Mercoledì, 18 Ottobre 2017
Tematiche Etiche
Tematiche Etiche

Tematiche Etiche (96)

A colloquio con Giannino Piana. Nel suo ultimo libro, il teologo e docente di etica cristiana ed economica affronta, con la sua grande competenza, un tema di estrema attualità: il rapporto tra mondo etico e mondo economico.

Il vivere ristretto, inelegante, dei nostri giorni è scandito dall'insipiente e gridato ricusare i problemi: non c'è crisi, né povertà, né malessere, tutto va bene. Galleggiamo nel non senso di un'esistenza volta all'individuale profitto.

Mercoledì 10 Febbraio 2010 20:26

L’avarizia (Cettina Militello)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Se la giustizia è dare a ciascuno il suo, l’avarizia è non dare niente a nessuno. Essa è smoderato desiderio dell’avere, puntigliosa smania d’accumulo e spasmodica voglia di conservarlo. Per l’avaro conta l’avere più che il fruire.

L’antropologo francese Marc Augé sostiene che, per creare uno spazio di convivenza per tutte le fedi, sia assolutamente necessario ribadire il valore della laicità, negando – in regimi democratici – un ruolo pubblico alle istituzioni religiose.

Lunedì 01 Dicembre 2008 22:50

Ma cos’è allora la laicità

Pubblicato da Fausto Ferrari

Ma cos’è allora la "laicità?

di Giordano Frosini

Nata nel mondo cattolico, questa parola é stata declinata su versanti diversi, creando non pochi equivoci. Il suo significato analizzato a partire dalla "Gaudium et spes", dal documento della Congregazione per la dottrina della fede "Cattolici in politica" e dalla riflessione di Giuseppe Lazzati. Oggi i difensori della vera laicità sono i cattolici.

Domenica 22 Gennaio 2012 23:17

Un problema, ma anche una risorsa (Piersandro Vanzan)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Un problema, ma anche una risorsa  

di Piersandro Vanzan

Il problema degli immigrati necessita oggi più che mai di soluzioni concrete, serie e realistiche, perché la portata di tali soluzioni non riguarda soltanto noi e la società civile in cui oggi viviamo, ma anche quella che lasceremo in eredità alle future generazioni.

Obiezione di coscienza
ed etica della convivenza


di Franco Monaco *


Anche per la morale cristiana, la coscienza è l‘ultimo, decisivo giudice. Tuttavia, giustamente, si aggiunge che la coscienza personale deve essere vera e certa. Vera, cioè conforme alla verità sull’uomo e sulle cose. Certa, cioè istruita e orientata dalle “evidenze etiche”. Il fondamento teologico del primato della coscienza rispetto alle leggi umane può essere condensato in due massime: 1) la legge è per l’uomo e non viceversa; 2) si deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Biofilia: un approccio etico
che lega economia ed ecologia

di Giannino Piana

Riscaldamento del pianeta, desertificazione, innalzamento dei mari e dei delta dei fiumi, riduzione dell’acqua, perdita sempre più consistente della biodiversità, sovrapopolazione e distruzione di risorse non rinnovabili sono alcuni dei fenomeni inquietanti che denunciano la grave situazione in cui versa oggi l’ambiente. La crisi ecologica ha raggiunto livelli drammatici e rapporti più recenti - da quello degli scienziati dell’Onu a quello dell’ultimo summit mondiale dei meteorologi tenutosi a Parigi la scorsa primavera - non mancano di avanzare previsioni fortemente allarmanti per un futuro ormai ravvicinato.

Alle colpe dell’Occidente, che continua a essere il maggiore responsabile dello sperpero di energie e dei processi di inquinamento, si assommano oggi quelle di alcuni Paesi in via di sviluppo - si pensi soltanto alla Cina e all’India- il cui modello di crescita economica tende a ricalcare le logiche occidentali. Lo stesso Protocollo di Kyoto - peraltro non sottoscritto dalla maggiore potenza mondiale, gli Usa, che è anche la prima responsabile dello spreco energetico attuale - presenta, a tale riguardo, alcuni lati deboli: mentre, infatti, chiede ai Paesi occidentali una riduzione del fabbisogno energetico secondo una percentuale proporzionale all’entità del loro consumo pro copite, non pone alcun limite ai Paesi in via di sviluppo, che rischiano, in tempi brevi anche a causa dell’enorme incremento della popolazione, di diventare i maggiori consumatori di risorse e i più grandi inquinatori. Al di là del dato oggettivo, sempre più allarmante per le enormi proporzioni assunte, a preoccupare è tuttavia soprattutto la scarsa reazione delle coscienze. La terra, che è la casa di tutti, è vissuta come la casa di nessuno. La crescita esponenziale dei consumi non è dettata soltanto dall’aumento della popolazione, ma dalla moltiplicazione dei bisogni, spesso semplicemente indotti dalla pressione sociale e destinati a incrementare la produzione di beni materiali, a scapito di quelli relazionali e spirituali che favoriscono il miglioramento qualitativo della vita; mentre, d’altro canto, si accentuano gli sprechi e le inutili dilapidazioni di energie vitali che rappresentano un prezioso patrimonio per il futuro.

Nonostante i giustificati allarmi degli scienziati, la crisi ambientale non sembra suscitare, nella stragrande maggioranza della popolazione, particolari sentimenti di paura: basti pensare che, mentre si accettano molti controlli alla libertà individuale, con una consistente riduzione della sfera della privacy - il terrorismo internazionale ha costretto, in questi anni, a moltiplicarli senza che questo abbia determinato forti reazioni nell’opinione pubblica - non sussiste di fatto alcun controllo sulla tecnica e sull’economia, che sono le principali responsabili degli attuali processi degenerativi in ambito ambientale. L’abitudine a vivere sempre più nell’artificiale non solo ci distanzia dalla natura, ma ci pone nell’impossibilità di percepirne il valore e pertanto di difenderla come un bene da proteggere con cura mediante l’utilizzo di tutti i mezzi disponibili.

In questo contesto diviene urgente l’elaborazione di una “nuova etica” - così la definisce E.O. Wilson, uno dei padri della sociobiologia, nel suo recente volume Il futuro della vita (Codice Edizioni, Milano 2006) - che adotti il paradigma della conservazione” come criterio di valutazione delle scelte, sia personali che sociali, fissando limiti precisi all’intervento dell’uomo sull’ambiente. Ciò comporta anzitutto che si cominci a calcolare la ricchezza di una nazione non basandosi esclusivamente sul Pil (prodotto interno lordo) ma considerando le condizioni della biosfera e dei costi che devono essere messi in conto se si intende preservarne l’identità anche per le generazioni future. A dover essere seriamente ripensato è qui il rapporto tra economia ed ecologia, collegando strettamente sviluppo produttivo e attenzione alle risorse disponibili e ai processi di inquinamento che mettono decisamente a repentaglio beni fondamentali per Io sviluppo della vita quali l’aria, l’acqua e la terra.

Ma questo non basta. È necessario soprattutto che cresca, nelle coscienze, la convinzione della necessità di dare vita a nuovi modelli comportamentali ispirati - come suggerisce o stesso Wilson - a una forma di biofilia, che si alimenti della percezione di essere parte della natura e sviluppi un’attitudine di rispetto e di cura nei suoi confronti. Solo a queste condizioni è infatti possibile vincere la pressione delle forze tecnoscientifiche, creando un argine consistente al loro dilagare e promuovendo, in positivo, un rapporto di comunione vitale con l’ambiente, tale da concorrere alla sua piena valorizzazione.

(da Jesus, gennaio 2008)

Ruolo della ragione nella vita dell'uomo

di Giordano Muraro

Quando si parla di problemi relativi all’uomo tutti hanno il diritto di intervenire, perché tutti sono coinvolti in prima persona. Ma l’intervento avrà un valore diverso a seconda della capacità di riflessione e il grado di studio di ognuno. La vita non può essere appesa all’esile filo dell’«a me sembra che…». L’ uomo ha bisogno di certezze quando è in gioco la sua vita e il suo futuro.

«A me sembra che...». È la frase con la quale in una discussione privata o in dibattito pubblico una persona si contrappone all’interlocutore o all’oratore. Naturalmente non avviene quando, si tratta di argomenti scientifici. Nessuno azzarderebbe dire a un astrofisico che espone la sua teoria sull’inizio del l’universo o a un antropologo che disserta sulla datazione dell’uomo di Cro-Magnon che l’ipotesi presentata è falsa. Gli verrebbero subito richieste le prove che fondano il suo disaccordo Nel mondo della chimica della fisica, della matematica, della medicina, della botanica, della paleontologia, ecc. si ascolta l’esperto e si accettano le sue conclusioni. E anche se interiormente si dissente non si ardisce obiettare perchè si e consapevoli di non avere la preparazione sufficiente per competere con l’esperto.

Tuttalpiù si fanno domande per avere chiarimenti, con l’atteggiamento del discepolo che si rinvolge al maestro. Solo chi ha una competenza pari a quella dell’oratore può permettersi di dissentire e di opporre una sua tesi che poi ha il dovere di dimostrare. Ma tutti gli altri assisteranno muti a questa discussione cercando di capire il frutto degli studi e delle ricerche degli esperti. Sarebbe curioso che una persona qualunque che non ha a cuna competenza medica e chirurgica si opponesse all’esperto in trapianti con un «a me sembra che… ». E’ come se uno che e andato sempre e solo in bicicletta volesse insegnare a Schumacher le tecniche di guida di una Ferrari. Verrebbe considerato un disturbatore ingenuo e presuntuoso che non ha il senso dei suoi limiti o un esibizionista che non si accorge di creare solo fastidio e riprovazione.

Tutti competenti ed esperti?

Invece in campo morale tutti si sentono esperti, e ritengono di avere pari diritto di esprimere il proprio punto di vista e anche il proprio dissenso con la convinzione che tutte le ipotesi hanno lo stesso valore, e la propria opinione vale quanto quella del professionista che ha studiato il problema per anni. Si dice che gli italiani si sentono tutti competenti anzi esperti in sport, in amore, in politica. Ma soprattutto in morale.

Nel passato si aveva di più il senso dei propri limiti e si dava più autorevolezza a quelli che per scienza ed esperienza esponevano un problema e presentavano le conclusioni operative. Oggi tutti vengono azzerati allo stesso livello. Si parla di procreazione medicalmente assistita, o di aborto o di cellule staminali, di eutanasia e di accanimento terapeutico di pena di morte, di droga, e si presume che tutti sappiano tutto e tutti abbiano la stessa preparazione competenza.

Eppure bisogna chiedersi: perché non si propone un referendum sul tempo e sulla causa della scomparsa dei dinosauri, o sul problema della relatività mentre si propone un referendum sui problemi morali quali la procreazione medicalmente assistita, l’aborto, il testamento biologico ecc. ? E’ vero che si vive anche senza sapere quando e perché i dinosauri sono scomparsi, mentre i problemi che abbiamo ricordato interessano tutti. Ma tutti hanno la stessa competenza per esprimere un giudizio fondato e dimostrato su questi problemi? La verità è frutto di numeri o di dimostrazioni?

Il diritto di esprimere il proprio pensiero sui problemi umani

Eppure c’è un motivo che in qualche modo e in una certa misura giustifica la validità dell’intervento fondato sull’«a me sembra che...», anche se dobbiamo insistere sul fatto che molto spesso questo intervento è come l’entrare a gamba tesa sul pallone. Presentiamo prima la ragione essenziale, e poi cerchiamo di esplicitarla. Ogni uomo può dire in una discussione «a me sembra che...» perché, nei problemi che riguardano l’uomo, egli è al contempo soggetto indagante e oggetto indagato; ha una esperienza di sé stésso per cui, quando si parla dell’uomo, sente che non si sta parlando di qualcosa di totalmente sconosciuto, ma si sta trattando della sua vita che sperimenta ogni giorno. Quando invece si parla delle realtà esterne, sa che vengono trattati argomenti che riguardano cose che sono «altre da sé», di cui conosce solo gli aspetti esteriori, e che riesce a raggiungere nella loro realtà solo con uno studio e una ricerca pazienti.

L’uomo ha la possibilità e il diritto di esprimere il suo pensiero quando si parla dell’uomo, mentre del mondo esterno può dire solo quello che ha visto e studiato. Per cui quando si parla del mondo esteriore non ha alcun titolo per discutere sulla sua natura e sui suoi dinamismi se prima non ne ha fatto oggetto di studio e di ricerca, mentre quando si parla dell’uomo, egli ha un qualche titolo per parlarne, perché la sua persona è oggetto di esperienza quotidiana, e quanto più è attento a quello che si svolge nella sua vita, tanto maggiormente può intervenire per dare un suo reale apporto alla discussione. Ma fino ad un certo punto. Perché?

I limiti di questo diritto

Il fatto che la persona sia nello stesso tempo soggetto indagante e oggetto indagato espone l’uomo ad alcuni rilevanti pericoli. Il primo è quello di trasformare le proprie esperienze personali in principi assoluti con i quali pensa poi di potere giudicare gli altri. Se io per esempio sto bene e non ho mai conosciuto stati di depressione, posso pensare che la depressione non esista e che il depresso sia solo un pigro e un accidioso che non reagisce di fronte alle difficoltà della vita. Per cui ritengo superfluo studiare la depressione e non mi impegno a intervenire in modo efficace sulla vita del depresso per aiutarlo a superare il suo stato. Sbrigherò il problema con un semplice:. «Si muova, si dia da fare, smetta di compiangersi», e altre simili espressioni. La stessa cosa vale per l’anoressia, o i cicli biologici, e tanti altri problemi che affliggono la vita dell’uomo.

Un altro pericolo è rappresentato dal fatto che il pensiero dell’uomo è condizionato dalle sue passioni, dai suoi stati d’animo, dai suoi interessi, dalla sua educazione, dalla sua cultura. Un musulmano troverà assurdo che una donna si presenti in pubblico senza velo, e non sentirà il bisogno di dimostrare la sua posizione perché ritiene che sia un fatto ovvio, frutto di buon senso, e non gli passa neppure lontanamente per la testa che sia il frutto di un pregiudizio o di una tradizione assunta acriticamente. Così il deputato di un partito darà il suo voto secondo le indicazioni date dal partito stesso, anche se non ha mai studiato il problema e non se ne è fatta una idea personale: così una persona sosterrà una tesi in base alla propria ideologia che non ha mai messo in discussione, o in base a un presunto buon senso sostenuto dall’interesse personale. Perché non permettere la procreazione assistita se promuove la vita? Perché non permettere il divorzio se due persone non si amano più? Perché non permettere l’eutanasia se una persona ritiene di non continuare a vivere una vita sofferente, tenuta in vita artificialmente? Perché non permettere l’aborto se crea difficoltà serie alla madre e alla coppia? Perché non eliminare le persone che sono socialmente dannose? La risposta immediata sembra scontata: permettiamo tutto quello che libera dal male e non obblighiamo per legge le persone a vivere nella sofferenza. Ma è la soluzione giusta?

Tanti ritengono di risolvere i problemi in base alla propria esperienza, al proprio buon senso, alla propria capacità di ragionare. Abbiamo tutti lo stesso strumento per affrontare e risolvere i problemi della vita: la ragione, e la ragione è la stessa in tutte le persone.

I quattro cavalieri dell’apocalisse

Si dimentica che se tutti hanno la stessa ragione, non tutti sono capaci di utilizzarla in modo ragionevole. Tutti ragioniamo, ma non tutti ragioniamo bene. Si può avere la ragione e ragionare male. Uno psicologo americano, John Gottman, parlando della coppia dice che in essa possono entrare i quattro cavalieri dell’apocalisse che distruggono tutto. Questo vale anche per la ragione. Possiamo parlare di quattro cavalieri che fanno terra bruciata nella ragione e le impediscono di bene ragionare. Il primo riguarda lo strumento stesso, la ragione; il secondo riguarda invece l’oggetto, il problema da risolvere; il terzo riguarda l’atteggiamento della persona; e il quarto i condizionamenti esterni.

undefined1. La mancanza di manutenzione. Anche la ragione ha bisogno ogni tanto di essere oggetto di revisione. Come per ogni altro strumento, è necessario ogni tanto fare il tagliando. Infatti abbiamo una iniziale e radicale capacità di ragionare, ma questa iniziale capacità non è sempre sufficiente. Ha bisogno di essere formata, sviluppata, addestrata. C’è addirittura una scienza che educa la ragione a ragionare e a evitate i trabocchetti e gli errori che può incontrare nella sua attività, ed è là scienza logica. undefined

La ragione possiede questa arte in modo iniziale; come l’artista possiede in modo iniziale il talento artistico. Ma come chi è dotato del talento artistico deve poi perfezionarsi se non vuole restare per tutta la vita un dilettante, così chi ha la ragione deve esercitarla e addestrarla a bene ragionare. Tutti ogni tanto devono esaminare il proprio modo di ragionare per verificare se stanno utilizzando bene questo dono straordinario. Sappiamo che è una idea che non trova molti consensi, ma è indispensabile per non trovarsi in mano uno strumento usurato e inceppato che serve a poco o nulla.

undefined2. La superficialità. Si sviluppa in tutti coloro che ritengono di non avere bisogno di applicarsi allo studio e all’esame dei molti problemi che l’uomo incontra nella sua vita e che richiedono un cammino di studio e di ricerca. Si affidano ad una specie di “fiuto” o di “istinto” che suggerirebbe immediatamente la soluzione di qualunque problema. E propongono la propria soluzione con l’arroganza dell’ignorante che è certo delle sue idee per l’unico motivo che non ne ha altre. La sua certezza è frutto non di acutezza d’ingegno, ma di incapacità di vedere oltre l’immediato. undefined

Una novella orientale racconta di quattro ciechi che vogliono farsi un’idea sull’elefante. Uno tocca l’enorme zampa e dice che l’elefante è simile a una colonna; il secondo tocca la punta della zanna e di ceche è simile a una lancia appuntita; il terzo tocca il ventre e dice che è simile a una botte, il quarto tocca le ampie orecchie e dice che è simile a un flabello. Mentre bisticciano tra di loro passa un uomo che ci vede. Gli chiedono chi ha ragione; e chi vede cerca di far capire che ognuno di essi si è fatto una idea parziale, ma l’elefante vero è qualcosa di diverso. E allora i ciechi ritenendosi beffati da chi vede, si rivoltano contro di lui e lo uccidono.

E’ quello che spesso avviene nello studio dell’uomo. Si dà un giudizio globale partendo da un aspetto particolare e rimanendo nel particolare. Sono ciechi che trascinano nel fosso chi si fida di loro.

undefined3. L’autosufficienza, cioè non sentire il bisogno di confrontarsi con altri per vedere se le proprie posizioni reggono alla discussione, alla critica e al ragionamento dio altre persone che si stanno applicando allo studio dello stesso problema.undefined

La verità spesso e difficile da raggiungere. È come una montagna che si riesce a scalare solamente mettendosi in cordata, e verificando con altri se si sta percorrendo un sentiero che conduce alla cima, oppure si sta perdendo tempo percorrendo sentieri che non conducono da nessuna parte o che portano a un precipizio.

Affine a questo atteggiamento è quello di chi nel confronto con gli altri vede vacillare le proprie convinzioni, ma si chiude a riccio e ostinatamente continua a difendere la sua posizione e rifiuta di mettersi in discussione per paura di veder cadere tutto il castello ideologico sul quale fino a quel momento ha costruito la sua vita L’onestà intellettuale è una merce rara, ed è troppo severa per essere accolta quando disturba troppo.

4. I molti condizionamenti che provengono dall’esterno e che possono condizionare il funzionamento della ragione: le passioni, gli interessi personali, l’influsso della cultura nella quale la persona è nata e cresciuta. Spesso diamo per scontate certe convinzioni che abbiamo ereditato dall’ambiente sociale, familiare e non ci preoccupiamo di metterli in discussione. San Tommaso d’Aquino porta questo chiaro esempio. La ragione dell’uomo è come un specchio: se è nitido e terso rifletterà la realtà com’è; ma se è offuscato o deformato nella sua curvatura, rappresenterà la realtà in modo deformato. Gesù diceva in modo molto semplice che se il tuo occhio è limpido tutto è chiaro; ma se il tuo occhio è torbido, tutto diventa oscuro (cf Mt 6,22-23).

La ragione è il grande strumento che Dio ha donato all’uomo per guidarsi nella vita; ma è uno strumento che mentre rivela la dignità dell’uomo, manifesta anche la sua fragilità. La ragione non vede tutto immediatamente e facilmente, ma raggiunge la verità impegnandosi nello studio e nella ricerca, e in questa ricerca può cadere nell’errore: Di fronte ai grandi problemi della vita l’uomo non può affidarsi all’esile filo del «mi sembra che..»; ma ha bisogno di sicurezze per garantire a sé stesso e agli altri che sta camminando verso il bene che lo realizza La superficialità dell’improvvisazione non è accettabile, perché è in gioco la stessa vita, nostra e degli altri.

Come cristiani abbiamo la sicurezza che viene dalla parola di Dio che è «lampada ai miei passi»; ma Dio chiede all’uomo un contributo, quello di dimostrare con la ragione la ragionevolezza di quello che gli ha donato con la rivelazione. Dio non si sostituisce mai all’uomo nelle cose che sono in potere dell’uomo; e anche quando si affianca alla sua creatura per guidarlo nel cammino della verità non vuole sospendere e liberarlo dalla fatica della ricerca, ma vuole semplicemente agevolarlo e stimolare la sua capacità di ragionare. E’ come il maestro di guida che sta accanto al principiante non per sostituirsi a lui, ma per fargli evitare errori.

(da Vita Pastorale, 6, 2007)

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