Domenica, 24 Marzo 2019
Domenica 10 Marzo 2019 21:50

Evento e rito (Giorgio Bonaccorso) In evidenza

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Alla base della prospettiva cristiana sta il gioco tra l'attesa e la promessa: l'attesa di un futuro che è sempre la libera, imprevedibile azione di Dio, e la promessa che tale imprevedibilità è segnata dalla misericordia e dalla pace. Il rito coniuga questi due atteggiamenti.

Il libro classico del Taoismo, che ha al centro la dottrina del Tao (= Via), presenta un testo inquietante riguardo al rito. Esso recita: «Smarrita la Via, viene la virtù. Perduta la virtù, c'è la carità. Sparita la carità, ecco la giustizia. Svanita la giustizia, si ricorre al rito. Il rito è solo parvenza di sincerità e di fede, l'inizio del disordine» (1). In polemica col Confucianesimo e con le forme eccessivamente istituzionalizzate dell'esistenza, impegnate in regole e riti, il Taoismo rievoca l'antica spontaneità del saggio, lontana dal complicato mondo delle azioni (e dei desideri). Vi è in ciò qualcosa di sorprendentemente vicino alla sensibilità di molti contemporanei che rifuggono da un'esperienza religiosa incanalata nei meandri di riti fatti prevalentemente di regole e di prescrizioni (2). Di fronte a tale situazione occorre riconsiderare la natura del rito e la sua relazione con gli eventi storici: tanto con gli eventi della vita quotidiana, quanto con gli eventi fondanti della fede cristiana. La liturgia, infatti, è un'azione simbolico-rituale che intercetta entrambi i tipi di eventi. Sarà utile, quindi, esaminare anzitutto questi tipi e le loro relazioni reciproche, per poi tentare di capire quale ruolo vi svolga il rito.

1. Gli eventi storici e l'evento fondante

Vorrei prendere le mosse da una semplice considerazione che riguarda il rapporto tra il tempo e l'identità. La tesi è: ciò che non ha identità non ha tempo. Le particelle elementari subatomiche, come spiegano gli esperti, non hanno identità e quindi non hanno un tempo come lo abbiamo noi, ossia un tempo irreversibile. Esse «non invecchiano. Per invecchiare occorre avere un'identità»(3): un'identità che si muove dal passato al futuro. Nel caso dell'uomo, il tempo si configura anzitutto come il susseguirsi di eventi più o meno rilevanti che costellano la sua vita. Quando dico 'la sua vita', però, presuppongo una qualche identità che garantisce una continuità, una componente costante. Diversamente tutto si riduce a un divenire senza orientamento e senza senso. Il problema dell'identità è anzitutto quello di orientarsi nel variegato scorrere del tempo e della storia. La cultura giudeo-cristiana ha, per così dire, risolto il problema individuando alcuni eventi nei quali è riconosciuta la capacità di orientare e di dare senso a tutta la storia. Nel cristianesimo, la Pasqua di Gesù Cristo, è l'evento fondante che orienta tutti gli eventi della storia.
La questione che rimane aperta riguarda quello che potremmo chiamare il terzo polo, ossia le persone e i gruppi che di generazione in generazione devono vivere la connessione tra l'evento fondante e gli altri eventi storici. Qui emerge la nozione di tradizione, con la quale, appunto di generazione in generazione e di comunità in comunità, viene consegnato l'evento fondante come dono prezioso per conservare il senso della storia. In tale consegna, il ruolo principale sembra quello svolto dalle Sacre Scritture, nelle quali è narrato quell'evento centrale della storia che è la Pasqua di Cristo. Leggendo la Bibbia, i singoli e i gruppi vengono a conoscenza dell'ampia vicenda storica dell'antico e del nuovo popolo dell'alleanza, e del ruolo che in quella vicenda svolge la Pasqua ebraica e soprattutto l'evento della morte-risurrezione di Gesù. In questa prospettiva, la tradizione si identifica con una consegna prevalentemente intellettuale, conoscitiva. La prassi liturgica, conservata dalla chiesa, sta a indicare che questa via, per quanto importante, non è sufficiente.

2. La tradizione e la liturgia: l' evento come rito

Il punto essenziale è che la tradizione non si può ridurre alla trasmissione di dottrine (4). Non si può, infatti, dimenticare che col termine 'tradizione' si intende anzitutto l'atto del 'consegnare', ossia l'atto con cui una comunità credente consegna il proprio patrimonio culturale e religioso ai nuovi adepti, l'atto con cui il passato consegna qualcosa di molto prezioso al presente. In questo orizzonte la tradizione si coniuga col rito in cui avviene tale consegna. In altri termini, se la tradizione è il luogo in cui viene conservato quell'evento fondante che illumina tutti gli eventi della storia, la forma di quel luogo è anzitutto l'azione simbolico-rituale: un'azione, cioè, che è il simbolo nel quale è presente l'evento fondante, e quindi il senso di tutti gli eventi della storia. È bene non smarrire le caratteristiche di quella forma in ordine alla sto- ria, ossia del rito in ordine all'evento (5).
In primo luogo, il rito presenta una struttura che, in qualche modo, interrompe il divenire ordinario del tempo e della storia. Il rito è un'azione che interrompe lo scorrere degli altri eventi. Potremmo dire che il rito è un evento sospeso tra i tempi della vita quotidiana. In tal modo esso opera attualmente nel vissuto delle persone e delle comunità, fornendo loro una possibilità, un'alternativa all'ovvietà dell'esistenza di tutti i giorni. Ciò costituisce già un appello a qualcosa di trascendente, ossia a situazioni ed esperienze che trascendono la vita ordinaria, rischiosamente chiusa nella propria immanenza. A questo punto interviene una seconda componente decisiva, ossia il coinvolgimento simbolico dell' evento fondante, che nel caso del cristianesimo è la Pasqua di Gesù. L'apertura a situazioni ed esperienze che trascendono la vita ordinaria, assume un'identità, un nome, un volto. Il rito, che dal punto di vista strutturale predispone alla trascendenza, dal punto di vista dei contenuti simbolici dà un nome a tale trascendenza, il nome proprio di Gesù Cristo e dell'evento che, più di ogni altro, lo caratterizza, ossia la morte-risurrezione.
La saggezza del rito sta in questa stretta relazione tra struttura e contenuto, tra comportamento già in se stesso significativo (l'interruzione del quotidiano) e rimando a ciò che è avvenuto per dare senso alla storia (Pasqua di Cristo). Ho detto «che è avvenuto», ma sarebbe più esatto dire «che è avvenuto e che avverrà». L'evento in questione, infatti, dice un inizio ma anche un compimento: proprio perché muove tra l'inizio e il compimento esso svela il senso della storia. Sappiamo che nel cristianesimo l'inizio, l'origine, il principio, da una parte, e il compimento, il termine, il fine della storia, dall'altra parte, sono strettamente connessi: tutta la storia della salvezza si muove tra il 'principio' (arché) e la 'realizzazione' (éschathon). Da ciò consegue che il presente della vita ecclesiale è al crocevia tra questi due poli. La celebrazione liturgica consente alla comunità cristiana di vivere questo crocevia, attraverso quei due suoi aspetti centrali che sono la memoria e l'anticipazione.

3. Il rito come evento della memoria

In un'epoca segnata dall'indebolimento delle grandi tradizioni e dalla frammentazione della memoria (6), la comunità cristiana non si limita a insegnare la storia antica e a predicare una dottrina sulla storia. Sarebbe un grave rischio se essa si limitasse a questo compito, perché cadrebbe nell'illusione che il 'senso della storia' dipenda da quanto si 'conosce del passato'. Non basta sapere ciò che è avvenuto, non basta neppure scrutare tutte le fonti che riguardano Gesù Cristo e la sua vita: occorre incontrare, 'oggi', quella storia, quel passato, quella vita. In altri termini, la questione non è solo di 'sapere il passato' ma del 'potere del passato', ossia del potere del passato di incidere sul presente in modo significativo. Nell'ordine del 'sapere' è soprattutto il presente che, con le sue categorie interpretative, condiziona il passato: vedo il passato con gli occhi del presente. Nell'ordine del 'potere' avviene o può avvenire che sia anzitutto il passato che incide sul presente svelandogli un senso che non viene solo dal conoscere ma dall'esserci (7).

Il duplice atteggiamento segnalato sopra esibisce due modi di intendere la 'storia' che sono due modi della memoria: per un verso, la storia è memoria nel senso che è 'ricordo del passato' da parte del presente di coloro che vivono dopo quel passato; per un altro verso la storia è memoria nel senso che è 'costruzione del presente' da parte di coloro che sono vissuti nel passato. Vi è un gioco tra 'sapere' e 'potere': la storia è il 'sapere' del passato da parte del presente, ma anche il 'potere' del passato sul presente. Queste due prospettive possono essere lette anche alla luce della relazione tra il conoscere e l'agire: la prospettiva, o il sapere della storia, appartiene al conoscere, mentre l'efficacia, o potere della storia, appartiene all'agire. Qui emerge il valore strategico del rito, che inserisce la trama narrativa del mito in un contesto caratterizzato dall'agire religioso. Se il mito, preso isolatamente, racconta le origini su cui si fondano le credenze e i simboli religiosi di un popolo, il rito, comprensivo del mito, rende attive e presenti quelle credenze e quei simboli, ossia 'fa' ciò in cui si crede: il rito è efficace, ossia appartiene all'ordine del potere: in tal modo il passato è efficace sul presente.

In sintesi potremmo dire che il rito è una 'memoria attiva': esso non si limita a ricordare un evento, ma è l'evento della memoria, o la memoria come evento. Gesù Cristo non è solo saputo come evento del passato ma anche e soprattutto sperimentato come evento del presente. Nella coscienza profonda, anche se non sempre riflessa, di chi celebra un rito, il sapere e il potere entrano in un circolo molto stretto: l'agire svela già un senso e il senso si realizza nell'agire. Se nel sacramento si realizza ciò che si dice, è a causa di quella condensazione della storia, a causa di quella condensazione di potere e sapere, di passato e presente, che è tipica del rito.

4. Il rito come evento dell'anticipazione   

La dimensione escatologica è intrinseca alla fede cristiana per la quale il 'futuro' è l'avvento di Dio, il ritorno glorioso di Cristo, il compimento della vita dell'umanità. Ma il futuro svolge un ruolo decisivo anche nelle altre religioni e nell'esistenza umana in genere. li motivo ultimo di quel ruolo è costituito dal fatto che il presente ha un rapporto stretto non solo col passato, nella forma della memoria, ma anche col futuro nella forma dell'anticipazione. Per un verso, infatti, gli uomini, a partire dalla loro situazione presente, cercano di prevedere cosa potrà avvenire in futuro; per un altro verso essi sono condizionati nella loro vita presente dal fatto che si devono preparare ad affrontare il futuro sia per i possibili imprevisti sia per ciò che prima o poi accadrà inevitabilmente (soprattutto la morte). In altri termini, la storia è anticipazione del futuro in un duplice senso: nel senso che è 'previsione del futuro' da parte del presente, e nel senso che è 'costruzione del presente' da parte del futuro.
Come ognuno può intuire, anche in questo caso abbiamo il gioco tra sapere e potere: il futuro è il sapere che ne ha il presente, ma anche il potere che esercita sul presente. In entrambi i casi emerge un punto nodale: il futuro è il tempo delle possibilità, e, quindi, del rischio (8). Questo è anzitutto il suo potere. Com'è stato osservato, il potere del futuro è il 'rischio'. È proprio per questo suo aspetto, ossia il rischio, che il futuro è rilevante anche per quelle religioni che sembrano meno sensibili o del tutto sprovviste della dimensione escatologica nel senso cristiano del termine. Molte mitologie narrano le origini del mondo come passaggio dal caos al cosmo, dal disordine iniziale all'ordine attuale; in quelle narrazione, però, è sotteso il timore che il caos e il disordine tornino, disgregando tanto la realtà cosmica quanto la vita sociale. I miti cosmogonici, descrivendo gli inizi, non sono solo decifrazioni del passato ma anche implicite risposte ai rischi del futuro. Ciò però non è sufficiente, perché il futuro e il disordine che esso rischia di provocare sono mediati dall'azione. Qui interviene nuovamente il rito che si muove tra ordine e disordine.
Il rito è un insieme di azioni 'ordinate' in modo del tutto 'originale' rispetto agli altri comportamenti umani della vita  quotidiana (9). Col rito l'uomo religioso prende le mosse dalle azioni quotidiane e le scombina riordinandole in modo diverso da quello consueto: l'originalità del rito sta nel fatto che esso si presenta secondo un 'ordine' che rispetto ai comportamenti consueti del vivere sociale appare come un 'disordine'. L"ordine non consueto' del rito consente al medesimo di coniugare il rischio del futuro con la sicurezza del passato, il caos e il disordine che mantengono la possibilità del futuro, col cosmo e l'ordine che impediscono al futuro di provocare angoscia e disgregazione. In ambito cristiano, particolarmente sensibile alla dimensione escatologica, questa dinamica si accentua. La liturgia cristiana è un'azione che vive il futuro con particolare intensità: come l'anticipazione del futuro che si compirà nella seconda venuta di Cristo.
Alla base della prospettiva cristiana sta il gioco tra l'attesa e la promessa: l'attesa di un futuro che è sempre la libera, imprevedibile azione di Dio, e la promessa che tale imprevedibilità è segnata dalla misericordia e dalla pace. Il rito coniuga questi due atteggiamenti: è l'anticipazione dell'evento escatologico perché è esso stesso evento che nella lode e nell'invocazione realizza l'incontro col Cristo glorioso. Questo è il potere del futuro sul presente: il potere di essere 'presente nel presente' grazie a un'anticipazione che passa attraverso le trame non solo del pensiero ma anche e soprattutto dell'azione. L'azione rituale diventa così lo spazio dell'azione del futuro sul presente, del compimento sull'incerto, della speranza del Regno sulla paura del rischio.

Giorgio Bonaccorso

Note

1) LAO-TZÛ, La Regola Celeste. Il libro del Tao, 38, Rizzoli, Milano 2004, 58.

2) Una sensibilità intuita un secolo fa da William James. Si veda W. JAMES, Le varie forme dell'esperienza religiosa. Uno studio sulla natura umana, Morcelliana, Brescia 1998. Riguardo alla nuova situazione della religione si vedano, emblematicamente, un saggio ormai classico e un dibattito recente: T. LUCKMANN, La religione invisibile, Il Mulino, Bologna 1976; R. RORTY - G. VATTIMO, Il futuro della religione. Solidarietà, carità, ironia, Garzanti, Milano 2005.

3) E. BONICELLI, Tempo delle cose, tempo della vita, tempo dell' anima, Laterza, Roma - Bari 2003, p. 59.

4) Sempre utile la lettura di Y. CONGAR, La tradizione e le tradizioni, 2 voll., Paoline, Roma 1964-1965; cfr. anche L.-M. CHAUVET, La notion de «tradition», in La Maison-Dieu 45 (2/1989) pp. 7-46.

5) Per alcune delle riflessioni che seguono cfr. G. BONACCORSO, La liturgia e la fede. La teologia e l'antropologia del rito, Messaggero - Abbazia di S. Giustina, Padova 2005, pp. 189-233.

6) Cfr. R. GUOLO (ed.), Il paradosso della tradizione. Religioni e modernità, Guerini e Associati, Milano 1996; D. HERVIEU-LÉGER, Religione e memoria, Il Mulino, Bologna 1996, pp. 197-201.

7) Il valore costitutivo che il passato esercita nei confronti del presente è una delle tematiche centrali di H.G. GADAMER, Verità e metodo, Bompiani, Milano 19874, in particolare pp. 350-357. Cfr. anche R. NIEBUHR, Fede e storia. Studio comparato della concezione cristiana e della concezione moderna della storia, Il Mulino, Bologna 1966, pp. 29s.

8) Cfr. I. SANNA, Fede, scienza e fine del mondo. Come sperare oggi, Queriniana, Brescia 1996, p. 7.
 
9) Cfr. R FIRTH, I simboli e le mode, Laterza, Bari 1977, p. 160.

(tratto da Rivista di Pastorale Liturgica, n. 252, p. 23)

 

Ultima modifica Domenica 10 Marzo 2019 22:17
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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