Domenica, 20 Agosto 2017
Lunedì 15 Agosto 2005 01:57

La globalizzazione dal sud del mondo (Marciano Vidal)

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La globalizzazione è un fattore multidimensionale. La sua prima e, oggigiorno, principale sfera d'azione è l'economia. Tuttavia, unitamente a questa sfera, o a partire da essa, assumono via via rilievo altre dimensioni.

UN "SEGNO DEI TEMPI" SU CUI OPERARE UN DISCERNIMENTO

La globalizzazione è un fattore multidimensionale. La sua prima e, oggigiorno, principale sfera d'azione è l'economia. Tuttavia, unitamente a questa sfera, o a partire da essa, assumono via via rilievo altre dimensioni: quelle della cultura, della comunicazione mediatica, della politica, ecc. È ipotizzabile che, in un futuro non molto lontano, la globalizzazione venga a costituire un fattore generale capace di definire la realtà storico-sociale propria della condizione umana. 

Se una tale constatazione risponde a verità, occorre parlare della globalizzazione come di un mutamento storico che definisce l'umanità odierna. Per la sua carica significativa - tanto in estensione (abbracciando tutta intera l'umanità) come in profondità (ripercuotendosi su tutti i significati della dimensione umana) - può a ragione essere considerata come un segno dei tempi del nostro mondo. Ne consegue che all'odierna globalizzazione è applicabile l'ermeneutica teologica proposta dal concilio Vaticano II: "È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo" (1).

Il primo giudizio sulla globalizzazione non può che essere di segno positivo. Si tratta, infatti, di un fattore - insieme causa ed effetto - di innalzamento del livello umano. Prendendo a prestito il linguaggio del filosofo J. Ortega y Gasset, si può affermare che la globalizzazione denota un "innalzamento sul piano delle possibilità umane". L'umanità cresce in ampiezza e in profondità. Alla globalizzazione può essere applicata la valutazione positiva che il succitato filosofo esprimeva sulla "ribellione delle masse" (ossia a riguardo della crescita demografica e sociologica) propria dei primi decenni del secolo XX: " È una medesima cosa con la straordinaria crescita che la vita umana ha sperimentato nel nostro tempo" (2). Tale valutazione positiva raggiunge la sua pienezza nella visione cristiana della storia, per la quale la globalizzazione costituisce una tappa nel processo di riunificazione di tutta la famiglia umana. Il concilio Vaticano II si pone in questa prospettiva quando afferma che "Dio, che ha una cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli. Tutti, infatti, creati a immagine di Dio, "che da un solo uomo ha prodotto l'intero genere umano affinché popolasse tutta la terra" (At 17,26), sono chiamati all'unico e medesimo fine, cioè a Dio stesso" (3).

Una volta espressa questa valutazione introduttiva di valore positivo, occorre poi aggiungere che la realizzazione storica della globalizzazione, alla stregua del resto di ciascuna realizzazione umana, è ambivalente, nel senso che può servire per il bene come può essere impiegata per il male. Paolo VI ebbe modo di affermare che "ogni crescita (economica) è ambivalente" (4). Giovanni Paolo II ha applicato questo medesimo principio all'odierno fenomeno della globalizzazione: "È un fenomeno nuovo, che occorre conoscere e valutare con un'indagine attenta e puntuale, poiché si presenta con una spiccata caratteristica di "ambivalenza". Può essere un bene per l'uomo e la società, ma potrebbe rivelarsi anche un danno dalle non lievi conseguenze. Tutto dipende da alcune scelte di fondo: se cioè la "globalizzazione" viene posta al servizio dell'uomo, e di ogni uomo, o esclusivamente a profitto d'uno sviluppo svincolato dai principi della solidarietà, della partecipazione e al di fuori di una responsabile sussidiarietà" (5).

È precisamente a motivo della sua ambivalenza storica, che la globalizzazione richiede orientamento etico (6). Questo consente di non cadere in due tentazioni aprioristiche, quando si ha a che fare con i fenomeni sociali: quella dell'"ottimismo meccanicistico" e quella del "catastrofismo pessimistico". Per la prima, la globalizzazione è un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato, verso una sorta di perfezione che si prolunga all'infinito; per la seconda, viceversa, è in se stessa una minaccia da scongiurare e un pericolo da evitare. Si tratta, in entrambi i casi, di posizioni non corrette, che è possibile superare solo ammettendo che la forma storica in cui realizzare il fenomeno della globalizzazione dipende, nella sua istanza più profonda, della responsabilità umana che si sente interpellata dai valori morali.

In questo momento, il mio interesse non s'incentra sulla comprensione, o interpretazione, del fenomeno della globalizzazione, ma sull'orientamento da dargli. La prospettiva assunta dalla presente analisi è di carattere preferenzialmente etico. Quali sono i valori e i criteri di cui occorre tenere conto perché la globalizzazione sia un fattore umanizzato e umanizzante?

Nel prossimo futuro, sarà necessario compiere una riflessione analitica sull'etica della globalizzazione; per ora, mi limito a segnalare gli orientamenti più generali. Devo poi aggiungere che mi colloco nel sud dell'umanità, vale a dire nella prospettiva delle persone e dei gruppi umani che per qualche tempo abbiamo indicato con l'espressione "terzo mondo" e che d'ora in avanti occorrerà, ridenominandoli, chiamare i "perdenti" nel gioco globale dell'umanità.

Nell'accostarmi alla globalizzazione a partire dalla parzialità dell'opzione preferenziale per i poveri, vedo due grandi criteri etici in grado di orientare la storia dell'umanità nel suo complesso: da una parte, la riaffermazione del soggetto umano; dall'altra, la creazione di un nuovo tessuto sociale di carattere solidale. A questi due valori etici mi riferisco nei paragrafi che seguono.

RIAFFERMAZIONE DEL SOGGETTO UMANO

Il pericolo maggiore che accompagna il fenomeno della globalizzazione è la perdita del soggetto umano. Di qui, la necessità di una continua riaffermazione del valore della persona in quanto soggetto decisivo della storia umana.

La globalizzazione apre a un nuovo scenario nel quale pensare la ragion d'essere del soggetto umano, e il posto che occupa, nella realtà storica. Alle categorie greche, scolastiche, cartesiane, kantiane, marxiane, personalistiche, strutturalistiche, bisogna aggiungerne ora altre proprie della globalizzazione. Si impone la necessità di ripensare la concezione della condizione umana alla luce dei nuovi parametri posti dalla globalizzazione (7).

È ovvio che la globalizzazione origina processi distruttivi per l'individuo, le relazioni interpersonali, l'ambiente. Per evitare tali potenzialità distruttive, occorre introdurre nella globalizzazione l'aliena etica rappresentata dall'affermazione assiologica del soggetto umano.

Vista dalla prospettiva del sud dell'umanità, l'etica della globalizzazione deve reggersi sul principio formulato da Paolo VI per orientare moralmente lo sviluppo economico: ossia che la globalizzazione, per essere autentica, deve essere integrale, il che vuol dire volta alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo (8). L'affermazione etica del soggetto umano esige due cose dal processo della globalizzazione:

  • che nei benefici di questo processo siano coinvolti "tutti gli uomini";
  • che tanto nell'impostazione come nella realizzazione della globalizzazione si tenga conto di "tutto l'uomo", cioè di tutti i significati e di tutte le potenzialità del soggetto umano.

Dal sud dell'umanità si levano preoccupazioni e denunce dinanzi al modo di concepire e di mettere in pratica la globalizzazione: esse concernono l'esclusione di non pochi soggetti umani e la riduzione del significato proprio della condizione umana. La globalizzazione sarà quindi tanto più etica quanto maggiori saranno sia il numero dei soggetti umani coinvolti nei suoi processi di beneficio che la significazione umana introdotta nei suoi obiettivi (9).

LA SOLIDARIETÀ COME STRUTTURA ETICA

Il sud dell'umanità chiede che la globalizzazione non sia né escludente né riduttiva, ma impostata e realizzata in vista del bene di "tutti gli uomini" e con il significato proprio di "tutto l'uomo". Per ottenere ciò occorre che vi sia una continua attenzione nell'affermare il valore del soggetto umano in tutti e singoli i processi di globalizzazione.

Il ricupero assiologico del soggetto umano esige una globalizzazione solidale. Occorre che il sud dell'umanità rivendichi il principio di solidarietà quale struttura etica della globalizzazione. Oggi, il principio di solidarietà sta occupando un posto centrale nei progetti e nelle proposte dell'etica sociale (10). Esso deve pure orientare il fenomeno della globalizzazione.

Il principio di solidarietà supera l'individualismo non-solidale e il corporativismo chiuso. La solidarietà autentica prescrive un ideale più nobile per la vita sociale: quello della tendenza all'uguaglianza etica di tutti i soggetti, tenendo conto della condizione di asimmetria in cui si trovano gli individui e i gruppi meno favoriti.

Vi sono due caratteri che definiscono il principio di solidarietà e che costituiscono le due grandi esigenze assiologiche per la società globalizzata.

Portare alle estreme conseguenze la sociabilità

Una macroesigenza del principio di solidarietà consiste nel fare in modo che le persone, attraverso le istituzioni e le strutture sociali, non solo diano vita a un associazione di soggetti liberi e uguali in previsione di uno scambio egoista, ma che lo facciano in forza di una qualche simpatia e del reale desiderio di collaborare, per il soddisfacimento degli interessi di tutti i membri della società umana.

In questo senso, il principio di solidarietà porta alle estreme conseguenze il valore della sociabilità: questa non è soltanto frutto del contratto tra soggetti liberi e uguali che possiedono un valore in quanto tali (soggetti etici, fini in sé), ma anche conseguenza della considerazione etica di tutti i soggetti come espressioni di un legame più profondo che li rende compartecipi della situazione di tutti.

Il principio di solidarietà consente di comprendere e realizzare la sociabilità nel suo senso forte. Ne consegue che il simbolo di questa sociabilità forte sia quello della famiglia e che il termine solidarietà sia a volte sostituito da fraternità. Un'umanità globalizzata deve realizzarsi secondo il modello della famiglia e deve reggersi sul principio della fraternità.

La preferenza assiologica per i più deboli

Appunto per scoprire questi sensi forti della sociabilità, il principio di solidarietà introduce nella globalizzazione la considerazione etica dei diseguali.

Prendendo le mosse dalla constatazione che le relazioni, nell'ambito della globalizzazione, sono asimmetriche, la solidarietà indica da quale lato occorra porsi per far sì che le disuguaglianze ingiuste scompaiano e che delle diseguaglianze inevitabili si tenga conto, mediante una scelta preferenziale che metta in risalto il valore assiologico dei più deboli.

Perché questo principio di solidarietà divenga realtà, è necessario concepire la globalizzazione a partire da un contratto di solidarietà. La teoria illuministica del contratto sociale - una concezione che perdura ai nostri giorni - si basa fondamentalmente sulla considerazione degli individui umani come soggetti liberi (autonomi) e uguali (con uguaglianza simmetrica). A tale considerazione, occorre aggiungere quella di soggetti liberi e uguali nella condizione asimmetrica della vita umana. Tale condizione asimmetrica è assunta moralmente mediante il principio della solidarietà.

Come si vede, si tratta di ricuperare il terzo principio, andato dimenticato, della rivoluzione francese: la fraternità, che oggi si traduce per mezzo della categoria di solidarietà. Per assumere questo principio di solidarietà, bisogna portare alle estreme conseguenze il contratto sociale, trasformandolo in contratto di solidarietà.

La globalizzazione è un'opportunità per scoprire il valore della solidarietà internazionale. Giovanni Paolo II ha affermato che il principio di solidarietà possiede "validità, sia nell'ordine interno a ciascuna nazione, sia nell'ordine internazionale" (10). Lo stesso papa ha richiamato la solidarietà internazionale in numerose occasioni. Basterà ricordare quanto ebbe modo di affermare alla Conferenza di Santo Domingo, nel 1992: "Non ho smesso di rivolgere pressanti appelli per un'attiva, giusta e urgente solidarietà internazionale. Questo è un dovere di giustizia che riguarda tutta l'umanità, ma soprattutto i paesi ricchi che non possono eludere la propria responsabilità nei confronti dei paesi in via di sviluppo. Questa solidarietà è un'esigenza del bene comune universale che deve essere rispettato da tutti i componenti della famiglia umana (cf. GS 26)" (12).

Per rendere funzionale il principio di solidarietà su scala planetaria, occorre concepirlo in un mondo di relazioni asimmetriche. Proprio e caratteristico della solidarietà internazionale è l'assunzione dell'asimmetria che contrassegna le relazioni tra gli stati e la sua trasformazione in un bene comune universale capace di favorire soprattutto quei gruppi umani che patiscono le conseguenze negative dell'asimmetria.

Questa sensibilità morale, che dà preferenza ai perdenti, rappresenta una delle peculiarietà cristiane nel discorso sulla globalizzazione. Tale sensibilità è veicolata in special modo dal discorso etico che tiene conto della prospettiva propria del sud dell'umanità. Costituisce, del resto, un orientamento che affiora nelle considerazioni, sia religiose (13) sia laiche (14) sull'odierno fenomeno della globalizzazione.

Desidero concludere queste riflessioni sottolineando l'importanza della globalizzazione quale sfida alla. teologia morale. In questa stessa sede, ho insistito sulla necessità di impostare la morale cristiana su scala planetaria (15). Il fenomeno della globalizzazione conferma l'urgenza di tale necessità.

Credo che il trattato di teologia morale dedicato alla morale sociale necessiti di un generale ripensamento. A mio giudizio, l'etica sociale cristiana del futuro dovrà avere, come ambito di riferimento primario, non lo stato ma la realtà umana globalizzata. Del resto, l'ideale etico tradizionale della giustizia dovrà trovare la propria pienezza passando per il principio della solidarietà. Questo orientamento è inderogabile, se si vuole assumere la prospettiva del sud dell'umanità nei riguardi dell'odierno fenomeno della globalizzazione.

Marciano Vidal 

Note

(1) GS 4: EV 1/1324.

(2) J. ORTEGA y GASSET, La rebeliòn de las masas, Madrid 1959, 187; trad. it., La ribellione delle masse, Il Mulino, Bologna 1974.

(3) GS 24: EV 1/1393.

(4) PP 19: EV 2/1064.

(5) GIOVANNI PAOLO II, Discorso al mondo del lavoro all’indomani del Giubileo mondiale dei lavoratori (2 maggio 2000), n. 3.

(6) Cf. SRS 27-34: EV 10/2596-2636, in cui si ha una simile impostazione nei confronti della dimensione etica dei progresso economico.

(7) Si vedano, in questo senso, i risultati - pubblicati su Pasos (2000) 87 - dell'incontro che si è tenuto a San José (Costa Rica) dal 6 al 9 dicembre 1999 sul tema: La problematica del soggetto nel contesto della globalizzazione.

(8) Cf. PE 14: EV 2/1059

(9) Sull'odierna necessità dell’ethos della inclusione, cf M. VIDAL, "Sì all'inclusione", in A. FILIPPI - F. STRAZZARI (a cura di), La cosa più importante per la Chiesa del 2000, Bologna 1999, 169-171.

(10) Cf. M. VIDAL, Para comprender la solidaridad: virtud y principio ético, Madrid 1996.

(11) CA 10: EV 13/101.

(12) Discorso inaugurale, n. 14. In forma simile si espresse nel "Discorso alla popolazione di Detroit" del 17 settembre1987 in La Documentation Catholique 84 (1987), 970-974, in cui chiese al popolo americano di riconoscere l'interdipendenza e optare per la solidarietà.

(13) Al riguardo, si vedano due recenti discorsi di Giovanni Paolo II: quello tenuto l’1 maggio 2000 in occasione del Giubileo mondiale dei lavoratori e quello del giorno successivo, rivolto al mondo del lavoro.

(14) In relazione a ciò, vanno poste in risalto le reazioni di taluni capi politici dinanzi ai dati del documento Informe sobre el desarrollo humano 2000, presentato il 29 giugno 2000 dal "Programma ONU per lo Sviluppo" (al riguardo cf il quotidiano spagnolo El Paìs del 30 giugno 2000, 31).

(15) M. VIDAL, "La morale in prospettiva planetaria", In Rivista di Teologia Morale 25 (1993)97, 13-17.

(da Rivista di Teologia Morale, n. 127, 2000, pp 345-351)
 

Ultima modifica Giovedì 07 Novembre 2013 16:18
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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