Martedì, 25 Giugno 2019
Tematiche Etiche
Tematiche Etiche

Tematiche Etiche (99)

Obiezione di coscienza
ed etica della convivenza


di Franco Monaco *


Anche per la morale cristiana, la coscienza è l‘ultimo, decisivo giudice. Tuttavia, giustamente, si aggiunge che la coscienza personale deve essere vera e certa. Vera, cioè conforme alla verità sull’uomo e sulle cose. Certa, cioè istruita e orientata dalle “evidenze etiche”. Il fondamento teologico del primato della coscienza rispetto alle leggi umane può essere condensato in due massime: 1) la legge è per l’uomo e non viceversa; 2) si deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.

Biofilia: un approccio etico
che lega economia ed ecologia

di Giannino Piana

Riscaldamento del pianeta, desertificazione, innalzamento dei mari e dei delta dei fiumi, riduzione dell’acqua, perdita sempre più consistente della biodiversità, sovrapopolazione e distruzione di risorse non rinnovabili sono alcuni dei fenomeni inquietanti che denunciano la grave situazione in cui versa oggi l’ambiente. La crisi ecologica ha raggiunto livelli drammatici e rapporti più recenti - da quello degli scienziati dell’Onu a quello dell’ultimo summit mondiale dei meteorologi tenutosi a Parigi la scorsa primavera - non mancano di avanzare previsioni fortemente allarmanti per un futuro ormai ravvicinato.

Alle colpe dell’Occidente, che continua a essere il maggiore responsabile dello sperpero di energie e dei processi di inquinamento, si assommano oggi quelle di alcuni Paesi in via di sviluppo - si pensi soltanto alla Cina e all’India- il cui modello di crescita economica tende a ricalcare le logiche occidentali. Lo stesso Protocollo di Kyoto - peraltro non sottoscritto dalla maggiore potenza mondiale, gli Usa, che è anche la prima responsabile dello spreco energetico attuale - presenta, a tale riguardo, alcuni lati deboli: mentre, infatti, chiede ai Paesi occidentali una riduzione del fabbisogno energetico secondo una percentuale proporzionale all’entità del loro consumo pro copite, non pone alcun limite ai Paesi in via di sviluppo, che rischiano, in tempi brevi anche a causa dell’enorme incremento della popolazione, di diventare i maggiori consumatori di risorse e i più grandi inquinatori. Al di là del dato oggettivo, sempre più allarmante per le enormi proporzioni assunte, a preoccupare è tuttavia soprattutto la scarsa reazione delle coscienze. La terra, che è la casa di tutti, è vissuta come la casa di nessuno. La crescita esponenziale dei consumi non è dettata soltanto dall’aumento della popolazione, ma dalla moltiplicazione dei bisogni, spesso semplicemente indotti dalla pressione sociale e destinati a incrementare la produzione di beni materiali, a scapito di quelli relazionali e spirituali che favoriscono il miglioramento qualitativo della vita; mentre, d’altro canto, si accentuano gli sprechi e le inutili dilapidazioni di energie vitali che rappresentano un prezioso patrimonio per il futuro.

Nonostante i giustificati allarmi degli scienziati, la crisi ambientale non sembra suscitare, nella stragrande maggioranza della popolazione, particolari sentimenti di paura: basti pensare che, mentre si accettano molti controlli alla libertà individuale, con una consistente riduzione della sfera della privacy - il terrorismo internazionale ha costretto, in questi anni, a moltiplicarli senza che questo abbia determinato forti reazioni nell’opinione pubblica - non sussiste di fatto alcun controllo sulla tecnica e sull’economia, che sono le principali responsabili degli attuali processi degenerativi in ambito ambientale. L’abitudine a vivere sempre più nell’artificiale non solo ci distanzia dalla natura, ma ci pone nell’impossibilità di percepirne il valore e pertanto di difenderla come un bene da proteggere con cura mediante l’utilizzo di tutti i mezzi disponibili.

In questo contesto diviene urgente l’elaborazione di una “nuova etica” - così la definisce E.O. Wilson, uno dei padri della sociobiologia, nel suo recente volume Il futuro della vita (Codice Edizioni, Milano 2006) - che adotti il paradigma della conservazione” come criterio di valutazione delle scelte, sia personali che sociali, fissando limiti precisi all’intervento dell’uomo sull’ambiente. Ciò comporta anzitutto che si cominci a calcolare la ricchezza di una nazione non basandosi esclusivamente sul Pil (prodotto interno lordo) ma considerando le condizioni della biosfera e dei costi che devono essere messi in conto se si intende preservarne l’identità anche per le generazioni future. A dover essere seriamente ripensato è qui il rapporto tra economia ed ecologia, collegando strettamente sviluppo produttivo e attenzione alle risorse disponibili e ai processi di inquinamento che mettono decisamente a repentaglio beni fondamentali per Io sviluppo della vita quali l’aria, l’acqua e la terra.

Ma questo non basta. È necessario soprattutto che cresca, nelle coscienze, la convinzione della necessità di dare vita a nuovi modelli comportamentali ispirati - come suggerisce o stesso Wilson - a una forma di biofilia, che si alimenti della percezione di essere parte della natura e sviluppi un’attitudine di rispetto e di cura nei suoi confronti. Solo a queste condizioni è infatti possibile vincere la pressione delle forze tecnoscientifiche, creando un argine consistente al loro dilagare e promuovendo, in positivo, un rapporto di comunione vitale con l’ambiente, tale da concorrere alla sua piena valorizzazione.

(da Jesus, gennaio 2008)

Ruolo della ragione nella vita dell'uomo

di Giordano Muraro

Quando si parla di problemi relativi all’uomo tutti hanno il diritto di intervenire, perché tutti sono coinvolti in prima persona. Ma l’intervento avrà un valore diverso a seconda della capacità di riflessione e il grado di studio di ognuno. La vita non può essere appesa all’esile filo dell’«a me sembra che…». L’ uomo ha bisogno di certezze quando è in gioco la sua vita e il suo futuro.

«A me sembra che...». È la frase con la quale in una discussione privata o in dibattito pubblico una persona si contrappone all’interlocutore o all’oratore. Naturalmente non avviene quando, si tratta di argomenti scientifici. Nessuno azzarderebbe dire a un astrofisico che espone la sua teoria sull’inizio del l’universo o a un antropologo che disserta sulla datazione dell’uomo di Cro-Magnon che l’ipotesi presentata è falsa. Gli verrebbero subito richieste le prove che fondano il suo disaccordo Nel mondo della chimica della fisica, della matematica, della medicina, della botanica, della paleontologia, ecc. si ascolta l’esperto e si accettano le sue conclusioni. E anche se interiormente si dissente non si ardisce obiettare perchè si e consapevoli di non avere la preparazione sufficiente per competere con l’esperto.

Tuttalpiù si fanno domande per avere chiarimenti, con l’atteggiamento del discepolo che si rinvolge al maestro. Solo chi ha una competenza pari a quella dell’oratore può permettersi di dissentire e di opporre una sua tesi che poi ha il dovere di dimostrare. Ma tutti gli altri assisteranno muti a questa discussione cercando di capire il frutto degli studi e delle ricerche degli esperti. Sarebbe curioso che una persona qualunque che non ha a cuna competenza medica e chirurgica si opponesse all’esperto in trapianti con un «a me sembra che… ». E’ come se uno che e andato sempre e solo in bicicletta volesse insegnare a Schumacher le tecniche di guida di una Ferrari. Verrebbe considerato un disturbatore ingenuo e presuntuoso che non ha il senso dei suoi limiti o un esibizionista che non si accorge di creare solo fastidio e riprovazione.

Tutti competenti ed esperti?

Invece in campo morale tutti si sentono esperti, e ritengono di avere pari diritto di esprimere il proprio punto di vista e anche il proprio dissenso con la convinzione che tutte le ipotesi hanno lo stesso valore, e la propria opinione vale quanto quella del professionista che ha studiato il problema per anni. Si dice che gli italiani si sentono tutti competenti anzi esperti in sport, in amore, in politica. Ma soprattutto in morale.

Nel passato si aveva di più il senso dei propri limiti e si dava più autorevolezza a quelli che per scienza ed esperienza esponevano un problema e presentavano le conclusioni operative. Oggi tutti vengono azzerati allo stesso livello. Si parla di procreazione medicalmente assistita, o di aborto o di cellule staminali, di eutanasia e di accanimento terapeutico di pena di morte, di droga, e si presume che tutti sappiano tutto e tutti abbiano la stessa preparazione competenza.

Eppure bisogna chiedersi: perché non si propone un referendum sul tempo e sulla causa della scomparsa dei dinosauri, o sul problema della relatività mentre si propone un referendum sui problemi morali quali la procreazione medicalmente assistita, l’aborto, il testamento biologico ecc. ? E’ vero che si vive anche senza sapere quando e perché i dinosauri sono scomparsi, mentre i problemi che abbiamo ricordato interessano tutti. Ma tutti hanno la stessa competenza per esprimere un giudizio fondato e dimostrato su questi problemi? La verità è frutto di numeri o di dimostrazioni?

Il diritto di esprimere il proprio pensiero sui problemi umani

Eppure c’è un motivo che in qualche modo e in una certa misura giustifica la validità dell’intervento fondato sull’«a me sembra che...», anche se dobbiamo insistere sul fatto che molto spesso questo intervento è come l’entrare a gamba tesa sul pallone. Presentiamo prima la ragione essenziale, e poi cerchiamo di esplicitarla. Ogni uomo può dire in una discussione «a me sembra che...» perché, nei problemi che riguardano l’uomo, egli è al contempo soggetto indagante e oggetto indagato; ha una esperienza di sé stésso per cui, quando si parla dell’uomo, sente che non si sta parlando di qualcosa di totalmente sconosciuto, ma si sta trattando della sua vita che sperimenta ogni giorno. Quando invece si parla delle realtà esterne, sa che vengono trattati argomenti che riguardano cose che sono «altre da sé», di cui conosce solo gli aspetti esteriori, e che riesce a raggiungere nella loro realtà solo con uno studio e una ricerca pazienti.

L’uomo ha la possibilità e il diritto di esprimere il suo pensiero quando si parla dell’uomo, mentre del mondo esterno può dire solo quello che ha visto e studiato. Per cui quando si parla del mondo esteriore non ha alcun titolo per discutere sulla sua natura e sui suoi dinamismi se prima non ne ha fatto oggetto di studio e di ricerca, mentre quando si parla dell’uomo, egli ha un qualche titolo per parlarne, perché la sua persona è oggetto di esperienza quotidiana, e quanto più è attento a quello che si svolge nella sua vita, tanto maggiormente può intervenire per dare un suo reale apporto alla discussione. Ma fino ad un certo punto. Perché?

I limiti di questo diritto

Il fatto che la persona sia nello stesso tempo soggetto indagante e oggetto indagato espone l’uomo ad alcuni rilevanti pericoli. Il primo è quello di trasformare le proprie esperienze personali in principi assoluti con i quali pensa poi di potere giudicare gli altri. Se io per esempio sto bene e non ho mai conosciuto stati di depressione, posso pensare che la depressione non esista e che il depresso sia solo un pigro e un accidioso che non reagisce di fronte alle difficoltà della vita. Per cui ritengo superfluo studiare la depressione e non mi impegno a intervenire in modo efficace sulla vita del depresso per aiutarlo a superare il suo stato. Sbrigherò il problema con un semplice:. «Si muova, si dia da fare, smetta di compiangersi», e altre simili espressioni. La stessa cosa vale per l’anoressia, o i cicli biologici, e tanti altri problemi che affliggono la vita dell’uomo.

Un altro pericolo è rappresentato dal fatto che il pensiero dell’uomo è condizionato dalle sue passioni, dai suoi stati d’animo, dai suoi interessi, dalla sua educazione, dalla sua cultura. Un musulmano troverà assurdo che una donna si presenti in pubblico senza velo, e non sentirà il bisogno di dimostrare la sua posizione perché ritiene che sia un fatto ovvio, frutto di buon senso, e non gli passa neppure lontanamente per la testa che sia il frutto di un pregiudizio o di una tradizione assunta acriticamente. Così il deputato di un partito darà il suo voto secondo le indicazioni date dal partito stesso, anche se non ha mai studiato il problema e non se ne è fatta una idea personale: così una persona sosterrà una tesi in base alla propria ideologia che non ha mai messo in discussione, o in base a un presunto buon senso sostenuto dall’interesse personale. Perché non permettere la procreazione assistita se promuove la vita? Perché non permettere il divorzio se due persone non si amano più? Perché non permettere l’eutanasia se una persona ritiene di non continuare a vivere una vita sofferente, tenuta in vita artificialmente? Perché non permettere l’aborto se crea difficoltà serie alla madre e alla coppia? Perché non eliminare le persone che sono socialmente dannose? La risposta immediata sembra scontata: permettiamo tutto quello che libera dal male e non obblighiamo per legge le persone a vivere nella sofferenza. Ma è la soluzione giusta?

Tanti ritengono di risolvere i problemi in base alla propria esperienza, al proprio buon senso, alla propria capacità di ragionare. Abbiamo tutti lo stesso strumento per affrontare e risolvere i problemi della vita: la ragione, e la ragione è la stessa in tutte le persone.

I quattro cavalieri dell’apocalisse

Si dimentica che se tutti hanno la stessa ragione, non tutti sono capaci di utilizzarla in modo ragionevole. Tutti ragioniamo, ma non tutti ragioniamo bene. Si può avere la ragione e ragionare male. Uno psicologo americano, John Gottman, parlando della coppia dice che in essa possono entrare i quattro cavalieri dell’apocalisse che distruggono tutto. Questo vale anche per la ragione. Possiamo parlare di quattro cavalieri che fanno terra bruciata nella ragione e le impediscono di bene ragionare. Il primo riguarda lo strumento stesso, la ragione; il secondo riguarda invece l’oggetto, il problema da risolvere; il terzo riguarda l’atteggiamento della persona; e il quarto i condizionamenti esterni.

undefined1. La mancanza di manutenzione. Anche la ragione ha bisogno ogni tanto di essere oggetto di revisione. Come per ogni altro strumento, è necessario ogni tanto fare il tagliando. Infatti abbiamo una iniziale e radicale capacità di ragionare, ma questa iniziale capacità non è sempre sufficiente. Ha bisogno di essere formata, sviluppata, addestrata. C’è addirittura una scienza che educa la ragione a ragionare e a evitate i trabocchetti e gli errori che può incontrare nella sua attività, ed è là scienza logica. undefined

La ragione possiede questa arte in modo iniziale; come l’artista possiede in modo iniziale il talento artistico. Ma come chi è dotato del talento artistico deve poi perfezionarsi se non vuole restare per tutta la vita un dilettante, così chi ha la ragione deve esercitarla e addestrarla a bene ragionare. Tutti ogni tanto devono esaminare il proprio modo di ragionare per verificare se stanno utilizzando bene questo dono straordinario. Sappiamo che è una idea che non trova molti consensi, ma è indispensabile per non trovarsi in mano uno strumento usurato e inceppato che serve a poco o nulla.

undefined2. La superficialità. Si sviluppa in tutti coloro che ritengono di non avere bisogno di applicarsi allo studio e all’esame dei molti problemi che l’uomo incontra nella sua vita e che richiedono un cammino di studio e di ricerca. Si affidano ad una specie di “fiuto” o di “istinto” che suggerirebbe immediatamente la soluzione di qualunque problema. E propongono la propria soluzione con l’arroganza dell’ignorante che è certo delle sue idee per l’unico motivo che non ne ha altre. La sua certezza è frutto non di acutezza d’ingegno, ma di incapacità di vedere oltre l’immediato. undefined

Una novella orientale racconta di quattro ciechi che vogliono farsi un’idea sull’elefante. Uno tocca l’enorme zampa e dice che l’elefante è simile a una colonna; il secondo tocca la punta della zanna e di ceche è simile a una lancia appuntita; il terzo tocca il ventre e dice che è simile a una botte, il quarto tocca le ampie orecchie e dice che è simile a un flabello. Mentre bisticciano tra di loro passa un uomo che ci vede. Gli chiedono chi ha ragione; e chi vede cerca di far capire che ognuno di essi si è fatto una idea parziale, ma l’elefante vero è qualcosa di diverso. E allora i ciechi ritenendosi beffati da chi vede, si rivoltano contro di lui e lo uccidono.

E’ quello che spesso avviene nello studio dell’uomo. Si dà un giudizio globale partendo da un aspetto particolare e rimanendo nel particolare. Sono ciechi che trascinano nel fosso chi si fida di loro.

undefined3. L’autosufficienza, cioè non sentire il bisogno di confrontarsi con altri per vedere se le proprie posizioni reggono alla discussione, alla critica e al ragionamento dio altre persone che si stanno applicando allo studio dello stesso problema.undefined

La verità spesso e difficile da raggiungere. È come una montagna che si riesce a scalare solamente mettendosi in cordata, e verificando con altri se si sta percorrendo un sentiero che conduce alla cima, oppure si sta perdendo tempo percorrendo sentieri che non conducono da nessuna parte o che portano a un precipizio.

Affine a questo atteggiamento è quello di chi nel confronto con gli altri vede vacillare le proprie convinzioni, ma si chiude a riccio e ostinatamente continua a difendere la sua posizione e rifiuta di mettersi in discussione per paura di veder cadere tutto il castello ideologico sul quale fino a quel momento ha costruito la sua vita L’onestà intellettuale è una merce rara, ed è troppo severa per essere accolta quando disturba troppo.

4. I molti condizionamenti che provengono dall’esterno e che possono condizionare il funzionamento della ragione: le passioni, gli interessi personali, l’influsso della cultura nella quale la persona è nata e cresciuta. Spesso diamo per scontate certe convinzioni che abbiamo ereditato dall’ambiente sociale, familiare e non ci preoccupiamo di metterli in discussione. San Tommaso d’Aquino porta questo chiaro esempio. La ragione dell’uomo è come un specchio: se è nitido e terso rifletterà la realtà com’è; ma se è offuscato o deformato nella sua curvatura, rappresenterà la realtà in modo deformato. Gesù diceva in modo molto semplice che se il tuo occhio è limpido tutto è chiaro; ma se il tuo occhio è torbido, tutto diventa oscuro (cf Mt 6,22-23).

La ragione è il grande strumento che Dio ha donato all’uomo per guidarsi nella vita; ma è uno strumento che mentre rivela la dignità dell’uomo, manifesta anche la sua fragilità. La ragione non vede tutto immediatamente e facilmente, ma raggiunge la verità impegnandosi nello studio e nella ricerca, e in questa ricerca può cadere nell’errore: Di fronte ai grandi problemi della vita l’uomo non può affidarsi all’esile filo del «mi sembra che..»; ma ha bisogno di sicurezze per garantire a sé stesso e agli altri che sta camminando verso il bene che lo realizza La superficialità dell’improvvisazione non è accettabile, perché è in gioco la stessa vita, nostra e degli altri.

Come cristiani abbiamo la sicurezza che viene dalla parola di Dio che è «lampada ai miei passi»; ma Dio chiede all’uomo un contributo, quello di dimostrare con la ragione la ragionevolezza di quello che gli ha donato con la rivelazione. Dio non si sostituisce mai all’uomo nelle cose che sono in potere dell’uomo; e anche quando si affianca alla sua creatura per guidarlo nel cammino della verità non vuole sospendere e liberarlo dalla fatica della ricerca, ma vuole semplicemente agevolarlo e stimolare la sua capacità di ragionare. E’ come il maestro di guida che sta accanto al principiante non per sostituirsi a lui, ma per fargli evitare errori.

(da Vita Pastorale, 6, 2007)

Le alternative per un nuovo ordine mondiale

Johan Galtung

Gli imperi vengono, gli imperi vanno. Nessun impero è eterno. Potremmo definire un impero come un insieme articolato di conquiste militari, dominio politico, sfruttamento economico e penetrazione culturale. Non c'è solo una dimensione economica.

Un famoso pianificatore del Pentagono (Ralph Peters, colonnello dell' Esercito americano durante gli anni '80 e '90, ndr), ha affermato che il fine delle Forze armate degli Stati Uniti sia quello di rendere il mondo sicuro per favorire l'interesse commerciale e l'offensiva culturale americana, aggiungendo: "Toward this end there will be a fair amount of killing" ("Per questo scopo avremo un numero non trascurabile di morti"). Per questo, a partire dal secondo dopoguerra, in seguito a 70 interventi militari, gli Stati Uniti si sono resi colpevoli della morte di un numero di persone compreso tra 12 e 16 milioni.

UNA NUOVA TEORIA

Io non sono antiamericano: sono contro l'imperialismo americano, e quindi contro la guerra che provoca. Nel 1980 ho sviluppato una teoria sulla fine dell'impero sovietico che aveva come fondamento la "sinergia delle contraddizioni sincronizzate" e che prevedeva il crollo dell'Urss entro 10 anni, preceduto dalla caduta del muro di Berlino. Nell'ex-Unione Sovietica erano presenti sei contraddizioni sincronizzate: quella tra l'Unione Sovietica stessa e gli Stati satelliti, tra la nazione russa e le altre nazioni dell'impero, tra aree urbane e rurali, tra borghesia socialista e classe operaia socialista, tra liquidità e mancanza cronica di beni di consumo, tra miti e realtà. E' possibile che un sistema possa dominare con le baionette una contraddizione, ma quando tutte crescono e tra di loro si crea una sinergia, allora bisogna cambiare il sistema per evitarne il crollo. Due mesi prima rispetto alla mia previsione, nel novembre del 1989, e' stato abbattuto il muro di Berlino; subito dopo si e' smembrato l'impero sovietico. Al momento gli Stati Uniti hanno ben 15 contraddizioni. Cinque anni fa, nel 1999, ho azzardato che l'impero americano non sarebbe andato oltre il 2025. Da quando e' stato eletto Bush, ho ridotto di cinque anni questa previsione: nelle teorie sistemiche ciò si chiama "acceleratore di sistema".

GOLPE FASCISTA O PROCESSO DI VERITÀ?

Quando tra quindici o venti anni un presidente americano dichiarerà alla televisione che gli Stati Uniti ritireranno le proprie truppe di occupazione, elimineranno tutte le loro basi militari dislocate all'estero, e parteciperanno alle Nazioni Unite come uno Stato uguale a tutti gli altri, allora potremo prevedere due cose: o che toglieranno il collegamento durante il suo intervento, o che ci sara' un golpe militare fascista. Cio' e' possibile. Siamo stati vicino a questo negli anni '30, durante la presidenza Roosevelt. Cio' che dobbiamo fare fin da ora, e' insegnare al popolo americano i valori dell'uguaglianza, far capire loro che non esistono popoli scelti, che viviamo tutti sullo stesso pianeta e che insieme possiamo migliorare le cose. Per fare questo c'e' bisogno dell'Onu, non dominata da una sola potenza e nemmeno da un Consiglio di sicurezza dotato di poteri esclusivi. Gli americani non colgono il nesso strettissimo tra economia e guerre. Sono convinto che negli Usa ci sia bisogno di un processo pubblico di verità e riconciliazione. E' importante ricordare che l'emancipazione dei cittadini tedeschi dall'eredità del passato nazista, e' avvenuta proprio in seguito a un percorso analogo che essi hanno compiuto non soltanto grazie all'ammissione delle proprie colpe, ma anche grazie alla pubblicazione di testi scolastici in cui la parola "Auschwitz" ricorre molto spesso. In questo modo le generazioni che si sono succedute hanno avuto la possibilità di capire e di imparare. Una scossa positiva negli Stati Uniti favorirebbe il processo di liberazione che sta avvenendo, ad esempio, in America latina, processo che vedo destinato a sfociare nella costituzione degli Stati Uniti dell'America latina, una nuova entità istituzionale e politica, ma senza la bomba atomica.

UN MODELLO FEDERATIVO PER AFRICA E MEDIO ORIENTE

L'idea di Abramo di indicare una terra promessa per un popolo eletto e' interessante, ma, come dicono gli arabi, nessuno ha firmato questo patto, né esiste una registrazione o un rapporto stenografico che lo attesti. Credo nella legittimità dell'esistenza di uno Stato israeliano e di uno palestinese, ma non ritengo che la soluzione dei "due popoli, due stati" sia la migliore. Oltre a un "bilancio militare" esiste anche un "bilancio di pace". Israele e' troppo forte, la Palestina troppo debole. Dovremmo piuttosto pensare a un modello federativo, a creare cioè una comunità di Paesi mediorientali, di cui facciano parte uno Stato palestinese riconosciuto, Israele, Siria, Libano, Giordania e Egitto, e in cui proprio le nazioni arabe possano rappresentare un legittimo contrappeso rispetto a Israele.

Dopo mille anni senza traccia alcuna di una cultura delle sinergie, questa soluzione permetterebbe, sul modello della Comunità europea del 1958, l'affermazione di un'economia cooperativa, confini aperti per la libera circolazione delle persone, oltre che degli investimenti, nell'intera regione. Del resto, la pace in Europa occidentale non si e' fatta sulla base di un trattato tra Germania e Lussemburgo. E' stato creato un contrappeso alla Germania, ed esso era rappresentato da Olanda, Belgio, Lussemburgo, Francia e Italia.

Ho tenuto moltissimi seminari, conferenze, incontri in Medio Oriente, e ho accumulato una lunga esperienza da cui ho tratto insegnamenti preziosi. Occorre agire dal basso, coinvolgendo in modo ampio e costante quante più persone e gruppi possibili della società civile della regione, perché discutano tra loro sul Medio Oriente in cui vorrebbero vivere. La pace sta nel futuro, non in un dibattito senza uscita sulle colpe del passato.

Il modello federativo che ho proposto per il Medio Oriente vale anche per l'Africa centrale. Qui, dove e' molto forte il peso dell'imperialismo europeo, vedo infatti la possibilità della costituzione di una confederazione bioceanica che comprenda Tanzania, Uganda, Rwanda, Burundi, RdCongo e Congo Brazzaville. Parlo di una confederazione con confini aperti, dall'Oceano Indiano all'Oceano Atlantico, attraversata da una ferrovia, a patto che non venga costruita dagli europei: essi non conoscono la direttrice Est-Ovest, ma solo quella Nord-Sud. Cio' rappresenta il loro "crimine geografico". Il Sudafrica ha gia' fatto questo. Per quanto riguarda, inoltre, l'intero continente, dobbiamo sostenere con forza il processo di unità africana, fortemente osteggiato da Europa e Stati Uniti. Noi occidentali non abbiamo alcun diritto di mantenere le divisioni, ma solo il dovere delle scuse, della ricompensa e della verità nei confronti delle popolazioni africane che abbiamo colonizzato e sfruttato.

LA TERZA GUERRA MONDIALE

Spostiamoci ora nella zona piu' delicata del mondo, quella che comprende Cina, India e Russia. Proprio qui gli Stati Uniti stanno preparando la terza guerra mondiale. Gli strateghi americani della Casa Bianca e del Pentagono seguono una dottrina imperiale concepita da un geografo britannico nei primi anni del '900, e che si può sintetizzare così: chi domina l'Europa orientale domina l'Asia centrale; chi domina l'Asia centrale domina l'isola mondiale (cioè la regione che comprende Europa, Asia e Africa); chi domina l'isola mondiale domina il mondo.

Questa tesi, evidentemente folle, gode di grande considerazione a Washington. Essa viene riproposta nientemeno che nel più importante documento che attesta l'attuale linea geopolitica americana, il documento JCS570/2. Questo rappresenta la risposta all'interrogativo di Roosevelt riguardo a quale linea di politica estera avrebbero dovuto tenere gli Stati Uniti dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. L'esigenza era quella di rendere il mondo sicuro per i commerci americani. A questo scopo furono individuate tre aree geografiche su cui imporre un rigido controllo: l'Europa occidentale, l'Asia orientale e l'America latina del nord. Il progetto fu concretizzato e formalizzato attraverso la sigla di tre distinti trattati militari, rispettivamente la Nato, l'Ampo e il Tiap. Tornando alla regione di Cina, India e Russia, appare subito evidente che essa presenta il 40% dell'intera popolazione mondiale e che si situa precisamente nel bel mezzo dell'espansione della Nato, da una parte, e dell'Ampo dall'altra. Se a questo poi aggiungiamo che gli Stati Uniti stanno prendendo il controllo della regione grazie alla costruzione di numerosi avamposti militari, ad esempio nelle repubbliche islamiche dell'ex-Unione Sovietica, e che i tre Paesi in questione prevedibilmente raggiungeranno un accordo per il controllo comune della zona, avremo tutti gli elementi per comprendere la delicatezza della situazione. L'idea poi di fare dell'Afghanistan e dell'Iraq due Stati unitari e' un' illusione occidentale. Sul territorio iracheno convivono quattro nazionalità: curda, turcomanna, sunnita e sciita. Su quello afghano ben undici. Un modello federale è l'unica alternativa praticabile per questi due Paesi.



(da Missione Oggi, febbraio 2005)

Vita morale e luoghi comuni: «È stato lui»

L’uomo responsabile, specie in estinzione


di Giordano Muraro


Prenderemo in considerazione frasi fatte, luoghi comuni che contribuiscono a formare l’opinione pubblica e che sono moralmente dubbi. Perché la cultura è fatta anche di slogan che possono far dimenticare i principi veri. Nella prima puntata parliamo della crescente difficoltà a trovare una persona responsabile, capace di riparare il male fatto. La colpa è sempre di qualcun altro o di qualcos’altro. La scarichiamo da noi, dicendo: «È stato lui!».

Non si riesce più a trovare una persona responsabile. Bisognerebbe affiggere i manifesti wanted, con relativo premio. Quando avviene un fattaccio si cerca il colpevole, ma per quanti sforzi si facciano il colpevole non si trova. O meglio, c’è, ma non è lui. Magari ci sono le prove provate, la confessione aperta, le testimonianze sicure, ma il colpevole non è lui. È la società che gli ha impedito di maturare, la famiglia che lo ha educato male, i "vissuti" personali che non gli permettono di essere consapevole e gli tolgono la libertà, la capacità di intendere e di volere; e senza consapevolezza e libertà non c’è responsabilità e tanto meno colpevolezza.

Quando poi si entra nelle relazioni sociali, le cose peggiorano in modo esponenziale. Il fatto è avvenuto, e magari si fanno nomi e cognomi precisi. Ma non si procede, perché è un complotto politico, una persecuzione, un tranello. L’esecutore è solo una vittima, la sua unica responsabilità è stata quella di essere stato un po’ ingenuo, e in genere l’ingenuità non si punisce. È vero che l’ingenuità può essere presa in considerazione nei bambini; ma tutti siamo e restiamo un po’ bambini.

C’è poi un altro sistema per deresponsabilizzare, ed è il «così fan tutti»; oppure il ricorso a una commissione di inchiesta che si prolunga nel tempo fino a perdersi nella nebbia dove si smarrisce la direzione, e tutto viene ingoiato dalle sabbie mobili dell’oblio

Scaricabarile

La storia è antica. È iniziata già nel paradiso terrestre quando Adamo si è assolto, scuotendosi la responsabilità di dosso e addossandola a Eva: «È stata lei». Eva non è più quella creatura splendida che lo ha tolto dalla solitudine, ma è quella disgraziata che ha rovinato la sua vita. Eva a sua volta si deresponsabilizza attribuendo la colpa al tentatore. Da allora la storia continua senza fine. Caino cerca di sfuggire alla sua responsabilità, dicendo che non sa nulla del fratello Abele: «Sono forse io il custode di mio fratello?», e così di seguito, di giorno in giorno, di anno in anno, di secolo in secolo, di millennio in millennio, fino agli imputati di Norimberga che cercano di assolversi scaricando la colpa sui loro superiori: «Abbiamo ubbidito a ordini precisi».

Ma che cosa vuol dire essere responsabile? E quando si è responsabili? Potremmo rivolgerci alla morale classica e troveremmo subito la definizione. Ma preferiamo utilizzare strumenti più attuali che sembrano corrispondere meglio al modo di pensare della gente d’oggi. Il Conciso (Vocabolario della lingua italiana, Treccani 1998, Roma, p. 1378) dice che il responsabile è colui «che risponde delle proprie azioni e dei propri comportamenti, ne prevede i rischi e gli effetti, rendendone ragione e subendone le conseguenze». Quindi la responsabilità suppone da una parte una persona che agisce, e dall’altra un fatto da lei prodotto in modo consapevole e libero; ma suppone due altri elementi: la imputabilità non solo dell’azione, ma anche degli effetti prodotti, e il dovere di riparare al male fatto.

La responsabilità non si limita al fatto, ma si estende alle conseguenze dell’azione e all’obbligo di rimediare in qualche modo al danno prodotto. Se io investo un pedone, sono responsabile non solo della morte di una persona, ma anche delle conseguenze che questa morte produce nei suoi familiari, con il dovere di risarcirli. La descrizione è esatta. Ma richiede ancora una serie di precisazioni che complicano tutto.

Anzitutto la distinzione tra responsabilità e colpevolezza. Se inavvertitamente mi sfugge un colpo e uccido un uomo, sono responsabile di questa morte e delle conseguenze di questa morte; ma non sono moralmente colpevole, perché mancava l’intenzione di uccidere. Dovrò pagarne le conseguenze, perché la morte del compagno di caccia è attribuibile a me, ma non ne sono moralmente colpevole. A meno che non abbia trascurato di adottare le precauzioni che normalmente si prendono in questi casi. Sono nozioni che abbiamo appreso fin dall’inizio dello studio della morale.

Oggi l’attenzione si sposta principalmente su altri elementi che si tende a dimenticare e ai quali la morale una volta era molto attenta per responsabilizzare nella giusta proporzione tutti quelli che in qualche modo concorrono alla produzione di un fatto o di un comportamento dannoso, ma specialmente in ordine al dovere di riparare il male fatto, perché chi sbaglia deve pagare, e chi danneggia deve riparare il male causato.

Tutti quelli che devono restituire

Nei manuali veniva presentato un preciso elenco che aveva il vantaggio di ricordare in due righe tutti coloro che in qualunque modo possono essere chiamati in causa quando si produce un danno. Per esempio, in san Tommaso troviamo questo elenco in un articolo che a prima vista sembra curioso: «Se siano tenuti a restituire la roba altrui quelli che direttamente non l’han presa» (S.Th. II-II, q.62, a.7). Oggi questo titolo può sembrare provocatorio, perché spesso non restituiscono nulla neppure quelli che sono stati presi con le mani nel sacco. Si tratta di nove personaggi che concorrono con il loro modo di comportarsi alla realizzazione del fatto delittuoso: «Iussio, consilium, consensus, palpo, recursus, participans, mutus, non obstans, non manifestans». Si è responsabili di un fatto delittuoso, e quindi obbligati alla riparazione, perché si è autori di quell’azione o comandandola, o consigliandola, o acconsentendo, o elogiando chi la compie, o ricattandolo, o ricettando le cose trafugate; ma anche quelli che prima del fatto non hanno parlato, o durante il fatto non lo hanno impedito, e dopo il fatto non lo hanno denunciato

L’elenco è stato fatto per i furti di cose; ma vale proporzionalmente per qualunque furto. C’è il furto di cose, ma c’è anche il furto di onore con la calunnia e la maldicenza, come c’è il furto di valori con l’irrisione e l’arroganza, il furto dell’innocenza per il quale Gesù ha consigliato la macina del mulino, c’è il furto del buon senso con i persuasori occulti, il furto dell’onestà con la diffusione della corruzione, ecc.

Chi è il responsabile di questi furti? Chi deve riparare al male fatto e restituire le cose rubate? Gli esempi sono infiniti. Chi è responsabile delle cattedrali nel deserto, degli ospedali finiti e mai utilizzati, dei centri sportivi mai messi a disposizione della gente? Chi è responsabile del fatto che i soldi raccolti per precise opere di beneficenza si perdano per strada e non arrivino che in minima parte alle persone da beneficare o alle opere da costruire? Chi è responsabile del bullismo diffuso, delle stragi del sabato sera, della caduta di autorevolezza degli educatori, della banalizzazione del pudore, eccetera?

Anche in questi casi quando si giunge al dunque vediamo il fuggi fuggi generale. Tutti hanno un alibi, oppure si ricorre alla falsa umiltà del culpa mea generalizzato, che diventa in realtà l’assoluzione di tutti: siamo tutti colpevoli, quindi non è possibile puntare il dito contro persone ben precise e chiedere che riparino e restituiscano.

I cattivi maestri

Si ha l’impressione che la società sia diventata come quella nave dove nessuno ha una funzione ben precisa di cui deve rendere conto. I cattivi maestri non sono solo quelli che promuovono in prima persona comportamenti delittuosi, ma anche quelli che li consigliano, li promuovono, li elogiano, li diffondono, come ci sono quelli che tacciono, non si oppongono, non li denunciano.

Non c’è solo il mafioso che emette sentenze di morte, ma c’è anche il responsabile dell’amministrazione pubblica che dispone le cose in modo da trarne vantaggi personali; come c’è la persona abile ed esperta che può suggerire il modo più opportuno per evadere le tasse, o il potente che trucca i concorsi per far vincere il suo protetto che non ha i titoli per vincerlo; come ci sono gli omertosi che non denunciano chi organizza furti e ricatti, o i molti Ponzio Pilato che si lavano le mani tirandosi fuori del fatto che sta per avvenire e che potrebbero impedire. Così pure ci sono gli ispettori che non ispezionano, gli educatori che rinunciano a educare, i promotori del bene comune che promuovono il bene di se stessi, i magistrati che non amministrano la giustizia o sono impediti dall’amministrarla.

Pudore del male e gusto del bello

Dove sono i responsabili a cui chiedere conto di questo stato di cose? Domenica 11 marzo è apparso su La Stampa un articolo a firma di Mina. Dopo aver ricordato le parole del Papa dice che: «L’uomo è arrivato al suo orrido burronale nel momento in cui ha scelto di manifestare senza inibizioni tutto se stesso. Si potrebbe dire che non è cambiata la sua essenza, ma che sono apparsi il coraggio e la sfrontatezza di rappresentarla. I media in ogni forma possibile accettano l’incarico della diffusione della mediocrità quando va bene, dello schifo normalmente, del bello raramente».

San Tommaso direbbe che si è perso il pudore del male e il gusto del bello. Di chi è la colpa? C’è un responsabile o dobbiamo dire che ci sono molti responsabili? Ma la distribuzione della responsabilità non significa l’assoluzione generale in nome del «tutti responsabili, quindi nessun responsabile».

È un modo inaccettabile di pensare e di agire, perché in forza della nostra natura sociale siamo in qualche modo un corpo unico, e il male come il bene di uno si ripercuote negli altri, danneggiando tutta l’umanità. La persona non può mai dire: «Non è affar mio», oppure «ognuno per sé e Dio per tutti». Ognuno è responsabile di tutti. Dio ci ha affidati gli uni agli altri. Ma questo principio vale ancor più quando la nostra persona è coinvolta in qualche modo nella produzione di un fatto. Si è responsabili non solo per commissione, ma anche per collaborazione o per omissione.

La verità è che non si tenta neppure più di cercare il responsabile, perché si è persa la speranza di trovarlo. Non esiste più. È stato sostituito da un "lui" non ben identificato («è stato lui»), che però è diventato comodo per assolversi da ogni responsabilità e dall’obbligo di riparare il male fatto e di restituire alle persone e alla società i beni materiali e spirituali che le sono stati rubati.

(da Vita Pastorale, 4, 2007)

Martedì 05 Febbraio 2008 23:21

Ragione ed etica (Frei Betto)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Ragione ed etica

di Frei Betto

Può una società “quantificata” dal mercato, come la nostra, trovare spazio per valori etici “qualificanti”? Davanti all’impunità di politici trovati non-etici, c’è speranza che beni “infiniti” possano prevalere su quelli “finiti”?

Socrate fu condannato e giustiziato per “eresia”. I suoi detrattori lo accusarono di corrompere i giovani, predicando loro “nuovi dei”. La conoscenza che egli aveva raggiunto gli aveva aperto gli occhi non per guardare il cielo, ma la terra. Si era convinto di non poter mai dedurre un’etica per gli esseri umani dall’Olimpo. Gli dei potevano, tutt’al più, spiegare l’origine delle cose, ma non dettare norme di condotta.

La mitologia, piena di esempi poco edificanti, obbligò i greci a cercare nella ragione i principi normativi di una buona convivenza sociale. La promiscuità che regnava presso gli dei poteva solo essere “accettata per fede”, non tradotta in atteggiamenti da imitare. Così, la ragione conquistò la propria autonomia nei confronti della religione.

Impegnato nella ricerca di valori normativi per la convivenza umana, Socrate addita il luogo dove trovarli: la ragione. Per lui, l’etica esige nome eterne e immutabili; non può, pertanto, dipendere dal variare delle opinioni. Platone apporta nuova luce in questo senso, insegnandoci a discernere tra realtà e illusione. Nel primo libro della Repubblica, egli riferisce l’opinione di Trasimaco sul rapporto fra la giustizia e il potere: il più forte si serve della giustizia per mascherare il proprio interesse. (Concetto che Marx riprenderà, applicandolo all’ideologia). Cos’è il potere per Trasimaco? Il diritto concesso a un individuo – o conquistato da un partito o una classe sociale – d’imporre la propria volontà a tutti gli altri.

Aristotele si domanda: cosa desidera il popolo sopra ogni altra cosa? E risponde: la felicità. Ma poi si premura di strapparci da ogni forma si solipsismo, associando felicità e politica. Secoli dopo, formulando i principi di una etica politica, Tommaso d’Aquino sottolinea il primato che spetta al bene comune e valorizza la coscienza individuale e la sovranità popolare come principi imprescindibili. Nicolò Machiavelli, invece, destituisce la politica di ogni etica, riducendola a un mero gioco di potere in cui il fine giustifica i mezzi.

Immanuel Kant afferma che la grandezza dell’essere umano non risiede nella sua capacità tecnica di soggiogare la natura, ma nel suo essere “etico”, cioè nella sua capacità di autodeterminarsi a partire dalla propria libertà. Ci sarebbe in noi un senso innato del dovere: non dovremmo astenerci dal fare una data cosa perché è peccato, ma perché è ingiusta.

«Perfino il santo del Vangelo deve essere paragonato con il nostro ideale di perfezione morale [...] Da dove prendiamo il concetto di Dio come sommo bene? Unicamente dall’idea, che la ragione stabilisce a priori, della perfezione morale, connessa indissolubilmente con il concetto di volontà libera» (Fondazione della metafisica dei costumi). Il grande filosofo tedesco aggiunge che l’etica individuale deve essere completata da un’etica sociale, perché noi, esseri umani, non siamo un gregge di individui, ma una società che esige regole e leggi e, soprattutto, la cooperazione di tutti i suoi membri per raggiungere una convivenza sociale felice.

Hegel e Marx sottolineano come la nostra libertà sia sempre condizionata e “in relazione”, poiché consiste nell’edificazione di comunioni (con la natura e con i nostri simili). È l’ingiustizia a rendere alcuni dissimili dagli altri. Dalla tradizione giudaico-cristiana Marx eredita l’irriducibile dignità di ogni uomo e, pertanto, il diritto alla parità di opportunità. In altri termini: siamo tanto più liberi quanto più costruiamo istituzioni capaci di promuovere la felicità di tutti.

La filosofia moderna ha pensato di fare un passo in avanti con l’affermare che, una volta che si obbedisce alla legge, ciascuno è libero di fare ciò che più gli garba. La privacy come il regno della più totale libertà! Il problema con questo tipo di impostazione sta nel suo svuotare l’etica di ogni responsabilità sociale, indirizzandola verso l’esasperata affermazione dei diritti individuali, con il rischio di ridurla a un soggettivismo egocentrico. L’uomo etico moderno sembra preoccupato soltanto dei suoi sacrosanti diritti, sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.

E i doveri? E gli obblighi che una persona dovrebbe sentire nei confronti della società? E i vincoli che la dovrebbe legare agli altri, in particolare all’affamato, all’oppresso e all’escluso? Un’etica universale non può ridursi alla difesa dei fondamentali diritti dell’individuo: deve, invece, essere coronata dalla volontà di intensificare le virtù, i valori e le responsabilità sociali.

Oggi l’etica non sembra di casa nel mondo della politica: chi la viola rimane impunito; chi la vive, non ne riceve onore. L’esame di coscienza di un politico sembra ridursi a rispondere alla domanda: «Ho fatto forse qualcosa di proibito dalla legge?». Ma questo non basta. Il politico è chiamato ad agire secondo giustizia e con generosità: a regolare il suo comportamento ci deve essere il rigore etico. Nello stesso tempo, egli non può supporre che la sua etica dipenda esclusivamente dalle sue virtù personali. Devono esistere una continua interdipendenza e una interrelazione fra la vita individuale e la vita sociale. «Io sono io e la mia circostanza» diceva Ortega y Gasset.

L’etica deve espletarsi nel modo in cui è organizzata la società. Oltre agli individui, anche le istituzioni sociali devono essere imbevute di eticità. In questo modo, l’individuo potrebbe anche cedere alla corruzione, ma si troverà la strada sbarrata dal mortaio della legalità, che, mentre sostiene le istituzioni, impedisce a esse di favorire l’impunità. Sembrare etico è una questione di estetica, tipica dell’opportunismo. Essere etico, invece, è questione di carattere.

(da Nigrizia, settembre 2007)

Domenica 06 Gennaio 2008 00:51

Libertà e responsabilità (Guido Lazzarini)

Pubblicato da Fausto Ferrari
Libertà e responsabilità

di Guido Lazzarini

Libertà e relazione sono elementi costitutivi della persona e si coniugano tra loro tramite l’assunzione di responsabilità sia nei confronti degli uomini tutti sia nei confronti della natura.

Affermare l’esigenza di un equilibrio ecologico pone in discussione, da un lato, il rapporto di dominio dell’uomo sulla natura, conseguenza del delirio di onnipotenza dell’uomo, dall’altro, il rapporto uomo/uomo.

Nasce l’esigenza di cercare una prospettiva in cui razionalità e senso dell’agire, individualità e collettività, benessere delle generazioni presenti e future non rappresentino istanze separate e contrapposte, ma esigenze unite dalla consapevolezza della relazione che lega ogni uomo indipendentemente dalla sua appartenenza spazio/temporale. Si tratta di produrre valori culturali capaci di generare un’etica condivisa ed interiorizzata che orienti verso un agire responsabile in ogni ambito della vita sociale sia rispetto all’ambiente sia nei confronti di tutti gli uomini anche lontani nel tempo o nello spazio: la dimensione etica trova così il suo fondamento nei principi di libertà, responsabilità e condivisione.

Le smisurate potenzialità tecnico-scientifiche della civiltà industriale, finalizzate al dominio sulla natura, non hanno portato né ad un equilibrio stabile con l’ecosistema, né al modello di giustizia universale che promettevano di assicurare. Il pericolo di tale programma deriva dal suo stesso successo perché se ne è perso il controllo. Il dominio sulla natura si è reso gradualmente autonomo e si è trasformato in minaccia e distruzione: mentre è cresciuto il potere scientifico-tecnologico è parallelamente aumentata l’incapacità dell’uomo di prevederne e valutarne le conseguenze per cui, oggi, è necessario proteggere l’uomo da se stesso e la natura dall’uomo: è necessaria un’etica che regoli e limiti l’agire.

Etica della responsabilità verso la natura

L’etica tradizionale era l’etica della prossimità, in quanto le norme si riferivano ad un agire umano di portata circoscritta: nelle società tradizionali i fini e le ripercussioni delle azioni erano caratterizzati dalla prossimità sia spaziale che temporale. Finora l’etica si era interessata dell’azione presente e delle sue conseguenze contingenti: il rispetto dei suoi diritti si riferiva a coloro che condividevano la realtà presente: essa acquisiva rilevanza perché garantiva la libertà nelle relazioni.

L’etica moderna dovrebbe innanzitutto riferirsi al rapporto tra uomo e natura. La natura, come ambito di responsabilità, rappresenta un elemento del tutto nuovo su cui collocare un’etica capace di orientare l’agire condiviso.

In passato era l’uomo ad essere minacciato dalla natura, ora è l’uomo ad essere pericoloso per la natura, più di quanto la natura lo sia mai stata. Il primo dovere di ogni libertà dovrebbe essere quello di porsi limiti volontari, specialmente in presenza di condizioni di irreversibilità ed incertezza delle conseguenze. La prevenzione, allora, diventa il compito principale della responsabilità verso la natura.

Il nuovo imperativo etico riguarda gli effetti di ogni azione sulla vita futura degli uomini, quindi include l’integrità delle generazioni future ed esige consapevolezza e saggezza nuove.

L’uomo non è il centro dell’universo, ciò che sta al centro è il rapporto, il legame di dipendenza reciproca tra uomo e natura: l’appartenenza vitale alla natura gli offre una diversa percezione di sì ed implica la consapevolezza dei collegamenti esistenti tra cause presenti ed effetti futuri. La consapevolezza della relazione di appartenenza e interdipendenza che li lega consente di superare la falsa alternativa tra dominio sulla natura e sottomissione ad essa e di sostituirvi l’obiettivo della custodia e della convivenza.

Etica della responsabilità verso l’umanità

Riconoscere il nesso di complementarietà tra le diverse generazioni promuove un agire responsabile.

La complementarietà, come riconoscimento dell’interdipendenza reciproca, consente una visione nuova dei rapporti interpersonali, rivaluta la tradizione - legame imprescindibile con il passato e presupposto di un agire responsabile nei confronti delle generazioni future - rende gli individui consapevoli di appartenere ad un tessuto sociale fatto di relazioni interpersonali e intergenerazionali. In tale rete le persone tendono a riunirsi spontaneamente in piccoli gruppi informali o in movimenti associativi, guidati dall’intento di realizzare iniziative di pubblico interesse.

La consapevolezza della complementarietà e dell’interdipendenza fa emergere una nuova razionalità e il senso di una nuova etica della responsabilità che non si limita ai contemporanei o al proprio gruppo, ma si estende alle persone appartenenti a generazioni diverse: le risorse si ricevono in eredità dalle generazioni passate e devono essere trasmesse a quelle future tramite una gestione oculata e ciò rappresenta la condizione di sopravvivenza comune a tutte le generazioni.

Il soggetto di questa nuova etica della responsabilità non è più l’uomo singolo, ma l’umanità tutta: la dimensione di riferimento non è quella individuale, bensì quella collettiva.

L’etica della responsabilità, appellandosi alla libertà personale, deve essere condivisa, riconosciuta, accettata ed interiorizzata “dal basso”, non può essere garantita dall’imposizione normativa.



Per un approfondimento, vedasi: G. Lazzarini, Etica e scenari di responsabilità sociale, Angeli, Milano, 2006

Negazione del diritto alla casa,
uno scandalo morale italiano

di Giannino Piana *

La casa costituisce un bene fondamentale per il singolo e per la famiglia: un bene che offre stabilità e sicurezza e garantisce le condizioni perché possano svilupparsi rapporti umani autentici e sereni. Purtroppo esistono tuttora, anche nel nostro Paese, condizioni di oggettiva difficoltà di accesso a questo bene per un numero consistente di persone. Se è vero infatti che in Italia il numero di famiglie con casa propria è decisamente alto - 18,6 milioni di famiglie sono, secondo le più recenti rilevazioni dell’lstat, in questa condizione (e a esse si aggiunge un’altra quota che ne gode in usufrutto) - non mancano, tuttavia, e sono circa 4,2 milioni quelle che, invece, non godono di tale privilegio; tra queste circa un terzo degli affittuari è composto da famiglie giovani. Non meno consistente è, d’altronde, il numero di giovani famiglie che, volendo farsi la propria casa, sono impegnate a pagare ingenti mutui con pesanti oneri sui redditi: stando (sempre) ai dati dell’lstat si tratterebbe del 37,7% dei 2,2 milioni di famiglie che hanno contratto mutui per la casa e che versano mensilmente una cifra che si aggira attorno ai 620 euro.

E’ dunque possibile affermare che sta emergendo una nuova categoria di poveri costituita da un numero sempre più esteso di famiglie a basso reddito, che vivono in affitto, e ciò soprattutto nelle grandi città. Il costo dei prezzi delle case (in affitto e in vendita), che cresce secondo una dinamica esponenziale, causa anzitutto la tendenza all’indebitamento e provoca la drastica riduzione di altri consumi, a partire da quelli legati a beni immateriali come la cultura, i viaggi, ecc. Ma tale costo è anche una delle principali ragioni della difficoltà di intraprendere scelte di vita, come quella matrimoniale, e soprattutto dell’impossibilità a mettere al mondo figli: la depressione demografica, di cui il nostro Paese da tempo soffre - il lieve incremento di questi ultimi anni è, in larga misura, da addebitare alla presenza sempre più massiccia di extracomunitari sul nostro territorio - è dovuta anche a questo motivo.

Il diritto alla casa è un diritto fondamentale di ogni cittadino che, come tale, deve essere tutelato dall’intervento delle istituzioni pubbliche. L’impegno a mettere ciascuno nella condizione di fruire di un bene così importante va posta al centro delle politiche sociali, che devono preoccuparsi di creare consistenti agevolazioni per l’acquisto della prima casa e di predisporre interventi sul mercato volti a calmierare i prezzi degli affitti e a controllarne le modalità di contrattazione, L’assenza di “regole” determina infatti lo sviluppo di una concorrenzialità senza freni, che ha come esito il forte rialzo dei prezzi, perciò l’impossibilità per molti di accedere alla casa o, qualora l’accesso avvenga, la costrizione a subire pesanti limitazioni.

Ma l’impegno strutturale non basta Anche su questo terreno si fanno infatti sentire le gravi sperequazioni che tuttora esistono nel nostro Paese. A fronte delle difficoltà rilevate, che inaugurano - come si è detto - una nuova frontiera del disagio, costituita da un numero sempre più consistente di giovani famiglie (in particolare quelle che hanno un capofamiglia al di sotto dei 35 anni), si assiste anche da noi all’innalzarsi costante del numero di famiglie che posseggono doppie (triple, e così via) case, spesso inutilizzate (o quanto meno sottoutilizzate). E’ questo il sintomo di uno stato diffuso di ingiustizia sociale, che reclama una profonda conversione delle coscienze. Il fatto che un bene essenziale come la casa non sia ancora appannaggio di tutti testimonia la mancata attuazione di quella uguaglianza, che pure è uno degli obiettivi-cardine della nostra Costituzione.

La politica è pertanto chiamata in causa come primo attore; ad essa spetta non solo intervenire per sanare il divario sociale o, come recita la Carta costituzionale, per «rimuovere gli ostacoli» che impediscono a molti cittadini di esercitare di fatto il diritto di cittadinanza, ma anche per alimentare la consapevolezza della comune appartenenza e della necessità di concorrere insieme a perseguire responsabilmente il bene comune. Ciò è tuttavia reso possibile solo dalla presenza di una classe dirigente che anziché invitare i cittadini, come si è verificato in occasione dell’ultima campagna elettorale, a votare «secondo i propri interessi» (e non secondo quelli della Nazione), si impegni a creare condizioni di sempre maggiore perequazione sociale, eliminando situazioni scandalose, che mantengono in posizione di minorità o di esclusione sociale un numero ancora consistente di cittadini.

* docente di teologia morale

(da Jesus, dicembre 2006)

L’identità teologale dell'etica cristiana

di Giannino Piana

I documenti del Magistero non si rivolgono solo ai credenti e fanno spesso riferimento ad un ordine naturale che ha radici nella coscienza umana.

La morale cristiana è una semplice morale umana o è qualcosa di più e di diverso Esiste, in altre parole, una differenza sostanziale tra il comportamento puramente umano e quello del credente E, sé esiste, dove sta tale differenza? Questi interrogativi sono venuti affiorando, con sempre maggiore insistenza negli ultimi decenni, non solo nell’ambito della ricerca teologica, ma anche all’interno della stessa coscienza dei credenti. A favorirne la nascita hanno concorso un insieme di fattori legati tanto alle trasformazioni del contesto socio-culturale quanto al rinnovamento dell’etica cristiana. Tra essi merita anzitutto di essere ricordato il fenomeno della secolarizzazione, che ha provocato una graduale emancipazione dell’uomo e del mondo dall’universo simbolico sacrale da cui sembravano dipendere. L’agire umano è venuto di conseguenza sempre più configurandosi come agire autonomo, le cui motivazioni ed i cui significati possono essere rintracciati dall’uomo a partire dalla propria ragione e da una corretta interpretazione della realtà storica. L’etica appare dunque essenzialmente come un dato umano, come lo spazio nel quale ogni uomo è chiamato a costruirsi responsabilmente il proprio destino in stretta relazione con gli altri e con il mondo.

D’altra parte, la stessa riflessione morale cristiana, stimolata da una più attenta rivisitazione dei testi biblici, ha progressivamente ricuperato il fondo umano che sta alla radice dell’agire dei credenti. Molti dei valori e delle norme contenuti nella rivelazione, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, altro non sono che la trasposizione, nel quadro della storia della salvezza, di una sapienza umana diffusa, che ha la sua sorgente nel piano originario della creazione. È significativo che gli stessi documenti del magistero - soprattutto quelli di carattere sociale - non si rivolgano esclusivamente ai cristiani ma a tutti gli uomini di buona volontà e facciano spesso riferimento ad un ordine naturale, che ha le sue radici nella coscienza dell’uomo.

Questa riscoperta di un patrimonio comune costituisce senz’altro un elemento positivo e di grande interesse. Consente infatti di riaprire un confronto e di dar vita ad una feconda collaborazione tra credenti e non credenti in nome di un convergente interesse per l’uomo e per la sua liberazione. Ciò non significa tuttavia che si debba negare l’originalità della morale cristiana, significa piuttosto che tale originalità va ricercata in un più vasto orizzonte di interpretazione del senso dell’agire. A questo orizzonte, ricco di profonde implicazioni, ci rinvia la recente e densa opera di Mauro Cozzoli (Etica teologale. Fede, carità, speranza, Edizioni Paoline, Milano 1991), che individua nella vita teologale l’elemento nuovo e fondativo dell’agire morale del cristiano.

Fede, carità e speranza, nel rapporto costitutivo che le unisce, sono modi di essere strutturali e dinamici che permeano di sé l’intero esistere umano e coinvolgono tutto l’agire. Attraverso di esse ha infatti luogo la partecipazione alla vita divina che si realizza nell’incontro tra il dono di Dio e la libera accoglienza dell’uomo. L’identità della morale cristiana non va dunque anzitutto ricercata sul terreno della definizione dei significati immediati dell’agire, ma su quello della determinazione del suo senso ultimo. La fede acquista, sotto questo profilo, il carattere di centro di unificazione e di irradiazione della vita morale e assolve la funzione di criterio ultimo di discernimento delle diverse situazioni dell’esistenza quotidiana. L’incontro con Gesù, in quanto evento trasformatore e datore di senso, è lo specifico morale del cristiano.

Il dovere etico, lungi dal risuonare come un’imposizione, appare piuttosto come esigenza da accogliere e come compito da eseguire nella fedeltà. In quanto opzione decisiva di tutta l’esistenza, la fede coincide con la libertà fondamentale della persona sollecitata a rispondere all’iniziativa divina, abbandonando la presunzione dell’autogiustificazione e convertendosi alla radicalità del messaggio evangelico.

Il cuore di questo messaggio è il grande comandamento dell’amare. Esso ha il suo fondamento e riceve il suo senso dalla partecipazione alla carità di Dio, cioè alla comunione che unisce il Padre al Figlio nello Spirito. L’inserimento dell’uomo nel dialogo trinitario dell’agape contrassegna la sua nuova condizione di creatura e di figlio di Dio e costituisce lo statuto ontologica della sua esistenza che deve interamente svilupparsi nell’amore. Il mistero trinitario diviene così il modello cui l’uomo è chiamato ad ispirare la propria condotta: un modello i cui connotati sono la donazione totale di sé, l’accoglienza incondizionata dell’altro e la piena comunione da realizzare nel superamento di ogni chiusura e nell’accettazione radicale della diversità.

La croce di Cristo è il luogo a cui soprattutto riferirsi per attingere la specificità dell’amore cristiano come gratuità e pura benevolenza, come totalità e sovrabbondanza che supera ogni bisogno umano e travalica tutti i confini. Il vangelo della carità è pertanto la nuova legge della grazia che lo Spirito scrive nel cuore dell’uomo. Essa spinge chi la riceve a rendere trasparente nella vita quotidiana l’amore verso Dio e verso il prossimo, in quanto aspetti inscindibili dell’unico precetto. Non si dà infatti amore vero per l’uomo senza Dio, ma neppure amore autentico per Dio a prescindere dall’uomo, che ne riflette immediatamente l’immagine

Testimoni di speranza

Ma la fede e la carità non stanno senza la speranza, che è la tensione escatologica della vita cristiana. Essere discepoli di Gesù significa infatti diventare testimoni credibili della speranza, la quale non va considerata come una proiezione spiritualistica che distoglie l’uomo dalle responsabilità secolari, ma come una forza sollecitatrice dell’impegno per il mondo. In quanto assunti nel dinamismo salvifico di Cristo, creazione e storia sono sottratte al determinismo e coinvolte nel processo di liberazione già in atto, e tuttavia aperto al futuro assoluto. La speranza è dunque la molla dell’agire morale del credente. La promessa del Signore obbliga il cristiano a calarsi dentro la storia, vivendo la ricerca di un equilibrio sempre nuovo tra la passione del possibile e l’attesa del giorno del Signore. Essa conferisce soprattutto senso alla libertà dell’uomo, spingendolo ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità e ad accettare anche gli inevitabili scacchi.

La vita teologale è perciò, in definitiva, ciò a cui occorre risalire se si vuole cogliere la novità della morale cristiana. Essa confluisce nell’azione liturgico-sacramentale come momento nel quale si attua, nel modo più completo, la partecipazione del cristiano alla vita di Cristo. Qui infatti l’indicativo di salvezza trova la sua ragione ultima per dispiegarsi in imperativo di salvezza, cioè in esigenza di vivere in fedeltà alla logica del regno. Ma il rischio laddove manca la vita teologale è che tale momento si inaridisca trasformandosi in rito vuoto e in atteggiamento devozionalistico e che la vita morale si secolarizzi e si privatizzi.


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