Lunedì, 21 Agosto 2017
Domenica 29 Maggio 2011 18:21

I riti di conclusione (Gianni Cavagnoli)

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Celebrare e presiedere l'eucaristia. Rispetto ai riti iniziali, sovrabbondanti, quelli che concludono la celebrazione si presentano alquanto striminziti.

I riti di conclusione

di Gianni Cavagnoli

Rispetto ai riti iniziali, sovrabbondanti, quelli che concludono la celebrazione si presentano alquanto striminziti. Va anzitutto rilevato che il legame con quanto precede è garantito dalla orazione dopo la comunione. Questa spazia verso la definitività, proiettando l'eucaristia nella direzione del suo compimento, cioè il banchetto finale delle nozze dell'Agnello (cf Ap 19,9), a cui tutti siamo già invitati a partecipare mediante il pegno della comunione sacramentale; o verso la missione della Chiesa nel mondo, chiedendo a Dio, ad esempio, che la redenzione operata da questi misteri trasformi tutta la nostra vita.

Ma, a parte questa relazione con ciò che precede immediatamente, i veri e propri riti di conclusione presentano simile scansione: gli avvisi, o "brevi" comunicazioni al popolo. L'aggettivo che li qualifica e l'inciso che viene aggiunto («quando sono necessari»: OG-MR 90) delimitano molto il valore di questo elemento rituale, prettamente pratico. E siccome è noto che, specialmente se non sono scritti, cadono facilmente nell'oblio, è bene attenersi al rigore della lettera.

Purtroppo le esagerazioni sono innumerevoli, così da costituire spesso una specie di seconda omelia, soprattutto là dove il responsabile della comunità interviene a questo punto per sopperire a chi ha presieduto la celebrazione. Ogni pia esortazione risulta inutile: la verbosità, che si ritiene dovrebbe veicolare la forza della convinzione, è saldamente incarnata nei presbiteri, giovani o attempati che siano. Un semplice richiamo, a flash, sarebbe più che sufficiente e proficuo da tutti i versanti. Oggi poi il supporto grafico è quanto mai provvidenziale e irrinunciabile per raggiungere lo scopo.

Il saluto e la benedizione di chi presiede costituiscono l'altro elemento portante. A tal proposito, per conferire consistenza concreta alla benedizione vera e propria, il Messale viene in soccorso sia con le orazioni sul popolo, sia con le cosiddette benedizioni "solenni".

Le prime assolvono, seppur genericamente. Seppur genericamente,quanto si è già affermato per l'orazione dopo la comunione. protende alla testimonianza cristiana. In una. ad esempio, si chiede che il popolo viva «del dono che ha ricevuto nei santi misteri». Le seconde, invece, sono in sintonia con il contenuto specifico della celebrazione e riassumono in forma di augurio, in differente scansione numerica, alcuni aspetti del mistero celebrato. Al riguardo si potrebbe solo aggiungere l'auspicio che, almeno nelle liturgie festive, si prevedano sempre queste benedizioni di Dio sul popolo, chiamato a diventare testimone a tutto campo dell'evento che ha condiviso. E, onestamente, non sarebbe impossibile pervenire a tale meta.

La benedizione vera e propria andrebbe ricevuta inchinati, secondo l'invito del diacono, e contempla che, in sincronia con l'augurio («Vi benedica Dio onnipotente ... »), si tracci il segno di croce. Il "vi benedica" risulta di per sé totalizzante, nella visione biblica del bene-dire, abbracciando tanto il movimento ascendente, quanto quello discendente. Non manca invece chi, per eccesso di zelo, vi aggiunge una sequenza di altri verbi, del tutto superflui e ridondanti: «Vi accompagni, vi guidi, vi illumini, vi protegga ... ». E via di seguito.

Il segno di croce, poi, sta a indicare da dove scaturisce ogni benedizione: dal Cristo, crocifisso e risorto, rivelatore dell'amore del Padre nella forza dello Spirito Santo, che sigilla la continuità di tale opera (cf Ef 1,3-14). Davvero l'esultanza paolina: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14) è racchiusa nel segno della croce, potenza e sapienza di Dio (cf 1Cor 1,24). Da qui scaturisce la missione della Chiesa, alla quale si viene sollecitati dalla volontà stessa di Cristo: «Andate!» (Mt 28,19). Imperativo arricchito poi con le più svariate circonlocuzioni, che i diaconi sanno coniare.

Risulta logico che, se segue un'altra modalità di conclusione della celebrazione, come nel caso del commiato di un defunto nelle Esequie, si debba rispettare il dettato rubricale, che prevede l'omissione di questi riti, cioè il saluto, la benedizione e il congedo (cf OGMR 170). Per molti presbiteri queste risultano ancora parole sprecate, in quanto ostinatamente si aggrappano alle più fantasiose soluzioni, fino a suscitare il ridicolo, in alcuni frangenti. A questo punto, riuscire a farli desistere da quest'opera maldestra diventerebbe una vera"benedizione"!

(da Vita Pastorale, n. 10, anno 2010)

Ultima modifica Lunedì 15 Aprile 2013 12:51
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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