Lunedì, 21 Agosto 2017
Martedì 04 Aprile 2017 00:40

La cena del Signore (1 Cor 11,17-33) (Lydia Cramarossa) In evidenza

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L' Apostolo ha messo in luce il legame inscindibile che esiste tra eucaristia e comunità, tra celebrazione del corpo del Signore, donato agli uomini nella morte, e l' esistenza dei credenti, membra del corpo di Cristo, fondata sulla solidarietà e sull'amore.

Nella seconda missiva inviata ai cristiani di Corinto, la prima che noi possediamo (cf. 1 Cor 5,9), Paolo prende in esame difficoltà, problemi e abusi emersi in questa comunità. Ai problemi che si verificano nelle assemblee comunitarie egli dedica la parte che si estende da 11,2 a 14,40.

All'inizio del c. 11 l'Apostolo loda i suoi interlocutori perchè hanno «conservato le tradizioni» così come le aveva loro trasmesse (11,2). Poi affronta due questioni riguardanti la preghiera comune: la partecipazione delle donne alle assemblee (11,3-16), e la celebrazione della cena del Signore (11,17-34). Successivamente interviene per regolare le manifestazioni carismatiche che avvengono nelle assemblee comunitarie, per evitare che queste degenerino nella confusione o nell'esibizionismo (12,1-14,40).

Nel nostro brano (11,17-34) Paolo affronta la questione della celebrazione della cena del Signore. L' Apostolo introduce il suo intervento con una nota di biasimo rivolta alla Chiesa corinzia, perchè le sue riunioni non portano alcun vantaggio, anzi producono effetti negativi. Egli specifica poi che si tratta delle assemblee comunitarie in cui i cristiani di Corinto celebrano la cena del Signore e indica nelle divisioni che si creano in queste occasioni, il motivo per cui i corinzi meritano un rimprovero (11,17-22). Successivamente l'Apostolo ricorda la tradizione della cena del Signore, perchè, alla luce dei gesti e delle parole di Gesù, la comunità corinzia possa verificare il suo modo di celebrare il rito in cui la commemora (11,23-26). Infine, conclude dando alcune direttive pratiche (11,27-34).

Una comunità divisa

Paolo è venuto a conoscenza, per sentito dire (akouõ), della situazione che si verifica a Corinto nel contesto delle riunioni comunitarie, per la quale non può lodare i corinzi. Queste assemblee infatti «non si svolgono per il meglio, ma per il peggio» (11,17), perciò non solo non raggiungono il loro scopo, esprimere e rinsaldare i vincoli di fraternità, ma rischiano anche di produrre effetti negativi.

L'Apostolo delinea la situazione che si crea nelle assemblee comunitarie in questi termini: «Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate (synerchesthe) in assemblea (en ekklêsià), vi sono divisioni (schismata) tra voi, e in parte lo credo» (11,18), L'ambito in cui avvengono le divisioni è definito dal verbo «riunirsi, synerchesthai» e dal sostantivo «assemblea, ekklêsià». Il verbo synerchesthai si legge qui e in 14,23.26, dove Paolo dà alcune disposizioni pratiche al fine di conservare il buon ordine nelle assemblee; esso designa la riunione di tutta la comunità! Il sostantivo ekklêsià ricorre due volte nel nostro testo (cf. vv. 18.22), la prima con il significato di «assemblea» e l'altra con quello di «Chiesa di Dio». Nel greco non biblico questo vocabolo indica l'insieme dei cittadini riuniti in assemblea per decidere problemi riguardanti la città, mentre nella versione dei LXX definisce il popolo di Dio convocato per il culto. Le divisioni si manifestano, quindi, nella comunità radunata, che è il luogo della comunione Paolo ha già denunciato delle fratture (schismata) presenti nella comunità corinzia, causate dalla presenza di gruppi contrapposti (1Cor 1,10-2,16). In questa stessa lettera Paolo interviene anche per risolvere un conflitto sorto intorno alla questione della liceità di consumare le carni sacrificate agli idoli (cc. 8-10). Ancora, l'Apostolo prenderà posizione nei confronti di un abuso, che si verificava a Corinto nelle assemblee comunitarie e riguardante l'esercizio dei carismi (cc. 12-14).

Prima di specificare in che cosa consistono le divisioni che avvengono a Corinto nelle assemblee comunitarie, l' Apostolo afferma che queste sono inevitabili, anzi svolgono una funzione positiva: « È necessario (dei) infatti che avvengano divisioni tra voi, perchè si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi» (v.1 9). Il verbo «bisogna, è necessario, dei» esprime una necessità propria al progetto di Dio; esso è anche usato dall'Apostolo per indicare la necessità della risurrezione di Cristo, l'instaurazione del regno di Dio (1 Cor 15,25), e quella della risurrezione del corpo dopo la morte (1 Cor 15,53). Le scissioni sono necessarie in quanto fanno sì che si manifestino i veri credenti (dokimoi, approvati, messi alla prova), coloro cioè che hanno superato la prova rappresentata dalle divisioni, i cristiani maturi nella fede, capaci di opporsi a tutto ciò che crea discordia e separazione (cf. 3,1-4).

Il disordine nelle riunioni della comunità

Dopo questa digressione, Paolo riprende il filo del discorso e delinea le divisioni, che colpiscono alla radice le riunioni comunitarie dei corinzi: «Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco» (vv. 20-21). Le divisioni avvengono nella comunità proprio quando i cristiani si riuniscono per celebrare il rito in cui si commemora l'ultima cena di Gesù (kyriakon deipnon). Come si svolgevano a Corinto queste assemblee? Dalle informazioni, sia pur frammentarie, fornite dal nostro testo (vv. 23-26), risulta che si trattava di un una cena vera e propria durante la quale si ripetevano le parole pronunciate da Gesù nell'ultima cena sul pane e sul vino. La riunione conviviale aveva luogo nella casa di un cristiano; le vivande per il pasto erano portate dai commensali, ciascuno secondo le proprie possibilità, emesse in comune. Il pasto comune era consumato dopo la benedizione del pane eucaristico; e alla fine, «dopo  avere cenato» (v. 25), c’era la benedizione del calice eucaristico.

A Corinto accadeva che alcuni, i quali erano forse anche i cristiani più facoltosi, arrivavano per primi alla cena e non aspettavano gli altri per consumare il pasto, ma prendevano in anticipo (pro-lambano) il cibo che ciascuno aveva portato con se, saziandosi abbondantemente; di conseguenza il pasto comune si riduceva a ben poca cosa e i poveri, che arrivavano in ritardo (cf. v. 33), forse per motivi di lavoro o per non sentirsi umiliati, perchè non avevano niente da mettere in comune, trovavano poco o nulla da consumare.

Non è difficile comprendere il comportamento dei cristiani benestanti di Corinto: essi si conformavano agli usi e ai costumi conviviali del loro ambiente, nel quale erano considerate normali quelle separazioni tra persone appartenenti a ranghi sociali diversi, denunciate da Paolo. Il conflitto che avveniva nella comunità corinzia era un conflitto sociale, culturale, economico, condizionato dalla presenza in essa di strati sociali diversi; questa comunità era formata da una minoranza di «sapienti secondo carne», «potenti» e «nobili» e da una maggioranza di nullatenenti (cf. 1,26). L'abuso denunciato da Paolo è, quindi, la spaccatura che esiste (schisma, airesis) tra i cristiani di Corinto, e che appare in modo vistoso quando la comunità si riunisce per la celebrazione del- la cena del Signore.

Paolo fa notare ai suoi interlocutori che con questo comportamento, anche se sono radunati per «mangiare la cena del Signore» (v. 20), in realtà essi si riducono a «prendere il proprio pasto» (v. 21), svuotano il gesto di ogni significato religioso in quanto lo riducono al soddisfacimento dei propri bisogni materiali. Da qui il duro rimprovero dell'Apostolo: «Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O forse volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e fare vergognare chi non ha niente?» (v. 22). Paolo biasima i ricchi non perchè mangiano il proprio pasto, ma perchè lo consumano per proprio conto nelle assemblee comunitarie, facendo vergognare i fratelli poveri. Con tale comportamento essi «gettano il disprezzo sulla Chiesa di Dio», perchè è proprio della comunità cristiana, riunita in assemblea, mangiare la cena del Signore tutti insieme, senza esclusione di nessun fratello. L'Apostolo conclude: «Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!» (v. 22).

Fare memoria (11,23-26)

Dopo avere giudicato in modo negativo la situazione che si verifica nella comunità corinzia in occasione delle assemblee, Paolo richiama la tradizione della celebrazione della cena del Signore, affinché i corinzi, meditando sulle parole e sui gesti di Gesù, comprendano le conseguenze che da essi derivano e si correggano. Innanzi tutto egli ricorda ai suoi interlocutori che ha ricevuto (paralambano) dal Signore ciò che a sua volta ha trasmesso (paradidòmi) loro, quando ha fondato la comunità. Il rituale della cena deriva certamente da Gesù; l' Apostolo però non l'ha avuto immediatamente da lui, ma lo ha trovato nella tradizione della Chiesa.

Il resoconto inizia con un' annotazione temporale: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito (paredideto)» (v. 23b). L'evento della cena eucaristica è collegato alla consegna di Gesù ai suoi nemici, indicata con il verbo «tradire, paradidòmi (consegnare)». Manca ogni riferimento alla Pasqua, che invece è presentata dalla tradizione sinottica come l'occasione dell'ultima cena.

L'Apostolo non indica l'agente del tradimento; probabilmente pensa a Giuda, ma anche al Padre che «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato (paredoken) per tutti noi» (Rm 8,32; cf. 4,25). L'idea della consegna di Gesù alla morte da parte di Dio deriva dal quarto carme del Servo di JHWH, dove, secondo la traduzione greca, si legge: «Il Signore lo consegnò per i nostri peccati [...] La sua anima fu consegnata alla morte [...] Egli ha tolto i peccati di molti e fu consegnato per i loro peccati» (Is 53,6b.12a.12b). Ma anche Gesù «ha consegnato» se stesso alla morte per amore: «Mi ha amato e ha dato (paradontos) se stesso per me» (Gal 2,20). Da questi testi si deduce che per Paolo la morte di Gesù è la conseguenza della cattiveria dei malvagi, ma è anche l'attuazione di un progetto del Padre che egli accetta liberamente per amore.

Nella notte in cui è consegnato, Gesù dona se stesso per i suoi; la sua morte violenta, espressione del suo amore e della sua donazione, diventa evento di salvezza per tutti. Nel contesto della morte imminente il suo ringraziamento esprime la sua piena accettazione del progetto del Padre che in essa si attua. Mangiare il corpo di Cristo - la tradizione di Marco e di Matteo riporta l'invito «prendete e mangiate», omesso da Paolo, forse perchè implicito nel gesto di Gesù - significa perciò aderire totalmente a lui e partecipare al suo destino di morte e di risurrezione.

Sono, infine, riportate le parole di Gesù: «Fate questo in memoria di me».
Questo comando rimanda al rituale della Pasqua ebraica, memoriale della liberazione dall'Egitto, da celebrarsi come «festa del Signore, di generazione in generazione [...] come un rito perenne» (Es 12,14). Il termine «memoriale» (ebr. zikkaron), e il verbo «fare memoria» (ebr. zakar) non significano la semplice commemorazione di un fatto, ma rendere presente (ri-attualizzare) l’evento stesso che viene celebrato. Quindi la celebrazione della cena del Signore nella comunità cristiana sarà, come la Pasqua ebraica, un memoriale, cioè un gesto che rende presente ed efficace per i credenti la persona di Gesù, il Signore risorto e vivo, colui che dona la salvezza finale.

Alle parole pronunciate sul pane seguono quelle sul vino: «Allo stesso modo, dopo avere cenato, prese il calice, dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me» (v. 25). In accordo con Luca, Paolo ricorda che la distribuzione del vino avviene, secondo il costume giudaico, alla fine del pasto. La formula riportata da Marco e da Matteo è differente da quella paolina; secondo questi due evangelisti, infatti, Gesù presenta il vino come il suo sangue: «Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza». Per suo mezzo egli conclude, come Mosè aveva fatto sul monte Sinai (cf. Es 24,8), l'alleanza di Dio con gli uomini. La morte di Gesù in croce, simboleggiata nella cena pasquale, diventa sacrificio che sancisce questa alleanza. In Paolo invece, come anche in Luca, Gesù identifica il calice, colmo di vino, con l'alleanza fatta nel suo sangue: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue» (v. 25). L'accento è posto sull'alleanza più che sul sangue, strumento o causa che l'ha ottenuta. L'alleanza è qualificata dall'aggettivo «nuova», che richiama le parole con le quali Geremia annunziava l'attuazione di una nuova alleanza per gli ultimi tempi (Ger 31,31-34). Paolo rilegge in chiave sacrificale la morte di Gesù, mediante la quale si attua l'unione tra Dio e l'uomo e degli uomini tra loro. Perciò fa capire che anche la cena deve avere questo carattere.

Infine, Paolo ricorda l'invito di Gesù a ripetere lo stesso gesto in sua memoria e lo commenta con queste parole: «Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finche egli venga» (v. 26). La comunità cristiana che si riunisce per celebrare la cena del Signore annunzia la morte del Signore, ormai risorto, finche egli verrà, attendendo nella speranza la sua venuta. Paolo vuole fare comprendere ai Corinzi che, quando essi si radunano per celebrare la cena del Signore Gesù, commemorano la sua morte in croce, prefigurata nei gesti e nelle parole dell'ultima cena, con la quale egli ha attuato la nuova alleanza promessa dai profeti e ha radunato il nuovo popolo di Dio.

È fondamentale, perciò, che tra i membri della comunità si crei quello stesso rapporto d'amore e di solidarietà che vi era tra Gesù e i discepoli, che lo ha portato a donare la sua vita per loro sulla croce. I cristiani di Corinto potranno celebrare in verità la cena del Signore solo se supereranno le divisioni che esistono tra loro; altrimenti con il loro comportamento contraddicono ciò che celebrano, con la conseguenza che la loro celebrazione si riduce a un rito privo di significato.

Per una degna celebrazione della cena del Signore (11,27-32)

Dopo avere ricordato la tradizione della cena del Signore, dai gesti e dalle parole di Gesù l'Apostolo trae le conseguenze: «Perciò chiunque in modo indegno (anaxios) mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore» (v. 27). L'avverbio anaxios è adoperato solo qui nel Nuovo Testamento, ma è presente in qualche brano nella forma positiva (axios) per indicare un comportamento richiesto da una particolare situazione: un 'accoglienza degna di qualcuno (Rm 16,2), il comportamento degno della propria vocazione (Ef 4,1), del Vangelo (Fil 1,27), del Signore (1Ts 2,12; Col 1,10), e anche il provvedere alle necessità dei fratelli forestieri in modo degno di Dio (3Gv 6). Adoperato nella forma negativa l'avverbio indica quindi un comportamento non conforme a ciò che una particolare situazione richiede, nel nostro caso la cena del Signore. Non si tratta qui, però, di peccati personali, ma del comportamento di quei cristiani, già denunciato dall'Apostolo, che nell’assemblea conviviale della celebrazione della cena del Signore consumano il pasto per proprio conto, escludendo i poveri, quindi senza quella solidarietà tra fratelli, che è lo scopo per cui Gesù l'ha istituita. Chi partecipa in modo indegno alla cena del Signore commette un peccato non solo contro gli uomini, ma è anche reo (enochos), nei confronti del Signore, perchè il pane e il vino sono il suo corpo e il suo sangue: «Chi pecca contro il fratello, pecca contro Cristo che è morto per lui» (8,12).

Da questa considerazione scaturisce una precisa direttiva: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perchè chi mangia e beve senza riconoscere (me diakrinon) il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna (krima)»  (vv. 28-29). Per non incorrere in un giudizio di condanna, bisogna autoesaminarsi in modo critico (dokimazeto), al fine di verificare se si è nella condizione richiesta per partecipare alla cena del Signore. La verifica verterà su un comportamento concreto che riguarda il proprio modo individualistico di partecipare alla celebrazione della cena del Signore. L'espressione «corpo del Signore» indica la Chiesa, formata da coloro che partecipano all'unico pane e formano perciò un unico corpo, un'unità con Cristo, ed è con lui simboleggiata nel pane stesso (10,17; 12,12). Riconoscere il corpo del Signore significa vivere il rapporto di solidarietà con lui e con gli altri credenti; chi non vive questa solidarietà, e partecipa, perciò, in un contesto di divisione alla cena del Signore, «mangia e beve la propria condanna», cioè si sottopone al castigo divino.

I corinzi, osserva Paolo, fanno già esperienza del castigo divino nelle malattie e nelle morti che si verificano nella comunità: « È per questo che tra voi ci sono molti malati e infermi, e un buon numero sono morti» (v. 30). L'Apostolo non dice che ai disordini della Chiesa di Corinto seguano inevitabilmente disgrazie, ma legge la situazione della comunità alla luce della fede. Egli perciò invita i cristiani di Corinto a domandarsi se le sofferenze che li affliggono non siano un richiamo a rivedere il loro modo di celebrare la cena del Signore.

Il giudizio divino, che si manifesta nelle disgrazie e sofferenze della comunità, sarebbe evitato se tutti i suoi membri si esaminassero con serietà e coraggio: «Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati (ouk an ekrinometha)» (v. 31); ma, continua l'Apostolo, anche le  sofferenze che derivano da un comportamento sbagliato presentano aspetto positivo, sono ammonimenti del Signore per indurre  a correggersi è così evitare il giudizio di condanna: «Quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti (paideuometha) per non essere:condannati insieme con questo mondo» (v. 32), ossia con l’umanità peccatrice.

Indicazioni pratiche
 
L'Apostolo conclude con due indicazioni pratiche: «Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perchè non vi raduniate a vostra condanna» (vv. 33-34). Con queste regole di comportamento Paolo vuole eliminare l'abuso che si è verificato nella comunità corinzia in occasione della celebrazione della cena del Signore. I credenti devono aspettarsi per partecipare insieme a tutta la celebrazione, anche al pasto comune; e così, superando le barriere economiche, sociali e culturali. esprimeranno solidarietà e amore. Se qualcuno ha un particolare bisogno di cibo, deve soddisfarlo prima di andare alla cena del Signore. Per Paolo è fondamentale il gesto sincero della comunione, perchè solo da esso può nascere quella solidarietà su cui si fonda la comunità cristiana.

Conclusione

L'Apostolo fissa l'attenzione su un aspetto della celebrazione, il pasto comunitario, molto importante a quell' epoca, perchè sottolineava l'esigenza di solidarietà implicita in modo particolare nel gesto compiuto da Gesù, con il quale egli preannunciava la sua morte.

È proprio su questa solidarietà che si fonda la comunità cristiana: il pasto comunitario in cui le vivande erano fornite dai cristiani più facoltosi, aveva lo scopo di sovvenire alle necessità dei fratelli bisognosi.

Paolo sottolinea l'importanza della condivisione, espressione di comunione, mettendo in luce le conseguenze negative che derivano dalla sua mancanza. Il disinteresse per i poveri è fonte di divisione, vanifica la celebrazione della cena del Signore, causa disprezzo sulla Chiesa di Dio, fa vergognare i poveri, provoca la distruzione della comunità.

L'Apostolo ha messo in luce il legame inscindibile che esiste tra eucaristia e comunità, tra celebrazione del corpo del Signore, donato agli uomini nella morte, e l'esistenza dei credenti, membra del corpo di Cristo, fondata sulla solidarietà e sull'amore. Una celebrazione eucaristica senza una sincera fraternità o addirittura in un contesto di divisioni e di fratture è un tradimento di Cristo, di tutto ciò che egli ha voluto esprimere nella sua morte, prefigurata nell'ultima cena.

Col tempo il pasto comunitario è stato abolito e il formalismo liturgico può facilmente celare il disinteresse di coloro che partecipano all'eucaristia. Se si vuole rendere vera ed efficace la celebrazione è necessario che tra i partecipanti ci sia uno scambio intenso e personale di riflessioni, di preghiere, di esortazioni, con il quale viene data a tutti la possibilità di fare assieme un autentico cammino  di fede e di comunione.

Lydia Cramarossa

(da Parole di vita, n. 3, 2002)

 

Ultima modifica Martedì 04 Aprile 2017 13:43
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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