Mercoledì, 22 Novembre 2017
Sabato 04 Novembre 2017 15:47

Introduzione a 2 Maccabei (Tiziano Lorenzin) In evidenza

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Sembra che l'autore non voglia raccontare i fatti organicamente, ma si soffermi soprattutto a descrivere quegli episodi che più hanno colpito la sua immaginazione. Il risultato è un' opera quasi antologica.

Dal titolo del libro sembrerebbe che siamo davanti alla continuazione del Primo libro dei Maccabei. Non è così. Si tratta invece di un racconto parallelo e indipendente.

Origine e composizione del libro

È un compendio di un'opera scritta in cinque libri da Giasone di Cirene, come afferma l'autore: «Questi fatti narrati da Giasone di Cirene nel corso di cinque libri, ci studieremo di riassumere in una sola composizione» (2Mac 2,23). In alcuni codici greci troviamo alla fine del testo questa sottoscrizione, che poteva essere il titolo originale dell' opera: «Riassunto delle gesta di Giuda il Maccabeo». È una versione abbreviata, nella quale spesso l'autore inserisce le proprie riflessioni, riadattando il materiale secondo il proprio obiettivo. Di Giasone non sappiamo nulla. Doveva però trattarsi di un Giudeo colto della diaspora cirenaica, che aveva relazioni con Gerusalemme e che conosceva molto bene l'amministrazione seleucide. Da alcune indicazioni geografiche si intuisce però che non avesse una conoscenza diretta della Palestina. A Cirene, fondata dai coloni greci, fin dai tempi di Tolomeo I (304-285 a.C.) era presente un numerosa colonia giudaica.

Rispetto poi a 1 Maccabei la sequenza cronologica è molto ridotta, perché va dalle cause immediate della rivolta alla vittoria di Giuda su Nicanore, cioè dal 180 al 160 a.C. Riguardo all'epitomatore, l'autore cioè della sintesi dei cinque libri scritti da Giasone, si può dire dalla lettura del suo scritto che sia un uomo profondamente religioso e sinceramente appassionato all'identità del giudaismo. L'opinione di quasi tutti gli studiosi è che sia un Giudeo alessandrino.

Sembra che egli non voglia raccontare i fatti organicamente, ma si soffermi soprattutto a descrivere quegli episodi che più hanno colpito la sua immaginazione. Il risultato è un' opera quasi antologica.

- Quando fu scritta? Giasone probabilmente è un contemporaneo di Giuda Maccabeo, che opera fra il 175 e il 160 a.C. La sua opera in cinque libri non si può datare prima del 160 a.C. perché in questo anno si svolgono gli ultimi avvenimenti riferiti nell'ultimo capitolo del libro. Sembra che lo storico attinga notizie da informazioni orali, per cui si pensa che non abbia composto la sua opera in un'epoca troppo lontana dai fatti. Per quanto riguarda la data dell'opera dell' autore del riassunto, essa deve situarsi dopo il 124 a.C., data della più recente delle due lettere premesse all'opera, e prima del 63 a.C., anno in cui Gerusalemme è conquistata dai Romani, perché egli conclude il suo lavoro dicendo che dal tempo della vittoria di Giuda su Nicanore Gerusalemme era rimasta in mano agli ebrei (2Mac 15,37).

- Per chi è scritto questo libro? L'autore nella sua prefazione dice di aver compiuto il suo faticoso lavoro di sintesi per tutti coloro che vogliono conoscere la storia maccabaica, ma non se la sentono di leggere l'opera originale troppo voluminosa (2Mac 2,24-25). Egli pensa non solo ai lettori occasionali, ma anche a coloro che sono disposti a imparare a memoria il suo volume, perché molto interessati all’argomento. Queste persone che desideravano conoscere le gesta di Giuda sembra siano i «fratelli Giudei sparsi nell'Egitto» (2Mac l,l), a cui è indirizzata la prima lettera.

- Per quale scopo è fatta tale sintesi? L'autore dice di aver scritto per l'utilità dei lettori, i quali possono trovare nel libro un insegnamento formativo: Dio, che ha eletto il suo popolo, continua a proteggerlo e a salvarlo nonostante il peccato di alcuni suoi membri, ma questo Dio ha un luogo dove egli abita con il suo popolo, il tempio di Gerusalemme, e là desidera essere onorato anche dai Giudei che vivono nella diaspora egiziana. In che lingua è scritto il libro? Non si tratta di una traduzione dall'ebraico o dall'aramaico come 1 Maccabei, ma è un’opera composta direttamente in greco letterario della koiné eccetto le due lettere dell’inizio, che sono state tradotte dall'ebraico o dall’aramaico (2Mac 1,1-10a e 1,10b-2,18). Il vocabolario greco usato è ricchissimo e ricercato, con l’impiego di termini rari come per esempio giudaismo per indicare la religione giudaica, ellenismo per indicare cultura e religione ellenistiche, allofilismo nel senso di religione pagana (cf. 4,13). Il periodare è di solito molto lungo. Lo stile usato intende tenere desta l’attenzione del lettore.

- Qual è il genere letterario del libro? Si tratta di un libro di storia religiosa. Alcuni la definiscono «storiografia patetica che tende a suscitare la compassione e la paura». L’autore racconta gli avvenimenti non solo per ricostruire la storia passata, ma anche per istruire e formare i lettori della sua attuale comunità. Per questo egli stesso si introduce nel mezzo della narrazione per farne risaltare alcuni particolari e per interpretare direttamente i fatti che sta narrando. Diversamente dalla storiografia moderna l’autore rimane coinvolto nei fatti raccontati, non nascondendo le sue emozioni, e cercando che i suoi lettori partecipino ai suoi stessi sentimenti di dolore, commiserazione, sdegno o ira. Dispone il suo materiale in una forma artistica: il dramma nasce e si sviluppa fino a raggiungere l'esplosione di gioia finale, come per esempio nella tentata spoliazione del tempio da parte di Eliodoro (c. 3). Un tale effetto drammatico è sostenuto dal gusto del meraviglioso e del prodigioso. Nel prologo infatti l'autore afferma di voler riassumere anche quelle parti in cui sono narrate «le apparizioni avvenute dal cielo a favore di quelli che generosamente hanno lottato per il giudaismo» (2,21). Con esse egli vuole presentare il Dio di Israele che si schiera in favore di coloro che combattono per la sua causa.

- Che valore storico ha questo libro? Come ogni opera anche 2 Maccabei deve essere valutato in base al suo genere letterario, che, abbiamo detto, è una storia religiosa. Depongono a favore della storicità del libro la sostanziale concordanza con 1 Maccabei, la cui attendibilità viene in genere ammessa. In alcuni casi sono riportate notizie che completano e chiariscono la narrazione parallela di 1 Maccabei; per esempio sono descritte le cause interne che permisero all'ellenismo di penetrare in Giudea (c. 4). L'autore dimostra una buona conoscenza del mondo ellenistico e delle persone che lo rappresentano. Oltre alle due lettere preliminari egli trascrive alcuni documenti dall' opera di Giasone: la lettera di Antioco IV ai Giudei (9,19-27), la lettera di Lisia ai Giudei (11,17-21), la lettera di Antioco Va Lisia (11,22-26), la lettere di Antioco V ai Giudei (11,27-33), la lettera dei legati romani ai Giudei (11,34-38).

Nonostante ciò i Giudei palestinesi rifiutarono la canonicità di questa opera, che non fu molto considerata nemmeno dai Giudei greci di Alessandria. Fu accolta invece dai cristiani.

Struttura e contenuto del libro

L'autore inizia con una singolare introduzione, una dopo l'altra, due lettere inviate dai Giudei di Gerusalemme ai fratelli d’Egitto per invitarli a celebrare la festa della Dedicazione, con la quale si commemorava la purificazione del tempio compiuta di Giuda Maccabeo. A queste lettere egli non fa precedere alcuna parola di presentazione. Ad esse fa seguire un prologo (2,19-32) che si richiama alle due lettere, dove egli afferma di avere intenzione di raccontare le gesta di Giuda e dei suoi sostenitori, in particolare

la purificazione del grande tempio e la dedicazione dell'altare, come anche le guerre contro Antioco Epifane e il figlio di lui Eupatore, nonché le manifestazioni venute dal cielo sopra coloro che si erano battuti con valore per il giudaismo, riuscendo in pochi a impadronirsi di tutta la regione e a scacciare una moltitudine di barbari, a riconquistare il tempio famoso in tutto il mondo, a liberare la città e a ristabilire le leggi che stavano per essere soppresse (2,20-22).

Le cause della rivolte giudaica (2Mac 3,1-5,27)

Il libro non insiste tanto come 1 Maccabei sui «senza legge», quanto piuttosto sui compromessi dei sommi sacerdoti del tempio di Gerusalemme con i governanti greci. A Gerusalemme sotto il buon governo del sommo sacerdoti Onia III (198-175 a.C.) regna pace e tranquillità', che vengono pero turbate dal tesoriere del tempio, un certo Simone, il quale accusa falsamente Onia presso l'autorità imperiale di amministrare male i beni del tempio provocando la loro confisca.

Viene incaricato a eseguire il decreto del sovrano il ministro Eliodoro. E qui l'autore introduce il primo dei fatti meravigliosi (3,1-40). Eliodoro entrato con una numerosa guardia nella camera del tesoro presso il tempio, ne è respinto da un cavallo celeste, montato da un cavaliere terribile rivestito di splendida bardatura. A lui appaiono inoltre altri due giovani dotati di gran forza, splendidi di bellezza e con vesti meravigliose, i quali, postisi ai due lati, lo flagellano senza posa. In questo modo è a tutti manifesto che il luogo santo è protetto da Dio, il quale non permette che ne sia violata la santità.

Onia tuttavia è costretto ad andare ad Antiochia in Siria per chiarire la sua posizione davanti al sovrano. Nel frattempo il re Seleuco IV muore e il suo posto è preso da suo fratello Antico IV Epifane (175-164). Approfittando dell'assenza di Onia, suo fratello Giasone ottiene dal nuovo re la carica di sommo sacerdote, dopo aver sborsato una forte somma ed essersi impegnato a trasformare Gerusalemme in una città ellenistica (4,7-22). Dopo tre anni Giasone viene a sua volta spodestato da Menelao, che fa assassinare Onia III (4,23-50). Inizia la guerra civile a Gerusalemme tra i sostenitori di Giasone e quelli di Menelao. Antioco IV pensando che si trattasse di una ribellione contro lui stesso, di ritorno dall'Egitto, entra a Gerusalemme, ne spoglia il tempio, lasciandovi funzionari crudeli, che con i loro maltrattamenti provocano la reazione di Giuda Maccabeo (5,11-27). Questa prima parte termina così:

Ma Giuda, chiamato Maccabeo, che faceva parte di un gruppo di dieci, si ritirò nel deserto, vivendo tra le montagne alla maniera delle fiere insieme a quelli che erano con lui; e vivevano cibandosi di alimenti erbacei, per non contrarre contaminazione (5,27).

La persecuzione (6,1-7,42)

Una vera persecuzione inizia nell’autunno del 167 a.C., quando Antioco IV invia a Gerusalemme un suo rappresentante un vecchio ateniese,

per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle patrie leggi e a non governarsi più secondo le leggi divine, inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio e quello sul Garizim invece a Giove Ospitale (6,1-2).

Il recinto del tempio diventa un luogo di prostituzione, si erigono tempietti pagani e il popolo è obbligato a partecipare ai riti, che vi si svolgono. Con la pena di morte sono puniti coloro che praticano il riposo del sabato e coloro che circoncidono i bambini. L’autore ricorda un caso pietoso di due donne che hanno fatto circoncidere i loro bambini: «Appesero i loro bambini alle loro mammelle e dopo averle condotte in giro pubblicamente per la città, le precipitarono dalle mura» (6,10). Altri si lasciano bruciare vivi per non difendersi in giorno di sabato (6, 11). Di fronte a questi fatti l’autore si rivolge preoccupato ai lettori aiutandoli a interpretare la storia con gli occhi di Dio.

Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e considerare che i castighi non vengono per la distruzione ma per la correzione del nostro popolo (6,12).

Si tratta, secondo l’autore, di un quadro veramente fosco, ma rischiarato dalla fede e dal coraggio dei martiri. Egli ricorda due episodi commoventi. Il vecchio dottore della legge Eleazaro preferisce la morte invece di disobbedire al precetto del Signore che proibisce di mangiare la carne di maiale (6,18-31). Una madre e i suoi sette figli affrontano serenamente i tormenti più crudeli e la morte piuttosto che essere dannati eternamente tradendo il loro Dio (7,1-42).

La riscossa di Giuda (2Mac 8,1-15,36)

In questo periodo Giuda ritiratosi nel deserto non resta inoperoso. Passando di nascosto nei villaggi, riesce a raccogliere circa seimila uomini rimasti fedeli alla legge, pronti a combattere per le antiche tradizioni giudaiche (8,1). Alcune azioni di guerriglia di Giuda e dei suoi uomini incominciano a creare delle preoccupazioni alle forze greche che occupano il paese. A riportare l'ordine in Giudea sono incaricati Nicanore, un amico del re, e Gorgia, un generale di professione ed esperto in azioni belliche. L'intenzione di Nicanore è di fare schiavi i Giudei e con il ricavato della loro vendita di pagare il tributo di duemila talenti che il re deve sborsare ai Romani. Giuda, vedendo il grande pericolo che incombe sul suo popolo, organizza la difesa incitando così i suoi uomini:

Costoro – disse - confidano nelle armi e insieme nel loro ardire; noi confidiamo nel Dio onnipotente, capace di abbattere quanti vengono contro di lui e il mondo intero con un solo cenno (8,18).

I Giudei attaccano battaglia e hanno un successo straordinario contro l'esercito regolare siriano al comando di Nicanore (8,8-36). E’ evidente, secondo l'autore, che questi primi risultati sono segni che la collera di Dio si è cambiata in misericordia. A dimostrazione di ciò egli racconta la fine ingloriosa di Antico IV Epifane nel 164 a.C., lontano dalla sua terra, colpito da una vergognosa malattia (9,1-19). Il segno più chiaro dell’appoggio di Dio è la riconquista del tempio e della città di Gerusalemme, e la distruzione degli altari agli idoli innalzati dai pagani sulle piazze e sui recinti sacri. Il tempio è purificato e vi è costruito un altro altare su cui i sacerdoti riprendono a offrire i sacrifici. A ricordo della nuova dedicazione è istituita una festa annuale (10,1-19).

Dopo la morte di Antioco IV segue una relativa calma sotto suo figlio, Antioco V Eupatore. Ne approfitta Giuda estendendo la sua influenza sulla Giudea. A Sud occupa le fortezze degli Idumei (10,10-23), verso Occidente conquista la città di Ghezer (10,24-38). Questi nuovi successi provocano la reazione di Lisia, tutore e primo ministro di Antioco V. Questi organizza due spedizioni contro la Giudea. La prima fallisce davanti alle truppe di Giuda, guidate alla battaglia da un cavaliere celeste apparso loro nelle vicinanze di Gerusalemme (11,1-12). Lisia allora è costretto a fare proposte di pace (11,13-38). In questo tempo di relativa tranquillità i Giudei si mettono a coltivare la terra (12,1), ma Giuda ne approfitta per estendere il suo potere anche su altre città della Palestina e per venire in soccorso dei Giudei che sono in Transgiordania (12,-15). Nella seconda spedizione contro la Giudea Lisia guida l’esercito greco insieme al re Antico V. I due conseguono alcuni successi, ma dopo aver ricevuto la notizia di disordini scoppiati in patria ad opera di Filippo, lasciato in Antiochia a dirigere gli affari, sono costretti ancora una volta a fare la pace e a rientrare nella capitale (13,1-25).

Le difficoltà per Giuda sembrano però non avere mai fine. Nel 161 a.C. Antico V e il suo primo ministro, Lisia, sono eliminati da Demetrio I, il quale diventa il re di Siria. Alcimo, che è stato prima sommo sacerdote, va da Demetrio e davanti al suo consiglio di guerra accusa Giuda di fomentare disordini in Giudea. Il re designa subito Nicanore a capo di un esercito incaricato di eliminare prima Giuda e di costituire Alcimo sommo sacerdote a Gerusalemme. Nicanore è già stato sconfitto da Giuda ai tempi di Antico IV, forse per questo dopo qualche scaramuccia decide di rinunciare al combattimento e di fare pace con lui (14,15-25). Ma è ancora il sommo sacerdote Alcimo a intervenire presso Demetrio accusando Nicanore di voler nominare Giuda suo successore. La tregua allora si rompe e riprendono le ostilità (14,26-36). In questo periodo l'autore registra un episodio di eroismo, quello del vecchio Razis, che per non cadere in mano ai nemici si toglie la vita davanti a tutti (14,37-46).

Giuda riorganizza i suoi uomini e si porta ai confini della Samaria. Là avviene lo scontro definitivo con l'esercito greco guidato da Nicanore. Giuda riesce ad animare i suoi uomini raccontando loro una visione: gli era apparso il sommo sacerdote Onia in atteggiamento di preghiera per la nazione e assieme a lui c'era anche il profeta Geremia, che gli aveva consegnato una spada d'oro dicendogli: «Prendi la spada sacra come dono da parte di Dio; con questa spada abbatterai i nemici» (15,16). Inizia la battaglia. Gli uomini di Nicanore avanzano al suono di trombe, quelli di Giuda con invocazioni e preghiere, Nicanore è sconfitto e la sua testa e la sua mano destra sono portate a Gerusalemme come trofei (15,1-36).Il popolo solennizza la vittoria istituendo una festa che si chiama «giorno di Nicanore», che si celebra il «tredici di ogni decimosecondo mese - che in lingua siriaca si chiama Adar – il giorno precedente la festa di Mardocheo» (15,36).

A questo punto termina il libro con un breve epilogo (15,37-39):

Così andarono le cose riguardo a Nicanore e, poiché a quel tempo la città è rimasta in mano agli ebrei, anch’io chiudo qui la mia narrazione (15,37).

Il messaggio teologico

Come abbiamo visto, 2 Maccabei è un libro diverso da 1 Maccabei, dal quale si differenzia sia nello scopo come nella teologia. L’autore riprende l'insegnamento tradizionale del passato, ma lo precisa e lo sviluppa riuscendo a risolvere problemi che hanno tormentato tanti saggi che l’hanno preceduto.

Secondo l'autore per conservare l’identità nel mondo ellenizzato e sempre più globalizzato è fondamentale educare alla vita buona della Torah. Egli lo fa presentando degli esempi, a volte eroici, di fedeltà alla legge e ai costumi giudaici, specialmente riguardo alle prescrizioni sul puro e impuro e ai divieti alimentari. Il vecchio saggio Eleazaro, costretto a mangiare carne di maiale, preferisce la morte piuttosto che tradire il Signore. Ma il libro insegna anche la fedeltà alla preghiera e al digiuno nei momenti di difficoltà:

Quando tutti insieme ebbero fatto ciò, supplicando il Signore misericordioso con gemiti e digiuni e prostrazioni per tre giorni consecutivi, Giuda li esortò e comandò loro di tenersi pronti (13,12).

È interessante la coscienza che la vittoria contro i nemici dipende dalla fedeltà alla lettura della Torah: «Fece inoltre leggere da Eleazaro il libro sacro e, data la parola d'ordine "Aiuto di Dio", postosi a capo del primo reparto, attaccò Nicanore» (8,23). In ciò Giuda vuole imitare l'atteggiamento comandato a Giosuè prima della conquista della terra: «Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte» (Gs 1,8). Un segno d'identità giudaica è anche l'osservanza scrupolosa del sabato, che deve essere preferita anche a un ricco bottino dopo la vittoria: «Era la vigilia del sabato e per questa ragione non protrassero l'inseguimento» (8,26). Secondo l'autore l'identità giudaica vale di più della stessa vita.

Alla fedeltà del popolo, Dio risponde ponendo un segno e un pegno della propria fedeltà in mezzo ad esso, il tempio: «Il Signore aveva eletto non già il popolo a causa del quel luogo, ma quel luogo a causa del popolo» (5,19). Per questo il tempio non deve essere violato, perché il suo custode è il Signore stesso: «Lo stesso che ha la sua dimora nei cieli è custode e difensore di quel luogo ed è pronto a percuotere e ad abbattere coloro che vi accedono con cattiva intenzione» (3,39), com'è per Eliodoro. Per l'autore il culto nel tempio e la libertà della città di Gerusalemme sono legate strettamente. Quando il tempio è profanato causa della colpa di alcuni, tutto il popolo subisce danni e sperimenta l’ira di Dio. Tuttavia, la sua ira contro Israele può cessare grazie ad alcuni ebrei fedeli, che preferiscono il martirio al tradimento delle leggi antiche. Infatti, in risposta al martirio di Eleazaro e dei sette fratelli con la loro madre Dio torna a donare la sua grazia al popolo mediante i successi militari di Giuda, la morte di Antioco IV Epifane e la ricostruzione del tempio. Alla fine del libro il peccato degli amuleti trovati sotto le vesti dei soldati caduti in battaglia (12,40) ha come conseguenza la nomina di Alcimo a sommo sacerdote, che insidia la vita di Giuda. Ma dopo il sacrificio di Razis (14,37-46) Dio concede a Giuda la vittoria finale contro Nicanore.

L’autore ha ricevuto dall’alto anche un’illuminazione su un problema che ha che ha preoccupato molti sapienti dell’Antico Testamento: il tema della retribuzione. La morte dei martiri non ha lo stesso senso della morte dei persecutori, in particolare di quella di Antico IV Epifane . Il Signore ricompensa i suoi fedeli con la vita eterna, anzi con la risurrezione dei loro corpi martoriati. A lui tutto è possibile essendo il Dio creatore dal nulla di tutte le cose. Vi è Anche una comunione tra i morti nel Signore e i fedeli ancora in pellegrinaggio sulla terra. La vittoria Giuda su Nicanore è dovuta all’intercessione dei santi in cielo: il sommo sacerdote Onia e il profeta Geremia (15,12-16). Questa comunione fra vivi e morti si esprime anche nel sacrificio espiatorio per i morti, perché siano purificati dal peccato di idolatria commesso (12,45).

Tiziano Lorenzin

(tratto da Parole di vita, anno LVI , n. 5, settembre-ottobre 2011, p. 2)

 

Ultima modifica Domenica 05 Novembre 2017 23:46
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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