Domenica, 20 Agosto 2017
Sabato 05 Dicembre 2009 21:00

L’istituzione della maternità spirituale di Maria (Jean Galot)

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Il fondamento del culto mariano

 

L’istituzione della maternità spirituale di Maria

 

di Jean Galot, S.I.

 

1. Le parole di Cristo

Qual è il fondamento del culto mariano? Il problema merita di essere studiato: innanzitutto perché la fede cristiana cerca di precisare sempre meglio la propria origine nella rivelazione; in secondo luogo perché le obiezioni su questo culto non sono mancate, soprattutto in seguito all’atteggiamento negativo adottato in proposito dal protestantesimo.

Alcuni attribuiscono la devozione mariana a un sentimentalismo che eccede nello stesso tempo la ragione e la fede; più ancora, si accusa tale devozione, con la dottrina che la giustifica, di recare pregiudizio all’onore dovuto a Cristo, unico Salvatore e unico Mediatore.

La risposta della rivelazione è netta: il culto mariano è stato voluto espressamente da Cristo stesso, e perciò non può essere a lui contrario, né nuocere alla sua azione. Esso è stato istituito non come una semplice efflorescenza sentimentale, ma come un aspetto essenziale dell’apertura alla diffusione della grazia della salvezza.

È ciò che ci dimostrano le parole di Gesù in croce: la prima rivolta a Maria: «Donna, ecco il tuo figlio», e la seconda destinata al discepolo prediletto: «Ecco la tua madre» (Gv 19,26-27). Dobbiamo analizzare queste parole per coglierne tutta la portata. Il fatto che siano state pronunciate dal Crocifisso proprio nell’imminenza della sua morte, basterebbe da solo a dimostrarne l’importanza.

Prima di esaminarle, conviene chiarire brevemente i motivi per i quali esse devono essere considerate come parole autentiche di Gesù.

Il vangelo di Giovanni è l’unico a riferircele, ma questo non è un motivo per dubitare della loro autenticità. La maggior parte del quarto vangelo non ha parallelo nei sinottici, e non per questo ha meno valore. Sembra che l’evangelista abbia avuto l’intenzione di completare i sinottici, o le tradizioni sulle quali questi si fondavano. Nel caso presente, egli ha conservato in modo speciale parole di cui coglieva meglio il valore. In effetti, il discepolo prediletto attribuiva un grande valore a queste parole che lo riguardavano personalmente.

La testimonianza di questo discepolo, invocata subito dopo per certificare l’episodio del colpo di lancia, con il sangue e l’acqua emanati dal fianco squarciato, offre una garanzia di autenticità per le parole sopra riferite: era il discepolo stesso che trasmetteva il ricordo di ciò che aveva visto e udito1: « Colui che ha visto ne rende testimonianza, e la sua testimonianza è vera...» (Gv 19,35).

L’autenticità non è garantita solo da questa testimonianza, ma dalla natura stessa delle parole riferite, che non hanno potuto essere inventate2. Secondo la mentalità religiosa giudaica, non si sarebbe mai immaginato che Gesù, al momento di portare a compimento la sua missione di salvezza, rivolgesse una simile attenzione a una donna, al punto da riservarle le sue ultime parole, prima di quelle con le quali avrebbe affidato il suo spirito nelle mani del Padre. Il dramma della croce era risultato da un conflitto tra uomini, senza intervento femminile3 non sembrerebbe esservi alcuna ragione, visto il ruolo nascosto della donna nella società contemporanea, di voler espressamente introdurla nella consumazione del dramma.

Senza dubbio, umanamente parlando, si sarebbe potuto immaginare un sentimento di pietà nei riguardi di Maria; ma in questo caso non si sarebbe messa sulle labbra di Gesù la parola ((Donna», che segna una distanza e sembra insinuare un invito a rinunciare al suo affetto materno.

Le parole: «ecco il tuo figlio» non potevano neppure essere il frutto di una immaginazione umana. Chi avrebbe pensato che Gesù volesse dare una madre al discepolo prediletto, mentre la madre vera di questo, Salome, si trovava lì vicino?4.

Si deve dunque mettere da parte ogni ipotesi di invenzione: le parole attribuite a Gesù sono veramente sue; trasmesse dal discepolo amato, la cui testimonianza è raccolta nel vangelo, esse sono state fedelmente riferite, e ci introducono nel mistero.

 

2. Senso della presenza di Maria sul Calvario

La presenza di Maria presso il figlio crocifisso non è una semplice presenza accidentale: non è un caso che Maria si sia trovata non a Nazaret ma a Gerusalemme al momento della passione di Cristo.

Anzitutto, si può vedere nella circostanza una intenzione del piano divino. Maria era solita recarsi a Gerusalemme per la Pasqua, desiderando celebrare la festa che commemorava la liberazione di un tempo e annunciava la liberazione futura, messianica. Ella era tanto più vivamente animata da questa ispirazione, in quanto credeva nell’avvenire messianico di Gesù: era lui che, secondo il messaggio dell’annunciazione, doveva restaurare, in qualità di Messia, il regno destinato a durare per sempre. Dando la sua adesione a questo messaggio, Maria si era impegnata a cooperare, con la sua funzione materna, al compimento della grande promessa divina. La festa di Pasqua assumeva dunque ai suoi occhi un valore tutto particolare: ella vi riconosceva il segno che il momento della liberazione si avvicinava.

Facendo coincidere il dramma redentore con la celebrazione della Pasqua, il Padre assicurava a questo dramma la presenza di Maria; egli voleva che la partecipazione della madre al sacrificio del Redentore fosse più completa. Egli faceva in modo che Maria potesse seguire con la sua “sim-patia” materna lo svolgimento del processo che si sarebbe concluso con la condanna a morte, e che ella vivesse intensamente la crocifissione e il supplizio inflitto a Gesù. Ella era chiamata a offrire così la cooperazione più profonda all’offerta del Crocifisso.

Questa intenzione del piano divino è stata compresa da Maria nel corso degli avvenimenti? Nei racconti evangelici nulla ci è detto sui suoi pensieri e sentimenti in quelle circostanze eccezionali. Ma fin dalla profezia che le era stata rivolta da Simeone, Maria sapeva che la sua vita materna avrebbe dovuto comportare un momento assai doloroso. La minaccia della spada che le avrebbe trapassato l’anima non poteva essere dimenticata. L’ostilità che si era sviluppata in reazione alla predicazione di Gesù, sembrava confermare la minaccia. Maria non avrebbe potuto ignorare i piani criminali dei capi del popolo. Quando Gesù aveva voluto tornare in Giudea per la risurrezione di Lazzaro, i discepoli si erano resi conto del pericolo, al punto che Tommaso aveva detto ai suoi compagni: «Andiamo anche noi a morire con lui» (Gv 11,16). Maria non poteva essere meno cosciente di questo pericolo; ella aveva una ragione di più per recarsi a Gerusalemme per la Pasqua: essere vicina al suo figlio in circostanze nelle quali egli rischiava la morte. Lungi dal volersi sottrarre alla prova che sembrava ormai imminente, ella vi si impegnava, comprendendo che non solo il suo affetto materno, ma la volontà divina richiedeva la sua associazione al destino doloroso di Gesù5.

Così si spiega la presenza di Maria sul Calvario. Forse, alcune persone hanno tentato, dopo la condanna di Gesù da parte di Pilato, di tenere Maria lontana dalla croce, per risparmiarle quello spettacolo sconvolgente. Ma pur essendo affranta dal dolore, Maria ha voluto essere vicina al suo figlio, nel desiderio di condividere tutte le sue sofferenze. La presenza era il segno del suo coinvolgimento più radicale nella missione del Salvatore.

Certo, esteriormente Maria si distingueva a stento dalle donne che la circondavano; ciò che era unico in lei, erano le sue disposizioni intime. Ella era stata la sola a ricevere molto tempo prima l’annuncio della sua partecipazione al sacrificio; e sul Calvario compiva l’offerta che aveva fatto del suo figlio più di trent’anni prima.

Questo significa:che per Maria l’avvenimento del Calvario non era semplicemente il dramma di una madre che vede soffrire e morire il proprio figlio, ma il compimento di una missione. Ella era entrata pienamente nella prospettiva della missione redentrice di Cristo: tutto il suo atteggiamento era dettato dalla coscienza di partecipare a questa missione.

Se la presenza di Maria sul Calvario è guidata dal piano divino ed esprime una volontà di cooperazione all’opera della salvezza, si comprende meglio il senso delle parole di Gesù, che non si pongono al livello delle relazioni familiari, ma nella prospettiva della redenzione.

 

3. Portata messianica delle parole

Parecchi teologi o autori spirituali hanno interpretato le parole di Gesù alla madre e al discepolo prediletto come volontà di Cristo morente di provvedere alla sorte di Maria, assicurandole l’assistenza del discepolo6. Esse avrebbero manifestato una attenzione commovente per colei che sarebbe rimasta sola, e dimostrato la sollecitudine del cuore filiale del Maestro.

Abbiamo già iniziato a indicare perché questa interpretazione non risponde all’intenzione profonda del Salvatore. La presenza di Maria vicino al figlio non era dettata semplicemente dall’affetto materno, e non aveva un carattere prevalente di simpatia familiare. È una cooperazione all’opera del Messia.

Altri indizi confermano che le parole di Gesù non si spiegano con preoccupazioni di ordine familiare7. Il problema dell’avvenire di Maria si era posto nel momento in cui Gesù aveva lasciato la casa di Nazaret per dare inizio all’opera di predicazione; in quel momento la questione aveva dovuto essere risolta. Non sarebbe stato ragionevole, del resto, attendere l’ultimo istante prima della morte per trovare una soluzione che offrisse a Maria una protezione e una dimora. Inoltre, la presenza di Maria moglie di Cleofa, stretta parente della madre di Gesù, indica che questa avrebbe potuto facilmente trovare assistenza, se l’avesse desiderato; d’altra parte, la presenza di Salome, madre di Giovanni, attesta che dal punto di vista familiare questi non aveva bisogno di una madre, e anche che la designazione di un’altra madre avrebbe potuto essere accolta come un biasimo o una ingiuria. Non si può neppure dimenticare che il discepolo prediletto era stato chiamato da Gesù a lasciare la sua famiglia, e che questa rinuncia aveva avuto un carattere definitivo.

Se il Salvatore avesse avuto l’intenzione di risolvere un problema familiare, avrebbe prima affidato Maria al discepolo prediletto, perché in questione sarebbero state appunto le sorti di Maria. Ora, si costata che egli comincia affidando il discepolo a Maria e dicendo per prima cosa: «Donna, ecco il tuo figlio ». Maria riceve un nuovo compito; ella dovrà aiutare Giovanni, offrendogli i servizi di una madre. Questa missione assegnata a Maria non ha senso se non in rapporto con l’opera redentrice: in questo ambito la sua maternità sarà un appoggio e un’assistenza per il discepolo prediletto.

Il termine «Donna» con il quale Gesù si rivolge a sua madre, manifesta ugualmente la sua volontà di porsi al di sopra dei rapporti familiari. Già alle nozze di Cana Gesù si era servito di questo vocabolo per lasciar intendere a Maria che la sua qualità di Madre non bastava per se stessa ad ottenere il miracolo; in effetti, la concessione del favore richiesto è dovuta alla sua fede. Sul Calvario, Gesù mantiene questo modo di considerare la madre: ella è la Donna, colei che coopera con il Figlio dell’uomo all’offerta del sacrificio a questo livello superiore.

Infine, nell’istante in cui Gesù rivolge la parola a Maria e al discepolo, conduce a termine la sua opera. Mediante il suo sacrificio, egli compie la missione ricevuta dal Padre e merita la salvezza per l’umanità; è dunque questa missione che dà un senso alle parole pronunciate. Dopo averle riportate, l’evangelista scrive: « Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta...» (Gv 19,28). I nuovi rapporti che egli ha stabilito tra Maria e Giovanni appaiono come l’ultimo atto della missione terrena di Gesù, quello che precede direttamente l’atto della morte. Questi rapporti portano a termine l’opera del Salvatore, e in questa ottica assumono il loro valore.

Parlando di compimento, l’evangelista suggeriva anche che nelle parole rivolte a Maria e a Giovanni l’amore che ha ispirato tutta l’opera redentrice raggiunge il suo vertice: in quel momento, Gesù ama « fino alla fine» (Gv 13,1). Donando Maria come madre al discepolo, egli compie il dono supremo. Questa consumazione del dono è il compimento integrale dell’opera affidata dal Padre: in effetti, è anzitutto il Padre colui che ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unico (Gv 3, 16), ed è ugualmente questo amore che raggiunge la sua piena misura nel dono di una nuova madre al discepolo. Tramite le parole: «Donna, ecco il tuo figlio», si manifesta il supremo amore paterno, che vuol dare all’umanità una maternità nella quale esso, si rifletta e si esprima nel modo più adatto ai bisogni e agli sguardi umani.

Immagine visibile del Padre, il Figlio se ne va, ma lascia al discepolo una madre nella quale egli potrà trovare l’espressione più fedele della bontà del Padre.

 

4. Creazione di una nuova maternità

La parola: « Donna, ecco il tuo figlio», è essenzialmente orientata verso l’avvenire, e conferisce a Maria una nuova maternità che caratterizzerà lo sviluppo della Chiesa.

Questo passaggio a una nuova maternità è doloroso. Gesù chiede a sua madre di consentire alla sua morte; ella deve accettare ormai di avere un altro figlio. Vi è in questo una verità di grande importanza: solo a costo del sacrificio del suo figlio Maria acquista una maternità nella Chiesa. Gesù le ha chiesto di consumare la sua offerta per diventare la madre di ogni discepolo.

Si potrebbe qualificare tutto questo come il passaggio dalla maternità individuale alla maternità universale. Ma bisognerebbe subito aggiungere che vi era già una universalizzazione nella maternità di Maria, sia nel mistero dell’Incarnazione, come nel sacrificio redentore.

Attraverso l’Incarnazione, Maria era diventata Madre di Dio, così che la sua maternità si apriva sull’infinito. In relazione con la persona divina di Gesù, questa maternità assumeva una ampiezza senza limiti: essa era già orientata verso l’umanità destinata a riunificarsi in Cristo. L’elevazione di Maria alla maternità divina era elevazione a una capacità materna universale.

Inoltre, nel sacrificio redentore Maria aveva coscienza di cooperare con Cristo all’opera universale di salvezza: ella sapeva di soffrire per tutti gli uomini. Anziché ripiegarsi su se stessa e sul proprio dolore, condivideva l’intenzione del figlio suo, che si offriva per l’universalità degli uomini. A questa apertura universale risponde l’universalità della maternità che le viene conferita: colei che ha sofferto per tutti diventa la madre di tutti.

La maternità proclamata da Gesù sul Calvario appare così come il frutto della maternità già posseduta da Maria ed esercitata nella cooperazione all’opera messianica. Tuttavia essa ha un carattere nuovo. Ormai, Maria ha un altro figlio e deve trasferire su di lui tutto il suo affetto materno. Il Salvatore non si limita a costatare un fatto; egli crea una situazione nuova per la madre sua: è lui che la costituisce in una maternità universale impegnata nello sviluppo della Chiesa.

Le parole: «ecco il tuo figlio» non hanno semplicemente un valore dichiarativo, ma sono dotate di efficacia creatrice: esprimono un aspetto importante della «nuova creazione» che deriva dal sacrificio del Salvatore. In virtù di questa nuova creazione, gli uomini sono innalzati alla dignità di figli del Padre, in Cristo; essi ricevono una comunicazione di vita divina, con i privilegi inerenti al rapporto filiale con il Padre. La creazione dei figli di Dio si accompagna alla creazione della maternità universale di Maria; a quelli che sono innalzati alla dignità di figli, il piano divino destina una madre, per procurare loro un pieno sviluppo della vita filiale.

Che cosa significa questa “nuova creazione” per Maria? Maria era stata creata «piena di grazia», e già questa pienezza di santità che le era stata concessa costituiva una manifestazione della nuova creazione che sarebbe stata attuata da Cristo. In seguito, Maria era stata creata, per l’azione dello Spirito Santo, madre di Cristo. A motivo della sua partecipazione al sacrificio redentore, ella è stata creata madre dell’umanità, per lo sviluppo della grazia. Lo Spirito Santo la trasforma e la eleva, comunicandole una capacità materna che si estende a tutti gli uomini. Le parole del Salvatore sono creatrici: attraverso lo Spirito esse attuano in Maria ciò che significano. Questa azione dello Spirito, che inizia sul Calvario, si consumerà nella Pentecoste, poiché nel momento in cui lo Spirito Santo formerà la Chiesa, formerà pienamente in Maria la sua qualità di madre universale, con tutti i doni necessari al compimento di questa missione.

Per chiarire meglio questo apporto della Pentecoste, si può ricordare che una spiegazione analoga deve essere data per il sacerdozio degli apostoli. Gli apostoli avevano ricevuto dal Maestro la loro missione sacerdotale, con i poteri che essa comportava; ma è solo nella Pentecoste che essi hanno ricevuto il dono dello Spirito Santo che li rendeva adatti al compimento della loro missione. Così, pur avendo ricevuto nell’ultima Cena il potere dell’eucaristia in memoria di Gesù, essi hanno cominciato a celebrarla solo dopo la Pentecoste.

Ugualmente, Maria ha ricevuto, nell’evento della venuta dello Spirito Santo sulla comunità, tutto il carisma proprio dell’esercizio della sua maternità spirituale. A ciascuno lo Spirito Santo ha conferito la grazia proporzionata al compito che egli doveva svolgere nella comunità. Così, al momento nel quale formalmente nasceva questa comunità, Maria vi era stabilita con tutto ciò che è proprio al suo ruolo di Madre universale.

 

 

5. Madre di ogni discepolo

Come si manifesta nelle sue parole, l’intenzione di Gesù è di istituire Maria madre di ciascun discepolo. La dichiarazione: «Ecco il tuo figlio» ha un carattere individuale ben evidenziato: nella prospettiva dell’opera della salvezza, essa significa che Maria diventa la madre di ciascun discepolo in quanto amato da Gesù. Giovanni aveva come proprietà caratteristica quella di essere il discepolo prediletto: in questa qualità gli è affidato come figlio a Maria. Al livello universale della maternità, il rapporto tra la qualità di discepolo prediletto e la filiazione nei riguardi di Maria implica che ciascun discepolo, ricevendo Maria come madre, deve riconoscere in questo un dono speciale dell’amore di Cristo. In realtà, tutti i discepoli erano amati da Gesù; Giovanni lo era in una maniera tutta particolare, dove l’accento era posto più vivamente sull’aspetto affettivo dell’amicizia; ma egli non faceva che vivere intensamente in tal modo ciò che era ugualmente dato agli altri. Egli era dunque qualificato per essere il simbolo di quelli che, in ragione dell’amore che Cristo rivolge loro, ricevono la sua madre come madre.

Nella dichiarazione di Gesù si legge la volontà di dare Maria come madre a ogni discepolo, in maniera tale che ciascuno possa beneficiare del suo amore materno. Se Maria fosse stata proclamata più espressamente madre di tutti i discepoli, si sarebbe potuto pensare che l’universalità della sollecitudine materna attenuasse necessariamente la nota di intimità personale. Si sarebbe avuta l’impressione che quella che era presentata come la madre di tutti non potesse essere completamente anche la madre di ciascuno. Gesù ha preferito mettere in rilievo la nuova relazione intima che si creava tra Maria e ciascun discepolo, e nella situazione di Giovanni adottata come simbolo, esprimeva la maternità universale.

In tal modo, Cristo fa comprendere che l’universalità non può togliere nulla all’affetto che Maria porta a ciascuno personalmente. Si potrebbe dire che Maria ama ciascuno e veglia su ciascuno come se fosse il suo unico figlio. Il rapporto costituito tra Maria e il discepolo prediletto è destinato a riprodursi nel caso di ogni discepolo. Le parole: «ecco il tuo figlio» portavano Maria a rivolgere su Giovanni tutto l’amore che essa aveva per il suo figlio unico, a non mettere alcuna restrizione al suo atteggiamento materno verso di lui. Tradotte in altro linguaggio, esse significavano: «Ama Giovanni, il tuo nuovo figlio, come hai amato me». Tutta la maternità di Maria è così donata al discepolo.

Il rapporto di Maria con Giovanni costituiva dunque il modello di una maternità che, pur essendo universale, conservava un carattere fondamentalmente individuale. Durante la sua vita terrena, Maria non poteva del resto realizzare pienamente la sua maternità di ordine spirituale se non in questa situazione simbolica. Ella viveva con Giovanni e a lui poteva testimoniare tutte le sue attenzioni materne. Il suo cuore era aperto a tutti, ma le manifestazioni della sua maternità erano contenute nei limiti dell’esistenza sulla terra. Ella non avrebbe potuto vivere con ciascuno come faceva con Giovanni, qualunque fosse il suo desiderio di estendere a tutti la sua sollecitudine.

Una volta entrata nella gloria celeste, ella ha potuto superare questi limiti e assumere non più simbolicamente, e intenzionalmente, ma nella pienezza della realtà, la sua maternità universale come maternità che dà a ciascuno individualmente tutto ciò che un figlio attende da sua madre. Nell’al di là essa è in grado di seguire con il suo sguardo materno lo svolgimento di ciascun destino personale, e di intervenirvi con una vigilanza ininterrotta. Ella può offrire a ciascuno, nella maniera più concreta anche se invisibile, la sua sollecitudine. Così, da quando ella ha lasciato questo mondo, ha potuto agire pienamente come madre di ciascuno dei discepoli, avendo con ciascuno di essi un rapporto più intimo ancora di quello che ebbe sulla terra con Giovanni.

Poiché le è affidata una missione materna, ella riceve i mezzi per svolgerla. In una maniera generale, non possiamo sapere esattamente ciò che gli eletti in cielo conoscono della storia terrena; essi conoscono certamente ciò che è loro utile o necessario per esercitare una missione di intercessione. Per quanto riguarda Maria, questa conoscenza deve essere estremamente vasta: ella deve poter essere al corrente di tutta la vita terrena di quelli che ama come suoi figli, dei loro bisogni, dei loro desideri, delle loro preghiere. Nessuna situazione particolare potrebbe restarle estranea o nascosta; se ella l’ignorasse, non potrebbe esercitare sufficientemente la sua funzione materna. Nulla è da temere in questo sguardo che penetra nella vita intima di ciascuno, poiché è lo sguardo benevolo di una madre piena di simpatia; partecipando allo sguardo luminoso di Dio, Maria condivide la bontà che vi è inerente. Quelli che vivono sulla terra possono essere certi che nulla manca alle possibilità di Maria di svolgere il suo compito materno. Ella vede la vita di ciascuno, si interessa di tutto ciò che lo riguarda, si commuove di tutte le sue difficoltà e gli offre in ogni istante il suo aiuto.

 

6. Madre della Chiesa

Maria non ha ricevuto soltanto una maternità nei riguardi di ciascun discepolo: ella è diventata Madre della Chiesa.

Per se stesse le parole di Gesù: «ecco il tuo figlio» non basterebbero a dimostrarlo. Alcuni autori hanno tentato di trovarvi l’indicazione di una maternità comunitaria, vedendo nel discepolo prediletto un rappresentante della comunità cristiana. Ma questo discepolo non possiede una qualità speciale per svolgere la parte di rappresentante della Chiesa. Si deve riconoscere in lui il tipo rappresentativo di ogni discepolo individualmente; non si può attribuirgli una dimensione propriamente comunitaria. Se fosse stato Pietro a esser proclamato figlio di Maria, si sarebbe potuto porre la questione di una rappresentanza comunitaria, visto che egli era la pietra sulla quale Gesù voleva edificare la sua Chiesa. La scelta di un altro, di Giovanni, è significativa dell’intenzione di proclamare una maternità nei riguardi di ogni discepolo, indipendentemente dal suo valore rappresentativo.

Nondimeno, la maternità universale conferita a Maria implica un aspetto comunitario, in virtù dell’insieme dell’opera di salvezza nella quale è stata instaurata8. Sul Calvario, Maria si è associata all’offerta redentrice che aveva per obiettivo, secondo la parola di san Giovanni, di «raccogliere nell’unità i figli di Dio dispersi» (Gv 11,52). Gesù si era assegnato come scopo, da buon pastore che dà la sua vita per le sue pecore, di costituire «un solo gregge» (Gv 10,16). Nella sua cooperazione all’opera del Salvatore, Maria ha dunque, collaborato alla formazione di una comunità nella quale tutti diventano una cosa sola in Cristo. Il suo sacrificio di madre comporta per lei una nuova maternità che si estende alla Chiesa, poiché ha contribuito ad ottenere l’unità di questa Chiesa, la vittoria sullo spirito di divisione e di odio. In termini propri, ella merita con la sua offerta materna una maternità spirituale nei riguardi di tutta la Chiesa.

Diventando la madre del discepolo prediletto, Maria diventa per conseguenza la madre non solo di ciascun discepolo, ma di tutti insieme raccolti nell’unità. È importante osservare che la sua maternità sarebbe stata incompleta se non fosse stata orientata a questo raduno. Una madre non si accontenta di amare individualmente ciascuno dei suoi figli; essa cerca di unirli in un clima familiare. Diventare la madre di ciascun discepolo non avrebbe potuto soddisfare Maria, se non fosse divenuta nello stesso tempo madre dell’unità.

In qualità di madre della Chiesa, Maria veglia sullo sviluppo della comunità cristiana. La cura che ella pone nel vegliare su ciascun cristiano si inquadra in una sollecitudine più vasta che cerca di assicurare l’espansione della Chiesa nel mondo, di promuovere tutti i valori di fede, di speranza e di amore che appartengono alla vita cristiana autentica. Se ella protegge ogni discepolo del suo figlio, esercita una missione più ampia di protezione su tutta la Chiesa; si rende conto dei pericoli che minacciano la fioritura della vita della grazia, e aiuta tutti quelli che sono impegnati in lotte penose.

Ella incoraggia specialmente quelli che votano le loro forze alla Chiesa. Finché visse sulla terra, era animata dal desiderio più ardente di contribuire all’instaurazione del regno del suo figlio, il Messia. Questo desiderio lo conserva attualmente, aiutando quelli che sono incaricati di un compito apostolico. Ella li spinge alla generosità; li stimola e mantiene vivo in tutti uno spirito missionario.

Non è inutile mettere in luce il dinamismo che anima la sua maternità nei confronti della Chiesa. Maria non è soltanto una madre che veglia sulle necessità e risponde alle domande; è una madre incessantemente preoccupata di sviluppare l’intensità della vita della grazia e di allargare le frontiere della comunità cristiana.

 

7. Madre di tutti gli uomini

In qualità di madre della Chiesa, Maria ha un cuore materno aperto a tutta l’umanità, poiché la Chiesa esiste per radunare tutti gli uomini nella vita di Cristo. Non sarebbe dunque possibile restringere la sua sollecitudine materna ai soli cristiani. Questa sollecitudine ha un’estensione analoga a quella del buon Pastore, preoccupato delle pecore che non appartengono al suo gregge: « Ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; esse ascolteranno la mia voce...» (Gv 10, 16). Se vi è nel Pastore supremo la sollecitudine per le pecore da far entrare nell’unico gregge, vi è in Maria un desiderio materno di favorire l’avvicinamento di tutti gli uomini a Cristo.

Il valore simbolico delle parole di Gesù: «ecco il tuo figlio» deve perciò essere colto in tutta la sua estensione. È’ stato detto che Maria è costituita Madre di ciascun discepolo, poiché Giovanni è il tipo rappresentativo di ogni discepolo amato dal Maestro. Si deve aggiungere che Maria diventa madre di tutti gli uomini, in quanto ciascuno è amato da Cristo e destinato a diventare un figlio del Padre. Anche tra quelli nei quali la filiazione divina adottiva non si è ancora realizzata, esiste la destinazione a tale filiazione. Cristo ha amato ogni uomo al punto da offrire per lui il sacrificio della sua vita e da dargli Maria per madre.

Nessun uomo dunque è estraneo alla maternità di Maria. Certamente, ognuno ha la libertà di accettare o di rifiutare il dono della grazia divina; e per ciò stesso di accogliere o di respingere l’affetto materno di Maria. Ma da parte di Maria, la maternità è acquisita nei riguardi di tutti; la sollecitudine si manifesta verso ciascuno, quali che siano le sue disposizioni intime. Maria non abbandona mai nessun essere umano che vive sulla terra; il suo amore materno cerca di vincere tutte le resistenze.

Nell’istante in cui Maria ha ricevuto la sua nuova maternità, ella era stata testimone della conversione del ladrone crocifisso a fianco del suo figlio. Come non avrebbe rivolto uno sguardo materno a colui che il Salvatore voleva introdurre quel giorno stesso in paradiso? In effetti, Maria era invitata a estendere il suo amore secondo la larghezza della generosità del Redentore, e per conseguenza a non fare eccezione per nessuno, neppure per i peccatori più ostinati.

Nessun limite è posto alla maternità di Maria; poiché non ve n’è alcuno all’efficacia dell’opera della salvezza. Si deve anzi aggiungere che la benevolenza particolare caratteristica dell’atteggiamento di Cristo verso i peccatori, si ritrova nella sollecitudine materna di Maria. Il cuore di una madre è estremamente sensibile al bisogno dei suoi figli, e da questo punto di vista il cuore materno di Maria è l’immagine del cuore di Dio, del cuore del Padre, che si commuove della miseria spirituale di quelli che restano lontani da lui.

Più sorprendente ancora del “cielo” promesso per lo stesso giorno al ladrone pentito, il perdono che Gesù implora per i suoi nemici, scusandoli a motivo della loro ignoranza, ha determinato un orientamento fondamentale nella maternità accordata a Maria. Questa maternità non si arresterà mai davanti alla barriera dell’ostilità, non si lascerà paralizzare dalla persecuzione. Maria, divenuta madre di tutti quelli che il suo figlio amava, è anche la madre dei nemici di Cristo, e offre il suo amore materno anche a quelli che si oppongono al suo figlio e combattono il suo regno. Ella rivolge a questi nemici un affetto particolare, a motivo della loro situazione sciagurata, e cerca di liberarli dalla loro soggezione al male. Ella agisce come madre di tutti quelli che vivono sulla terra, qualunque siano le loro disposizioni intime.

 

8. Madre dei consacrati

Pur affermando l’universalità della maternità spirituale, è importante notare che Cristo ha costituito più specialmente Maria madre dei consacrati.

Giovanni, il discepolo prediletto, è in effetti un consacrato. È uno dei primi due discepoli che hanno seguito Cristo, cioè uno di quelli nei quali si è realizzata la prima consacrazione della vita evangelica. Assegnandolo come figlio a Maria, il Maestro ha voluto esprimere, come già abbiamo messo in luce, una maternità universale; ma egli attira ugualmente l’attenzione sul vincolo che esiste tra Maria e i consacrati. È con un consacrato che Maria è chiamata a vivere come madre con il suo figlio.

Per comprendere questa intenzione del Salvatore, è opportuno ricordare l’importanza attribuita ai consacrati nello sviluppo del regno. Per fondare la sua Chiesa, Gesù ha raccolto attorno a sé uomini e donne che lasciavano tutto per seguirlo. Egli contava sul dono assoluto delle loro persone e sulla loro dedizione nel propagare la buona novella. Più tardi, l’apostolo Giovanni sarà considerato come colonna della Chiesa (GaI 2,9).

Proprio in vista dello sviluppo più vigoroso della Chiesa, il Crocifisso ha affidato a Maria una nuova maternità, e più specialmente una maternità che doveva sostenere i consacrati nel loro compito. Poiché Maria è divenuta madre della Chiesa, ella è incaricata di promuovere la crescita spirituale della comunità e la sua forza di espansione nel mondo. Maria aiuta i consacrati a cooperare nella maniera più efficace, da una parte allo sviluppo di una vita della grazia più intensa, e dall’altra parte alla messa in opera di tutti i mezzi di apostolato.

Più di tutti gli altri, i consacrati hanno bisogno dell’aiuto materno di Maria; in effetti essi sono chiamati a portare in sé, in maniera più completa, la somiglianza con il volto evangelico di Cristo. Maria aveva contribuito, in qualità di madre, a formare questo volto, non solo fisicamente, ma moralmente. Aveva preparato Gesù, con una educazione adatta, alla sua missione. Ella è dunque in grado di contribuire alla formazione di coloro la cui vita deve rassomigliare a quella di Cristo. Se la sua azione materna è stata indispensabile nello sviluppo umano del Figlio di Dio, non meno è necessaria nello sviluppo di quelli che vogliono vivere della vita di Cristo.

Se Gesù dall’alto della croce ha instaurato una nuova maternità, è perché la giudicava essenziale alla vita spirituale dei suoi discepoli. Al discepolo prediletto egli voleva dare una madre che nella maniera più semplice realizzasse la perfezione dell’amore che egli voleva costituire nell’umanità. È questo modello di perfezione che continua a essere messo sotto gli occhi di tutti i cristiani, e più specialmente dei consacrati. Maria li aiuta a desiderare questa perfezione e a tendervi effettivamente.

E li aiuta anche a prendere coscienza della loro responsabilità nella vita della Chiesa. Al momento in cui le parole: «Donna, ecco il tuo figlio » sono state pronunciate, un avvenire immenso si apriva al discepolo prediletto: quello di una comunità inviata in tutto il mondo, per diffondervi il messaggio e la vita di Cristo. Maria ha incoraggiato Giovanni ad agire da testimone: ella indica ai consacrati di oggi la stessa via, quella di una testimonianza autentica e ardente.

 

Note

  1. Questo non implica che il discepolo prediletto sia l’autore del vangelo. L’autore riporta la testimonianza di questo discepolo come di qualcuno che è diverso da lui. È ciò che osserva CH. D0DD (La tradition historique du quatrième évangile, Parigi, Cerf -1987, 29). Noi abbiamo ricordato altrove perché l’autore sembra essere Giovanni il presbitero, distinto da Giovanni apostolo: Jésus savait-i! qu’iI était Dieu?, in “Esprit et Vie” 94 (1984) 625-632.
  2. C. K. BARRETT attribuisce scarsa probabilità alla storicità delle parole di Gesù, ma in ragione di una interpretazione familiare che non risponde alloro senso (The Gospel according to John, Londra 1962, 429).
  3. Un intervento femminile è tuttavia ricordato, quello della moglie di Pilato, che avrebbe desiderato impedire la condanna (Mt 27, 19). È significativo che si tratti di un intervento favorevole a Gesù. Ma esso non ha influito sul corso degli avvenimenti.
  4. Marco nomina « Salome» (15,40) e Matteo « la madre dei figli di Zebedeo » (27,56), in compagnia di Maria di Magdala e di Maria madre di Giacomo e di Giuseppe. La presenza di Salome è tanto più spiegabile in quanto il suo intervento presso Gesù era stato ricordato nel corso della vita pubblica (Mt 20,20).
  5. A differenza di Tommaso, che sembra considerare la morte come una fatalità alla quale si rassegna, Maria riconosceva il disegno divino che la portava al sacrificio. Secondo l’osservazione di BARRETT (John, 327), Tommaso non ha colto il senso della parola di Gesù né della sua morte annunciata.
  6. È l’interpretazione adottata da M. J. LAGRANGE, al seguito di molti esegeti cattolici (Évangile selon saint Jean, Parigi 1925, 494), e da BARRET (John, 459). Essa è criticata da R.E. BROWN (The Gospel according to John, New York 1970, 923) e da R SCHNACKENBURG (Das lohannesevangelium, III, Friburgo-Basilea-Vienna 1975, 325-326).
  7. Cf. J. GALOT, Marie dans l’Evangile, Parigi-Bruges 1965, 179-182.
  8. Cf. J. GALOT, Maria, la donna nell’opera di salvezza, Roma 1984, 353-378.
Ultima modifica Venerdì 13 Aprile 2012 14:25
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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