Martedì, 26 Settembre 2017
Mariologia
Mariologia

Mariologia (76)

«Nato da donna, nato sotto la legge» (Gal 4,4)


Favola o «mistero»?


di Paolo Farinella, biblista


C'ERA UNA VOLTA...


Tutto è già pronto sul tavolo dei pubblicitari per celebrare il natale (...): panettoni, alcool, telefonini, babbi-natale, luminarie, zampogne e poi chi più superfluo ha più superfluo metta!... E intanto quel bimbo, occasione di tanto scialo, continua a morire di fame, freddo, sete in tutto il mondo.

Lunedì 01 Dicembre 2008 23:30

Mistero e stupore (Jean Paul Sartre)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Mistero e stupore

di Jean Paul Sartre







 

“La vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo volto è uno stupore ansioso che è comparso una volta soltanto su un viso umano. Perché il Cristo è suo figlio, carne della sua carne e sangue delle sue viscere.

L’ha portato in grembo per nove mesi, gli offrì il seno, e il suo latte diventerà sangue di Dio.

Qualche volta la tentazione è così forte da farle dimenticare che è Dio. Lo stringe tra le braccia e dice: “bambino mio”.

Ma altri momenti rimane interdetta e pensa: “lì c’è Dio”.

E viene presa da un religioso orrore per quel Dio muto, per quel bambino che incute timore. Tutte le madri in qualche momento si sono arrestate così di fronte a quel frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino, sentendosi in esilio davanti a quella vita nuova che è stata fatta con la loro vita e che è abitata da pensieri estranei.

Ma nessun bambino è stato strappato più crudelmente e più rapidamente di questo da sua madre, perché è Dio e supera in tutti i modi ciò che essa può immaginare....

Ma penso che ci siano anche altri momenti, fuggevoli e veloci, in cui essa avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è mia carne. È fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la forma della mia, mi assomiglia. È Dio che mi assomiglia”.

Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola, un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che ride.

È uno di questi momenti che dipingerei, se fossi pittore, Maria.
Lunedì 01 Dicembre 2008 23:22

Gesù e sua madre

Pubblicato da Fausto Ferrari

Gesù e sua madre



Regina coeli, laetare, alleluja!
Quia quem meruisti portare, alleluja!
Resurrexit sicut dixit, alleluja!
PIETRO DI CRAON - Non alla pietra tocca
fissare il suo posto,  ma al
Maestro dell’Opera che l’ha scelta.



Paul Claudel (L’annuncio a Maria)




Il Padre. Il Maestro dell’Opera è Lui, Dio Padre. Da Lui dobbiamo prendere le mosse per cercare di entrare nel mistero di Gesù e di sua madre.


Anche se il termine «padre» tende a renderci Dio più familiare, Egli rimane comunque l’Ineffabile. Ineffabile non vuol dire lontano, inaccessibile. Vuol dire indicibile con le nostre povere parole umane. E’ per questo che le immagini di Dio sono molte. Ognuno di noi tende addirittura a crearsi una propria immagine di Dio, quando non più d’una. E queste immagini corrispondono spesso, in realtà, ai nostri stati d’animo, mutevoli e contraddittori: gioia e dolore, paura e coraggio, depressione ed euforia...


Indipendentemente dall’adesione o meno ad una delle numerose religioni storiche, con questo Dio - proiezione dei nostri sentimenti più profondi (e anch’essi, talora, indicibili) - si crea una relazione intima, frutto di quel bisogno religioso che è universale, com’è universale la ricerca di un senso al nostro esistere. Un Dio «personale», dunque, è l’autentica novità della nostra fede. Di qui la domanda: quale relazione si instaura con questo Dio?


Proprio perché «le nuove forme di religiosità che si stanno sviluppando da alcuni anni insistono sulla sensibilità e sulle emozioni provate nella relazione con Dio», 1 lo psicologo Tony Anatrella avanza a questo riguardo un’ipotesi interessante. Il modello della relazione con il Trascendente sta assumendo oggi la forma (peraltro non inedita nell’esperienza dell’Occidente) del prevalere dell’irrazionale sul razionale, delle emozioni sulla ragione. Ne costituirebbero la prova un certo bisogno di fusione col divino, la sete miracolistica, una ricerca di esiti taumaturgici, il rifiorire di nuove apparizioni, di presunte quanto improbabili «lacrimazioni» di immagini mariane, in sostanza tutte quelle tendenze magiche che si manifestano con sempre maggior frequenza in questa nostra società pur così secolarizzata. Questo modello religioso, sostiene Anatrella, può essere definito «a struttura simbolica materna», in quanto frutto di una insoddisfazione affettiva, e dunque di tipo regressivo e narcisistico, collegato cioè con quel sentimento di onnipotenza che il bambino sperimenta nei primi mesi di vita nei confronti della madre, un rapporto fusionale senza differenziazione. E’ ovvio che il sentimento di questa unità indistinta verrà. presto perduta da parte del bambino proprio quando questi si accorgerà (nella fase «edipica» dello sviluppo infantile) della presenza di un «terzo», il padre, nel rapporto con la madre. Un padre che «spezza» quella relazione diadica, primaria che il bambino vive con la madre stessa, nutrice ed unico bene, e che contribuirà a riportare la relazione da un modello «fusionale» ad un modello di «alterità», perché solo con un «altro» si può intrattenere una relazione. Resta il fatto che un certo modello di esperienza «religiosa» potrebbe sostanziare la nostalgia di un’unità perduta: una religiosità appunto a «struttura simbolica materna», emozionale ed ipersensibilmente affettiva.


Non è questa l’esperienza di Dio della tradizione ebraico-cristiana. Il Dio della rivelazione biblica, il Dio di Gesù Cristo, il Dio di Miryam, figlia di Sion, madre di Gesù,2 il Dio «in tre persone», che è un modo per dire il Dio della relazione e dello scambio, è invece un Dio «a struttura simbolica paterna». Egli si rivela nella storia, educa il suo popolo, attraverso la sua parola entra in comunicazione diretta e reale - come direbbe Lévinas, attraverso il «faccia a faccia» dei volti - con uomini e donne reali, da parte dei quali questa parola richiede attenzione, ascolto, e diventa supremo compito etico.


Il Dio guaritore, sciamano, terapeuta, non è il Dio salvatore e liberatore della tradizione biblica: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido (...). Sono sceso per liberarlo dalla mano dell‘Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele... » (Es 3,7-8). «Sono sceso per liberarlo...»: è ben altra cosa questo progetto di dimensione cosmica dalle egoistiche pretese miracolistiche che spesso accampiamo nei confronti della Divinità. Solo con questo Dio, liberatore e salvatore, si può procedere alla conoscenza di Maria e di Gesù.



Eccomi! (Lc 1,38).
Stava presso la croce di Gesù sua madre (Gv 19,25).



Maria, figlia di Sion, madre di Gesù.


E’ possibile comprendere la psicologia del profondo di una persona solo situandola all’interno della comunità in cui vive. Così è per Maria. Essa infatti è figlia autentica di quel popolo d’Israele che Dio ha plasmato, con una lunga e paziente opera educativa, e con il quale ha stabilito la sua Alleanza.


In quest’opera di liberazione (ogni vera opera educativa è sempre liberante) Dio ha mostrato contemporaneamente il suo volto paterno e materno: guida, come dovrebbe essere ogni padre, punto costante di riferimento o, direbbero gli psicologi, di identificazione («Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo»: Lv 19,2) e, nel contempo, «madre» di misericordia perché «la "misericordia" di cui parlano le Scritture ha sfumature femminili, materne: è impastata di tenerezza, bontà, pazienza, comprensione... L’etimologia stessa del termine è indicativa. Infatti uno dei vocaboli ebraici dell’Antico Testamento usato per definire la misericordia di Dio è il termine rachamîn, plurale della radice réchem, che significa il "grembo materno"».3


Maria è cresciuta in questo contesto religioso. Una parola di Dio ascoltata con apprensivo stupore, ma con coraggio, le ha consentito di inserirsi responsabilmente in quel progetto di liberazione annunciato. Le madonne che piangono lacrime di sangue non rientrano nell’immagine che di Maria ci consegnano le Scritture. La sua immagine vera è quella dell’esultanza e della lode:





L’anima mia magnifica il Signore


e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,


perché ha guardato l’umiltà della sua serva.


D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente


e Santo è il suo nome:


di generazione in generazione la sua misericordia


si stende su quelli che lo temono.





Una donna coraggiosa. Educata a quella concezione paterna e ad un tempo materna di Dio, avverte ciò che solo una relazione autentica con l’Ineffabile può esprimere: se nonostante l’infinita distanza - Lui, il Potente, lei segnata, come ognuno di noi, dalla tapeìnosis, dalla piccolezza, dal senso del limite e della creaturalità - Dio l’ha avvolta con il suo sguardo di benevolenza, proprio come una madre avvolge il suo bimbo in fasce, nei pannolini, non ha davvero nulla da temere. Scrive Enzo Bianchi: «...Lo sguardo di Dio è sinonimo del suo essere compassionevole: e per Dio la compassione non è un vago sentimento di pietà, ma sempre diventa assunzione di responsabilità nei confronti di colui che è nel bisogno e si tramuta in storia, in concreta sollecitudine, in gesti, in azioni che tendono a ridare integrità, pienezza di vita, in una parola salvezza». 4 Ma questa salvezza, cioè questa liberazione, o è universale o non è: non v’è nulla di più inautentico dell’interpretazione restrittiva, esclusiva ed escludente, dell’extra ecclesia nulla salus. La salvezza - quella che Maria canta come compiuta in lei e che attraverso lei raggiunge tutta l’umanità - non è per pochi, è per tutti. La Chiesa, l’ecclesia, non è un club di puri, di separati.


Questa è anche l’educazione che Maria e suo marito Giuseppe hanno «passato» a Gesù. Se per loro, al momento del parto, non c’era posto nella casa (cf Lc 2,7), ci sarà un tempo in cui anche Gesù non avrà una pietra su cui posare il capo. In sostanza, la «piccola» Maria comunica a Gesù un’umanità concreta, soggetta all’umiliazione, al limite, alla piccolezza appunto. Ma la forza di Dio non sta proprio, come ci ricorderà Dietrich Bonhoeffer, nella sua debolezza? A Gesù la «piccola» famiglia di Nazareth insegna la dura legge del lavoro per la sopravvivenza, la commozione di fronte alla morte degli amici, la capacità di resistere alla tentazione del benessere, del potere, dell’apparire, la sollecitudine nel chinarsi sugli sfruttati e sugli oppressi, la consapevolezza che solo Dio può leggere nell’intimo della coscienza e che dunque le prostitute potranno avere la precedenza nel regno dei cieli. Senza falsi dolorismi insegna a Gesù che patire per e con qualcuno viene ancora prima dell’agire.


E Maria c’era. Era lì. Presenza discreta, mai ingombrante. Come a Cana. Non hanno vino. Per essere misericordiosi non basta sentire un moto istintivo di commozione. Occorre sentire i bisogni veri degli altri. Interiorizzarli.


Come sul Golgota. Su quella collinetta, sotto il patibolo del figlio, in quel tragico pomeriggio di primavera, Maria c’è. Solidale con l’Innocente mandato a morte dal potere. Solidale con tutti gli innocenti della storia. In attesa con loro della risurrezione.




Doveva venire un pedagogo migliore, e strappar di
mano al bambino il libro elementare ormai superato.
E venne Cristo.

G.E. Lessing (L’educazione del genere umano)



Gesù di Nazareth. Parola (Logos) di Dio incarnata. Dopo la lunga attesa - la pedagogia di Dio - il Verbo entra nella storia, la quale, attraverso di lui, si fa cammino di liberazione. Questo è il mistero grande della nostra fede.


Si fa presto a dire mistero. Può sembrare una scappatoia. Eppure il cristianesimo non è una dottrina, un insieme di regole morali, a rigore neppure una religione. E’ un evento. Si riassume e si concretizza in una persona: Gesù. Nato a Betlemme da Miryam, figlia di Sion; vissuto per trent’anni a Nazareth; morto appeso ad una croce, dopo tre anni di predicazione del regno di Dio e della liberazione per tutti; risorto e «asceso» al cielo. Cioè vivo. Oggi, qui.


Inizio e fine della creazione. Verso di lui, il Cristo inviato dal Padre ad annunciare questa liberazione, si muove appunto tutta la creazione che - come ci ricorda Paolo - sarà «ricapitolata» in lui. Dunque, è nella relazione con lui, facendomi persona, che scopro la liberazione, una liberazione che a mano a mano si «fa» dentro di me, e che si realizza fuori di me, nella storia.


Come? Questo è il punto chiave del cristianesimo. Entrando nel «ritmo» del Cristo, dono totale, libero, spontaneo nei confronti di tutta l’umanità, di ogni tempo e di ogni latitudine. Mi libero solo amando, e non amando in modo astratto, superficiale, occasionale, emotivo, intimista, ma entrando in modo responsabile nel ritmo stesso della storia, accettando di perdermi in essa, nella scoperta dei «segni dei tempi». Certo, se guardiamo ai dettagli, neppure troppo marginali per la verità, vediamo in questa storia tutte le «strozzature» negative, i fallimenti apparenti, gli eventi tragici che i media non perdono l’occasione per sottolineare ogni giorno, con una sorta di compiacenza. Dove stiamo andando?, viene da chiedersi con angoscia. Eppure c’è nella storia un progresso, un avvicinamento alla «ricapitolazione» definitiva in Cristo garantito dall’ombra lunga che quelle tre croci, issate sulla collinetta del Golgota, proiettano su tutto il pianeta.


E lui, Gesù di Nazareth, figlio di Miryam, non si stanca di convocarci tutti per farci partecipi di questo progetto. Lui, realmente e autenticamente uomo, che ha sofferto fame e sete, che è vissuto senza un tetto, che si è messo in cammino con gli uomini e le donne del suo tempo, poveri e ricchi, santi e peccatori, ci chiede di proseguire questo percorso di liberazione. Di accompagnarlo, perché lui c’è. C’è nelle case bruciate da serbi ed albanesi, c’è sotto i bombardamenti «intelligenti», c’è nelle file interminabili di profughi che vagano in cerca di cibo e di alloggio. C’è tra tutti gli sconfitti della storia. C’è nell’angoscia dell’impotenza di noi tutti. La nostra risposta può essere una sola: «Io posso e devo gettarmi nel pieno del lavoro umano fino a perdere tutte le mie energie» (Teilhard de Chardin).




Come una madre consola un figlio
così io vi consolerò (Is 66,13).





A un Dio Padre compassionevole e misericordioso, a una Madre che canta con l’intera sua vita l’azione di Dio nella storia, un Dio che ha deposto i potenti dal trono e ha innalzato gli umili, e dunque solidale con tutti coloro di cui la storia vuole liberarsi, a un Figlio che accompagna tutti gli oppressi in un cammino di liberazione, cioè di salvezza, non può che corrispondere un popolo misericordioso. Un popolo «grembo» di accoglienza per tutti i piccoli e i poveri dell’umanità. «Poiché voglio l’amore e non il sacrificio...» (Os 6,6).








Note


(1) Tony ANATRELLA. Psicologia delle religioni della madre, in «Parola Spirito e Vita», n. 39, Gennaio-Giugno ‘99/1, p. 273.

(2) Si veda l’interessante articolo di ARISTIDE M. SERRA. Miryarn, figlia di Sion, madre di Gesù, In «Horeb», n. 23. maggio-agosto 1999/2, pp. 3 1-40.

(3) ARISTIDE M. SERRA, cit., p. 36.

(4) ENZO BIANCHI, Il Magnficat. Monastero di Bose. Testi di meditazione n. 80.

«... E c'era la madre di Gesù»


di P. Carmelo Carvello






La presenza di Maria nella Liturgia e nella vita cristiana.


«... E c’era la madre di Gesù»(Gv 21). Può questa espressione evangelica diventare il punto fondamentale per il nostro rapporto con la Vergine Maria? Movendo da questa annotazione giovannea, si può provare a cogliere e giustificare il significato vero e profondo della presenza di Maria nella liturgia e nella pietà popolare, e quindi in tutta la vita cristiana?

La maternità universale della Vergine.
 
Garanzia di speranza e di salvezza

di Sante Bianchi













Una riflessione mariana alla luce degli insegnamenti di S. Bernardo di Chiaravalle.

Bernardo è «l’eletto di Dio, la perla, lo specchio e il modello della fede, la colonna della Chiesa, il vaso prezioso, la bocca d’oro che inebriò il mondo intero col vino della sua dolcezza».

Così si esprime S. Tommaso nel sermone LIV per la festa di S. Bernardo. E davvero Bernardo resta un gigante nella storia della Chiesa, che sintetizzando il passato ci ha lasciato una calda esposizione della verità che serva a disporre l’anima alla preghiera e alla contemplazione

TEOLOGIA E SPIRITUALITÀ

Anche se per la sua dottrina teologico mistica attinge ripetutamente ai Padri (preferisce Gregorio di Nissa, Origene, Ambrogio, Agostino e Gregorio Magno), non è un semplice ripetitore, anzi è sempre personale e vivo

Fonti della sua dottrina rimangono la Scrittura e la Tradizione interpretate dal Magistero della Chiesa e rivissute in una analisi della propria esperienza monastica.

Nel pensiero di Bernardo occupa un posto privilegiato Maria. In realtà Bernardo ha scritto poco su Maria. Ricordiamo le opere più importanti: Le Laudi della Vergine, detti discorsi «super missus est»; la famosa lettera 174 ai canonici di Lione; il discorso per la festa della Natività della Beata Vergine Maria detto «de Aquaeductu ». In tutto abbiamo 4 omelie, 16 sermoni, 1 lettera, 18 tra estratti e frammenti.

Resta comunque il fatto che per l’affetto, la pietà, l’efficacia con cui Bernardo ha parlato della Madonna, per la densità della dottrina, la precisione delle formule e per la novità delle conclusioni con cui si è dimostrato come il dottore più completo in materia nel Medio Evo, divenne l’iniziatore di un vasto movimento di devozione e di profondi studi sulla Madre di Dio, tanto da essere chiamato Cantore di Maria.

Lo stesso Pourrat lo conferma: «La devozione di Bernardo verso la Madre di Dio era proverbiale nel Medio Evo» (La spiritualité chrétienne, t. Il, n. 5, Paris 1921, p. 77), e il Bartmann lo ribadisce: «Bernardo è il più ardente dei devoti di Maria nel Medio Evo» (Précis de Théologie dogmatique, t. I, Multhouse 1935, p. 482).

La concezione mariana di S. Bernardo non può essere certo compresa se non nel disegno completo della sua teologia della Salvezza di cui premettiamo una sintesi.

Dio infinita carità, crea per amore l’uomo e per amore lo riscatta. Prove di questo amore sono l’Incarnazione e la Redenzione. L’uomo peccatore si salverà dal peccato soltanto con l’adesione libera, ferma e totale, all’amore di Dio, mediante un processo di purificazione e di elevazione nel quale sua forza portante sarà lo stesso amore di Dio (grazia efficace) e suo aiuto la mediazione di Maria.

Maria per Bernardo, come del resto per tutti i padri, fu «scelta fin da principio, conosciuta dall’Altissimo che la preparò per sé; custodita dagli angeli, previamente annunziata ai Patriarchi, promessa dai Profeti» (Hom. Il Super Missus Est, n. 4). Nel realizzare il suo piano di Salvezza quindi, Dio volle seguire lo stesso ordine di cose, farlo nello stesso modo in cui il primo uomo Adamo era caduto per opera di una donna, ingannata dal serpente. Ci sarebbe stata allora un’altra Donna che avrebbe vinto il demonio con l’aiuto di un altro Uomo che fosse al tempo stesso Dio: il Verbo Incarnato.

MEDIAZIONE NECESSARIA NELL’ECONOMIA DELLA SALVEZZA

La missione alla quale Maria era stata predestinata, era di dare agli uomini l’Uomo-Dio per nostra salvezza. E’ una maternità universale, ci dice Bernardo, che le permette di stringere al seno il Creatore e le creature, Cristo e i cristiani, il Redentore e i redenti.

«Il Creatore degli uomini dovendo per farsi uomo nascere da una donna, dovette scegliere come madre o meglio prepararsi fra tutte, quella che già sapeva dovergli convenire, e che già conosceva gli sarebbe piaciuta, perciò volle che fosse vergine.., e volle anche. che fosse umile» (Hom. Il Super Missus Est, n. 2).

L’Incarnazione è evidentemente dovuta alla sola munificenza della Grazia divina che porterà Maria ad essere esaltata sopra tutti i cori degli angeli (Cfr. Sermone LXXXVIII). Maria diventa cosi la più perfetta realizzazione dell’Israele di Dio, è il modello e il simbolo di tutto il popolo eletto e riscattato, è l’esempio compiuto della santificazione verso la quale tendevano l’Antica e la Nuova Alleanza e che si realizza nella Chiesa.

Dal compito principale che Maria ha nell’Economia della Salvezza scaturisce necessariamente anche quello della sua «mediazione», e «come Eva aveva cooperato con Adamo alla nostra disgrazia, così Maria, seconda Eva, doveva cooperare con il Redentore alla nostra riabilitazione» (Serm. fra l’ottava dell’Assunzione nn. 1-2).

La sua “mediazione” fu prima di tutto la primissima intercessione della sua preghiera prima dell’Annunciazione; intercessione già materna, perché Maria meglio di Debora, meritava di essere chiamata «madre del popolo di Dio» (Gdc. 5,7). Infatti la mediazione che Israele aveva esercitato dopo Abramo in favore del mondo peccatore (On 18,17-23), raggiunse in Lei la sua più alta efficacia. Poi ci fu il compito di collegamento che Lei esercitò nell’incarnazione (mediazione ontologica e mediazione morale). Indubbiamente, ci dice Bernardo, «Cristo da solo sarebbe stato sufficiente, dal momento che anche ora, tutto ciò che noi possediamo nell’ordine della salvezza ci viene da Lui. Ma era bene per noi che l’uomo non rimanesse solo. Era sommamente conveniente che i due sessi prendessero parte alla nostra Redenzione, come avevano preso parte alla nostra rovina» (Serm. per la Dom. fra l’Ottava dell’Assunzione, n. 1). Dal suo «fiat» con l’introduzione del Verbo nel mondo, fino all’offerta della Vittima, Maria coopera col suo Figlio alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza, e se viene invocata quale madre degli uomini, è perché ha cooperato con la sua carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa, i quali di quel capo sono le membra.

Oltre che lodare Maria con temi biblici, Bernardo loda Maria utilizzando anche il vocabolario feudale del suo tempo: è «regina», «avvocata», «mediatrice », «riconcilia», «rappresenta», «raccomanda» gli uomini a suo Figlio; presso il Giudice, è «madre di misericordia», tratta la «causa» della nostra salvezza, interviene nel «processo» che ci oppone a Dio. Maria è posta perciò nel mezzo tra Dio e noi come per facilitare i nostri rapporti con Dio; prendendoci per mano ci riunisce a Cristo, ci conduce a Lui, ed è questo il motivo per il quale noi possiamo avere in Lei una confidenza illimitata; tutti i nostri bisogni li presenta a suo Figlio, poi ci trasmette tutti i soccorsi che Egli ci manda. «Tale è la volontà di Colui il quale ha voluto che tutto noi avessimo, per mezzo di Maria. Questa, dico, è la volontà di Lui, ma per noi» (In Nat. E. V. M. n. 7).

SORGENTE DELLA GRAZIA

Il Signore dunque si è servito di Maria come di un « acquedotto» attraverso il quale fa giungere a noi le sue grazie, « non perché era impotente, senza un tale acquedotto, ma perché volle provvederci di un veicolo» (Serm. In Nat.B.M.V.n. 18).

L’acquedotto è necessario affinché l’acqua della grazia, dalla fonte (che è Cristo) arrivi fino a noi: «La Fonte doveva arrivare fino a noi... Quella vena celeste discende mediante l’acquedotto... E’ pieno l’acquedotto, affinché gli altri ricevano da questa pienezza, non però la stessa pienezza».

La carità, le verginità e l’umiltà, sono le tre virtù che principalmente hanno elevato Maria fino a farle raggiungere la sorgente che è Dio, la inclinano anche fino a farle raggiungere gli uomini, ai quali comunica la grazia dell’adozione, l’acqua attinta a quella sorgente.

MODELLO E PRIMIZIA DELLA NOSTRA GLORIFICAZIONE

Per mezzo della carità che è intensità di desiderio, fervore di devozione e purezza di preghiera, Maria è elevata a Dio che la colma di Grazie, e la stessa carità che è anche misericordia la spinge verso gli uomini per sovvenire con la sua pienezza alle necessità della miseria umana. Maria è così la via regale attraverso la quale Dio viene all’uomo e l’uomo può più facilmente raggiungere Dio, praticando col suo esempio le virtù che Ella ci ha insegnato: purezza e umiltà. Se l’uomo avesse timore di rivolgersi direttamente a Dio e al Verbo per le sue richieste, può con fiducia rivolgersi a Maria che le presenta al Figlio. Se la maestà di Dio ci abbaglia, se la gloria infinita di Gesù Cristo ci dà l’impressione che è troppo lontano da noi, Maria ci dà fiducia.

E’ Lei quindi la « scala dei peccatori, la mia fiducia, la ragione di ogni mia speranza. Perché, o fratelli, desideriamo altre cose? Cerchiamo la grazia e cerchiamola per mezzo di Maria, perché Ella trova ciò che cerca e non può restare delusa. Cerchiamo la grazia, quella presso Dio, non la grazia illusoria presso gli uomini» (In Nativ. B M V. nn 7-8)

Corollario della maternità di Maria sia verso il Creatore che verso le creature; nonché della mediazione universale fra il Creatore e le creature, ci ricorda Bernardo, è la Regalità universale di Maria. Dato che le vie del Redentore e le vie della “corredentrice” sono parallele, l’Assunzione di Maria per Bernardo fa riscontro all’Ascensione di Gesù, ed è come il modello e la primizia della nostra glorificazione. La regalità di Maria, soggiunge il «dottore mellifluo», non fa di Lei una principessa lontana. Il suo compimento sopraterreno non distrugge in Lei l’umiltà, la povertà, che sono la materia stessa della sua gloria.

Maria anche in cielo è l’icona escatologica della Chiesa. La glorificazione finale di Maria è una delle « grandi cose» con le quali Dio fa segno alla sua Chiesa. È un pegno di ciò che tutta la comunità dei credenti è chiamata a divenire: «Nemmeno noi abbiamo qui una residenza permanente, ma aspiriamo a quella alla quale è arrivata oggi Maria benedetta» (Serm. nell’Assunzione della E. M. V., n. 1).

La madre di Gesù glorificata in cielo, in anima e corpo, è immagine della Chiesa che avrà il suo compimento nell’età futura. Così sulla terra brilla innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e consolazione, fino a quando non verrà il «Giorno del Signore».

«La nostra Regina ci ha preceduto» ci ricorda Bernardo, «ci ha preceduto ed è stata ricevuta così festosamente, che con fiducia i servi possono seguire la loro Signora dicendo: “Portaci con te”, correremo dietro l’odore dei tuoi profumi (Ct, l,3).La nostra umanità pellegrina ha mandato innanzi la sua Avvocata, che, essendo madre del Giudice e madre di Misericordia, potrà trattare con devozione ed afficacia la causa della nostra salvezza» (Serm. I sulla Assunzione della B. V. M., n. 1).

Da questa breve riflessione sulla dottrina mariana di S. Bernardo, possiamo con certezza ribadire che egli fu e rimane l’ispiratore di chi dopo di lui vuole meditare sul «mistero di Maria». Lo stesso Papa Giovanni rilevò: «Egli ha detto le parole più soavi e più belle in onore di Maria», e Fénélon ci porta a dire, riferendoci al pensiero di Bernardo:

«Dolci e teneri scritti, nulla riuscirà ad oscurarvi, e la successione dei secoli ben lungi dall’offuscarvi, trarrà da voi la sua luce: voi vivrete per sempre, e Bernardo vivrà in voi».

Domenica 29 Giugno 2008 00:53

Appunti di Mariologia (Marino Qualizza)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Appunti di Mariologia

di Don Marino Qualizza



Bibliografia minima ed essenziale

AA. VV., "MYSTERIUM SALUTIS", vol. 6, Quer. Bs 1971, 495-644
BOFF L., "IL VOLTO MATERNO DI DIO", Quer. Bs 1981
FORTE B., MARIA, "LA DONNA ICONA DEL MISTERO", EP Rm 1989
LAURENTIN R., "LA VERGINE MARIA", EP Rm 1983
PAOLO VI, Es. APOST. "MARIALIS CULTUS", 1974
G. PAOLO II, Enc. "REDEMPTORIS MATER", 1987


Nel presentare questo breve quadro di mariologia si seguirà questo ordine:

1. Testimonianze bibliche
2. Sviluppo dottrinale nella storia
3. Sintesi dottrinale: i quattro dogmi mariani fondamentali

a) Immacolata concezione
b) Maternità divina
c) Verginità perpetua
d) Assunzione nella gloria



1. Testimonianze bibliche

Diamo qui l'elenco dei passi biblici che riguardano Maria, rimandando ai trattati più ampi per l'esegesi degli stessi.
Gal 4,5. Marco 3,31-35; 6,1-6. Mt 1,18-23. Lc 1,26-56; 2,35-52. Gv 2,1-11; 19,25-27.


2. Sviluppo dottrinale nella storia

Il primo impulso, quasi occasionale, lo troviamo in Giustino (+165); egli inizia a parlare dell'antitesi Eva-Maria. Questo tema sarà sviluppato in modo originale e organico da Ireneo di Lione (+202). La contrapposizione è basata sulla disubbidienza di Eva e sulla fede-obbedienza di Maria.
- Sul tema della Verginità, dopo inizi incerti, ci si avvia verso una unanimità con Ambrogio ed Agostino.
- Il tema della maternità sotto il titolo "theotokos" costituisce il punto nodale del concilio di Efeso (431). E' elaborato in prospettiva cristologica. Una equilibrata cristologia porta ad una mariologia di eguale equilibrio.
- Tra il secolo IV e V spuntano due nuovi temi mariologici: l'assunzione e l'immacolata concezione. Il primo lo troviamo in Epifanio di Salamina, nel 377. il secondo si sviluppa durante la polemica anipelagiana. Si tratta di comprendere in modo conveniente il primato della grazia. E' il contributo di Agostino.
- Nel periodo successivo si sviluppano le feste mariane, legate soprattutto ai temi sopraindicati. Le feste sono occasione di riflessione teologica e quindi di approfondimento dottrinale. Esse sorgono tutte in Oriente e da qui giungono in Occidente, dove raggiungono lo sviluppo che noi oggi conosciamo, ivi incluse anche le riduzioni post-conciliari.
- Il concilio Vaticano II ha inserito nella Costituzione sulla Chiesa il capitolo riguardante la mariologia. Il titolo è significativo: la Vergine nel mistero di Cristo e della Chiesa. Sono due indicazioni che orientano tutto il discorso su Maria. Il riferimento a Cristo, mediante il quale Maria è inserita in modo straordinario nella storia della salvezza. Il riferimento alla Chiesa, mediante il quale essa è l'inizio di questa Chiesa, perché ha accolto in modo radicale la Parola di Dio-Gesù Cristo e l'ha inserito in questo mondo.


3. Sintesi dottrinale

I quattro temi che presenteremo sinteticamente, costituiscono un esempio chiarissimo di teologia della grazia. La Mariologia si presenta infatti come la concretizzazione della teologia della grazia. Questo è il fondamento biblico-teologico di ogni sviluppo mariologico. Se le cose stanno così, dovrebbero anche scomparire le difficoltà che hanno caratterizzato soprattutto i rapporti fra Cattolici e Protestanti. Maria non solo non pregiudica nulla della verità del Vangelo, ma ne è la conferma e l'attuazione più clamorosa. Di più, è l'indicazione che il primato della grazia non rimane astratto, quasi una teoria disincarnata, ma si esprime nella realizzazione dell'uomo nuova e della donna nuova. Maria è l'icona, l'immagine vivente di questa efficacia della grazia.

1. Immacolata Concezione

Dando per acquisita la storia della formazione di questo dogma, vediamo che cosa significa. Teologicamente si presenta come l'approfondimento dell'affermazione evangelica: Ti saluto, o piena di grazia, Lc 1,28. Ora, teologicamente, è molto chiaro che il principio di ogni grazia è Dio mediante il Figlio suo Gesù Cristo. Il principio cristologico della grazia deve essere affermato sempre e dovunque con grande decisione..... E' stata proprio questa esigenza di chiarezza teologica, che ha reso molto prudenti i grandi teologi della Scolastica come Alberto Magno, Tommaso, Bonaventura, nell'accettare la verità dell'Immacolata Concezione di Maria, finché non fu chiarito il fatto che anche Lei era redenta da Cristo,mediante la grazia che da Lui proviene, essi non potevano accettare ciò che noi oggi crediamo. Fatto significativo! Esso sta ad indicare anche un progresso di conoscenza nella verità, quando Duns Scoto presentò le cose in modo convincente, allora la pienezza di grazia di Maria fu intesa in modo radicale, come inizio stesso della sua esistenza.
Che cosa dice allora questa verità? Che Maria è salvata e redenta in modo ancora più profondo di quanto non accada per noi. Il suo concepimento senza peccato non è una prerogativa autonoma, ma è il frutto della redenzione. Non è un merito di Maria, ma un dono di Dio. In questa linea troviamo una nota molto importante. A partire da Maria vergine, almeno da lei, la nostra esistenza deve essere valutata diversamente. Ciò che ci rende e ci restituisce alla nostra dignità e alla nostra identità è la grazia di Dio. Essa è dunque principio dell'antropologia concepita in modo cristiano. Non un'aggiunta all'uomo, ma la sua profonda realizzazione.

2. Divina Maternità e Verginità

Consideriamo insieme questi due aspetti, perché si richiamano a vicenda. Anche su questo punto conosciamo le vicende storiche, legate soprattutto allo scontro fra Cirillo e Nestorio, al tempo del concilio di Efeso (431). La cosa estremamente difficile e complicata. Come si poteva chiamare maria "Theotokos". Sembrava una evidente contraddizione. Può una creatura essere madre del Creatore? La posizione di Nestorio sembrava più ragionevole, proprio per motivi teologici. Ma le cose stavano diversamente. La questione della divina maternità di Maria era collegata alla identità personale di Gesù. Se questi è veramente il verbo di Dio fatto uomo ed é l'unico figlio di Dio, come Dio e come uomo, allora non si dà altra possibilità: Maria è madre di questo Verbo eterno, fatto uomo. La sua maternità sarà sempre affermata a partire dall'umanità del verbo, ma anche sulla base dell'unità e unicità del Figlio di Dio.
Il mistero dell'incarnazione, per cui il figlio di Dio diventa soggetto della nostra storia, fa si che anche la madre terrena del Figlio di Dio sia assunta in una dimensione e sfera appena immaginabili. Il suo rapporto di maternità è con questo unico Figlio di Dio. Da qui la giustezza della affermazione di Cirillo, anche se l'espressione "theotokos" ha bisogno di precisazioni, per evitare errori grossolani. La chiave di lettura è sempre l'Incarnazione con il suo mistero abissale.
Ora che cosa comporta per Maria questa maternità? Una cosa semplice e straordinaria allo stesso tempo. E' il vertice, il punto di arrivo della sua aspirazione materna. In essa si compie al massimo la vocazione alla maternità insita in ogni donna. Per lei è un caso unico e irripetibile, ma divenuta esemplare nella fede. La maternità (e la paternità) è ricevere e dare la vita; scoprire che la vita viene da Dio, come dono, e porta a lui.
Una annotazione per quanto riguarda la verginità. Nei secoli passati si insisteva, forse non senza ragione, sull'aspetto fisico di questa verginità, soprattutto per quanto riguardava là "virginitas in partu". Sono prospettive che insistevano, forse più del dovuto, su aspetti che oggi consideriamo diversamente. Senza ridurre a meri simboli il tutto, si preferisce seguire una via più teologica. Anche il concilio ha indicato questa strada; è senz'altro una strada buona.
La verginità da sempre, è considerata come un rapporto esclusivo con Dio, come la consacrazione del proprio amore e della propria affettività all'unico amore di Dio, secondo le modalità evangeliche, che includono necessariamente anche l'amore del prossimo. Ora se la verginità è la consacrazione del proprio amore a Dio, nel caso di Maria questo è quanto mai evidente ed anche straordinario.
La Vergine era ed è tutta di Dio. E la sua maternità non solo non pregiudica in nulla la sua Verginità, anzi la consacra, come dice opportunamente il concilio. E' dal rapporto con Dio che nasce ogni perfezione e ogni realizzazione umana. Per Maria la verginità è la sua maternità divina e viceversa. Con un aspetto ulteriore. Essere Madre e Vergine, nel caso di Maria, vuol dire concepire l'esistenza come dono; viverla cioè nel segno di Dio, che è pura grazia e dono.

3. L'Assunzione gloriosa

Quando il 1° novembre 1950, Pio XII promulgò questo dogma, non suscitò solo entusiasmo, ma anche critiche e scetticismo e non solo di Protestanti. Ma alla lunga, scetticismo e perplessità furono fugati dai vantaggi teologici che il dogma fu in grado di suscitare.
Si trattò di rilanciare nientemeno che la escatologia cristiana, nella prospettiva della resurrezione. Si sa bene che la resurrezione di Cristo veniva presentata quasi esclusivamente in funzione apologetica, era un aspetto vero, ma non poteva bastare a mostrare le ricchezze di questo mistero fondamentale. E poi l'escatologia languiva in una stanca e stereotipa ripetizione dei novissimi, senza vivacità e fantasia.
La proclamazione del dogma suscitò tutta una serie di studi e ricerche che ebbero come risultato sorprendente il rilancio dei due temi appena ricordati. Come mai è avvenuto questo? Il mistero dell'Assunzione è il mistero del compimento della storia umana, in modo concreto, singolare e originale. L'inizio di questo compimento è Cristo, il seguito è Maria.
Dunque la storia umana si compie nella resurrezione, cioè oltre questa storia, ma non contro questa storia; non con la distruzione e la negazione di questa esistenza, ma con la sua massima realizzazione. Con la resurrezione Cristo diventa il fondamento della vita futura per tutti. Maria è la prima ad averlo seguito.
Ma c'è ancora un punto da tenere in considerazione. La Vergine è assunta alla gloria celeste, in anima e corpo, vale a dire nell'integrità della natura umana. E' la spiegazione più eloquente e chiara dell'affermazione del simbolo apostolico: credo la resurrezione della carne. Essa non dovrebbe intendersi come resurrezione di una parte secondaria dell'uomo, ma come trasformazione di tutto l'uomo, pur tenendo conto della differenza specifica di materia e spirito.
Nell'assunzione di Maria noi celebriamo la riuscita dell'opera della creazione, finalmente giunta al suo compimento. E' Dio l'autore di questo compimento, non l'evoluzione naturale. E' grazia non prodotto umano.
Maria nel disegno salvifico

di Francesco Pio Tamburrino *


Non conosco altro modo di parlare di Maria se non quello di cogliere, seguendo il cammino della fede, la realtà della sua persona e della sua vita. E’ l’unico mezzo che ci permetta veramente di entrare in contatto con essa, poiché per noi non si tratta di rapporto con un essere irreale, idealizzato, quanto con una persona pienamente viva che inoltre ha possibilità tutte particolari per conoscerci e per comunicare con noi.

La cosa più semplice è tracciare la storia di Maria, la storia della sua anima, dello sviluppo della sua fede e la storia della sua missione: missione durante la vita di Cristo e missione attuale. Noi siamo talvolta costretti a fare uno sforzo per distoglierci dall’immagine che ce ne facciamo: di colei che s’invoca in tutto il mondo con tanti nomi diversi, di colei rappresentata in forme artistiche così disparate e che ci figuriamo sempre circonfusa di gloria, per riportarci da tale immagine alla semplice fanciulla d’Israele, all’esordio della sua vita, prima che l’angelo le rivelasse quello, che Dio si aspettava.

E’ una fanciulla come le altre, di umile condizione sociale. In essa c’è stato certamente un lavoro divino, ma non come di solito immaginiamo. Poiché non dobbiamo credere, per il fatto che Maria è madre di Dio e immacolata nella sua concezione, ch’essa non abbia dovuto operare nella fede, che non sia vissuta in terra come noi, con gli stessi mezzi che noi abbiamo per prendere contatto con Dio. E’ molto importante rendersi conto di questo per comprendere quello che in essa è accaduto.

Maria nacque e visse nell’epoca della storia d’Israele, che costituiva l’ultimo periodo preparatorio alla venuta del messia. Vi era dunque un’attesa nel popolo; e questa attesa del messia nell’anima d’Israele era tanto più profonda, tanto più giusta, quanto più intimo era il contatto che le anime avevano con la Scrittura e quanto maggiore era la possibilità, in ragione della loro purezza e della loro disposizione alla luce divina, di comprenderla nel senso dovuto. Quello che Maria sapeva del messia, le era dunque venuto dalla tradizione d’Israele.

Maria radicata nell’umanità

Alcuni teologi, dopo aver catalogato la serie dei carismi che nel corso della storia Dio ha dato ai santi, hanno sostenuto che Maria, essendo la persona più santa, dovesse aver ricevuto tutto. Ora, questa affermazione non solo è falsa storicamente, ma altera proprio la sua bellezza. Essa è troppo pura, troppo santa, troppo unica, e troppo profondamente radicata nella nostra umanità per aver bisogno di tutti quei doni che non farebbero che nasconderla, se così si può dire, nella sua purezza.

Una vita disponibile intessuta di fede

Vi è poi l’annunciazione, e con essa ha inizio un nuovo stato: Maria diviene madre. E’ straordinario che in una fanciulla possa cominciare a fiorire la maternità mentre l’anima rimane quella di una vergine. E’ cosa unica e si svolgerà in un cuore umano, in una psicologia umana, nel carattere di questa donna, che non era creatura strana e anormale. Era figlia di Anna e di Gioacchino, aveva la sua famiglia e i suoi antenati; era proprio una fanciulla di nome Maria. Non è necessario che io insista; voi avrete spesso meditato sul suo atteggiamento di fronte al messaggio dell‘angelo, su questa semplicità totale, questa discrezione, questa fede immediata.

La prima domanda che dobbiamo porci è in quale misura Maria si sia fatta un’idea del proprio destino dopo il messaggio dell‘angelo.

Che cosa aveva compreso? Che cosa c’era nella sua fede? Essa conosceva troppo bene la Scrittura e le parole dell’angelo erano troppo direttamente significative perché potesse dubitare un solo istante che non si trattasse del messia. A partire da questo momento ella sapeva che ne sarebbe stata la madre. Ma qual era la vera natura del messia? Non credo che in quel momento fosse necessario alla sua fede conoscere interamente tale natura: le pagine seguenti della Scrittura e lo stupore di Maria di fronte ad alcuni episodi dell’infanzia di Gesù lo dimostrano chiaramente; ciò è molto più bello. Perché mai, infatti, il Signore avrebbe eliminato dalla sua vita l’oscurità della fede, la fiducia che deve derivarne e l’abbandono che può risultarne? Senza di questo essa non sarebbe stata completamente della nostra razza. Era abbastanza forte per vivere di fede. E il tratto predominante della sua vita, non è costituito dal fatto che il Signore ha voluto farne l’anima più forte? Dio le ha dato tutto quanto era necessario perché fosse la madre di Gesù in modo mirabile; se vogliamo definire una persona, dobbiamo pur definirla mediante ciò che le è più essenziale. Ora, Maria era la madre di Gesù nel più intimo e profondo della sua stessa natura fisica e psicologica, perché li consisterà il mistero della concezione verginale, dove si radicava la sua condizione umana di madre di Gesù. Era figlia di Dio ed era nella fede illuminata anzitutto dalle Scritture.

Neppure di ciò che seguì all’annunciazione noi ci rendiamo ormai sufficientemente conto. Ci sembra inconcepibile che essa nulla abbia detto al suo fidanzato. Nel matrimonio di Maria, poiché si trattò di vero matrimonio, vi è qualcosa di molto misterioso. Immaginate quel che dev’essere accaduto quando Giuseppe intuì qualcosa mentre essa nulla aveva detto, neppure una parola. Perché questa discrezione, quando sapeva che sarebbe stata fonte di tanto turbamento?... Un abbandono totale alla provvidenza? O forse un profondissimo pudore del mistero che le era stato rivelato? Dio ha diretto ogni cosa. Ma noi possiamo comprendere anche il dramma di Giuseppe. Credete che questo non abbia lasciato alcuna traccia dolorosa nella vita di Maria? Non v’è nulla di più sconcertante di tali incomprensioni tra persone di buona volontà. Dio non gliene ha risparmiate... Si direbbe che Dio abbia fatto soltanto quel che era necessario perchè l’incarnazione si attuasse, e poi abbia lasciato che le cose seguissero il loro corso con tutte le naturali conseguenze. E ciò non avvenne senza sofferenza. Giuseppe e Maria si amavano. Fu necessario che un angelo intervenisse e che Giuseppe fosse interiormente avvertito di non temere. E l’angelo non fu neppure molto esplicito: “Non temere, perché ciò è dallo Spirito Santo”. Parole che ci permettono di renderci conto della profondità del senso religioso di Giuseppe. Questo giovane, che aveva sposato Maria presta fede a un’affermazione così inverosimile, quando già aveva deciso di rimandarla, credendo fosse accaduto qualcosa che non osava ammettere esplicitamente. Che cosa è avvenuto nel profondo delle loro anime? Se vogliamo afferrare la realtà della loro vita di fede e comprendere l’anima di Maria, dobbiamo penetrare nella realtà della loro vita.

“Maria conservava queste cose…"

e voi sapete. in quali circostanze ebbe luogo... Tutto ciò segue il corso ordinario delle cose. Un censimento, e si è obbligati a emigrare. Ed è anche la prima volta che Maria assiste a manifestazioni esteriori nei riguardi di suo figlio, assolutamente grande, eccezionale. Ricordate le parole del Vangelo: “Maria conservava queste cose e le meditava nel suo cuore”. Essa, che non sa ancora tutt0, riflette e cerca di leggere negli avvenimenti provvidenziali. C’è la visita dei pastori, poi quella dei magi che vengono alla culla del figlio. Ma un fatto la turba assai più profondamente: la strage degliinnocenti. La Scrittura ne riferisce in tre righe e noi la celebriamo nella liturgia. Ma mettetevi al posto di Maria; in tutta la sua brutale realtà si tratta di una operazione di polizia, contro dei bambini Dopo questo fatto, come poteva credere ancora che la Provvidenza governasse la sua vita? Come poteva Dio permettere una cosa simile? E non vi è nient’altro, nessuna spiegazione divina. La Provvidenza non è intervenuta a impedire la strage, quando per Dio sarebbe stato così facile.

Maria ha dovuto fuggire come una profuga, come una emigrante. E’ falso pensare che le sia stata concessa una specie di visione di ogni cosa. Al termine della sua vita, certamente ma non all’inizio, ed è questa la sua grandezza, questo che ce la rende così vicina. Ha veramente dovuto vivere di fede come noi. Giorno per giorno Dio le ha dato quel che le era necessario perché potesse comprendere ciò che doveva fare. Per il resto ha agito da madre.

E poi la presentazione al Tempio. Maria ignorava ancora il mistero di sofferenza e di contraddizione di suo figlio: glielo disse Simeone da parte del Signore. Dopo, di nuovo l’oscurità, e la vita quotidiana riprende i suoi diritti. So quanto è difficile cercare qui d’immaginare qualcosa. Ma proprio per questo, forse, non bisogna immaginare nulla.

Sofferenza d’essere la madre di Dio

E’ un periodo lungo, nella vita di una madre che si vede crescere accanto il figlio, dall’infanzia ai trent’anni. Suo figlio ha vissuto presso di lei per più di dieci anni di vita operaia, con tutto ciò che questo comporta.

Non dobbiamo cercare d’immaginare nulla. Tutto ciò che il Vangelo ci dice dei rapporti tra Maria e Gesù, ci mostra che Cristo s’è comportato con lei normalmente, come nell’ambiente che era il loro, si comportavano i figli con le madri. Tra la madre e Gesù fanciullo v’e stato un mistero di amore e di reciproci rapporti. Di questi trent’anni non conosciamo che un episodio. Il fanciullo ha dodici anni: è ormai un ragazzo. Sapete quel che ha fatto e sapete quanto sua madre ne è stata turbata. In quel momento Maria non ha compreso la psicologia di suo figlio. Dobbiamo leggere il vangelo così com’è scritto. Per la prima volta davanti al figlio dodicenne, ella sospetta qualcosa che la fa soffrire. Non so se riuscite a immaginare quali siano i sentimenti di una madre verso il proprio figlio. Questo figlio è suo, le appartiene, e tuttavia scopre in lui qualcosa che la trascende, che lo separerà da lei . E’ un mistero essere madre di Dio. Ed è pure difficile capire fino a che punto questa semplice condizione non potesse essere senza dolore. Quando suo figlio ha dodici anni ella scopre a un tratto, in un suo atteggiamento, che nella vita di questo figlio vi è un grande mistero. E il vangelo aggiunge: “E in seguito fu loro sottomesso” dopo d’allora cioè, egli non ha più manifestato nulla, non ha più agito se non come un uomo qualsiasi. Cosa certa, questa; perché sarebbe altrimenti incomprensibile che, in un ambiente orientale, di vita in comune, dove non esiste uno stile veramente intimo e familiare, e dove Maria ha vissuto come tutti gli altri, nessuno avesse mai sospettato nulla nei riguardi di suo figlio. Ricordate agli inizi della predicazione? “Non è questi il figlio del falegname che vive tra noi?”; perché non riuscivano a capacitarsi che potesse parlare come un rabbino. Il vangelo è chiaro. Nulla di più falso dell’ambiente effeminato e irreale delle immagini pie rappresentanti la ”sacra famiglia”. La verità è assai più grande e bella, appunto perché Maria e Gesù fanciullo sono esseri reali e forti. Vi è in Maria una grandissima forza, una sofferenza profondissima, la sofferenza d’essere madre di Dio: una sofferenza che penetra nella più profonda intimità della sua natura stessa di madre.

“Debbo interessarmi delle cose del Padre mio”

Dopo la normale vita di Nazaret,ha ha iniziato la missione pubblica. So che alcuni si scandalizzano nel constatare con quanta disinvoltura il vangelo passi ormai. sotto silenzio Maria.. Quando Gesù, s’è allontanato da casa, non si parla più di sua madre, se non proprio all’inizio, nel momento in cui Gesù sta per andarsene. Egli è ancora nella casa materna, ma per poco, come un figlio missionario che sta per partire. E’ chiamato altrove. Deve compiere la propria missione. Cosa può aver detto Gesù a sua madre in questo momento? Che cosa le ha rivelato della realtà della sua natura e della sua missione, e cosa sapeva essa di lui, quando egli raggiunge i trent’anni? Sappiamo che gli apostoli non hanno saputo subito: ricordate il giorno in cui Gesù ha chiesto loro chi pensassero ch’egli fosse? Credo si possa affermare che Maria è stata comunque la prima a scoprire e a credere chi fosse realmente suo figlio. E si è trattato per lei, come per tutti, di un atto di fede. Gesù lo dice: “Né la carne né il sangue ti hanno rivelato che sono figlio di Dio, il Padre mio”. Noi crediamo per fede, perché di Gesù non conosciamo che l’aspetto esteriore. Ma non ci rendiamo sufficientemente conto che anche Maria dovette compiere un atto di fede per credere alla divinità di suo figlio. E’ tanto maggiore doveva essere la sua fede, in quanto si trattava di suo figlio, carne della sua carne, e lei gli era legata unicamente nella sua natura di uomo. Credere che lui fosse Dio: quanta fede occorreva! Esteriormente Cristo non ha agito mai se non come uomo. La trasfigurazione costituisce l‘eccezione di qualche ora, un momento solo nella vita di Cristo quando, a chi l’avesse guardato, qualcosa di sensibile lasciava trapelare la sua divinità, la quale, senza distruggere la fede, s’imponeva all’uomo. Noi sappiamo che Cristo non era solo uomo, era figlio di Dio; ma nel corso solito della sua vita non appariva tale.

Il legame misterioso tra Figlio e madre

Lo sviluppo della fede e dell’amore nel cuore di Maria è precisamente ciò che costituisce sua grandezza. E se la constatazione che Gesù non fece eccezioni per sua madre, mai neppure nel momento nella passione, ci lascia perplessi, ciò accade appunto perché essa era troppo forte, e Gesù esigeva troppo da lei per cercare di alleviarne il cammino. E poi, che cosa doveva essere Maria? Un santo è perfetto nella misura in cui compie la sua missione e i doveri del suo stato. Ora, in quel momento, la sua missione non si limitava forse a una cosa sola, essere cioè – in modo perfetto – la madre del fanciullo, la madre di Gesù adolescente? Doveva essere madre nel senso pieno, completo della parola: e quindi anche nel momento in cui il fanciullo era diventato adulto, ella si è mostrata una madre perfetta, ha saputo cioè trarsi in disparte. La perfezione di una madre sta nel guidare il figlio al fine che gli è proprio. L’atteggiamento di una madre deve mutare secondo l’età del figlio, perché essa esiste in funzione del figlio; è questo il lato difficile della vocazione di una madre. Deve saper trattare suo figlio come un adulto, lasciarlo libero, non influenzarlo più, rinunciare a trattarlo come un bambino. Molte madri nuocciono ai loro figli proprio perché non si rassegnano alla necessità di mutare atteggiamento. Maria, che è così perfetta, ha saputo trarsi completamente in disparte. Ha permesso che suo figlio se ne andasse, e Gesù l’ha lasciata alla sua missione perfetta di madre. Ricordate le parole del Vangelo? Maria era costretta a seguire le donne, come una donna qualsiasi, mentre la folla dei discepoli aveva ormai la precedenza su di lei: “La madre e i fratelli di Gesù vennero a trovarlo, ma non potevano avvicinarsi a lui per la folla. E gli fu riferito: “Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti”. Ma egli rispose: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”” (Luca 8, 19-21).

Non dobbiamo scandalizzarci; dobbiamo invece cercare di comprendere un mistero, così intimo e profondo, tra Maria e suo figlio. Credo sia raro trovare un santo che nel corso della sua vita non abbia compiuto qualche miracolo; essa, invece, non ne ha mai compiuti. A Cana ha chiesto un miracolo a Cristo. Nient’altro. Che missione aveva da giustificare dinanzi agli uomini? Era la madre. Missione troppo naturale perché debba essere autenticata, un miracolo l’avrebbe anzi snaturata. Maria non doveva cercare di farsi avanti. Non c’era bisogno di rivolgersi a lei finché c’era Gesù. Per questo il vangelo non parla di lei fino al giorno della passione.

La madre “stava”

Al momento della croce il Vangelo accenna alla presenza di Maria. Con poche parole, ma nascondono un abisso. Era impossibile che in quel momento essa non sapesse tutto di suo figlio. Era il momento in cui la sua fede si compiva. Il mistero di questa madre durante la passione è che lei è più forte di tutti, più forte degli apostoli stessi che pure erano uomini. Non mi piacciono molto le rappresentazioni della passione che raffigurano Maria singhiozzante e prostrata, come una donna stravolta dal dolore. Nulla nel vangelo ci autorizza a raffigurarcela così: il vangelo ci dice anzi ch’era in piedi. In conseguenza della sua concezione immacolata ella aveva corrisposto, giorno dopo giorno e in maniera mirabile, all’azione di Dio nella sua anima, cosicché il Signore non aveva bisogno di fare cose eccezionali perché la fede e l’amore di sua madre toccassero una grandezza che a noi non è dato raggiungere.

La prova d’amore più grande

Maria giunse alla maturità della sua fede nel momento della passione di Cristo, ed ecco allora un altro mistero: la sua missione sopra la terra, in quanto madre di Gesù, finisce perché suo figlio sta per morire. Cosa può dargli ora? Non ha più nulla da dare a suo figlio. Ma in lei si è compiuto qualcosa di molto profondo, perché una madre non può non provare la sofferenza più grande a veder morire il figlio soprattutto quando non muore di morte naturale, ma giovane e crocifisso. Sappiamo che se la più grande prova d’amore sta nel dar la vita per coloro che amiamo, la più grande sofferenza è pure la prova d’amore più grande. E Dio ha condotto la sua madre fino a questo punto, affinché desse la più grande prova d’amore.

Essa era troppo intimamente legata a suo figlio perché non vi fosse anche un mistero di collaborazione, in quanto l’amore implica collaborazione. Il genere di “lavoro” che suo figlio compiva allora per la redenzione del mondo le permetteva per la prima volta una piena collaborazione. Maria ha provato quella sofferenza, che era la sofferenza redentrice, fin nel più profondo del suo essere. E poiché non v’è dubbio che in quel momento essa non conoscesse perfettamente la missione di suo figlio, voi capite quale parte unica abbia nella redenzione delle anime. Vi ha collaborato con una sofferenza che rappresenta il parossismo della sofferenza di una madre e nella piena lucidità della fede.

Donna, ecco tuo figlio

In quel momento accade pure qualcosa che la riguarda direttamente, perché suo figlio le parla - una delle rare parole che nel vangelo Gesù rivolge a sua madre. Tra lui e lei accade qualcosa di doloroso e nello stesso tempo di semplice. Si tratta, direi quasi, di due atti che s’intrecciano. Il primo atto, semplicissimo, è che Gesù sta per morire, e Gesù è figlio unico. Lascia sopra la terra la madre, che ha delle necessità e deve pur vivere in qualche modo. Chi si prenderà cura di lei? Non aveva rendite. Fin tanto che Gesù viveva la manteneva lui. In oriente i membri di una famiglia si mantengono l’un l’altro. Dopo aver lasciato il suo lavoro, Gesù era vissuto come un rabbino, gli si dava di che vivere, e si dava di che vivere a sua madre. Ora bisogna che Maria abbia il necessario. In oriente una donna non sta sola, deve tornare in famiglia; essa non aveva famiglia a Gerusalemme Le si presentavano dunque - poiché non sfuggiva a tutte queste esigenze concrete - dei problemi d’ordine pratico. Gesù le dice: “Andrai da Giovanni, nella casa di Giovanni”; e a Giovanni: “La tratterai come tua madre”, Questo, anzitutto, il fatto reale che costituisce per Maria la brutale presa di coscienza che suo figlio non è più, che tutto è finito, che egli la lascia e che un’altra casa le è ora necessaria, e che un uomo si prenda cura di lei. Tale il fatto doloroso: suo figlio non sarà più accanto a lei e le dice: “Giovanni sarà come tuo figlio”.

Sappiamo che la Chiesa ha sempre considerato questo episodio di passaggio tra le due successive missioni di Maria. Il suo primo compito, fin tanto che Gesù era rimasto sopra la terra, era stato quello d’essere sua madre: ora questo compito è terminato. Che può essa fare ora? Una nuova missione ha inizio: sarà la madre di Giovanni. Credo che di ciò essa ignori ancora il significato. Era naturale che gli apostoli, che si sentivano responsabili di lei, la considerassero come una madre. Gli apostoli, a quell’epoca, erano appena dirozzati: voi sapete che il giorno della croce erano fuggiti. Giovanni solo era rimasto fedele o quasi, per questo si trovava lì, per vedersi affidare la madre del Maestro. Maria, certo, attendeva la risurrezione di suo figlio; la sua fede era troppo profonda e Gesù l’aveva predetta. E’ ovvio che, se v’era persona capace di comprendere il senso della predizione di Cristo, era appunto lei, sua madre. Forse, se non si trovava tra la folla proprio quando Gesù aveva fatto questa predizione, non le era giunta direttamente dalla sua bocca,certo le era stata riferita. Maria credeva, ma nella oscurità della fede. Sapete anche voi che, quando qualcuno muore, il fatto di credere che un giorno risusciterà, non cambia nulla quando vediamo morire una persona cara,crediamo alla resurrezione dei corpi. Vi crediamo per fede. Maria ha avuto questa fede. Nessuna creatura umana era mai risorta. Essa mai aveva visto nulla di simile. La sua fede nella resurrezione era una certezza interiore che non toglieva nulla al dolore. Il pensiero che il vostro amico morto un giorno risusciterà, allevia forse il dolore che voi provate per la sua morte? In quel momento l’unica cosa reale per Maria era la morte, perché la morte era sensibile, rientrava nella realtà, mentre il resto rientrava nella fede. E nulla di sensibile leniva la sua pena. Essa ha vissuto la realtà concreta.

Successivamente, per Maria, ha inizio un periodo che va dalla risurrezione all’ascensione: un periodo tutto particolare. Cercate di mettervi ancora al posto di questa madre, d’immaginare che suo figlio ormai non è più come lei. Come Dio le è sempre sfuggito, ma ora le sfugge anche come uomo; ciò traspare nel suo modo di essere. Egli c’è e non c’è. Torna, ma non si è più con lui come prima. Qualcosa è mutato: sua madre sa tuttavia di essere la madre sua, la madre di quest’uomo glorioso che di quando in quando rimane con essa.

Madre della Chiesa

Un’altra missione si prepara per Maria, un’altra missione che dovrà vivere: essere la “madre della Chiesa nascente”. Le è stato affidato Giovanni e con lui gli apostoli, tutta la Chiesa di allora. Essa ne prenderà coscienza progressivamente. Solo lei poteva narrare agli apostoli il vangelo dell‘infanzia di Gesù, e sappiamo pure che quando si riunivano a pregare era con loro. Degli stretti vincoli la legavano dunque agli apostoli che erano vissuti col Maestro e ne avevano visto la figura e i gesti. Maria era sua madre e gli rassomigliava fisicamente. Tutto in lei ricordava loro Gesù, Potete quindi immaginare i sentimenti che gli apostoli dovevano provare quando era lì tra loro. Tuttavia essa non ha alcuna funzione ufficiale. La Chiesa non ama che gli si parli di Maria-sacerdote; a me questa denominazione sembra alterare la purezza del suo volto. Essa è assai di più. Appartiene un altro ordine, che è soltanto suo: è la madre del Sommo sacerdote. Non è sacerdote: è la madre del Sommo Sacerdote. E’ unica, e questa è la sua particolarità. Non dobbiamo farla uscire da questo posto unico per cercare di classificarla. E’ senza dubbio legata agli altri ordini, e in particolar modo al sacerdozio, perché è la madre del Sommo Sacerdote; ma non è essa stessa sacerdote. Ha assistito alla messa degli apostoli e ricevuto la comunione dalle loro mani. Nella sua anima non vi era alcun carattere sacerdotale: non aveva il potere di perdonare i peccati, non poteva assolvere, consacrare,rendere presente il corpo di suo figlio nell’eucaristia, mentre tale potere avevano gli apostoli infedeli, molto meno perfetti di lei. Maria è al di sopra di tutto questo perché è unicamente la madre di Gesù. Se volete comprenderla bene, dovete centrare tutto su questa realtà unica che è in lei. Si penetrerà allora assai più profondamente nella sua intimità, nella sua missione, e si comprenderà il vangelo, poiché tutta la condotta di Dio nei riguardi di Maria è stata dettata dall‘idea di farne una madre perfetta, senza alcun privilegio. Essa ha dovuto soffrire come una madre, dopo aver provato tutte le sofferenze che prova una madre accanto al figlio che si fa adulto.

Nella sua maternità universale si perpetua la maternità di Gesù

Poi c’è l’ascensione e la pentecoste - avvenimenti molto importanti perché segnano la fine di un’epoca della redenzione e l’inizio di un’altra. Fin tanto che Gesù era in terra, la Chiesa non poteva ancora esistere nella forma che le è propria, non aveva ragion d’essere. La Chiesa ha inizio con l‘ascensione, con l’assenza corporale definitiva di Gesù. Tutte le future apparizioni di Cristo sulla terra non sono che figure, salvo forse, si dice, l’apparizione di Cristo a Paolo sulla via di Damasco: Paolo è apostolo e deve aver visto Gesù uomo. Cristo dunque, nella sua condizione di uomo è definitivamente assente dalla terra. Qualcosa quindi finisce anche per Maria. A partire da quel momento, essa è più strettamente legata agli apostoli perché è con loro nella Chiesa.

Notiamo che se Maria fosse stata realmente privilegiata dal punto di vista della visione delle cose, non avrebbe avuto bisogno della pentecoste. In tale circostanza essa ha ricevuto lo Spirito Santo come gli apostoli, e il Signore aveva detto: “Vi sono cose che comprenderete (soltanto) allora”. Perché mai Maria avrebbe avuto bisogno d’essere tanto sapiente e di comprendere più di quanto riguardava i rapporti con suo figlio? Non aveva il compito d’insegnare. Non ha predicato. Ciò sarebbe esulato dalla sua missione di madre. Ha continuato, accanto agli apostoli, la sua missione di madre di Gesù: è stata per loro come un prolungamento della presenza di Gesù. Ha narrato ciò che sapeva. Ha ricevuto lo Spirito Santo. Essa era necessaria, agli inizi, perché la Chiesa potesse sussistere senza la presenza di Gesù. Ma io credo che il capovolgimento più grande nella vita di Maria cominci con la sua assunzione.

Il mistero dell’assunzione è stato definito di recente e io non so se ne comprendiamo pienamente il significato. E’ naturale, data la santità eccezionale di Maria e dato che essa era la madre di Gesù, che per lei la risurrezione sia stata anticipata; poiché in fondo, l’assunzione non è che una risurrezione, l’unione del corpo con l’anima in uno stato glorioso. Maria è risorta. Si dice che il suo corpo è stato assunto in cielo, poiché si tratta di una risurrezione non visibile sulla terra. Nessuno l’ha vista risorta, come è stato visto Cristo risorto, ma a partire da quel momento io dico che v’è qualcosa di nuovo, qualcosa d’immenso e, se ben riflettiamo, d’incomprensibile. Innanzi tutto perché Maria risorge? Era la madre di Gesù e, per essere madre, aveva bisogno del corpo. Aveva generato col suo corpo: l’anima separata madre di Maria non poteva più essere veramente la madre di Gesù. In un certo senso si può dire che la madre fosse realmente morta, anche se l’anima era viva; ma sarebbe concepibile che la realtà della madre di Gesù non fosse più? L’assunzione rivela la volontà di Dio che sua madre sussista fin da ora, in uno stato glorioso. E il fatto che Gesù abbia voluto accanto a se sua madre in quanto madre, costituisce la prova che ella ha una missione da assolvere. Poiché anche per noi Maria non avrebbe potuto essere madre in tutta l’estensione del termine se non avesse avuto più il suo corpo. E’ un mistero che ci aiuta a penetrare con maggior profondità la sua missione che è missione di maternità: la maternità per suo figlio, prima; poi quella iniziata il giorno dell’assunzione, la maternità dei cristiani.

Anche ora all’ombra del Figlio

Com’è possibile? Che cosa le chiederà Dio d’ora innanzi? Direi che nella vita di Maria vi sono due condizioni diametralmente opposte: fino all’assunzione un genere di vita, soprattutto esteriormente, del tutto comune, talmente comune che nessuno l’ha notata, salvo coloro che, amando Cristo, amavano pure la madre di Cristo. Essa scompariva all’ombra del Figlio. Ma ora, dopo l’assunzione, tutto cambia e la sua condizione attuale è strettamente legata alla natura stessa della Chiesa: il corpo mistico di Cristo non è soltanto una struttura invisibile e puramente spirituale, bensì qualcosa di misteriosamente umano. La stessa cosa vale per l’eucaristia: nell‘eucaristia è presente il corpo di Gesù, e Maria, col suo corpo glorioso, è in relazione materna con questa realtà. Così, dal momento in cui suo figlio vivrà sulla terra sotto quel nuovo aspetto che è il corpo mistico, la maternità di Maria nei confronti di Cristo continuerà in questa nuova forma, in senso direi quasi fisico. La grazia stessa è una realtà fisica che deriva da Cristo, e Maria è la madre di Cristo.

Ma sappiamo forse tutto ciò con esattezza? E come osiamo affermare una cosa simile?

Come pensare che una donna, che ha cervello e cuore umani e che per la sua umanità stessa è limitata come qualsiasi altra creatura, possa conoscere ogni uomo che vive sopra la terra e occuparsi di lui? E’ possibile? Sì, e possiamo affermarlo con certezza, perché così afferma la Chiesa, da parte di Dio. Ci rendiamo conto perché la Chiesa è per noi così grande e importante? Chi oserebbe fare tale affermazione? Ma la Chiesa l’ha veramente fatta in termini tali da impegnare la nostra vita? Per credere a un’asserzione come questa bisogna anzitutto comprendere che cosa significhi. E’ bello abbandonarsi all’immaginazione, ma dobbiamo porci di fronte alla realtà: può dunque una donna, creatura umana, conoscere ogni uomo e conoscerlo con sufficiente libertà da potersene pure occupare? Può esser vera una cosa simile? Tra tutte le denominazioni riferite a Maria, una mi sembra tanto essenziale: quella di madre di Gesù perché determina esplicitamente la maternità di Maria nella sua condizione attuale. L’estensione della maternità di Maria, fa si che essa sia necessariamente presente, in quanto madre, ovunque si determini uno sviluppo o una nuova nascita di suo figlio: ogni volta cioè che la grazia agisce nelle nostre anime. Maria non può esserne assente, perché vi è qui qualcosa di suo figlio, di cui lei è la madre.

La posizione di Maria dopo l’assunzione è quindi antitetica alla posizione che essa occupava in terra. In quel tempo, la semplicità della fanciulla, dell’umile giovinetta d’Israele, della madre di famiglia, modesta come qualsiasi altra madre, più modesta di tutti gli altri santi perché la maggior parte degli altri santi ha fatto qualcosa: hanno fondato ordini, hanno creato delle scuole di spiritualità; mentre essa non è stata altro che “madre” e nella sua missione non troverete altro. Quanto a noi, siamo personalmente impegnati in questo nuovo ordine di realtà, e questo ordine dobbiamo vivere in un senso che forse non comprendiamo ancora abbastanza: lo si voglia o no, Maria è nostra madre, e in modo tale che la vita cristiana non può svilupparsi in noi senza il suo intervento.

La vera devozione a Maria consiste nello sviluppo della nostra spiritualità cristologica e trinitaria

Vorrei che, dopo quanto abbiamo detto, voi conservaste un’idea esatta di Maria e della posizione che deve occupare. Non potete porla in primo piano, e non potete neppure considerarla la prima dei santi, sul loro stesso piano. Dovete considerarla a sé. Ho sempre notato con meraviglia quanto sia confusa la nozione che si ha in occidente di tutte queste cose; quando si entra in una chiesa ci si sente sconcertati dalla proliferazione di statue, tra le quali un santo patrono qualsiasi occupa di solito, per le proporzioni e l’ubicazione della sua effige, la posizione preminente. Come comprendere qualcosa della gerarchia della fede e delle vere realtà del mondo invisibile? Che la chiesa sia dedicata a un determinato santo, non è una ragione perché questi sia continuamente il personaggio in primo piano. Mettetevi al posto di coloro che non sono in grado di fare il necessario ridimensionamento, degli estranei, dei neofiti. Una delle grandi doti della Chiesa orientale è certamente costituita dal fatto che l’iconostasi rappresenta una meravigliosa sintesi della teologia, dove non vi è nessun errore di prospettiva: il Salvatore è sempre a destra, e a sinistra sua madre!, poi, su un altro piano, i santi.

Non so se vi siete mai recati in Sicilia, Se sostate a Palermo, entrate nella grande chiesa bizantina di Monreale, poco sopra la città. Questa cattedrale, innalzata nel medio evo, è stata interamente rivestita di mosaici a opera di artisti bizantini. Provatevi ad analizzare l’ordine delle immagini. E’ una cosa meravigliosa. Tutta la chiesa della terra e del cielo è presente in modo mirabile: Cristo re, in fondo all’abside centrale, domina tutto. Maria non occupa una posizione gerarchica nella Chiesa: non è una colonna della Chiesa terrestre. Per questo nelle absidi laterali, a fianco di Cristo, son rappresentati san Pietro e san Paolo che costituiscono le fondamenta della Chiesa. sulle pareti si svolge tutto il mistero della storia dal principio della creazione, e la storia della Chiesa: Adamo, Eva, i profeti, l’annunciazione, la vita di Cristo. E Maria dov’è? Al Centro, al di sotto di suo figlio, un po’ più piccola. Maria non rientra nella struttura della Chiesa, occupa una posizione unica, dopo suo figlio, una posizione che non appartiene che a lei:

Quando si contemplano simili capolavori, capolavori d’arte e di senso dei misteri divini, e si guarda poi alle nostre chiese, riesce difficile rassegnarsi a simile mediocrità d’espressione. Perché non tradurre in immagini la bellezza delle realtà invisibili? Perché rassegnarsi a questa negligenza che ha finito per contraddistinguere con un marchio di standardizzazione e di volgarità tutto quello che la Chiesa occidentale ha portato con sé attraverso il mondo, fin dalle lontane missioni? Quale la conseguenza e insieme la causa di tale stato di cose, se non che i nostri cristiani hanno sì delle devozioni, ma non il vero senso dei misteri della loro fede? La loro pietà è buttata via, le loro devozioni grette; non posseggono il senso della Chiesa di Cristo né di Maria sua madre. E’ forse inutile cercare altre cause sul rispetto umano che gli uomini spesso dimostrano riguardo alla devozione a Maria.

E’ probabile che, se si insegnasse loro a conoscere in modo più conforme alla realtà, essi avrebbero spontaneamente un’autentica disposizione verso di lei.

Cercate dunque di farvi un’idea esatta della parte che Maria occupa nella vostra vita; e se nella vostra vita non la trovate cercate di porvela, o, più esattamente, cercate di accorgervi che essa è nella vostra vita, prendendo coscienza di tale realtà. E’ del tutto differente rispetto a qualsiasi altro santo che, durante la vita si supplica pregandolo di interessarsi a voi: la Vergine, lo vogliate o no, è già nella vostra vita, e in modo indispensabile quanto Cristo: ma al suo proprio posto e in una maniera che ora dovete imparare a scoprire. Maria è legata al prodursi della grazia in maniera unica, come nessun altro santo. Se possiamo far si, mediante la luce della nostra fede, che Cristo sia presente nella nostra vita, abbiamo pure la possibilità che anche Maria, a suo modo, sia presente nella nostra anima. Ritengo che appunto questa presenza sia l’esatto termine della vera devozione a Maria.

* Arcivescovo di Foggia

Parte IV

Maria e la Chiesa una sola madre

di Mariano Magrassi

PICCOLA ANTOLOGIA PATRISTICA

1.
FIGLI DI MARIA IN CRISTO
Orìgene (185-253)

Orìgene fu uno dei pensatori più profondi e uno dei più grandi uomini spirituali dell’antichità. Personalmente non volle mai essere altro che un autentico uomo di Chiesa. Perciò la condanna del Concilio di Costantinopoli (553) che colpì, tre secoli dopo la sua morte, alcune sue tesi oggettivamente eterodosse, non può diminuire il valore della testimonianza di colui che consacrò tutta la vita all’annunzio della Parola di Dio.

Osiamo dire che i Vangeli sono le primizie di tutte le Scritture e primizia dei Vangeli è quello secondo Giovanni. Il suo senso lo può cogliere solo chi ha poggiato il capo sul petto di Gesù e da lui ha ricevuto Maria, che è diventata anche sua madre. Così chi è chiamato ad essere un altro Giovanni, deve essere grande come lui, deve come Giovanni ricevere da Gesù la testimonianza di essere lui stesso Gesù. Infatti, se Maria non ebbe - secondo quanti pensano rettamente di lei - altro figlio all’infuori di Gesù, e Gesù dice alla madre: «Ecco tuo figlio », e non: «Ecco, anche questi è tuo figlio», è come se Gesù avesse detto così: « Ecco, questi è Gesù che hai generato ». In verità chi è perfetto non è più lui che vive, ma in lui vive Cristo (cfr Gal 2,20). Perciò di lui è detto a Maria: «Ecco tuo figlio, il Cristo ».

(Commento a Giovanni, I, 6; PG 14, 31-32)


2.
MATERNA SOLLECITUDINE DI MARIA
S. Cirillo di Gerusalemme (313-380)

Nato a Gerusalemme o nei dintorni, S. Cirillo acquistò, durante la sua giovinezza, una profonda conoscenza della sacra Scrittura. Divenne sacerdote e poi, verso il 350, vescovo di Gerusalemme. L’arcivescovo ariano di Cesarea lo fece però cacciare dalla sua sede episcopale. Dopo 11 anni di esilio, ritornò a Gerusalemme, dove ritenne suo dovere rimediare i danni morali e pacificare le agitazioni causate dallo scisma. Questo coraggioso pastore curò molto la predicazione. Di lui ci sono giunte le « catechesi », tenute nel 348. Sono un modello dell’insegnamento religioso del IV secolo, assieme al simbolo della fede che, a questa epoca, era quello della Chiesa di Gerusalemme.

L’unigenito Figlio di Dio, nell’ora della crocifissione, vedendo Maria, la madre sua secondo la carne, e Giovanni, il discepolo più caro, a lui dice: « Ecco tua madre », e a lei: « Ecco tuo figlio » (Gv 19, 27. 26), sottolineando così il dovere materno dell’una di amare l’altro come figlio. Indirettamente fece luce anche su quella frase di Luca: « ii padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui » (Lc 2,33). A questo testo si aggrappano gli eretici per affermare che egli nacque da un uomo e da una donna. Ma, come Maria è detta madre di Giovanni per la sua amorevole sollecitudine e non per averlo generato, così anche Giuseppe è chiamato padre di Cristo non per averlo generato - infatti, secondo il vangelo, ella partorì suo figlio senza che Giuseppe la conoscesse (cfr Mt 1,25) - ma per la cura disimpegnata nel nutrirlo ed educarlo.

(Catechesi, VII, 9; PG 33, 616)


3.
LA CHIESA, COME MARIA, E’ VERGINE MADRE
S.
Agostino (354-430)

S. Agostino, nato a Tagaste nell’Africa settentrionale, dopo una giovinezza disordinata, si convertì al cristianesimo, grazie anche alle preghiere della sua santa madre Monica e alla predicazione del vescovo di Milano sant’Ambrogio. Ordinato presbitero e poi vescovo d’’Ippona, fu uno straordinario uomo di pensiero e di azione. Romano per cultura, pensatore di genio, ci ha lasciato un’opera monumentale d’inestimabile valore. Filosofo, teologo, pastore d’anime e grande spirituale, il Dottore della grazia e, più ancora, della carità.

Forse mi dirai: Se la Chiesa è vergine, come fa a generare figli? Che se non genera figli, come mai abbiamo chiesto di nascere dal suo seno [col battesimo]? Rispondo: essa è vergine, eppure genera. Imita Maria, che generò il Signore. Forse che la santa vergine Maria non generò rimanendo vergine? Così pure la Chiesa genera ed è vergine. E se rifletti bene, genera Cristo, perché sono membra di Lui quanti sono battezzati. « Voi siete il corpo di Cristo e le sue membra», dice l’Apostolo (1 Cor 12, 27). Se dunque genera le membra di Cristo, la Chiesa è somigliantissima a Maria.

(Commento al simbolo, 8; PLS 2, 541)


4.
MARIA, MADRE DEI CREDENTI
S. Nilo abate (+ ca. 430)

Detto l’«Asceta», fu a capo di una comunità di monaci ad Ancira di Galazia tra il sec. IV e il sec. V. In lettere di contenuto religioso, in scritti ascetici, in raccolte di sentenze per i monaci trattò di preferenza i temi del «filosofare secondo Cristo» e specialmente della «povertà media», che vive al servizio di Dio, ma si occupa anche moderatamente delle cose terrene. (Non è da confondere con l’omonimo fondatore di Grottaferrata in Italia).

La prima Eva fu chiamata figuratamente vita (ctr Gen 2,19) per significare l’altra Eva, cioè santa Maria che generò la vita degli uomini, Cristo, il Signore della gloria. Questa infatti si rivela vera Madre di tutti quelli che vivono in consonanza col Vangelo e spiritualmente non muoiono a motivo della loro incredulità.

La prima donna ebbe l’arte di tessere vesti esteriori, affinché con esse coprissimo l’esterna nudità dei nostri corpi. L’altra invece, ossia la Madre di Dio, mostrò una sì grande perfezione e abilità di ricamo da rivestire tutti i credenti con le vesti dell’incorruttibilità, tessute con la lana dell’Agnello da lei generato, e da renderli interiormente liberi dalla nudità. Infatti i veri cristiani sono tutti adunati alla destra del Re del cielo, con vesti variopinte intessute d’oro (cfr Sal 44, 10), perché ricchi di ogni genere di virtù.

(Epistolario, I, 266, 267; PG 79, 179)


5.
MARIA, MADRE DEI VIVENTI
S. Pier Crisologo (380?-450)

Nato ad Imola, fu dal 424 al 440 vescovo di Ravenna che durante il suo episcopato divenne metropoli ecclesiastica. Contemporaneo e amico di Leone Magno, san Pietro fu predicatore famoso e autore di 176 sermoni pieni di pietà, tanto da meritarsi il nome di «Crisologo» uomo dalla parola d’oro). Da Benedetto XIII gli fu tributato il titolo di dottore della Chiesa.

a)

Una donna (= Maria) ricevette da Dio il lievito della fede, poiché una donna (= Eva) aveva ricevuto dal diavolo il fermento dell’incredulità, e lo intrise in tre staia di farina, che sono le tre epoche che vanno da Adamo a Noè, da Noè a Mosè, da Mosè a Cristo. E come una donna in Adamo aveva corrotto tutta la massa del genere umano con il fermento della morte, così una donna in Cristo riportò all’originale integrità l’intera natura umana con il lievito della risurrezione. Similmente una donna aveva preparato pane di gemiti e di dolore, e una donna cosse il pane della vita e della salvezza. Così per mezzo dì Cristo diventò vera madre di tutti i viventi colei che era stata madre di tutti i mortali. E’ per questo che Cristo volle nascere da una donna, affinché, come per tutti venne la morte a causa di Eva, così a tutti fosse ridata la vita per mezzo di Maria. Perciò in Maria la tipologia del lievito si compie, la parabola si realizza, la figura diventa realtà. Ella infatti dall’alto accoglie nel suo seno verginale il Verbo che assume in lei la nostra carne, e diventa lievito, perché proprio nel suo grembo l’intera pasta umana è lievitata di cielo.

(Sermone 99; PL 52, 478-479)

b)

Fece bene Gabriele quando aggiunse: «Benedetta sei tu fra le donne» (Lc 1, 28). Eva infatti è maledetta fra le donne perché causa di dolori nel parto; Maria invece con la sua maternità gioisce, è onorata e tra le donne è esaltata come benedetta. Così la donna che secondo natura è stata madre dei mortali, secondo la grazia è diventata in Maria madre dei viventi. (...) Assai ignora quanto sia grande Dio colui che non resta attonito dinanzi ai nobili sentimenti di questa vergine, e non ne ammira lo spirito. I cieli tremano, gli angeli paventano, la creatura soccombe, la natura è impotente, mentre questa fanciulla - e soltanto lei - accoglie e contiene nella dimora del suo seno Dio stesso e lo porta con tale tenerezza da esigere come compenso per tale ospitalità la pace per la terra, la gloria per i cieli, per i condannati la salvezza, per i morti la vita, una parentela tra la terra e il cielo, uno scambio tra Dio e la nostra condizione mortale. Si compie così il detto del profeta: «Ecco, dono del Signore sono i figli, è sua grazia il frutto del grembo » (Sal 126,3).

(Sermone 140; PL 52, 576-577)

c)

Sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe » (Mt 1,18): sposa nella verginità, madre per la fecondità; madre che non conosce uomo, eppure conosce il parto. Come non sarebbe madre prima del concepimento colei che dopo il parto rimase vergine benché madre? Come non sarebbe madre colei che ha generato il creatore del mondo e ha dato l’inizio a tutte le cose? (...).

Mentre la vergine di natura sua è sempre madre, la genitrice naturale, perché corrotta, è sempre matrigna. Dunque è prerogativa propria della verginità che una vergine (= la Chiesa) rigeneri per mezzo di Cristo ciò che un’altra vergine (= Maria) generò per mezzo di Dio. Celestiale unione fu quella tra Dio e la Vergine intemerata, perfetto e santo connubio è quello tra Cristo e la vergine (Chiesa). Che la Vergine concepisca è azione dello Spirito, non frutto della carne; che la Vergine dia alla luce è mistero divino, non effetto di unione coniugale: la nascita di Cristo si deve alla maestà divina, non all’opera dell’umana debolezza; intera risplende la gloria di Dio là dove non c’è traccia alcuna di imperfezione. (...)

Maria è chiamata madre. E quando Maria non è madre? (...) Forse che Maria non concepì con unico atto anche il popolo che usciva dall’Egitto, affinché quale celeste progenie emergesse rigenerato in nuova creatura, come dice l’Apostolo: «I nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare» (1 Cor 10, 1-2)? E affinché si veda che Maria cammina sempre avanti quando è in gioco la salvezza dell’uomo, giustamente essa cantando precede il popolo che l’onda generatrice libera dalla morte. Dice intatti: « Maria, sorella di Aronne, prese in mano un timpano e intonò il canto: Cantiamo al Signore, perché ha mirabilmente trionfato» (Es 15, 20-21). Nome questo (= Maria) indubbiamente profetico, di salvezza per i rinati, insigne per la verginità, nobile per la purezza, indice certo di castità, sacro a Dio, segno di generosa ospitalità, che in sé aduna ogni santità Giustamente dunque questo nome, che serve a indicare la sollecitudine materna, è proprio della Madre di Cristo.

(Sermone 146; PL 52, 592-593)



6.
MARIA, MADRE E FIGLIA DELLA CHIESA
Berengaudo (sec. IX)

Di questo autore medievale, vissuto nel IX secolo, oltre al nome, sappiamo che fu un monaco benedettino e scrisse un ampio « Commento all’Apocalisse » (da cui è tratto il brano seguente), opera già attribuita, ma erroneamente, a sant’Ambrogio di Milano.

«Il dragone si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato» (Ap 12, 4). Qui per la donna possiamo intendere anche la beata Maria per il fatto che ella è madre della Chiesa per aver partorito colui che della Chiesa è il capo. Ma è anche figlia della Chiesa poiché ne è il membro più nobile. Il dragone, dunque, si arrestò davanti alla donna per divorarne il figlio appena l’avesse partorito. Infatti fu lui che, subito dopo la nascita di Cristo, decise di toglierlo di mezzo, servendosi di Erode come di suo ministro. E’ sempre lui che si drizza anche davanti a quell’altra donna che è la Chiesa, per cercare di trarre alla rovina, mediante la tentazione al male, coloro che essa genera a Dio col battesimo.

«Essa partorì un figlio maschio » (Ap 12,5). Se ciò che qui è detto si deve riferire al Signore nostro Gesù Cristo, che necessità c’era di specificare che la donna partorì un figlio maschio, dal momento che lo sappiamo tutti che il Signore nostro Gesù Cristo era maschio? Se invece si riferisce alla Chiesa, come mai vien detto che diede alla luce un figlio maschio, dal momento che essa genera ogni giorno a Dio una moltitudine di figli e di figlie dell’uno e dell’altro sesso? in realtà è vero che il sesso femminile è fragile per natura; ma quando la donna acquista una tale fortezza d’animo da vincere il diavolo e si sforza di piacere a Dio con le buone opere, non senza fondamento è chiamata uomo: nel corpo rimane donna, ma per il vigore dell’anima è paragonata agli uomini più gagliardi.

La donna diede alla luce un figlio: infatti la Chiesa genera ogni giorno le membra di colui che la beata vergine Maria un giorno diede alla luce. Uno solo, dunque, è il figlio che la vergine Maria partorì e che la Chiesa partorisce ogni giorno, giacché Cristo più tutte le sue membra formano un solo Cristo.

(Commento all’Apocalisse, XII, 3-5; PL 17, 960)


7.
PERFETTA CORRISPONDENZA
TRA MARIA E LA CHIESA
S. Pier
Damiani (1007-1012)

Nato a Ravenna da famiglia povera, ebbe come tutore il fratello maggiore, Damiano, di cui assunse il nome. Si fece monaco eremita camaldolese, ma fu spesso impegnato nella predicazione al popolo e a riformare monasteri. Creato cardinale-vescovo di Ostia, lottò efficacemente per liberare la Chiesa dagli affari temporali, reagì contro la decadenza intellettuale e morale del clero, e aprì così la strada a quella riforma che il suo grande amico, il monaco Ildebrando (Gregorio VII), intraprese più tardi. Per i suoi numerosi e infiammati scritti, fu dichiarato dottore della Chiesa nel 1828.

Vi piacerebbe, fratelli carissimi, che io ora esaminassi davanti a voi la molteplice bellezza del disegno divino e mettessi a confronto i due discepoli del nostro Redentore per mostrarvi come ambedue si corrispondano per una certa somiglianza di dignità? Intendo riferirmi a Pietro e a Giovanni. Infatti il Signore, come affidò a Pietro le chiavi della Chiesa, così volle affidare a Giovanni la custodia di Maria. L’una e l’altra è veramente madre: madre Maria, madre la Chiesa. Maria madre di Cristo, la Chiesa madre del popolo cristiano. Da Maria Cristo ha assunto la carne, ma poi dal suo fianco squarciato ha generato la Chiesa. Da Maria ha tratto origine quando nasceva secondo la carne, la Chiesa invece la dà alla luce quando la sua carne era ormai esanime. Da quella volle nascere, per questa si degnò morire. Dall’una nacque una volta per tutte Lui personalmente, dall’altra nascono ogni giorno le sue membra. Prese dall’una di che morire per l’altra, perché così si salvassero tutte e due insieme. Grande è perciò Maria, madre benedetta e vergine beata, dalle cui viscere Cristo ha assunto quella carne dalla quale poi scaturì la Chiesa per mezzo dell’acqua e del sangue. Di qui si vede chiaramente che anche da Maria è nata la Chiesa. Tuttavia entrambe (le madri) sono caste, entrambe pure, entrambe adorne di perenne verginità.

(Sermone 63; PL 144, 861)


8.
MARIA «PORTIO OPTIMA» E TIPO DELLA CHIESA
Ruperto di Deutz (1070/75-1129/30)

Nato a Liegi, giovanissimo entrò nel monastero della sua città. Da cinque anni si era trasferito, per amore della pace, a Siegburg presso Colonia, quando fu eletto abate di Deutz. Morì addolorato per l’incendio della sua abbazia. Nei suoi commentari esegetici ha percorso tutta la Bibbia, mostrandone la profonda unità in quanto narra un’unica grande vicenda che realizza il disegno di Dio per la salvezza degli uomini.

In Dio nel suo disegno di salvezza aveva disposto che il Verbo si facesse prima « voce » e « parola » attraverso il cuore e la bocca dei profeti, e poi si facesse carne nel grembo della Vergine Maria. Così facendo, il Verbo di Dio diventato carne, il Figlio di Dio fattosi uomo, si sarebbe chiamato e sarebbe stato realmente sposo. Tutta la Chiesa sarebbe convolata a questa offerta nuziale, pur senza lasciare il Padre che fino ad allora essa aveva chiamato suo unico sposo.

Ora la Beata Vergine è stata la parte migliore della Chiesa antica (= Israele) e ha meritato di essere sposa del Padre; ma è stata ancor più il tipo esemplare della giovane Chiesa, sposa del Figlio di Dio, cioè del suo stesso Figlio. Infatti quello stesso Spirito che nel suo grembo ha operato l’incarnazione dell’Unigenito di Dio, nell’utero della Chiesa - cioè nel lavacro vivificante del battesimo con la potenza della grazia avrebbe rigenerato una moltitudine di figli a Dio. (...) Al contrario, non si può dire dell’antica Chiesa che fosse sposa del Figlio: il Re divino non aveva ancora celebrato le nozze di suo Figlio, e dunque il Figlio non era ancora sposo. (...) Ma quando venne la pienezza dei tempi, allora tutto l’affetto, l’amore, la forza generatrice di Dio si posò sulla Vergine, che meritò di udire dall’angelo le arcane parole: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo » (Lc 1,35).

(La Trinità e le sue opere: lo Spirito Santo, I, 8; PL 167, 1577-78)


9.
MARIA, VERA EVA
Guerrico d’Igny (1078-1157)

Attratto dall’esempio di san Bernardo, il beato Guerrico entrò nel monastero di Chiaravalle nel 1125, ma nel 1138 dové trasferirsi a Igny (diocesi di Reims) di cui era stato eletto abate. Fra i discepoli del grande Bernardo, Guerrico è forse il più vicino al maestro per il modo con cui interiorizza i misteri di Cristo, li porta a una relazione personale con Gesù che preannunzia la devozione moderna, pur rimanendo sulla linea della grande tradizione patristica. Senza dubbio Guerrico è meno originale di molti altri autori cistercensi, ma ci sembra più accessibile. I 54 discorsi sull’anno liturgico che abbiamo di lui, riflettono con grande semplicità il fervore che animava le prime comunità cistercensi.

L’antica Eva, più matrigna che madre, perché diede ai figli la morte prima ancora di generarli, fu sì chiamata « la madre dei viventi» (Gen 3,20), ma in verità si potrebbe chiamare piuttosto assassina dei viventi, perché il suo generare non fu altro che ingenerare morte. Essa dunque non potè realizzare quanto il suo nome significava. Invece Maria diede piena attuazione a quel mistero di cui è espressione. E’ infatti madre di tutti coloro che rinascono alla vita, proprio come la Chiesa di cui è modello. E’ Madre di quella vita di cui tutti vivono. Generando la vita, ha come rigenerato tutti coloro che di questa vita dovevano vivere.

La santa Madre di Cristo si riconosce madre dei cristiani sul piano del mistero, e perciò esercita verso di loro tutte le sollecitudini e l’amore proprio di una madre. Non si sente insensibile verso i suoi figli, non li tratta da estranei, lei, che pur avendo generato una volta sola, fu sempre madre, né mai cessò di dare al mondo i frutti del suo amore materno.

Se un servo di Cristo può dire di generare i suoi figliuoli per le premure e l’amore che porta loro, finché non sia formato il Cristo in essi (cfr GaI 41, 19), quanto più la Madre stessa di Cristo? E Paolo li ha generati predicando la parola di verità con la quale sono stati rigenerati. Maria invece in un modo molto più divino e santo, generando lo stesso Verbo. Io lodo certo in Paolo il ministero della predicazione, ma ammiro e venero di più in Maria il mistero della generazione.

Anche i cristiani la riconoscono per madre e, mossi dal loro naturale affetto di figli, si rifugiano in lei in ogni necessità e pericolo, invocandone con fiducia il nome, come bimbi in braccio alla loro mamma. Per questo penso si possa intendere rivolto ad essi ciò che è stato promesso per mezzo del profeta: Abiteranno in te i tuoi figli (cfr Sal 101, 29), senza escludere naturalmente che tale profezia sia principalmente riferita alla Chiesa.

E ora, se davvero abitiamo al riparo della Madre dell’Altissimo, riposiamo sotto la sua protezione come all’ombra delle sue ali, e un giorno, condividendo la sua gloria, saremo ammessi alla sua presenza. Allora risuonerà un unico coro di cuori esultanti che acclameranno la madre: Sono in te tutte le nostre sorgenti (cfr Sal 86,7), o santa Madre di Dio.

(Discorso 1 sull’Assunzione di Maria; PL 185, 187-189)


10.
MARIA NOSTRA MADRE
Aelredo di
Rievaulx (1110-1167)

Nato a Yorkshire, passò verso il 1133 dalla corte del re di Scozia all’abbazia cistercense di Rievaulx. Dottore di vita spirituale fu successivamente maestro dei novizi, abate di San Lorenzo di Rivesby e abate di Rievaulx. « E’ quasi un altro Bernardo, il nostro Aelredo », dicevano di lui i cistercensi che lo conobbero e lo amarono. In effetti, senza uguagliare il suo famosissimo contemporaneo, Aelredo ci ha lasciato un’opera di valore, i cui temi principali sono: l’amore tenero verso l’umanità del Salvatore e verso la Vergine Maria e l’amicizia spirituale tra gli uomini.

Accostiamocj alla sua sposa, accostiamoci alla sua madre, accostiamoci all’ottima sua serva. Tutto questo è la beata Maria.

Ma che cosa faremo per lei? Quali doni le offriremo? Potessimo almeno darle quello che dobbiamo per debito! Noi le dobbiamo onore, noi le dobbiamo servizio, noi le dobbiamo amore, noi le dobbiamo lode. Noi le dobbiamo onore, perché è madre di nostro Signore. Infatti colui che non onora la madre, senza dubbio disonora il figlio. La Scrittura dice: « Onora tuo padre e tua madre » (Es 20,12).

Che cosa diremo dunque, fratelli? Non è forse ella nostra madre? Certo, fratelli, ella è veramente nostra madre. Per lei infatti siamo nati non al mondo, ma a Dio. Tutti noi, come ben sapete e credete, siamo stati nella morte, nella decrepitezza, nelle tenebre, nella miseria. Nella morte, perché avevamo perduto il Signore; nella decrepitezza, perché eravamo nella corruzione; nelle tenebre, perché avevamo perduto la luce della sapienza e così eravamo del tutto perduti.

Ma per mezzo della beata Vergine Maria siamo nati molto meglio che non per mezzo di Eva, per il fatto che Cristo è nato da lei. Invece della decrepitezza abbiamo acquistato la freschezza; invece della corruzione l’incorruzione; invece delle tenebre la luce.

Ella è nostra madre, madre della nostra vita, madre della nostra incorruzione, madre della nostra luce. Dice l’Apostolo riguardo a nostro Signore: «Egli è diventato per noi sapienza e giustizia, santificazione e redenzione» (1 Cor 1,30).

Ella dunque, che è madre di Cristo, è madre della nostra santificazione, madre della nostra redenzione; perciò è per noi più madre della madre nostra secondo la carne. Dunque da lei abbiamo una natività migliore, perché da lei è la nostra santità, la nostra sapienza, la nostra giustizia, la nostra santificazione, la nostra redenzione.

Dice la Scrittura: « Lodate il Signore nei suoi santi » (Sal 150, 1). Se nostro Signore si deve lodare per quei santi per mezzo dei quali opera miracoli e prodigi, quanto più è da lodare in colei nella quale fece se stesso, che è mirabile su tutte le cose mirabili.

(Discorso 20 sulla Natività di Maria; PL 195, 322-324)


11.
MARIA-CHIESA: UNICA MADRE DEL CRISTO TOTALE
Isacco della Stella
(+ 1178)

Isacco della Stella nacque in Gran Bretagna. Teologo e filosofo, è uno scrittore spirituale cistercense di prim’ordine. Andò a studiare in Francia con i più celebri maestri del suo tempo. In seguito entrò nell’abbazia della Stella nel Poitou e ne divenne abate nel 1147. Circa vent’anni dopo, a capo di un piccolo gruppo, stabilì la vita monastica nell’isola di Re, al largo di La Rochelle. Nei suoi sermoni, Isacco unisce armoniosamente la sostanza teologica della tradizione patristica, le nuove esigenze di un rigoroso approfondimento intellettuale e la sensibilità umana caratteristica della scuola cistercense del XII secolo.

E’ giusto che nel popolo dei redenti il primo posto sia riservato alla Madonna, che ha realmente generato il primo di tutti noi. Cristo infatti è il primogenito di molti fratelli. Figlio unico di Dio per natura, egli ha stabilito nella libertà del suo amore un legame con gli uomini, per renderli uno con lui. «A quanti l’accolgono ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1, 12)... Presi ad uno ad uno secondo la loro nascita terrena, gli uomini sono una moltitudine; ma la seconda nascita, quella divina, li rende uno con il Cristo. C’è infatti un solo capo, Cristo, e un solo corpo, il corpo di Cristo, e il capo e il corpo sono una cosa sola.

E questo Cristo totale è figlio di un solo Dio incielo e di una sola madre sulla terra. Ci sono dunque molti figli, ma in realtà c’è un unico figlio. E come il capo e le membra insieme, pur essendo molti, sono un solo figlio, così Maria e la Chiesa, pur partecipando a tutti la loro maternità e la loro verginità, sono una sola madre, una sola vergine. L’una e l’altra sono madre; l’una e l’altra, vergine. Entrambe concepiscono per opera dello Spirito Santo, non per desiderio carnale. Entrambe danno un figlio a Dio Padre senza peccato. Una ha generato, senza peccato, un capo per il corpo; l’altra, attraverso la remissione dei peccati, ha fatto nascere un corpo per il capo. Entrambe sono madre di Cristo, ma nessuna può generare il Cristo totale senza l’altra. Per questo nelle Scritture divinamente ispirate una stessa realtà può essere riferita, in modo generale, alla vergine madre che è la Chiesa, e in modo particolare a Maria, vergine e madre. Quando cioè un testo parla dell’una o dell’altra, esso può applicarsi all’una e all’altra quasi senza distinzione.

Non solo: anche ogni anima che crede è veramente, in maniera analogica, sposa del Verbo di Dio, madre, figlia e sorella di Cristo, vergine feconda. E’ dunque la stessa Sapienza di Dio, il Verbo del Padre, che sotto la medesima figura ci fa intravedere nel senso universale la Chiesa, in senso speciale Maria e infine ogni credente in particolare.

«In mezzo a tutte queste cose cercai un luogo di riposo», dice la Sapienza di Dio (Sir 24,11 Vg). Questa Sapienza è dappertutto e in tutte le cose. Essa si estende da un’estremità all’altra del mondo, dall’inizio alla fine della realtà, e lascia dappertutto una traccia di sé in modo che la si può cercare e trovare. Ma è soltanto negli esseri spirituali, fatti a sua immagine e somiglianza, che essa ritrova riposo e gioia o, al contrario, pena e dispiacere... « E fisserò la mia dimora nell’eredità del cielo» (Sir 24, 11). L’eredità del Signore è, globalmente, la Chiesa, Maria in modo speciale e ogni credente in particolare. Nella dimora del seno di Maria, Cristo è testato nove mesi; nella dimora della fede della Chiesa resterà fino alla fine di questo mondo, e nella conoscenza e nell’amore dell’anima fedele, per i secoli dei secoli.

(Sermone 51; PL 194, 1862-65)


12.
MARIA, MADRE AMOROSA E CORREDENTRICE
S. Bonaventura (1221 1274)

Nato nel 1221 a Bagnoregio (Viterbo), Giovanni Fidanza mentre era bambino fu miracolosamente guarito da san Francesco. In questa «bona ventura» trovò la sua vocazione francescana. Mandato per gli studi a Parigi, fu alunno di Alessandro di Hales. Per molti anni insegnò teologia e nel 1257 divenne l’ottavo Ministro generale del suo Ordine.
Bonaventura fu uomo di azione, ma ancor più pensatore e contemplativo. Lasciò un’opera considerevole che, per la sua importanza, si situa accanto a quella di san Tommaso d’Aquino. Nel 1273 il futuro «Dottore serafico» fu fatto cardinale-vescovo di Albano e morì l’anno seguente durante i lavori del Concilio di Lione.

Quando Cristo soffriva sulla croce per purificarci, lavarci e riscattarci, la Vergine, presente, accoglieva con generosità la volontà divina e accettava che fosse offerto in riscatto per noi sulla croce il frutto del suo seno.

Ella ha pagato questo riscatto da donna coraggiosa, compresa di amore e di venerazione per Dio. Leggiamo nel libro dei Proverbi: «La grazia inganna e la bellezza svanisce: la donna tema Dio e sarà lodata» (31,30). Anna fu lodata per aver offerto Samuele; offrì il figlio suo per il servizio del tempio, ma la santa Vergine ha offerto suo figlio per il sacrificio. E tu, Abramo, volevi offrire tuo figlio, ma alla fine hai offerto un capretto, mentre la Vergine gloriosa ha offerto il figlio. Lodiamo anche la povera vedova, perché ha offerto tutto quello che possedeva; ma quest’altra donna, la Vergine gloriosa, nella sua grande misericordia, nel suo amore e nella sua devozione a Dio, ha offerto tutta la sua vita.

La gloriosa Vergine ha pagato il nostro riscatto da donna coraggiosa e piena di amore compassionevole per Cristo. E’ detto in san Giovanni: « La donna, quando partorisce, è triste perché è venuta la sua ora » (16,21). La beata Vergine Maria non ha provato i dolori del parto, perché non ha conosciuto il peccato come Eva, contro la quale fu lanciata la maledizione; il suo dolore lo ha avuto dopo: ha partorito sulla croce. Le altre donne conoscono il dolore del corpo, ella ha provato quello del cuore. Le altre soffrono di una alterazione fisica, lei di compassione e di carità

La beata Vergine ha pagato il nostro riscatto da donna coraggiosa, capace di un profondo senso di pietà per il mondo, e soprattutto per il popolo cristiano. « Può una donna di Israele » dimenticare il suo bambino e non aver pietà per il frutto del suo seno?» (Is 49, 15). Questo può farci comprendere che il popolo cristiano intero è frutto del seno della gloriosa Vergine.

Quale Madre amorosa abbiamo! Modelliamoci sulla nostra Madre e seguiamola nel suo amore. Ella ha avuto compassione delle anime a tal punto da considerare un nulla ogni perdita temporale e ogni sofferenza fisica. « Siamo stati riscattati con un grande prezzo» (1 Cor 6,20).

(I sette doni dello Spirito Santo, V, 15-21; 1, Opera omnia, ed. Quaracchi, IV, 1891 pp. 487-489)

Questa presenza attiva della Vergine nella Chiesa è misteriosa e sfugge a indagini precise. E’ possibile solo evocarla attraverso qualche tema biblico. Ne scelgo tre: Vergine-Madre, Tempio di Dio, Strumento di salvezza.

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