Domenica, 20 Maggio 2018
Domenica 28 Gennaio 2018 14:15

Mosè e il monoteismo (Bernard Renauld)

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Si concorda nel riconoscere che la chiara affermazione del monoteismo, quale apparirà nel Deutero-Isaia (Is 40-55), per esempio, è il risultato di una lunga evoluzione. 

La tradizione biblica, unanime, colloca la figura di Mosè all'origine della fede monoteista. Ma quale credito accordare a queste testimonianze? Le più antiche tradizioni del Pentateuco risalgono in realtà a parecchi secoli dopo l'Esodo.
È senza dubbio difficile contestare il carattere storico del personaggio di Mosè: senza la presenza di una forte personalità, non si può giustificare la nascita di un movimento religioso tanto originale quanto quello d'Israele. Inoltre, un testo come Dt 33,2, uno dei più antichi della Bibbia, lascia intendere che Mosè ha introdotto il culto di Yahwè in terra di Canaan. Questo tuttavia non significa che Mosè professasse l'esistenza di un unico dio. Si concorda nel riconoscere che la chiara affermazione del monoteismo, quale apparirà nel Deutero-Isaia (Is 40-55), per esempio, è il risultato di una lunga evoluzione.  

Il monoteismo di Israele, materia controversa

Secondo una recente ipotesi che ha trovato un  certo credito, il popolo d'Israele, agli inizi, sarebbe stato politeista. La monolatria (culto di una sola divinità) sarebbe comparsa nell'VIII secolo, nel contesto di un movimento  minoritario, quello di «Yahwè solo», di cui il  profeta Osea sarebbe il primo testimone e che sarebbe nato come reazione ad una situazione di crisi. La visione di un Israele monoteista sin dalle origini dipenderebbe da un' interpretazione tardiva, postesilica.  
Questa ipotesi si scontra tuttavia con certi dati storici e letterari. Uno studio americano  sui nomi teofori nella Bibbia (J. H. Tigay,  Atlanta 1986) ha messo in luce una percentuale del 94% di nomi yahvisti e soltanto un  5% di nomi che si riferiscono a divinità pagane. Queste cifre sono certamente notevoli in confronto alle percentuali molto inferiori  accordate alla divinità principale nelle civiltà  politeiste. J. C. de Moor (Lovanio 1990) ha tuttavia precisato che, sino al periodo di Davide, i nomi teofori con «El» sono più numerosi di quelli con «Yahwè», ma che si tratterebbe di due denominazioni di una stessa divinità. Queste statistiche suggeriscono che il culto di Yahwé fosse predominante nel X secolo, ma anche che gli adepti del politeismo non costituissero che un modesto numero di persone o di gruppi.

Secondariamente, per quanto uno possa raggiungere un nocciolo storico, il racconto del confronto di Elia con i profeti di Ba'al sul monte Carmela (I Re 18) mostra che Elia praticava l'adorazione di un solo dio e che egli presupponeva conosciuto dai suoi interlocutori israeliti il culto unico di Yahwè. Per concludere, la predicazione profetica sembra considerare il culto di un solo dio, Yahwè, più come un bene inalienabile, da difendere contro le deviazioni, che come un nuovo valore da promuovere. Da allora, per quanto lontano testi ci permettano di risalire, serie indicazioni giuocano a favore di un antichissimo culto al «solo Yahwè».

Come definire questo culto? Monolatrico o monoteista? La formulazione del primo comandamento del Decalogo, che tutti gli ebrei e Cristiani considerano la pietra angolare della loro fede monoteista, è, in senso stretto, semplicemente monolatrico: questa proibizione esige in realtà il culto esclusivo di Yahwè, ma non professa la negazione degli altri dèi; anzi, ne suppone l'esistenza: «Non avrai altri dèi di fronte a me… Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai». E aggiunge: «Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso».

Questo qualificativo, che ci può sembrare strano, ci aiuta a comprendere la natura di questa monolatria. Il monoteismo biblico non è nato dalla riduzione della pluralità ad unità, come quello, ad esempio, del faraone egiziano, Amenophis IV / Akhenaton, che volle imporre ai suoi sudditi il culto unico del dio sole. Notiamo al proposito che questo sforzo di unificazione mostra il carattere un po’ caricaturale della polemica biblica contro gli idoli, come appare nel Deutero-Isaia o nel libro della Sapienza. I pagani adorano meno le pietre, gli alberi o gli animali che le forze della natura che vi si rendono presenti e che partecipano del divino. Ogni dio o dea è come un elemento della costellazione divina.
Così dunque, per Israele, la fede nel Dio unico non è il risultato di una riduzione del numero degli dèi. Il popolo di Dio procede in modo diverso rispetto ai popoli pagani perché è diversa la sua stessa concezione di Dio. Esso ha un senso così acuto della personalità del divino che non può ridurla ad una impersonale sacralità. Yahwè è sin dall'inizio unico per Israele prima di essere riconosciuto come l'unico Dio del mondo e dell'universo.

Un Dio geloso, ovvero l'alleanza eterna

Qui interviene la nozione di dio geloso. Non è un caso se le prime testimonianze si trovano tutte nell'immediato contesto del primo comandamento. La gelosia di dio è, bisogno ammetterlo, un tema molto diffuso nella mitologia greca, e già in quella ugaritica. Il termine è attestato anche nella letteratura hittita del II millennio a.C. Ma proprio il confronto è significativo. Mai, nella Bibbia, Yahwè è presentato come geloso degli altri dèi. Egli è geloso del suo popolo. Sarebbe più corretto tradurre «geloso» con «appassionato». Yahwè è un dio appassionatamente attaccato al suo popolo e questa gelosia-passione rientra nel contesto della particolare relazione che unisce Yahwè a Israele e che, in genere, si definisce col titolo di alleanza.

Essa si riferisce a un legame del tutto singolare e originale che struttura la comunità del popolo eletto. Esigendo nella suo gelosia l’esclusività dell'adorazione e dell'obbedienza, il Signore crea tra sé e Israele un universo religioso del tutto particolare in cui i partner s'impegnano in modo definitivo e irreversibile l'uno con l'altro: Yahwè è per Israele il solo Dio, come, per Yahwè, Israele è il solo popolo (Dt 32,10-12). Lentamente Israele comprenderà che questa collera divina che, in origine, contagia la gelosia divina, non è  che il rovescio di un mistero d'amore. Così lo celebrerà il Cantico dei cantici: «Perchè forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!» (8,6).

Non c'è qui più che semplice monolatria? Non si tratterebbe piuttosto di un «monoteismo pratico»: amiche se l'esistenza degli altri dèi non è citata, quale valore concreto rappresentano essi per Israele? Quale consistenza attribuire ad una divinità che non si adora? Impegnandosi nella storia e nel mondo a favore del suo popolo, Yahwè si mostra sempre più il Signore dei popoli e del cosmo, in sintesi dell'intero universo.

Questa esperienza religiosa unica troverà un'adeguata formulazione negli ultimi strati del Deuteronomio e nella predicazione del Deutero-Isaia: «Non sono forse io, il Signore? Fuori di me non c'è altro Dio; Dio giusto e salvatore non c'è fuori di me» (Is 45,21). Ovvero: «Ora vedete che io, io lo sono e nessun altro è dio accanto a me. Sono io che do la morte e faccio vivere; io percuoto e io guarisco e nessuno può liberare dalla mia mano. Alzo la mano verso il cielo e dico: Per la mia vita, per sempre» (Dt 32,39-40).

Bernard Renauld

Facoltà di Teologia Cattolica di Strasburgo

(tratto da Il mondo della Bibbia, n. 47)

 

Ultima modifica Domenica 28 Gennaio 2018 14:29
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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