Martedì, 12 Dicembre 2017
Sabato 02 Luglio 2011 09:34

Assunzione della Beata Vergine Maria (Mons. Francesco Pio Tamburino OSB)

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La rinuncia al mondo è la condizione che prepara l’essere posseduti totalmente da Dio nella vita futura, come Maria!


L’Assunzione, conclusione e inizio di vita

Il mistero dell’Assunzione si pone come spartiacque tra la vita terrena, vissuta in intima unione con il Redentore, e la vita definitiva della Beata Vergine Maria nella pienezza della beatitudine, perfettamente configurata anche nel suo corpo glorificato a Cristo risorto.

La morte (transito o dormizione) della Vergine SS. conclude una esistenza che il piano divino della salvezza aveva continuamente legata a Cristo. Nel pellegrinaggio terreno Maria è stata la Madre vergine del Figlio eterno del Padre, perciò tutta “piena di grazia”, benedetta fra tutte le donne, ripiena di Spirito Santo, resa immune dal peccato originale, pienamente aperta a Dio nella fede é nell’obbedienza.

L’Assunzione è l’inizio della vita beata: “finito il corso della vita terrena, Maria fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo e dal Signore esaltata quale Regina dell’universo, perché fosse più pienamente conformata al Figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte” (LG 26).

“(Così, nella sua Assunzione al cielo), Maria è come avvolta da tutta la realtà della comunione dei santi, e la stessa unione col Figlio nella gloria è tutta protesa verso la definitiva pienezza del Regno, quando Dio sarà tutto in tutti”.

Giovanni Paolo II, nell’enciclica Redemptoris Mater n. 41, affermava che Maria è stata assunta in cielo, perché potesse continuare il ruolo proprio di madre, di mediatrice di clemenza nella venuta definitiva di Cristo Giudice e vivificatore di tutte le creature.

Maria - diceva il Santo Padre Giovanni Paolo II - è stata assunta per servire «serva del Signore» anche nella gloria eterna, Maria prepara e serve il Regno finale del Figlio.

“La gloria di servire non cessa di essere la sua esaltazione regale: assunta in cielo, ella non termina quel suo servizio salvifico, in cui si esprime la mediazione materna, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti” (Redemptoris Mater, 41).

L’Assunzione della Beata Vergine Maria è la Pasqua della Madre di Dio: il passaggio, il transitus alla vita divina con tutta la sua persona.

Tuttavia Maria è stata assunta (al passivo) da Dio, perché anche questo è mistero di gratuita predilezione e opera esclusiva della Trinità. Mentre la risurrezione e l’ascensione hanno Cristo per soggetto (Surrexit Christus de sepulchro; ascendit Christus in altum), l’Assunzione è opera di Dio, grazia dell’amore divino, anticipazione del dono finale della vita piena e della gloria riservata a noi.

Il Concilio Vaticano Il e la liturgia ci propongono un’altra chiave di lettura del mistero dell’Assunzione di Maria: Ella ci appare come il prototipo di quello che saremo noi: ci ha preceduto nella piena glorificazione, destino di quanti Cristo ha fatto fratelli, avendo con loro in comune la carne e il sangue” (Paolo VI, Marialis cultus, 6).

Maria è il compimento escatologico della Chiesa: “La Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione, con la quale è senza macchia e senza ruga... Mentre i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato, innalzano i loro occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti” (LG 65).

Glorificata accanto al Figlio, Maria contempla Dio a faccia a faccia (1 Cor 13, 12) e non più in specchio e figura. Perciò è “stella del mare” per tutti coloro che ancora percorrono il cammino della fede” (Redemptoris Mater, 6).

Ho sottolineato la gratuità del dono e quindi l’iniziativa della benevolenza di Dio nel mistero dell’Assunzione. Ma possiamo chiederci: qual è la via che ha condotto Maria a questo termine glorioso e straordinario?

E’ la via della fede, dell’obbedienza e della verginità.

La fede: beata colei che ha creduto. “La fede di Maria, proclamata da Elisabetta nella visitazione, indica come la Vergine di Nazaret abbia risposto al dono di Dio” (Redemptoris Mater, 12).

L’obbedienza: Maria si è abbandonata a Dio completamente. Ha risposto con tutto il suo “io” umano e femminile; ha cooperato con la grazia con una perfetta disponibilità all’azione dello Spirito Santo, il quale perfeziona continuamente la fede mediante i suoi doni.

La verginità: il corpo assunto di Maria è un corpo verginale, santificato e fecondato dallo Spirito Santo; apparve così alla storia dell’umanità l’uomo nuovo, la nuova creazione.

S. Giovanni Damasceno esclama: “Colei che nel parto aveva conservata illesa la sua verginità, doveva conservare senza alcuna corruzione il suo corpo dopo la morte” (Hom. 1, PG 96,69 ss.); e S. Germano di Costantinopoli: “Tu, come fu scritto, sei tutta splendente; e il tuo corpo verginale è tutto santo, tutto casto, tutto tempio di Dio. Per questo non poteva conoscere il disfacimento del sepolcro, ma, pur conservando le sue fattezze naturali, doveva trasfigurarsi in luce di incorruttibilità, entrare in una esistenza nuova e gloriosa, godere della piena liberazione e della vita perfetta” (Serm. I PG 98, 340 ss).

Maria, nell suo corpo verginale, diviene l’arca della presenza divina; la sua integrità corporale nella fecondità materna si situa nella linea della trascendenza delle realtà terrene in vista di quelle definitive. Nella verginità, l’uomo dimentica se stesso: vive il proprio essere come appartenenza totale ad un Altro,

La verginità non è semplicemente una rinuncia, è un dono che viene dall’alto per una pienezza di vita e una definitività di valori, anticipata già quaggiù. Infatti insegna Gesù “alla risurrezione non si prende né moglie né marito, ma si è come gli angeli nel cielo” (Mt 22,30).

L’attesa del monaco 

Alla luce di questo mistero mariano possiamo interrogarci sulle aspettative e le attese del monaco.

L’indole escatologica della Chiesa pellegrinante è parte integrante e costitutiva della vita religiosa.

“Poiché infatti il popolo di Dio non ha qui città permanente, ma va in cerca della futura, lo stato religioso, che rende più liberi i suoi seguaci dalle cose terrene rende visibile per tutti i credenti la presenza, già in questo mondo, dei beni celesti, meglio testimonia la vita nuova ed eterna, acquistata dalla redenzione di Cristo, e meglio preannunzia la futura risurrezione e la gloria del regno celeste” (LG 44).

La nostra vita monastica ha, così, in Maria un modello esemplare e tende a raggiungere la condizione di gloria in cui essa si trova. Potremmo dire che il monaco anela strutturalmente e per costituzione alla condizione beata di Maria. Basti pensare a tre impegni di vita che caratterizzano la via benedettina:

a) Il monaco rinuncia al mondo. Con questo egli intende sottrarsi a ciò che è fugace, transitorio, vano, carnale, per aderire ai valori definitivi e permanenti: Cristo, amato sopra ogni cosa; la vita eterna, desiderata con ardente brama dello spirito.

b) Il monaco rinnega se stesso. L’esodo dal mondo è tanto radicale da toccare non solo le cose, ma il suo stesso essere più profondo: la volontà, i desideri, i progetti, perfino il proprio corpo: “nessuno ardisca avere alcunché di proprio, assolutamente nulla... perché i monaci non sono ormai più padroni del loro corpo né della loro volontà” (RB 33,3-4).

In questa volontaria espropriazione non vedo tanto una ascesi negativa, quanto piuttosto la condizione che prepara l’essere posseduti totalmente da Dio nella vita futura, come Maria!

c) Il monaco “cerca per davvero Dio” (RB 58). La ricerca mette il monaco in stato di tensione verso il “non ancora”; pone l’uomo in uno stato di fede che è povertà esistenziale da parte nostra nei confronti di Dio che chiama e si dona gratuitamente. La vita monastica è come un grande anelito verso la pienezza di Dio: le désir de Dieu! Al cap. 73 S. Benedetto vede così il monaco: colui che si affretta alla patria celeste.

Maria, assunta in cielo, la nostra Madre pervenuta alla meta, ci insegni a non deviare né a destra né a sinistra nel nostro pellegrinaggio. Lei, l’immagine e la pienezza della Chiesa, sia per noi segno di consolazione e di sicura speranza (pref.), conforto nelle tribolazioni del tempo presente, fiamma viva che rischiara il nostro cammino.

Mons. Francesco Pio Tamburino OSB

Arcivescovo di Foggia (già Abbate di Montevergine - meditazione tenuta ai monaci di quella comunità)

Ultima modifica Lunedì 23 Aprile 2012 08:25
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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