Lunedì, 16 Ottobre 2017
Sabato 19 Giugno 2004 12:57

3. La Madre di Gesù nel mistero dell'ora (P. Alberto Valentini)

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LA MADRE DI GESÙ


NEL MISTERO DELL'ORA


di Padre Alberto Valentini


       


 


La pericope di Gv 19,25-27 è veramente una scena notevole, inserita nel cuore del mistero pasquale di Cristo. La sua importanza emerge dalla densità del brano, dal contesto dell'"ora" e dal suo rapporto con l'episodio di Cana.


 


CANA E LA CROCE


Iniziando da quest'ultimo, bisogna dire che la scena delle nozze (Gv 1-12) non solo annunzia ed anticipa, in qualche misura, quella della croce, ma attinge in essa senso compiuto e rivela la sua densità. Poste all'inizio e al termine del Vangelo, costituiscono due episodi-chiave, fondamentali non solo per comprendere la figura e il ruolo di Maria, ma lo stesso messaggio giovanneo.


Le due scene, attentamente orchestrate, appaiono in evidente parallelismo. I personaggi sono i medesimi:


- Gesù, rispettivamente all’inizio e al compimento della sua opera;


- La madre di Gesù (sua madre) - la "donna";


- I discepoli


In un caso come nell'altro, la Vergine non viene presentata col nome di "Maria", ma con l'appellativo "la madre di Gesù" e con quello particolare di "donna", titolo mai usato da un figlio nei confronti di sua madre! In ambedue i brani si parla dell'"ora" di Gesù, che a Cana non è ancora giunta (cf 2,4) e sul calvario è compiuta (cf 19,27). Sia l'episodio di Cana, sia quello della Croce sono seguiti dalla medesima espressione: "Dopo questo ... " (2,12; 19,28), formula che secondo alcuni studiosi non sarebbe semplicemente temporale, ma consequenziale, rivestendo nel contesto notevole importanza:


-2,12: "Dopo questo" si ha una comunità di fede riunita intorno a Gesù;


-19,28: "Dopo questo" tutte le cose sono compiute.


Possiamo dire, in generale, che se Cana si presenta sotto il segno dell'ora non ancora venuta, la Croce costituisce il compimento dell'ora.


Se a Cana c'era il "principio" dei segni, il segno archetipo, sulla Croce c'è il segno per eccellenza (il Figlio dell'uomo innalzato) che rivela la gloria di Dio, grazie al quale i discepoli credono in lui.



       


 


Gv 19,25-27 NEL CONTESTO DELL'ORA DI GESU’


La scena di Gv 19,25-27 riceve luce dal confronto con Cana, ma rivela la sua eccezionale densità nel contesto immediato degli "atti" di Gesù in croce (Gv 19,17-37). Si tratta di cinque episodi nei quali si articola l'ultima fase della passione:


- l'iscrizione del titolo sulla croce (vv. 19-22)


- la divisione delle vesti (vv. 23-24)


- le parole alla madre e al discepolo (vv. 25-27)


- il compimento dell'opera affidata dal Padre (vv. 28-30)


- la trasfissione del costato (vv. 31-37).


La nostra pericope, come si vede, è al centro degli eventi supremi dell'ora di Cristo, tutti altamente simbolici e di eccezionale portata teologica.


Non si può non sottolineare con R. Bultmann la profonda unità di queste scene e la loro importanza, dal momento che l'evangelista le presenta quale misterioso compimento delle Scritture.


Non possono dunque essere lette su un piano materiale e fenomenologico, ma devono essere intese quale rivelazione pasquale. Sembra anzi che proprio nel nostro episodio sia presente uno schema di rivelazione, che mette in luce la vera identità della madre di Gesù e del discepolo amato.


Nonostante la presenza di altre persone, al centro della scena del calvario ci sono - come si è notato - tre protagonisti:


- Gesù, che nella sua maestà regale di Figlio dell'uomo innalzato sulla croce, comunica le rivelazioni supreme e dona le ultime disposizioni testamentarie.


- Maria, la quale - a differenza di Cana - non parla, ma è al centro dell'attenzione quale depositaria principale delle volontà del Figlio. Ella viene nominata quattro volte come madre di Gesù, una volta come madre del discepolo e una come "donna".


- Il discepolo, non menzionato all'inizio tra coloro che stanno presso la croce, ma poi reso destinatario, come Maria, del dono del Maestro.


Dal punto di vista della frequenza, la figura maggiormente sottolineata è la Vergine. Ella appare anzitutto quale madre di Gesù, ma anche come la donna madre del discepolo. Questa rivelazione esplicita, peculiare del quarto Vangelo, faceva parte dei segreti del Padre e del Figlio, dei misteri della salvezza, che solo al momento dell'ora vengono svelati.


Il discepolo, a sua volta, non è solo colui che segue il Maestro ed è da lui amato, ma - appunto perché tale - è anche il figlio della "donna".


Maria è così madre di Gesù e donna-madre del discepolo.


Se la maternità nei confronti di Gesù è tradizionalmente accettata, il titolo di "donna" e madre del discepolo richiede delle spiegazioni.



       


 


IL DISCEPOLO DI GESU’


Come sempre nel quarto vangelo, e specialmente in queste scene della Passione, non ci si può limitare ad una comprensione materiale, e dunque superficiale, del messaggio. La nostra non è un semplice atto di pietà familiare nei confronti di una madre che sarebbe rimasta sola, come spesso ancora si afferma, specie in ambito non-cattolico. Ciò contraddice al testo stesso che sottolinea anzitutto la presenza e il ruolo di Maria ("Donna, ecco il tuo figlio"), e solo in secondo luogo, come conseguenza, il suo affidamento al discepolo ("Ecco la tua madre").


E poi non bisogna dimenticare che i rapporti che intercorrono tra di loro non si muovono sul piano della natura, ma su quello della generazione secondo lo spirito.


Chi è- dunque il discepolo? E’ una persona e al tempo stesso un simbolo. Secondo R. Bultmann le parole di Gesù innalzato solennemente sulla croce hanno in fondo lo stesso significato di quelle rivolte al Padre nella preghiera sacerdotale di Gv 17,20ss: "non prego soltanto per loro, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me...".


Anche secondo M. Dibelius il discepolo amato esprime "il tipo dei discepoli": l'uomo della fede, il testimone della croce, "il figlio della madre di Gesù, cioè il rappresentante dei discepoli che, con la loro posizione in rapporto a Dio, sono diventati essi pure fratelli di Gesù (20,17) ".


Si noti che il discepolo, nel nostro testo, è presentato per tre volte (vv. 26-27) e sempre con l'articolo determinativo, per così dire, in forma enfatica: il discepolo amato rappresenta tutti coloro che hanno creduto ed hanno accolto Gesù. Essi costituiscono il nuovo popolo di Dio:


sono la comunità dei redenti dal sacrificio dell'Agnello (al quale non dev'essere spezzato alcun osso) (vv. 33.36); sono la chiesa nata dal sangue e dall'acqua, scaturiti dal costato del Redentore (v. 34), la nuova Eva tratta dal fianco del nuovo Adamo dormiente sulla croce.



       


 


LA DONNA, MADRE DEI FIGLI DI DIO


La donna, per conseguenza, è la madre del discepolo e dei discepoli, anzi della comunità di tutti coloro che erano dispersi e per i quali Gesù ha offerto la sua vita. Egli infatti "doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (G. 1l,51s).


Nel pensiero veterotestamentario i dispersi figli di Dio sono i figli d'Israele esiliati tra le genti a motivo dei loro peccati (cf Dt 4,25-27; 28,62-66; 30,1-4, ecc.). Il Signore che li aveva disseminati tra i popoli lontano dalla loro terra, li ricondurrà nel loro paese e nella loro casa. Dei regni divisi di Israele e di Giuda farà un solo popolo e un discendente di Davide sarà il loro pastore (cf Es 34,23-24; 37,24). Con essi stringerà un'alleanza nuova, il cui mediatore sarà un misterioso "servo" (cf Is 42,6; 49,8), il quale offrirà la sua vita in riscatto per le moltitudini (cf 53,10s).


Tutte le genti verranno allora e si raduneranno in Gerusalemme, che diventerà madre di figli innumerevoli (cf Is 49,19-20; 60,1-9; Tb 32,12s). Già sposa di Dio - abbandonata a causa delle sue infedeltà e privata dei figli - essa vedrà il ritorno del Signore ed accoglierà entro le sue mura una discendenza innumerevole e sconfinata. Sarà una maternità prodigiosa ed universale. La città-comunità, indicata frequentemente col simbolo di una donna, sposa e madre, e con il titolo di "figlia di Sion", è invitata a gioire per la redenzione e il ritorno dei suoi figli. "Agli occhi della prima generazione cristiana osserva A. Serra - la madre di Gesù si configurava come l'incarnazione ideale della "figlia di Sion". In lei, persona individua, maturava esemplarmente la vocazione di Sion-Gerusalemme e di tutto Israele, popolo dell'Alleanza".


Su questo sfondo, il discepolo amato rappresenta tutti i redenti. E Maria la donna-figlia di Sion, simboleggia la comunità dell'alleanza, madre dei figli di Dio un tempo dispersi ed ora raccolti in unità.


Maria non è figura soltanto dell'antica figlia di Sion, nella quale peraltro le splendide promesse si realizzarono solo parzialmente e temporaneamente: ella inaugura e realizza, quale primizia, la vocazione della nuova Sion, la comunità della nuova e definitiva alleanza, madre di tutti i credenti. Proprio perché madre di Cristo, "primogenito di molti fratelli" (Rm 8,29). Maria è madre di tutti coloro che sono rinati per la fede in lui. La sua maternità, iniziata con la nascita di Gesù, attinge sul Calvario la sua pienezza.


Come si vede, l'episodio di Gv 19,25-27 va ben al di là di una semplice scena domestica, d'un atto di premura filiale da parte di Gesù nei confronti della madre che ormai sarebbe rimasta sola.



       


L'ACCOGLIENZA DELLA MADRE


Di fronte a questa maternità, dono-rivelazione del Maestro, il discepolo è chiamato ad un atteggiamento di fede, a un'adesione vitale, a una decisione che sorge dal profondo della sua libertà: decisione libera, ma non facoltativa. Il discepolo amato non può non accogliere il dono del suo Signore. L'accoglienza della madre è una delle note che caratterizzano il vero discepolo di Cristo. "E da quell'ora il discepolo l'accolse ... " (v. 27).


L'ora dell'accoglienza della madre - che non è tanto indicazione cronologica, ma momento teologico - coincide (ed è di grande significato) con il compimento dell'ora di Gesù. L'espressione "dopo questo ... ", con la quale inizia il verso seguente (v. 28) non pare - come s'è notato - una semplice formula di transizione, ma intenderebbe sottolineare uno stretto legame tra quel che precede e quel che segue. "Dopo questo (in conseguenza di ciò), Gesù, sapendo che tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, dice... (v. 28). Come si vede è un linguaggio particolarmente solenne, nel caratteristico stile giovanneo, che colloca il nostro episodio al culmine dell'ora stabilita dal Padre e come suggello dell'opera salvifica. Con il dono-rivelazione di Maria quale madre dei credenti e con la sua accoglienza da parte del discepolo si compie l'opera di Cristo.


Sono visioni splendide e grandiose, emergenti dalle misteriose profondità del vangelo giovanneo, che possono essere sondate solo dal "discepolo amato". É il caso di ripetere la finissima e nota intuizione del grande Origene:


"Bisogna dire che, di tutte le Scritture, i Vangeli sono la primizia e che, tra i Vangeli, la primizia è quello di Giovanni, di cui nessuno può attingere il senso, se non si è chinato sul petto di Gesù e se non ha ricevuto da Gesù Maria per madre" (Enarrationes in psalmos 124, PL 37, 1651).


Alla luce dell'episodio di Maria presso la croce, si illumina anche il misterioso "segno" di Cana. Si comprende meglio il senso delle nozze e dell'ora, e il compito di quella donna nella vita dei discepoli del Signore.


Alla luce della Croce gloriosa di Cristo si comprende il senso profondo della storia del mondo, in particolare di questo. Tempo che, pur tra grandi prove, sofferenze e conflitti, è segnato dalla grazia di Cristo e dall’amore del Dio-Trinità. Un tempo in cui il popolo di Dio continua e continuerà a sperimentare la costante presenza della Madre del Signore, la cui missione non è compiuta né si compirà fino al ritorno glorioso del Signore. Perché ad ogni generazione che irrompe sulla scena della storia ella offrirà Cristo speranza indefettibile degli uomini e futuro dell’universo.


(Fine)

Ultima modifica Sabato 26 Giugno 2004 09:53

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