Martedì, 22 Agosto 2017
Mercoledì 18 Agosto 2004 19:54

Globalizzazione (Enrico Chiavacci)

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Nessun «corpo sociale», sia esso uno Stato o un’etnia o un area culturale, è ormai veramente autonomo. Tentare di opporsi alla globalizzazione è vano: il vero «corpo sociale» in cui tutti viviamo e operiamo è l'umanità.

Verso una nuova famiglia umana o verso una nuova colonizzazione?

È ormai in atto un processo irreversibile di «globalizzazione». Tutti ne parlano, e molti discutono se sia un bene o un male.
Il primo punto importante da capire è il seguente: il processo è ormai abbastanza avanzato da coinvolgere l'intera umanità, e da coinvolgerla in modo irreversibile. Nessun «corpo sociale», sia esso uno Stato o un’etnia o un area culturale, è ormai veramente autonomo. Tentare di opporsi alla globalizzazione è vano: il vero «corpo sociale» in cui tutti viviamo e operiamo è l'umanità.
Questa realtà era già intravista agli inizi della vita dell'Onu («ogni membro della famiglia umana»), ed era già esplicita nel Concilio Vaticano II in cui si parla di società umana vista nel suo complesso, si usa ormai l'espressione «famiglia umana», e soprattutto si introduce il concetto di «bene comune del genere umano» (n. 78). Questo concetto è importante: nella tradizione sociale cristiana il bene comune era il fine proprio della società civile (lo Stato) e della pubblica autorità. Ora la società civile - non più autonoma di fatto né sovrana di diritto - non può gestirsi se non nel quadro del bene comune della famiglia umana.

Il secondo punto da capire è il contenuto preciso del termine «globalizzazione». Oggi tutte le fondamentali strutture della convivenza umana, a qualunque livello (familiare, statuale, etnico etc.), sono planetarie. Esistono e funzionano al di sopra di qualunque sovranità o identità di gruppo: operano al di sopra delle teste dei governi, per potenti che essi siano. Così è delle strutture economiche (produttive, distributive e cioè in pratica mercati, finanziarie e cioè movimento e allocazione dei capitali). Così è delle strutture della comunicazione, e in specie della comunicazione di massa: l'enormità degli investimenti richiesti costringe gli operatori a concentrarsi in grandi agglomerati, mentre la tecnologia consente comunicazioni a raggio planetario senza possibilità di interferenze o controlli da parte di qualunque autorità governativa o etnica o religiosa. Così è anche delle strutture poltico-militari, anche se ciò possa sembrare strano: esse sembrano dipendere dai singoli governi o Stati sovrani. Ma questa è solo apparenza o finzione giuridica tranquillamente accettata. Da un lato i poteri politici sono sempre in qualche modo dominati o controllati o condizionati da centri di potere economico sopranazionali. Dall'altro lato, con meccanismi ben noti che qui non posso spiegare, gli investimenti nel «militare» sono oggi di tale entità da imporre i loro prodotti al potere politico, e da creare dal nulla tensioni e guerre che generino la domanda dei prodotti stessi.
All'interno di questo quadro irreversibile (almeno in tempi prevedibili) navigano gruppi di ogni genere - dai grandi Stati sovrani a minoranze razziali a modeste minoranze etniche - nei quali gli esseri umani trovano la loro identità. Tutti questi gruppi però si muovono all'interno di «culture» o aree culturali. Fanno eccezione le Chiese cristiane e il mondo islamico, ma si tratta di eccezioni solo apparenti: anche la religione può essere una struttura portante di una cultura. Ciò in teoria non dovrebbe avvenire per la religione cristiana, che non dovrebbe identificarsi con nessuna cultura, ma che conosce in pratica forti tendenze interne ancora eurocentriche. E non dovrebbe avvenire neppure per l'Islam, nella sua tradizione sunnita largamente maggioritaria, ma di fatto, per motivi complessi, palesemente avviene.
In generale ogni gruppo nasce all'interno di una cultura data e l'identificazione col gruppo avviene all'interno dei modelli cognitivi, operativi, valutativi tipici di quella cultura. Si ha così una globalizzazione reale, operativa, al di sopra di culture che - anche se frammentate al loro interno da identità di ogni genere - tendono automaticamente a difendere se stesse, le loro strutture e i loro modelli.

Sotto il segno dell’Occidente

Ma la globalizzazione di fatto delle strutture fondamentali della convivenza non è neutrale rispetto alle diverse culture, non è cioè transculturale o sovraculturale: essa è il prodotto della cultura occidentale, e tende inevitabilmente e inesorabilmente a riprodurne i modelli in ogni altra area culturale. Il valore supremo è ostentatamente la libertà del singolo: ovunque e ad ogni occasione vengono proclamati i diritti di libertà. Questa proclamazione è in realtà un paravento, una sorta di copertura morale per un criterio valutativo di discutibile moralità. Porre come cardine della convivenza il diritto di libertà equivale a porre come cardine della convivenza proprio il disinteresse per la convivenza stessa. Io sono libero di perseguire il mio vantaggio secondo le mie capacità, senza alcuna preoccupazione per i costi umani che eventualmente ne derivino: la convivenza è pensata come intrinsecamente conflittuale, e compito degli Stati e dei governi è solo contenere la conflittualità entro certi limiti.
L’intervento pubblico, in qualsiasi forma, deve essere ridotto al minimo indispensabile: suo scopo deve essere il mantenimento di un minimo di pace sociale tale da permettere a chi può di esprimere tutta la sua libertà e conseguire il massimo vantaggio personale. Il liberismo e il conseguente darwinismo economico sono diventati modello globale per ogni aspetto della convivenza. Il criterio della massimizzazione del profitto domina nel mercato dei capitali, e va ricordato che il mercato dei capitali sfugge a ogni controllo politico, nazionale o internazionale. Ma lo stesso criterio domina ormai in ogni scelta umana; di fatto oggi successo, carriera, denaro, sesso sembrano essere le aspirazioni di fondo della cultura occidentale. I costi che vengono imposti ad altri uomini o popoli per soddisfare queste fondamentali aspirazioni sono costi non interessanti.
Il punto centrale della nostra riflessione è proprio qui: queste aspirazioni sono in qualche forma presenti in ogni essere umano, ma in nessuna cultura e in nessun tempo sono mai state assolutizzate, finalizzate a se stesse. Il denaro serve in genere a procurarsi cose di cui si ha bisogno, e questo è sempre stato e sempre sarà, ma oggi il denaro serve primariamente a procurarsi altro denaro. In egual modo il sesso e la pulsione sessuale ci sono sempre stati, ed è augurabile che sempre ci siano in futuro: ma oggi l'autogratificazione sessuale non è più collegata né alla procreazione né alla gioia di una profonda relazione interpersonale. È semplicemente fine a se stessa, con la conseguente radicale mercificazione del sesso. Legittime aspirazioni nel contesto o nel progetto di un'esistenza umana sono divenute il progetto stesso, l'unica cosa cercabile in sé.
Se questo è il modello specifico della cultura occidentale, come io credo fermamente che sia, esso si trasferisce automaticamente dall'individuo al gruppo. La totale insignificanza della convivenza se non come strumento per me si trasferisce alla convivenza fra gruppi o forme di identità collettiva; ognuno di essi automaticamente pretende una indipendenza dagli altri e così crea un’apparenza di legittimità a ogni ipotizzabile forma di rivalità e scontro con gli altri.
Non vi è dunque contraddizione fra globalizzazione da un lato e moltiplicarsi di rivalità dall'altro lato. La globalizzazione è totalmente all'insegna dei modelli culturali dell'occidente, e il terribile potere della comunicazione di massa ne è lo strumento principale.
La Bbc World e la Cnn International hanno insieme una audience di circa 260 milioni di famiglie, rispettivamente in 174 e 211 Paesi, e questo solo a livello di informazione («International Herald Tribune», 23.4.1997). La nuova colonizzazione e ormai un fatto ben stabilito. E non credo che sia azzardato pensare che i Paesi considerati «nemici» degli USA, e della civiltà occidentale che gli USA rappresentano, siano davvero divenuti tali anche in forme sanguinose ed oppressive proprio per cercare di opporsi a tale colonizzazione: una reazione che si manifesta proprio a livello delle tre strutture sicuramente oppressive - politico-militare, economica, comunicativa - da cm tali Paesi o aree si sentono dominati.

Strutture di convivenza

Il cristiano, e con lui ogni sincero sostenitore dei diritti e della dignità di ogni essere umano, vede l'umanità come un unico corpo sociale, e in questo senso aspira a una vera globalizzazione. Aspira cioè a urna fraternità universale che non sia solo sentimento o proclamazione, ma che si concreti in strutture di convivenza non conflittuale: in strutture capaci di realizzare una convivenza nel rispetto e nella corresponsabilità fra singoli, fra gruppi e fra culture. Ritiene dunque necessaria la globalizzazione e sa che esistono le possibilità tecniche per realizzarla. Rifiuta invece una globalizzazione occidentale quale oggi è in corso.
Tale rifiuto deve essere secco e forte per due motivi. In primo luogo la globalizzazione in corso al di sopra delle teste e della consapevolezza dei gruppi su cui irresistibilmente agisce è una vera colonizzazione, un'imposizione di modelli di «vita buona» propri di una cultura: un imposizione che lentamente porta alla distruzione o disgregazione di ogni altra cultura. Ma conduce inesorabilmente ogni cultura, ogni gruppo, ogni identità collettiva all'interno delle strutture economiche e politiche dell'Occidente in modo da renderle tutte funzionali e subordinate a tale complesso sistema.
In secondo luogo - ed è questo l'aspetto meno compreso della globalizzazione in atto - trascina popoli e culture verso un modello di convivenza planetaria intrinsecamente conflittuale, un modello in cui lo scontro, anche armato, è la normalità, e in cui vince inevitabilmente il più forte. Qualsiasi ideale di pace sulla terra che sia legato al rispetto e all'aiuto reciproco, a un qualunque ideale di condivisione di finalità comuni, è per principio rifiutato.

Una nuova dimensione di fraternità

Un ben diverso ideale di fraternità ci viene dal Vangelo, che è un unico Vangelo per tutte le genti - i popoli, gli Stati, le culture – e che noi crediamo possa essere da tutti accolto. Fare del mondo «uno spazio di vera fraternità» (Gs 37) è il compito nella storia per ogni cristiano e per ogni uomo di buona volontà: e questa è la battaglia a cui tutti siamo chiamati. Il grande tema biblico della pace deve tornare in prima fila nella riflessione teologica e nella riflessione umana in genere: e ciò richiede una rigorosa attenzione alle fonti della fede cristiana come alta realtà profonda della storia in cui noi oggi, nel 1999, siamo chiamati a vivere.
Questo impegno per la costituzione di una vera famiglia umana, di una globalizzazione nel rispetto e nel dono reciproco, è oggi tanto più urgente in quanto negli ultimi decenni sono emersi problemi nuovi. Oggi il problema della fame nel mondo, il problema della presenza e del rischio di armi micidiali - dalle mine alle armi chimiche e a quelle nucleari - e soprattutto il problema ecologico e demografico (e vorrei aggiungere il problema delle biotecnologie), sono problemi che assillano chiunque non sia reso cieco dal sistema economico-politico dominante. E sono problemi che hanno due aspetti del tutto nuovi nella storia umana. Sono problemi che riguardano drammaticamente tutti gli uomini e i popoli della terra, e sono problemi che non possono essere risolti, ma neppure affrontati, se non con un impegno comune di tutti gli uomini e i popoli.
Di qui l'esigenza di una nuova dimensione della fraternità: accanto al rispetto per l'altro, al sostegno all'altro, si impone una cooperazione con l'altro per finalità che urgono a livello universale e che tutti ci accomunano.
Questa nuova dimensione della fraternità veramente universale pone in forma ormai ultimativa il problema di una base etica comune per la vita e la sopravvivenza della «polis» umana. Si è ormai aperta una stagione del tutto nuova per l'etica, una stagione che alcuni studiosi già vedono con chiarezza, una stagione che altri troppo ancorati a modelli occidentali intravedono senza essere in grado di affrontarla e quasi cercano di sfuggirvi (si pensi alle dottrine del comunitarismo), una stagione che altri infine, per i quali l'occidente è l'assoluto, non sono neppure in grado di percepire. Alla metà degli anni '60 il Concilio Vaticano II aveva già profeticamente indicato questa strada nuova nella Gaudium et spes, preceduta dall'enciclica Pacem in terris. Tocca a noi oggi continuare a percorrerla.

Enrico Chiavacci

(testo tratto dal libro di Enrico Chiavacci   LEZIONI BREVI DI ETICA SOCIALE )

Si ringrazia Cittadella Editrice www.cittadellaeditrice.com per la gentile concessione della pubblicazione di questo testo di Enrico Chiavacci.

 

Ultima modifica Giovedì 07 Novembre 2013 18:23
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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