Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Tematiche Etiche
Tematiche Etiche

Tematiche Etiche (96)

Una nuova domanda di etica
per frenare il neoliberalismo

di Giannino Piana

Sono tante le vicende che, in questi ultimi anni in Italia (ma non soltanto), hanno reso evidente l’esistenza di una profonda crisi del capitalismo con effetti devastanti per l’intera comunità: dai casi Cirio e Parmalat fino a quello americano della Enror (e l’elenco potrebbe continuare) siamo di fronte a disastrosi fallimenti, che obbligano a riflettere seriamente sulle cause che li hanno provocati e sulla necessità di individuare in quali nuove direzioni camminare. A farne le spese sono infatti, in larga misura, lavoratori dipendenti (operai in particolare), che vedono improvvisamente messo in pericolo il loro posto di lavoro, e piccoli risparmiatori, ai quali viene sottratta una fonte (spesso non secondaria) di sostentamento.

In molti casi a determinare tali situazioni è la spregiudicatezza di singoli imprenditori, guidati da una sete irrefrenabile di guadagno e disposti a tutto pur di riuscire a emergere sul mercato. L’assenza di scrupoli morali e l’atteggiamento predatorio sono le ragioni di comportamenti (non infrequenti) che minano la credibilità del mondo imprenditoriale, non favorendo il reimpiego dei capitali e la stabilità lavorativa.

Ma, al di là dei comportamenti soggettivi, il problema assume contorni più vasti, che chiamano in causa il sistema in quanto tale e che reclamano soluzioni di portata più generale. Sussistono, infatti, risvolti strutturali, che impongono un ripensamento dell’economia in un orizzonte più ampio di quello della semplice ricerca del profitto; che esigono, in altre parole, un allargamento della riflessione ad altri parametri, che rivestono un’importanza sempre maggiore per il buon funzionamento dello stesso sistema economico. Del resto già nel 1988 Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, sosteneva che «una globalizzazione che non consideri parametri come l’opportunità sociale, l’analfabetismo, l’aspettativa di vita, la salute, può solo creare problemi che non possono essere attribuiti alla globalizzazione in sé, ma alle politiche con cui essa si è coniugata». E’ questa la ragione per cui, a partire dagli anni ‘90, la crescita di un Paese non viene più valutata sulla sola base del Pil, ma con riferimento a un indice umano più globale, che tiene conto anche di fattori legati alla qualità della vita. Ed è per questo che le aziende devono andare oltre il puro bilancio finanziario e tendere alla definizione di un bilancio di sostenibilità, non solo ambientale ma anche (e soprattutto) umana.

Ciò che viene emergendo è dunque una rinascita, all’interno dell’economia, di domanda etica per ragioni anzitutto economiche, per correggere cioè i difetti, sempre più evidenti, di un mercato senza regole. Non mancano anche oggi coloro che sollevano (anche se in misura più limitata che per il passato) obiezioni riguardanti la difficoltà oggettiva di conciliare la finalità di lucro con altri scopi: si tratterebbe - secondo costoro - di un vero conflitto, in quanto l’attenzione ai fini sociali (e il loro effettivo perseguimento) porterebbe, inevitabilmente, a distruggere ricchezza. E questo, a maggior ragione, in un contesto di globalizzazione, dove la concorrenzialità allargata rende necessario, se si vuole rimanere sul mercato, un livello sempre maggiore di competitività, e perciò un processo di costante innovazione tecnologica, i cui costi vanno conteggiati nell’ambito del bilancio.

Per quanto non sottovalutabili, tali obiezioni non sono tuttavia incontestabili, soprattutto se si considera che l’economia non può limitarsi oggi - ce lo ricordano gli studiosi più seri - a valutare i risultati in base ai parametri tradizionali - livello di produttività raggiunto ed entità del profitto conseguito - ma deve introdurre altre variabili, quali la protezione dell’ambiente, la stabilità del lavoro e, in un contesto mondiale come l’attuale, la ricerca di nuovi equilibri tra Nord e Sud del mondo. L’appello all’etica è dunque tutt’altro che superfluo: essa è infatti necessaria per ristabilire una corretta mediazione tra efficienza produttiva e solidarietà sociale. E forse utile ricordare, in proposito, un’esperienza paradigmatica che ha avuto luogo nel nostro Paese, quella di Adriano Olivetti, che è riuscito a dar vita, sia pure in tempi diversi, a un sistema in cui ai risultati finanziari si è congiunto lo sforzo di costruire una comunità umana in un contesto ambientale sano. Non può essere proprio questo modello un importante riferimento per restituire all’economia la capacità di perseguire il fine che le appartiene, quello di essere cioè al servizio della vera promozione umana?


Coniugare etica e scienza,
sfida per l’Europa dei valori

di Gianni Borsa

La Commissione europea ha insediato i nuovi membri di Ege, il comitato di consulenza che affronta temi delicatissimi per la vita e il futuro dei cittadini del continente “In questo campo sono essenziali la ragione e il dialogo”

Non bastano le idee chiare, la volontà politica (ammesso che ci sia) e un solido bilancio per costruire la “casa comune”. Occorre mettere in relazione le leggi e le azioni comunitarie con i principi etici, per dare solide fondamenta all’integrazione e per rispondere alle esigenze più vere e profonde dei cittadini Ue. E’ con questo intento che da diversi anni opera a Bruxelles il Gruppo europeo per l’etica nella scienza e nelle nuove tecnologie (European Group on Ethics in Science and New Tecnologies, sigla Ege), chiamato ad affiancare l’attività della Commissione.

Il Presidente dell’esecutivo, José Manuel Durao Barroso, cui spetta la nomina dei 15 componenti di Ege, ha recentemente provveduto in tal senso. Il gruppo si è riunito a fine ottobre per l’insediamento, mentre a novembre e dicembre ha avviato i propri lavori, cominciando a sviscerare argomenti di estrema delicatezza: l’impiego delle nanotecnologie nella medicina e la ricerca sulle cellule staminali. “Ciò che conta in uno spazio di confronto di questo tipo è anzitutto la ragione – ha dichiarato all’agenzia di stampa “Sir”, Carlo Casini, presidente del Movimento della Vita, unico rappresentante italiano in Ege -. Si tratta di sviluppare un dialogo serrato su temi quali la dignità umana, il diritto alla vita, l’uguaglianza sostanziale tra i soggetti, lo spazio e i limiti della ricerca, la difesa dell’ambiente…”.

Oltre edonismo e consumismo

Ege è un comitato “indipendente, pluralista e interdisciplinare”, incaricato di fornire pareri alla Commissione in vista di nuove direttive comunitarie o riguardo la conduzione di politiche Ue che abbiano significativi risvolti etici. Alla sua presidenza è stato eletto lo svedese Goran Hermerén. Tra i componenti, il cui mandato scadrà nel 2009, sono presenti esperti di vari paesi e con differenti competenze: tre giuristi, sei scienziati e sei studiosi di materie sociali.

“Sono convinto – afferma Casini – che ci sia una sorta di inquietudine culturale e politica a livello europeo quando si affrontano i temi di bioetica non solo dal punto di vista economico (posto che, ad esempio, le biotecnologie possano produrre ricchezza). Se si va oltre l’aspetto consumistico e edonistico, emergono posizioni articolate e si incontrano attenzioni e profonde sensibilità da persone di varia provenienza e formazione; il dialogo tra credenti e non credenti si fa più serrato”.

Fra i tempi di competenza della Commissione europea, in cui Ege può essere chiamato a svolgere il suo ruolo consultivo, troviamo la clonazione animale, la protezione dei dati personali, la cosiddetta “carta di identità genetica”. “Con l’avanzare della ricerca scientifica – aggiunge Casini – questi casi saranno sempre più numerosi e di estrema importanza nella vita di ciascuno di noi”.

Emmanuel Agius, docente di etica e di filosofia morale dell’Università statale di Malta, aggiunge un’osservazione di metodo: “La ragione è essenziale nel nostro operare. Ma la ragione,i principi, la scienza devono essere calati nella storia, nel vissuto dell’Europa di oggi. Nel nostro impegno in Ege è importante considerare gli orientamenti dell’opinione pubblica. E’ questa Europa, comunità di valori, che dobbiamo sostenere nel suo processo di integrazione”. E conclude: “io credo che i cittadini ambiscano a una Ue fondata sui diritti, su grandi progetti. Ege dovrebbe aiutare a tradurre certi valori in pratiche quotidiane, suggerendo pareri che riguardano il processo normativo o le decisioni pratiche delle istituzioni comunitarie. L’Europa chiede infatti risposte etiche ai bisogni della gente e alle sfide del futuro”.

(da Italia Caritas)

L’approvazione delle convivenze non distruggerà certamente la famiglia e la società. Ne siamo persuasi perché le realtà naturali quando vengono buttate fuori dalla porta rientrano dalla finestra.

La questione dei trattamenti di fine vita (non esclusa l’eutanasia), per quanto estremamente delicata, esige oggi, per essere adeguatamente affrontata, l’elaborazione di nuovi criteri di giudizio...

Giovedì 22 Febbraio 2007 00:19

In margine al caso Welby (Giordano Muraro)

Pubblicato da Fausto Ferrari

Alcune riflessioni sui caso Welby e sui molti interrogativi che pone, per andare oltre l’emozione e comprendere meglio il principio del rispetto della vita.

Ripensare il problema morale della “omosessualità” in senso generico sub luce evangelii non è ripensarlo con le categorie mentali e la tradizione filosofica che hanno dominato per millenni. E’ invece ripensarlo nel quadro di tutte le nuove conoscenze ed acquisizioni in materia di sessualità umana.

A questo punto è possibile e doveroso, nella nostra riflessione, confrontarci col dato biblico. Si tratta di un capitolo ben noto e ampiamente studiato, ma i testi biblici veramente rilevanti sono proprio molto pochi, e tutti a mio parere di non immediata interpretazione.

Le riflessioni che qui presento non intendono in alcun modo costituire una critica alla dottrina e alla disciplina ufficiale della Chiesa. E neppure intendono entrare nei problemi della cosiddetta pastolare degli omosessuali: certo la gravità e l’urgenza di questi problemi, insieme al dramma interiore dei soggetti e degli operatori che devono affrontarli, indicano che la ricerca teorica deve essere approfondita.

L'uso che l'Occidente ha fatto, in questi ultimi anni, del tema dei diritti, giustificando pesanti interventi verso Stati deboli e rinunciando a intervenire nei confronti di quelli potenti, è assai pericoloso...

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