testimoniando così la sua speranza nell’onnipotenza salvifica di Dio (v. 10).

L’indirizzo: «alla Chiesa di Dio…»

Nell’indirizzo della 2Cor (1,1) sono presentati in primo luogo i due mittenti, cioè Paolo e Timoteo, definito con il titolo di «fratello», usato come sinonimo di «cristiano» o anche di «collaboratore» nella missione. Ben precisati sono anche i destinatari della missiva, indirizzata «alla Chiesa di Dio che è a Corinto insieme con tutti i santi» - ossia i cristiani - «che si trovano nell’intera Acaia». Carica di significato è soprattutto la determinazione teologica dei destinatari: «Chiesa di Dio» (Ekklêsìa toû Theoû).L’idea principale reperibile dall’analisi etimologica del termine ekklêsìa è quella di un’assemblea di persone «chiamate» (kaleîn) in un determinato posto «da» (ek) altri luoghi. Questa idea di fondo, espressa emblematicamente da Rm 9,24, lascia riecheggiare la profezia di Ez 36,24 e si collega a vari testi biblici sull’elezione del popolo di Dio.

A partire dall’originario significato politico di ekklêsìa - «assemblea del popolo» - o dalla sua accezione più genericamente sociale - «assemblea» (cf. At 19,32.39.40) -, la versione greca dell’Antico Testamento secondo i Settanta reinterpreta il vocabolo in senso religioso. L’ ekklêsìa viene così a indicare l’ «assemblea del Signore» (ekklêsìa Kyrìou, 1 Cr 28,8; 29,20), identificata – anche se non sempre esplicitamente – con Israele (ekklêsìa Israêl, 2 Cr 6,3.12.13; ecc.) In occasioni religiose di diverso tipo – come il dono della legge divina del Sinai (cf. Dt 4,10; 9,10;18,16), la dedicazione del tempio di Salomone (cf. 2 Cr 6,3.12.13), il culto (cf. Dt 23,2.3.4.9) o le liturgie di ringraziamento nel tempio (cf. Sal 21 [22],23.26;25 [26],12) -, questa assemblea è convocata presso Dio (cf. dc 20,1).

In questo senso, il termine ekklêsìa è recepito da Paolo, che ne puntualizza la connotazione religiosa mediante il complemento di specificazione toû Theoû («di Dio», 2Cor1,1). Per di più, l’apostolo accosta alla menzione di «Dio Padre nostro» il riferimento al «Signore Gesù Cristo» (v. 2) Così facendo, connota in senso esplicitamente cristiano

l’ekklêsìa toû Theoû : si tratta dell’assemblea dei credenti, che sono chiamati da Dio alla salvezza per mezzo di Gesù Cristo. Paolo, insomma, è fermamente convinto del rapporto essenziale delle comunità cristiane con Cristo (cf. Rm 16,16), espresso già nella sua prima lettera, la 1 Ts, indirizzata alla «Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo» (1,1; cf. 2 Ts 1,1). D’altronde, in maniera scandalosa per la mentalità giudaica, Paolo ricorre alla formula Ekklêsìa toû Theoû non in riferimento a Israele, ma per designare persone di altri popoli convertitesi alla fede in Cristo, com’erano i cristiani di Corinto e dell’Acaia, ossia della Grecia centrale. Non solo: in maniera ancora più scandalosa per i giudei, Paolo giunge in Gal 6,16 a definire la Chiesa come «l’Israele di Dio».

Il saluto «da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo»

Dall’augurio iniziale di 2Cor1,2 emerge anche la fede di Paolo nella dignità divina di Gesù Cristo, che egli esprime attribuendogli il titolo di «Signore» (Kyrios; cf. v. 3).L’originalità di questa attribuzione risulta evidente se si considera la sua inaccettabilità da parte del rigido monoteismo giudaico, dovuta al fatto che – come appare emblematicamente da Dt 6,4-5 – l’appellativo Kyrios, privo di articolo, era utilizzato nella versione dei Settanta per rendere il tetragramma sacro (YHWH), ossia il nome proprio di Dio. Paolo, invece, usa precisamente questo titolo per designare Gesù. Inoltre, la costruzione del complemento di origine con l’unica preposizione greca apò («da») - «da [apò] Dio Padre nostro e Signore Gesù Cristo» (2Cor 1,2) – lascia intendere che la grazia e la pace divine hanno un rapporto non solo con il Padre, ma anche con Gesù Cristo, e che Dio Padre e Gesù Cristo sono fra loro strettamente congiunti. In modo implicito è ribadito così che l’uomo Gesù Cristo è nella stessa sfera trascendente di Dio, anche se Paolo distingue con chiarezza fra Dio, di cui puntualizza la paternità, e Gesù Cristo, a cui attribuisce il titolo divino di Kyrios (cf. 1Cor 8,6).

In questo saluto iniziale della 2Cor - «grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e (dal) Signore Gesù Cristo» (1,2) -, Christòs, pur essendousato come nome di Gesù di Nazareth, mantiene verosimilmente una sfumatura messianica. Di conseguenza, rafforza la tonalità messianica che già connota il salato. L’allusione alla pace messianica (cf. s 9,5-6; Mic 5,4), tipica del saluto ebraico shalôm (cf.2Mac 1,1), è preceduta qui dal sostantivo chàris («grazia»), che caratterizza l’augurio in termini paolini. Per Paolo, il sostantivo «grazia» esprime soprattutto la benevolenza gratuita che, in Gesù Cristo, è dispiegata efficacemente sull’umanità da Dio, sul quale – come si vede – è incentrata l’intera intestazione della 2Cor.

Il proemio della lettera

Questa prospettiva teologica caratterizza anche il proemio della 2Cor(1,3-11). In altre lettere (cf. 1Cor 1,4-9), Paolo fa seguire al saluto un ringraziamento rivolto a Dio per la fede, per la carità e per altri doni divini accolti e condivisi nell’ambito delle comunità cristiane a cui sta scrivendo. Invece, nel proemio della 2Cor, il ringraziamento è sostituito da una benedizione che l’apostolo eleva a Dio (vv. 3-7).

La benedizione al «Dio di ogni consolazione»

Paolo benedice Dio in particolare perché è il «Dio di ogni consolazione» (Theòs pàsês paraklêseôs, v. 3). Questo attributo divino è subito ribadito con un participio presente, ho parakalôn («che consola», v. 4a), che allude a un’attività di Dio che perdura nel tempo. Lo conferma il presente indicativo del v. 4d (parakaloùmetha hypò toû Theoû, «siamo consolati da Dio»), ripetuto anche al v. 6c. La benedizione si apre, quindi, con la sottolineatura della persistenza dell’attività di Dio a favore di Paolo (e anche di Timoteo).

Certo, da una parte, l’insistenza su «ogni [pàsêi] confronto […] in ogni [pàsêi] tribolazione» (v. 4) è spiegabile come un tratto caratteristico dello stile letterario di Paolo, anzi della sua stessa personalità, portata all’esagerazione e all’eccesso (cf. Rm 1,8-10; Fil 1,3-4; 1Cor 1,4-5). Già indirizzando la 2Cor a «tutti [pâsin] i santi che si trovano nell’intera Acaia» (1,1), l’apostolo dà l’impressione che l’intera regione si fosse convertita al cristianesimo. Ma le esagerazioni diventano ancora maggiori, quando Paolo soffre o è preoccupato, come appare al v. 8, in cui lamentandosi della tribolazione capitatagli in Asia, scrive: «Siamo stati oppressi all’estremo, al disopra delle (nostre) forze!».

D’altra parte, la definizione di Dio come «Dio di ogni [pàsês] consolazione, il quale ci consola in ogni [pàsêi] nostra tribolazione» (1,3-4a) lascia intravedere anche l’importanza che la consolazione di Dio ha nell’esperienza di fede di paolo e degli altri apostoli. Con questa continua consolazione Dio sostiene i suoi ministri nelle afflizioni e nelle prove che Paolo interpreta come una partecipazione alla stessa passione di Cristo (cf. Fil 3,10): a traboccare negli apostoli sono gli stessi «parametro di Cristo» (2Cor 1,5; cf. 4,10-12), perché, più radicalmente, non sono più gli apostoli a vivere, ma è Cristo che vive in loro (cf. Gal 2,20).

Ma la consolazione divina si riversa, attraverso gli apostoli, anche sui cristiani di Corinto. Avendo fatto in prima persona l’esperienza di essere confortati da Dio, gli apostoli diventano capaci di consolare a loro volta altri cristiani sofferenti. Perciò, Paolo è sicuro che i corinzi, rimanendo uniti a lui e agli altri ministri del vangelo, saranno in grado di perseverare nella fede, pur affrontando le medesime tribolazioni. L’apostolo potrebbe alludere qui a persecuzioni sofferte dalla Chiesa a Corinto o nell’Acaia. Ma, di fatto, a conferma di questo dato, non possediamo altre attestazioni storiche. Sembra più probabile, allora, il riferimento e multiformi tribolazioni, dovute al persistente scontro del cristianesimo con l’ambiente di Corinto e dell’ Acaia.

In ogni caso, è significativo che Paolo, pur essendo venuto a conoscenza delle difficoltà che incrinano il suo rapporto con i corinzi, insista sul valore evangelico del conforto reciproco nella sofferenza (cf. vv. 6-7). Più avanti nella lettera, esprimerà con maggior vigore questa solidarietà radicale con i suoi interlocutori, arrivando a confidare loro: «Siete nei nostri cuori, per, morire insieme e vivere insieme» (7,3).

Il ricordo di «Dio che risuscita i morti»

I motivi piuttosto generici per cui Paolo ha elevato - anche a nome di Timoteo – la benedizione iniziale a Dio, ora lasciano spazio ad alcuni ricordi personali più concreti sul suo recente passato (1,8-11). Dal tenore del testo pare che il rischio corso dall’apostolo in Asia – cioè nella parte occidentale dell’Asia Minore – sia stato tremendo, tanto che fosse in pericolo la sua stessa vita. «Abbiamo dubitato persino della (conservazione della) vita» (v. 8): confessa l’apostolo, senza entrare nei particolari della vicenda. Di per sé, Paolo usa la prima persona plurale, includendo nel ricordo anche Timoteo. Non è chiaro, però, se davvero entrambi avessero corso il pericolo di morte. Resta oscura soprattutto la causa di quel pericolo: si tratta di qualche malattia di Paolo? O del tentativo di linciarlo a Efeseo, ricordato in At 19,23-41 e forse anche in 1Cor 15,32? Oppure paolo allude alla sua probabile detenzione in carcere a Efeseo (cf. Fil 1,20-26), che era la metropoli della provincia romani dell’Asia? Comunque sia, Paolo intende offrire qui una testimonianza di fede sull’intervento liberatore di Dio.

Si intuisce, poi, che Paolo sia molto sensibile alla sofferenza, che descrive con toni eccessivi. È verosimile che l’apostolo esageri nel confessare di essere stato oppresso «all’estremo, al disopra delle forze» (2Cor 1,8). Certo, in quella situazione di oppressione, si vedeva come già morto ; ma, in realtà, non lo era.

Ma, al di là di questi tratti temperamentali, è importante notare come Paolo rilegga, alla luce della fede, le sofferenze del passato come un insegnamento divino a non confidare in se stesso, ma in Dio (v. 9). Probabilmente, Paolo era portato a fidarsi molto di se stesso. La sofferenza, però, ha rimosso in lui la falsa fiducia nelle proprie forze. Perciò, dopo aver rievocato la sua percezione immediata e istintiva della tribolazione capitatagli in Asia, ora Paolo tiene a ricordare anche la sua successiva reazione spirituale (v. 10). Fa un atto di fede, attraverso cui interpreta l’accaduto: quell’afflizione gli ha insegnato a riporre la sua fiducia «nel Dio che risuscita i morti» (v. 9; cf. Rm 4,17). Così, a partire dall’esperienza concreta della recente liberazione dal pericolo, Paolo attesta la sua speranza nella futura liberazione divina dal male: se in passato Dio lo ha liberato dalla morte, anche in futuro farà lo stesso.

Inoltre, l’apostolo fa della sua prova un’occasione per tentare di rinforzare i suoi legami con la Chiesa di Corinto, che in quel momento, pur essendo migliorati rispetto al passato (cf. 2Cor 7,7.11.15-16), non erano ancora del tutto sereni (cf. 12,20-21; 13,2). Perciò, guardando al futuro (cf. 1,10), egli tiene a raccomandare ai corinzi di collaborare alla sua salvezza mediante la preghiera (cf. v. 11). A cuore aperto dichiara di aspettarsi da loro un aiuto proprio attraverso la preghiera per lui e per Timoteo. La liberazione divina dalle prove future è un dono concreto di Dio (chàrisma), che i fedeli hanno la possibilità di invocare a favore degli apostoli. Se già in passato Dio ha liberato dai pericoli Paolo e Timoteo, anche in futuro la preghiera della comunità cristiana potrà cooperare alla loro liberazione. I contrasti attuali, dunque, non costituiscono un impedimento a questa semplice ma efficace solidarietà vissuta per mezzo della preghiera (cf. Rm 15,30; Fil 1,19), che anche nel seguito della lettera Paolo richiamerà ai corinzi (cf. 2Cor 4,15; 9,11-14).

L’«apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio» è capace di consolare

Concludendo, vale la pena trarre da questo affascinante testo introduttivo della 2Cor anche qualche suggestione di taglio pastorale e spirituale. Si è visto che Paolo vive in prima persona un’esperienza di sofferenza che, in forza della fede, gli consente non solo di imitare, ma anche di prendere parte al mistero della morte e della risurrezione di Cristo (cf. 4,10-16). Questa partecipazione può risultare più perspicua se si considera l’intima armonia esistente fra la spiritualità di Paolo e il suo ministero apostolico. Fin dalle prime righe della 2Cor appare che in lui non esiste alcuna separazione fra la vita pubblica e la vita privata, né tanto meno una visione meramente funzionale del mistero. Certo, Paolo è consapevole di essere «apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio» (1,1). Sa di espletare la funzione di ambasciatore di Dio inviato da Cristo (cf. 5,20; 1Cor 3,9), che solo è stato crocifisso per la salvezza degli uomini (cf. 1Cor 1,13).

Ma questo compito non è assolto da Paolo quasi fosse un mestiere come un altro, allo scopo di procurarsi da vivere. Al contrario, l’apostolo percepisce che la sua intera esistenza si è trasformata in una permanente manifestazione della vicenda umana di Cristo e, in particolare, della sua morte salvifica: «Portiamo sempre in giro nel nostro corpo – confessa in 2Cor 4,10 – la condizione di morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifestata nel nostro corpo». Paolo riconosce così che la sua vita da un tutt’uno con il ministero apostolico, finalizzato a consentire una continua «cristofania», volto cioè a lasciar trasparire quotidianamente segni credibili di rivelazione di Cristo.

In questo ordine di idee, si comprende il motivo fondamentale per cui l’esperienza umanamente contrastante della tribolazione e della speranza, della sofferenza e della fiducia in Dio, che emerge dai ricordi personali narrati in 2Cor 1,8-11, caratterizzi il ministero apostolico di Paolo (cf. 6,8-10.7,4): in questa fiducia in Dio nonostante le difficoltà e i pericoli del ministero, ogni autentico ministro di Cristo riflette il paradosso della vicenda di morte e di resurrezione di Cristo stesso (cf. 8,,9). Di conseguenza, Paolo è convinto di poter diventare – insieme con il Signore – un modello da imitare per gli altri cristiani (cf. 1Cor 4,16; 11,1; Fil 3,17; 1Ts 1,6). Imitando Cristo e partecipando alla stessa «carità» (agàpê) che ha spinto Cristo a dare la vita per tutti gli uomini (2Cor 5,14-15), Paolo permette anche ai destinatari della sua opera evangelizzare di accogliere «la parola in mezzo ad abbondante tribolazione con gioia di Spirito Santo» (1Ts 1,6) e, quindi, di prendere parte anch’essi nella fede all’esperienza paradossale della morte e della risurrezione di Cristo (cf. Rm 5,3; 8,10-11; 12,12).

Perciò, Paolo vive le prove personali non in modo individualistico, ma sempre all’interno di una prospettiva ecclesiale. In particolare, in 2Cor 1,3-11 l’apostolo fa seguire alla benedizione, elevata a Dio in termini piuttosto generali, il ricordo della sua concreta esperienza di sofferenza estrema. Dopo aver appreso la «lezione» divina, secondo cui non si deve confidare in se stessi ma soltanto in Dio (cf. v. 9), l’apostolo porta questa sua esperienza come prova di quanto ha espresso nella benedizione iniziale: Dio interviene nella vita dei cristiani per consolarli nelle afflizioni (cf. vv. 3-4). La stessa modalità con cui Paolo eleva a Dio una lode di ampio respiro, senza rinchiudersi in un ringraziamento esclusivo per il superamento di un incidente personale, è segno della sua maturità spirituale. L’apostolo parte dalla propria situazione, ma sa anche distanziarsene, testimoniando così di essere giunto ormai alla salda consapevolezza di fede che Dio è la fonte di «ogni consolazione» (v.3).

Da questa convinzione sgorga, poi, la capacità apostolica di consolare anche gli altri (cf. v. 4). Pure a questo livello, un apostolo autentico non pensa soltanto a sé. Anzi, la consolazione donatagli da Dio gli permette di consolare a sua volta la gente, della cui fede egli si prende cura. Così, la consolazione di Dio Padre fluisce attraverso Cristo all’apostolo poi e poi all’intera comunità cristiana. Nel mistero pasquale di Cristo, infatti, esiste un nesso indisgiungibile fra le sofferenza e la consolazione dei cristiani (cf. v. 5). Questa consolazione, però, non coincide per loro con una rassegnazione passiva di fronte alle tribolazioni. Consiste, invece, nella capacità di affrontarle con gli stessi atteggiamenti di Cristo (cf. Fil 2,5), ossia con la solidarietà di chi consola gli altri sofferenti (cf. 2Cor 1,4), dopo essersi aperto con fiducia tenace al rapporto consolante con il padre misericordioso (cf. vv. 3-4). In quest’ottica di solidarietà, persino la sofferenza fra l’apostolo e Cristo (cf. v. 5), ma anche dell’unione fra l’apostolo e la comunità cristiana (cf. vv. 4.6.11).

Franco Manzi

(in Parole di vita, 5, 2002)

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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