Giovedì, 14 Dicembre 2017
Lunedì 09 Giugno 2008 22:49

Il valore pastorale del Messale di Paolo VI (Rinaldo Falsini)

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Il valore pastorale del Messale di Paolo VI


di Rinaldo Falsini



Chiariti i motivi di principio sull’uso dei due messali, passiamo ad analizzare i contenuti pastorali.


L’uso contemporaneo dei due messali, di Giovanni XXIII del 1952 e di Paolo VI del 1970, ci permette di cogliere senza difficoltà non solo la differenza, ma la caratteristica tipica, cioè il valore pastorale del Messale del Concilio. Una caratteristica che va ben oltre la lingua latina - evita cioè di fatto il problema del linguaggio della Chiesa cattolica -, ma coinvolge l’impianto strutturale e la finalità dello strumento di preghiera.



La nuova edizione del Messale, promulgato da Paolo VI a norma del concilio Vaticano Il nel 1970, è stato un avvenimento eccezionale che non ha riscontri nella storia, una svolta quasi radicale, a partire dallo stesso superamento del Messale plenario, contenente cioè tutte le parti e gli elementi della celebrazione: Libro dell’altare (detto oggi Messale, ma in antico Orazionale o Sacramentario), Libro del l letture o Lezionario (Libro per l’ambone) e Canto corale, cioè testi per i canti del coro e della stessa assemblea.


Ma a noi interessa mettere in rilievo, accanto al Messale e al Lezionario il suo valore pastorale, pur non separabile dalla grande ricchezza dottrinale (teologia del Vaticano Il), cioè come strumento adeguato per la piena e consapevole partecipazione al mistero eucaristico del popolo cristiano, a nutrimento della sua fede e della sua edificazione in corpo di Cristo. E’ sempre utile rendersi conto del patrimonio di fede e di preghiera: la sua conoscenza è il miglior antidoto contro tentazioni nostalgiche e per il suo diligente e intelligente uso. Il Messale rappresenta l’attuazione rituale dell’intento pastorale del Vaticano Il e l’espressione del nuovo volto assunto dalla Chiesa. Siamo su posizioni ben diverse da quelle del Messale di Pio V o del concilio di Trento: in quest’ultimo prevale non poco l’atteggiamento antiprotestante.


Due sono gli aspetti più visibili della riforma: il complesso rituale di fronte al quale i fedeli vengono a trovarsi (perché si trasformino da spettatori in partecipanti o meglio attori) e l’immagine “nuova della Chiesa” nella quale si sentono inseriti. La costituzione liturgica indica con chiarezza che i fedeli «non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, pienamente e attivamente» (Sacrosantcum Concilium 48).


Per questo occorrerà chiarezza rituale e facilità di partecipazione: quello che purtroppo il vecchio rito non prevedeva, anzi non permetteva nemmeno una conveniente revisione.


La riforma del Messale ha dovuto obbedire a queste esigenze per il bene spirituale dei fedeli. Poiché essa riguarda la Chiesa intera (direttamente quella che si raccoglie intorno all’altare e che prende il nome di assemblea), tiene conto di questa nuova immagine di Chiesa che è oggetto di analisi esplicita di ben cinque documenti conciliari. Tra questi spiccano Sacrosanctum concilium (momento liturgico), Lumen gentium (struttura dogmatica), Dei verbum (parola di Dio).


Così la Chiesa è considerata in sé stessa quale popolo di Dio, distinto in gerarchia e laicato, in ascolto della parola di Dio, riunita in assemblea per fare memoria della Pasqua del suo Signore, in rapporto con le altre Chiese, aperta al mondo. Una Chiesa non “gerarcologica” ma comunionale, non giuridica ma sacramentale ed eucaristica, non autoritaria ma ministeriale, non padrona della verità e della Parola ma in ricerca e in ascolto; una Chiesa in dialogo con Dio e con tutta l’umanità, di ogni fede e razza; una Chiesa santa e pur bisognosa di riforme, di alimentare la sua fede alla Parola e il vissuto in unità partecipando alla mensa eucaristica.


Un raffronto fra i due messali è illuminante. Il vecchio Messale iniziava così: «Il sacerdote preparato quando si avvicina all’altare, fatta la riverenza, si fa il segno della croce». Il Messale del Vaticano Il: «Quando il popolo è riunito, il sacerdote assieme ai ministri si muove verso l’altare». La differenza è quasi abissale: là è la sola persona del sacerdote che domina, qui invece in primo piano è l’assemblea del popolo cristiano che segue la figura del sacerdote come presidente. La figura presidenziale dice il rapporto diretto con i fedeli, mentre quello sacrale e sacerdotale dice primo riferimento a Dio.


Significativa è la posizione logistica: nel vecchio Messale al centro vi è l’altare, nel nuovo i due poli di attenzione sono la mensa della Parola (ambone) e la mensa del corpo di Cristo (altare), orientati verso l’assemblea nella navata, cui sta di fronte nella propria sede il presidente sacerdote.


I vari ministeri non sono assommati come nel vecchio Messale nella persona del sacerdote, ma sono distribuiti a seconda delle varie funzioni, cominciando dal sacerdote che a nome di Cristo presiede l’intera assemblea. Poi incontriamo il lettore, l’accolito, il commentatore, il cantore o i cantori, ecc. Appare così una Chiesa ministeriale dotata di carismi, senza emarginazione della donna, alla quale è consentita la lettura dall’ambone e pure la distribuzione della comunione assieme ad altri in modo provvisorio o in casi di particolare affollamento della comunione al calice.


Una Chiesa riunita in assemblea, vera e autentica, in comunione con il vescovo responsabile della Chiesa locale e con il Papa responsabile della Chiesa universale, qui radunata e in pari tempo diffusa in tutto il mondo. Non possiamo dimenticare che accanto alla varietà dei ministeri compresi i libri rispettivi, abbiamo soprattutto la quantità dei testi e il recupero di alcuni libri. Si è passati da alcune orazioni al doppio del numero precedente, da una decina di prefazi a un centinaio, da una a quattro preghiere eucaristiche (senza indicare altre possibilità), da 160 letture bibliche ad oltre 600 nello spazio di tre anni (A, B, C), dalla quasi assenza dell’Antico Testamento alla lettura dei principali brani.


Non va dimenticato il valore dell’omelia, della preghiera universale per i fedeli in ogni domenica. Per i riti di comunione, l’adesione esplicita di fede con l’Amen nel ricevere il corpo di Cristo in piedi, e in mano, la restaurata comunione al calice che risponda all’invito del Signore.


Non entriamo in altri dettagli; ci preme piuttosto richiamare alcuni valori educativi o frutti della celebrazione: il recupero del silenzio in vari momenti, la preghiera strettamente personale, il senso fraterno che si instaura con tutti i presenti. Ogni celebrazione è un’esperienza sempre nuova di fede verso Dio e di amore verso i fratelli.


(da Vita Pastorale, dicembre 2007)

Ultima modifica Giovedì 03 Settembre 2009 17:53
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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