Lunedì, 24 Novembre 2014
Sabato 19 Giugno 2004 12:16

21. La parola celebrata (Ildebrando Scicolone)

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Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha disposto che i tesori della Sacra Scrittura fossero più abbondantemente aperti e messi a disposizione dei fedeli nella celebrazione della liturgia, e non solo eucaristica.

Mentre prima si celebravano quasi tutti i sacramenti senza la liturgia della Parola, oggi questo non è più possibile Sì può avere una celebrazione della sola Parola, ma non una celebrazione del solo sacramento. È infatti la Parola di Dio che dà significato ai segni sacramentali.

Nella Celebrazione eucaristica, per la verità, non è mai mancata la Parola. Questo risale alla stessa "vigilia della sua Passione", quando Gesù fece la sua cena "pasquale" con i suoi discepoli Nella Cena pasquale ebraica, una parte importante aveva il "racconto" delle meraviglie operate da Dio al tempo dell'Esodo. Nel racconto del viaggio dei due discepoli verso Emmaus, ci dà una interpretazione del senso della Scrittura nella celebrazione. Gesù non legge le Scritture, ma aiuta a scoprire in esse la Sua Persona e la Sua missione: "spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui" (Lc 24, 27). Essi poi "lo riconobbero" (v. 31) nello spezzare il Pane, Di qui il rapporto stretto tra Parola e Cena eucaristica. Lo stesso Cristo, presente nelle Scritture, è presente nell'Eucaristia.

Per eseguire la decisione del Concilio, la riforma liturgica ha prodotto una serie di lezionari, sia per la messa che per le altre celebrazioni, seguendo i quali, nell'arco di due o tre anni, leggiamo quasi tutta la Scrittura. Certamente questo fatto è grande fonte di istruzione o formazione permanente del popolo cristiano. Ma, attenzione. Lo scopo della celebrazione non è l'istruzione. Ci sono altri tempi per far questo: l'evangelizzazione o la catechesi. Nella liturgia noi celebriamo il mistero di Cristo, in quanto lo rendiamo presente, perché noi ne veniamo a contatto, e "toccandolo" siamo salvati.

Nella liturgia non leggiamo un testo scritto, ma ascoltiamo una Parola viva, cioè Cristo stesso. La Parola non è nè letta, né proclamata, ma celebrata. È per questo che noi veneriamo il Libro (dei Vangeli): lo portiamo in processione, viene deposto sull'altare, da lì il diacono lo prende, mentre tutto il popolo in piedi acclama (con l'Alleluia) al Cristo-Parola-Sapienza, processionalmente in mezzo a due candelieri lo porta all'ambone, lo incensa, alla fine lo bacia o lo porta a baciare al Vescovo, che con esso benedice il popolo. Tutti questi segni di venerazione non sono indirizzati al libro in sé, ma ad esso in quanto li è presente Cristo Signore.

Nella liturgia della Parola, prima di ascoltare quello che Dio ci dice, sarà bene pensare che è Dio stesso che ci parla. Riflettiamo che leggere un discorso, per es. del Papa, sull'Osservatore Romano, è diverso dall'ascoltare direttamente il Papa mentre parla. Le parole sono le stesse, ma il contesto è molto differente. Dovremmo avere lo stesso atteggiamento che ebbe il re Giosia quando gli fu letto il libro della Legge che era stato trovato (cfr 2 Cr34, 21). S. Paolo, a sua volta, loderà i Tessalonicesi "perché - dice - avendo ricevuto da noi la parola divina della predicazione, l'avete accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio che opra in voi che credete" (1Ts 2, l3).

Elenchiamo semplicemente alcuni principi teologici della celebrazione della Parola:

  1. È già un "evento" il fatto che Dio ci parla. Le premesse al Lezionario (n. 3) dicono: "La stessa celebrazione liturgica, che si fonda e si appoggia alla Parola di Dio, diventa un nuovo evento".

  2. Il testo continua dicendo che il momento celebrativo "arricchisce la stessa Parola di nuova interpretazione ed efficacia". Sono parole dense e forti, da rileggere e meditare. La Parola di Dio risuona nell'assemblea, ed ogni volta provoca una nuova e più profonda conoscenza di essa, proprio perché si fa esperienza di quella forza ed efficacia. Altro è il leggere un testo della S. Scrittura, altro è ascoltare Dio che ti parla. L'uso poi che la liturgia fa della Scrittura è motivo di nuova interpretazione: e questa non è di questo o di quell'esegeta, ma della Chiesa che celebra. Porto un esempio tra i mille che si potrebbero portare. La liturgia accosta il brano evangelico dell'adultera al testo di Daniele, in cui si parla di Susanna. Le due situazioni sono diverse. Susanna è innocente, l'adultera è colta in flagrante adulterio. In comune ci sono i "vecchi" accusatori. Ambedue alla fine vengono assolti. Dall'accostamento che la liturgia fa, risulta che nell'AT vigeva la giustizia, per cui l'innocente è riconosciuta e i colpevoli sono condannati, mentre nel NT la colpevole è assolta, perché il NT è il tempo della misericordia.

  3. Nella eucarestia domenicale, la Chiesa legge tre brani: il primo dall'AT (tranne che nel Tempo pasquale, nel quale legge gli Atti degli Apostoli); il secondo dalle Lettere apostoliche e il terzo da uno dei Vangeli. Non mi fermo qui a vedere con quali criteri sono scelti i libri e i testi. Dico solo che sono tre brani, non sempre collegati da un unico tema (l'Apostolo si legge in forma continua, e quindi non armonizzabile con le altre due letture), che però vogliono sempre rendere presente tutta la storia della salvezza che ha il suo culmine e la sua chiave di volta nella Pasqua del Signore. Partendo, ogni domenica, da tre punti differenti, si vuole mostrare tutto il piano -salvifico di Dio. La Parola rende presente tutto il mistero (nel senso paolino). Questo stesso mistero, e nella sua globalità, viene reso presente nella celebrazione dell'eucaristia. Cosicché quello che la Parola annunzia, il sacramento lo realizza. Non si tratta di due misteri, ma dell'unico mistero presentato dalla Parola e dal sacramento.

  4. Cerniera tra queste due parti dell'unico atto liturgico è l'omelia. Essa non è una lezione, né una predica, ma "come l'annunzio delle meraviglie di Dio nella storia della salvezza, ossia nel mistero di Cristo" (SC 35,2; OLM 24). Il senso dell'omelia è mostrare quello che abbiamo detto, che cioè quella Parola che è risuonata ai nostri orecchi "si compie oggi" per noi (cfr Lc 4, 21).

  5. E che si compie, è attestato dal canto di comunione. Il Messale italiano ha come testo del canto di comunione uno o due versetti tratti dal Vangelo proclamato in quel giorno. Questo significa che nel momento della comunione, quel testo "si compie" per noi. Se, per es. nella seconda domenica di Pasqua, il Vangelo ha il dialogo di Gesù con Tommaso, l'antifona di comunione dice: "Accosta la tua mano, tocca il luogo dei chiodi... e non essere incredulo ma credente". Nel momento in cui l'assemblea canta queste parole, esse non sono più rivolte a Tommaso, ma a noi, che di fatto ci alziamo, accostiamo la mano (o la bocca) e tocchiamo (anzi addirittura mangiamo) il corpo glorioso di Cristo. La nostra reazione è quella di Tommaso? Lo si veda questo in ogni antifona di comunione delle domeniche.

  6. La celebrazione eucaristica è sostanzialmente sempre la stessa: ogni volta mangiamo lo stesso Pane, beviamo allo stesso calice, pronunciamo la stessa preghiera eucaristica. Quello che cambia è proprio la liturgia della Parola. È questa che ci fa vedere l'unica Pasqua nei suoi vari aspetti e nelle sue varie implicanze. La multiforme ricchezza ed efficacia della Pasqua è illustrata dalla varietà dei testi che vengono proclamati.

  7. Una tale esperienza della presenza dinamica del Signore risorto in mezzo a noi deve provocare una nostra risposta, che non può essere solo rituale, ma deve darsi con la vita. La Parola provoca la conversione, non solo per la forza intrinseca che essa possiede, ma per l'esperienza che di essa facciamo nella celebrazione. La morale cristiana non è separata dalla liturgia, ma scaturisce da essa: se abbiamo incontrato il Signore, se abbiamo "partecipato" alla sua morte e risurrezione, dobbiamo vivere da risorti, da uomini nuovi.

Ildebrando Scicolone

 

Ultima modifica Mercoledì 16 Novembre 2011 20:03