Sabato, 16 Dicembre 2017
Mercoledì 30 Aprile 2008 00:36

Sacramentum caritatis: qualche precisazione (Rinaldo Falsini)

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Le nostre liturgie



Sacramentum caritatis: qualche precisazione


di Rinaldo Falsini



Alcuni passi della recente esortazione apostolica di Benedetto XVI meritano chiarimenti teologici e liturgici.


Nella presentazione generale del documento ho accennato all’opportunità di alcune precisazioni e chiarimenti soprattutto per il lettore meno esperto nel linguaggio teologico-liturgico. Questa esigenza maturò fin dalla lettura dei Lineamenta per il Sinodo, a cominciare dal termine "eucaristia", del quale non viene data una spiegazione circa la varietà del suo significato lungo la storia fino ad oggi (cf Jesus 12/2005, pp. 10-12; Vita Pastorale 1/2006, pp. 54-55).



Non è questo il momento di aprire un discorso del genere, che Riccardo Barile, con l’apporto di tre collaboratori, ha saputo organizzare in un volumetto intitolato Discorso breve sull’eucaristia (Studio Domenicano 2007, Bologna), ma ritengo ugualmente utile una premessa.


Il termine "eucaristia". I documenti conciliari hanno favorito l’uso del termine "eucaristia" secondo la varietà dei suoi significati. Il primo e originario è costituito dalla preghiera eucaristica strettamente detta che inizia con l’esortazione del sacerdote: «Rendiamo grazie al Signore nostro Dio». Il secondo è l’intera celebrazione, detta appunto "celebrazione eucaristica", in quanto è tutta pervasa dall’atteggiamento di grazie. Il terzo (che sarebbe secondo in ordine di tempo) è costituito dai segni sacramentali di pane e di vino sui quali è stata pronunciata la preghiera di grazie, e che sono quindi "eucaristizzati" ovvero "consacrati". Anzi, in base al senso di "buona grazia" attribuito da Isidoro di Siviglia ad "eucaristia" (cf Barile R., op. cit., p. 142) divenne prevalente nel secondo millennio, suscitando uno sviluppo del culto eucaristico al di fuori della messa.


Quando si dice "eucaristia", ancora non pochi fedeli pensano soltanto all’ostia consacrata, anzi alla persona di Cristo stesso presente nell’ostia. Ma il rinnovamento conciliare, con la riflessione teologica e l’inserimento di tre nuove preghiere eucaristiche, ha rimesso al primo posto la preghiera eucaristica e di conseguenza la stessa celebrazione, di cui i doni di pane e vino sono il frutto.


Attorno a questo nome e al suo contenuto di fede esplicitato nella preghiera eucaristica (per ogni celebrazione nel "prefazio") si muove l’interesse teologico, liturgico, pastorale e spirituale sul mistero eucaristico, non più limitato al momento della "consacrazione": l’eucaristia non si riduce a un solo momento né ai doni di pane e vino santificati né tanto meno a un solo elemento identificato con la persona di Cristo. Nel nostro documento si riscontrano ovviamente i tre significati più supposti che esplicitati.


Mistero della fede (n. 6). Una precisazione inattesa ma doverosa, a scopo di chiarimento, analogo a quanto sopra rilevato, è richiesta per il n. 6 del documento. Con l’espressione "Mistero della fede" – si legge nel testo – «pronunciata immediatamente dopo le parole della consacrazione, il sacerdote proclama il mistero celebrato e manifesta il suo stupore di fronte alla conversione sostanziale del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore Gesù, una realtà che supera ogni comprensione umana. In effetti l’eucaristia è per eccellenza mistero della fede: è il compendio e la somma della nostra fede».


Nessun dubbio ovviamente per l’affermazione che l’eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1.327, ma l’attribuzione dell’espressione specifica o isolata alla conversione eucaristica manifestata dal sacerdote ci sembra inaccettabile.


La formula latina, un inciso che fu oggetto di dibattito – come ricorda Annibale Bugnini (La Riforma liturgica, Roma, 1983, p. 447) –, non possiede, tra i tanti che gli vengono attribuiti, questo significato. Potremmo riportare commenti di numerosi autori, ma scegliamo l’ultimo dell’amico Silvano Sirboni, pubblicato su Vita Pastorale 4/2007, p. 14.


Il motivo dell’inciso Mysterium fidei, collocato prima della riforma dopo le parole del Signore sul calice «Novi et aeterni Testamenti», che il sacerdote pronuncia a voce alta, dopo la genuflessione, è giustificato da Paolo VI nella costituzione apostolica Missale romanum con un’esplicita intenzione. Ecco il testo riportato dal citato documento nel Messale romano (Cei, 1983, p. XVI): «L’espressione Mysterium fidei, tolta dal contesto delle parole di Cristo Signore dette dal sacerdote, serve come introduzione all’acclamazione dei fedeli».


Ignorando completamente il riferimento alla conversione eucaristica e tacendo sul significato, ne precisa lo scopo spostando l’attenzione in avanti, e lo scopo è sollecitare i fedeli all’acclamazione: «Annunciamo la tua morte, ecc.».


L’espressione «mistero della fede» secondo Bernard Botte (L’ordinaire de la Messe, p. 81), presa dalla prima Lettera di san Paolo a Timoteo (3,9), è da intendere in senso paolino: l’eucaristia è mistero della fede poiché essa contiene e rivela tutta l’economia della salvezza. Invece l’acclamazione riassume l’anamnesi e l’offerta ovvero il mistero eucaristico (o pasquale) nei tre termini essenziali: la morte, la risurrezione e l’attesa della venuta. Per una più chiara spiegazione si legga la risposta di Sirboni sopra citata


Andate in pace o in missione (n. 51). Il n. 51 dell’esortazione è dedicato al congedo finale: «Infine», scrive il Papa, «vorrei soffermarmi su quanto i padri sinodali hanno detto circa il saluto di congedo al termine della celebrazione eucaristica. Nell’antichità Missa significava semplicemente "dimissione". L’espressione "dimissione" in realtà si trasforma, in "missione". Questo saluto esprime sinteticamente la natura missionaria della Chiesa. Pertanto è bene aiutare il popolo di Dio ad approfondire questa dimensione costitutiva della vita ecclesiale».


La proposizione sinodale n. 24 suggerisce di conferire al congedo finale della messa l’idea dell’invio in missione, fondandosi sul Catechismo della Chiesa Cattolica che al n. 1.232 attribuisce questo significato al termine messa. Ma – come ho documentato su Settimana 4/2006, p. 2 – l’ipotesi è priva di ogni fondamento. Di fatto è stata accantonata. Ma dopo lo studio specifico di Claudio Balzaretti ("Missa" studio di una secolare ricerca etimologica ancora aperta, Roma, 2002), due sono le ipotesi che raccolgono i maggiori consensi. La prima, difesa dal 1950 da Bernard Botte e al suo seguito dalla maggior parte degli studiosi, ritiene che la parola missio è un termine giuridico e militare equivalente a missione ma con il significato ben definito di dimissio, invio, congedo. La seconda riconosce nella parola Missa non un sostantivo ma un participio e, riferendosi alla prassi antica ricordata da san Giustino di mandare «l’eucaristia agli assenti», vede in questo termine il soggetto della forma verbale: l’eucaristia è stata mandata agli assenti. Nel convegno internazionale sulle traduzioni tenuto a Roma nel 1965 fu accennato al nostro caso, suggerendo il significato di "dimissio-congedo".


Rito dello scambio di pace (n. 49). Più delicato e impegnativo è il segno della pace al quale l’esortazione apostolica riserva il n. 49, rispondendo alla proposizione sinodale n. 23. Una pagina che raccoglie e approfondisce la proposta sinodale, la quale riconosce alcune difficoltà pratiche, specie prima della comunione, e arriva a proporre un altro momento della celebrazione. Il Papa suggerisce «la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio, in modo da limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino». Ma in nota aggiunge: «Tenendo conto delle consuetudini antiche e venerabili [...] ho chiesto ai competenti Dicasteri di studiare la possibilità di collocare lo scambio della pace in altro momento, ad esempio prima della presentazione dei doni all’altare».


Mi permetto di riportare da un intervento sull’argomento – pubblicato su Settimana 7/2006, p. 2 – che la pienezza di significato si deduce propriamente dalla sua attuale collocazione, come logico sviluppo del Padre nostro e come preparazione alla comunione eucaristica. È quanto risulta dalla sua origine nella liturgia romana e africana. Sono le due tradizioni che si distinguono da tutte le altre, che lo hanno celebrato dopo la liturgia della parola in base a Mt 5,23. Testimonianze di Tertulliano e di Agostino, con quella di Origene, confermano che ogni preghiera, in particolare il Padre nostro, mentre eleva verso Dio, si prolunga nel bacio al fratello: «Quale preghiera è completa senza il santo bacio?», si domanda Tertulliano (De Oratione 18,1). Chiedendo a Dio di perdonarci i peccati si è, per la verità e la coerenza, indotti alla riconciliazione con il fratello. Una cosa è certa: da quando Gregorio Magno collocò il Padre nostro dopo il canone romano, per quanto riguarda il segno di pace o il tradizionale abbraccio di pace dei ministri nella messa solenne e, di recente, il segno della pace, non si è mai avuta la minima esitazione circa l’eventuale collocazione del momento celebrativo dopo l’embolismo del Padre nostro. Ci sembra assai discutibile la proposta di spostamento.


Culto eucaristico (nn. 66-67). Presentando l’esortazione postsinodale ci siamo preoccupati di sottolineare l’ambito teologico e documentario «del cammino ecclesiale – come è scritto nel n. 66 – compiuto dopo il rinnovamento liturgico voluto dal concilio Vaticano II. Mentre la riforma muoveva i primi passi a volte l’intrinseco rapporto tra la santa Messa e l’adorazione del Santissimo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito». L’esortazione sviluppa un’ampia riflessione su questo rapporto, dopo aver dichiarato che «la celebrazione eucaristica è in se stessa il più grande atto di adorazione della Chiesa» (n. 66), rilevandone anzitutto il fondamento e quindi il prolungamento non soltanto personale ed ecclesiale ma anche quello missionario e raccomandandone infine la pratica a livello individuale e comunitario (n. 67).


La complessità dell’argomento non ci permette di proseguire, anche se restano altri aspetti ancora aperti, come quelli di tipo ecumenico e uno altamente positivo come il culto spirituale (nn. 70-71).


(da Vita Pastorale, 7, 2007)

Ultima modifica Giovedì 03 Settembre 2009 17:54
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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