Giovedì, 24 Agosto 2017
Giovedì 19 Agosto 2004 20:10

Il progetto di Dio nella storia. I segni dei tempi (Enrico Chiavacci)

Valuta questo articolo
(2 voti)

Tutto ciò che è istituzione, fosse pure ecclesiastica, è morte se è presa come fine a se stessa. Il cristiano sa che la compiutezza del Regno - il vero bene comune dell'umanità - è sempre al di là dell'esistente.

Una creazione che continua: la storia come storia di Dio

Il rapporto fra Dio e storia è molto più complesso di quanto possa a prima vista apparire: esso va considerato entro il quadro più generale del rapporto del Creatore con il creato visto come un tutt'uno (cf. Rm 8). L'universo che noi possiamo percepire e su cui possiamo ragionare è sempre quello che sussiste entro le coordinate spazio-tempo (nulla possiamo dire dei puri spiriti). Il creato - inteso in questo senso - non è una somma di enti creati una volta per tutte e che mantengono inalterate le loro caratteristiche costitutive: esso è da considerarsi, per quanto di meglio oggi possiamo sapere, un processo continuo interattivo. Un divenire continuo (con salti di discontinuità) in cui enti o forze diverse interagiscono fra di loro. In questa visione, che oggi è l'unica scientificamente pensabile, Dio è allo stesso tempo il totalmente altro e il totalmente presente: è infantile pensare a un Dio che a un certo momento crea e poi smette di creare. In Dio, non vi sono un prima e un poi, perché anche il tempo, come lo spazio, è creato. Dio è il totalmente altro, in quanto non è concepibile entro coordinate di spazio e di tempo: occorre ricordarci che il nome di Dio è "io sono", senza alcuna possibilità di predicato. Ma proprio per questo il Creatore è presente a ogni momento del divenire dell'universo.

Il divenire dell'universo appare oggi fondamentalmente casuale: ciò vale per il divenire cosmico (micro e macrocosmo). Si ritiene oggi che vi siano alcune leggi e alcune costanti che restano invarianti (come la velocità della luce), ma su questo non vi è alcuna certezza (non posso qui discutere questo problema). In ogni caso, ciò non sembra alterare la casualità degli eventi interattivi. Ma ciò vale anche per il divenire della vita in tutte le sue forme. e per noi sul pianeta terra vale per il divenire delle specie viventi. L'evoluzione delle specie, comunque la si voglia pensare, è un dato che sembra sicuro. Si può discutere sulle modalità del divenire delle specie, non sul fatto che ogni specie vivente è in divenire. E tale è anche la specie umana (ricordiamo che fino a 30.O0O anni or sono vi era in Europa l'uomo di Neanderthal, capace di pensiero astratto e di comunicazione: esso è rapidamente scomparso, dominato da un'altra variante della specie umana. Variante che siamo noi). La specie umana presenta, però, una caratteristica unica nell'universo a noi conosciuto. Essa interagisce ovviamente con il resto dell'universo: ne è modificata e Io modifica. Ma è capace di autocomprensione, di porre perciò fini al proprio comportamento che siano coerenti con la coscienza di sé e della propria esistenza. E con ciò è capace di scelte fra possibilità diverse di interazione, e in particolare di interazione diretta o indiretta verso i propri simili. È questo - io credo - l'atto di nascita della vita morale. Il rapporto bidirezionale con l'altro e con gli altri membri della specie umana, rapporto in continuo fluire, è la storia: la storia come succedersi continuo (e discontinuo) di modificazioni nei rapporti interumani. Se Dio è sempre presente e operante nella creazione, allora la storia è sempre da vedersi come storia di Dio. La libertà di autodeterminazione è volontà di Dio. La presenza di Dio nella coscienza (anche dell'ateo o dell'agnostico) si presenta perciò come chiamata a scegliere su se stessi, a darsi un senso per il proprio esistere e coesistere nella famiglia umana e anche nel cosmo (tenere presente la tendenza irreversibile di esplorazione - e quindi modificazione - dello spazio extraterrestre).

La rivelazione di Dio

Nella rivelazione divina, fin dalla prima pagina, Dio - l'Eterno, l'Assoluto - si pone in relazione con l'uomo (Mensch = maschio e femmina). Il suo modo di rapportarsi con l'uomo è in se stesso il modo assoluto, il modello di vita di relazione. Una sapienza eterna che chiede di divenire la nostra sapienza (e non vi è altra sapienza assoluta a cui agganciare le nostre scelte). Ma questa sapienza eterna è recepibile dall'uomo solo entro il quadro spazio-temporale. L'uomo, fin dai primordi della sua presenza nel cosmo, ha sempre percepito l'Eterno sia attraverso fenomeni naturali incomprensibili sia attraverso lo studio degli astri o dei vari tipi di segnali (astrologia indistinta dall'astronomia, negromanzia, il tirare le sorti, ecc.) Si noti nella Bibbia la condanna della negromanzia (cananea) o dell'astrologia (babilonese). Ma del resto la separazione fra medicina e magia a livello scientifico ha pochi secoli di vita (e a livello popolare è spesso ancora assente).

Nell'Antico Testamento, Dio si rivela nel divenire storico del popolo eletto. È evidente un cammino di comprensione sempre più profonda (prescindiamo qui dal problema delle date di redazione del testo, quale lo abbiamo oggi). Dio si mostra sempre buono e paziente con tutti, anche con i più gravi peccati personali (Caino) o collettivi (il vitello d'oro). Fondamentalmente, tutta l'esperienza religiosa di Israele è legata alla liberazione dalla schiavitù egiziana, al dramma dell'esodo, al dono della terra. La storia è letta sempre come storia di Dio che premia o punisce l'adesione o il distacco dalla chiamata. Verso il 600 a.C. (al tempo di Giosia) emerge con i testi del deuteronomista il concetto di libertà, di coscienza (cuore) come costante presenza nell'animo della chiamata di Dio di responsabilità personale. Ogni uomo (nel caso: ogni israelita) ha la sua responsabilità nella storia di Dio. Ma Dio è sempre fuori della possibilità di comprensione concettuale e di espressione umana. Dio ha un nome che non sopporta alcun attributo o predicato, nè è in alcun modo raffigurabile o descrivibile. Ogni possibile raffigurazione o concettualizzazione umana è sempre - e non può che essere - antropomorfa, inadeguata. Dio nell'Antico Testamento si può afferrare per due vie: la propria coscienza e il suo agire nella storia (e perciò attraverso gli eventi del singolo o del popolo: si pensi all'esilio babilonese, alla missione liberatrice di Ciro, all'inscrutabilità di Dio per il giusto Giobbe, alla missione dei profeti di "leggere" gli eventi e la storia).

Con l'incarnazione del Verbo, si ha un salto di qualità di indicibile potenza: io conosco Dio in una vita umana perfetta. Ogni parola, ogni gesto, tutto lo stile di vita del Signore è rivelazione dell'Eterno e della sua chiamata. Nel Vangelo non vi è alcuna speculazione filosofica o, comunque, alcuna spiegazione razionale: l'Eterno non si spiega, ma si pone davanti a noi come chiamata. La riflessione umana è invece presente negli altri testi neotestamentari, ma già in essi si presenta in schemi mentali (e filosofici) diversi per epoche, destinatari, formazione dell'Autore sacro. E anche questo è rivelazione: il compito di tradurre in contesti storici e culturali diversi la Parola che non passa. Con Gesù Cristo, l'annuncio e la chiamata a vivere nella storia esce dai confini del popolo eletto e della sua storia per aprirsi - e offrirsi - a tutte le creature, a tutte le genti, come paradigma assoluto per tutte le relazioni interumane (e anche per le relazioni uomo-cosmo in Rm 8). La comunità dei credenti in Cristo come tale, ogni singolo cristiano, ma anche ogni essere umano, sono chiamati a inserirsi attivamente nella storia della famiglia umana. È chiaro che, in epoche e luoghi diversi, la percezione di tale corresponsabilità non si è potuta estendere oltre le aree note della famiglia umana, e oltre i confini in cui vi poteva essere consapevolezza di un impatto significativo del proprio agire sugli altri esseri o gruppi umani. Le complesse divisioni politiche, e segnatamente la rigida distinzione di confini e di interessi nata con lo stato sovrano, hanno portato a concepire e identificare la propria (di singoli e di gruppi) responsabilità storica come responsabilità verso il proprio stato. Tutta la dottrina sociale della Chiesa, nelle encicliche sociali fino alla Pacem in terris, è vista come dottrina per la convivenza all'interno dello stato. Il concetto fondamentale di "bene comune" è legato alla prosperitas publica dello stato e ai diritti e doveri dei suoi membri. Vi sono stati momenti particolari e grandi teologi che hanno visto più lontano (s. Agostino, s. Tommaso, Vitoria: esempi di tre epoche e situazioni storiche completamente diverse), ma questo non ha inciso in modo duraturo sull'approccio della Chiesa alla storia. Irrigidimenti sociali, culturali, politici hanno fatto della storia uno spazio - una durata temporale - di tragedie per la famiglia umana, e questo avviene ancora oggi.

E anche la Chiesa al suo interno - dispiace ma è doveroso dirlo - è stata spesso complice o parte attiva in questi irrigidimenti e nelle conseguenti tragedie. Ma nella divina Rivelazione non vi è traccia di tali limitazioni. Quello che abbiamo chiamato sopra "paradigma assoluto per tutte le relazioni interumane" impone ben altra visione della storia. Vi è un progetto di Dio sulla storia della famiglia umana, il mistero nascosto nei secoli, rivelato in Cristo, tale che i potenti della terra non possono conoscerlo: ne parleremo fra poco, ma conviene rilevare qui la forza dirompente dell'enciclica Pacem in terris, con gli sviluppi offerti dalla Gaudium et spes. Con questi documenti si è operata - e si dovrebbe attuare - un rivoluzione profonda della riflessione cristiana sul sociale.

Le categorie del Regno e della pace

Siamo abituati, da molti secoli, a vedere la salvezza portata da Cristo esclusivamente come fatto privato, come perdono dei peccati di ciascun singolo cristiano. Tutto è avvenuto per la salvezza delle anime. L'avventura storica della famiglia umana, e cioè il cammino verso la perfezione dei rapporti interpersonali a livello planetario, è rimasta estranea agli interessi della Chiesa, nella teologia come nella spiritualità e nella pastorale. Ancora oggi le opere della carità verso i miseri e i deboli sono viste come "opere buone" da fare per salvarsi l'anima. L'idea che la storia ha un traguardo, che il costante processo interattivo sempre all'opera all'interno della famiglia umana è parte del disegno creatore affidato alla libera accettazione della chiamata di Dio per le sue creature, che tale disegno e tale traguardo sono la perfezione della convivenza dell'intera famiglia umana in una logica di puro dono di sé all'altro, di attenzione verso l'altro al di là di ogni umana e transitoria distinzione di lingua, popolo, nazione e razza, è un'idea ancora estranea a gran parte della Chiesa, ivi compresi eminenti pastori e teologi. Occorre comprendere che ogni essere umano è chiamato a essere, per sua libera scelta morale con creatore o - più precisamente - interprete del disegno del Creatore, di un Creatore sempre presente e operante nella storia. Etica sociale ed etica generale si fondono nella bella espressione conciliare "portare frutto nella carità per la vita del mondo". Il concetto di bene comune non può avere altro senso che quello di "bene comune della famiglia umana".

L'attuale possibilità di comunicazione, movimento, scambio all'interno dell'intera famiglia umana, introdotta dalle nuove tecnologie, deve esser vista come un evento storico radicalmente nuovo: esso potrebbe davvero consentire di fare dell'umanità una reale famiglia, in cui condivisione, dialogo, attenzione reciproca siano la realtà del tessuto della convivenza umana. Quello che oggi si dice, approssimativamente, globalizzazione è una realtà tecnica irreversibile offerta alla famiglia umana per sentirsi ed essere veramente tale. Il fatto che gli strumenti tecnici siano quasi interamente controllati e asserviti da interessi privati, e quindi per principio senza alcuna finalità di bene comune, costituisce un impegno severissimo per modificare tale disastrosa situazione. Proprio gli strumenti tecnici di una globalizzazione perversa possono divenire gli strumenti dell'impegno cristiano e umano per il bene comune della famiglia umana. Un altro mondo è possibile.

La riflessione etico-sociale cristiana ha troppo spesso dimenticato i due grandi temi evangelici del Regno e della pace. Ma solo all'interno di questi temi acquista spessore teologico e salvifico il tema della storia. Non è possibile fare in questa sede un'esposizione biblica e occorre limitarci a un breve cenno schematico.

Il Regno

Il Regno è la famiglia umana intera, destinataria dell'annuncio di salvezza. Il Regno è un cammino storico: esso è destinato a svilupparsi nel tempo; il vero manifesto del Regno sono le beatitudini, che ne indicano la strada e il traguardo. Il re è Cristo, Verbo di Dio da cui tutto il creato deriva e a cui deve - pacificato nella carità - ritornare. Si deve notare, ma raramente lo si fa, che il cammino storico del Regno è strettamente legato al cammino della creazione e all'evento della croce: morte e risurrezione. Ricordiamo solo, fra i tanti testi neotestamentari, i due passi quasi paralleli di Efesini e Colossesi: Cristo è la nostra pace: non solo, e neppure in primo luogo, la nostra privata pace del cuore, ma la riconciliazione di tutti gli esseri, in cielo e sulla terra, "pacificati dai sangue della sua croce". In Cri sto, nel Verbo incarnato da cui tutto il creato procede, tutto il creato - e in primo luogo la famiglia umana - deve esser "ricapitolato". Il traguardo della storia è Cristo che riconsegna al Padre l'universo pacificato. La Chiesa non è il Regno, e neppure la fase terrena del Regno: essa è solo la serva dell'umanità, lievito, segno, sacramento del trasformarsi graduale della famiglia umana in famiglia di Dio. Ed è - e deve essere questa - la visione cristiana della storia, la comprensione del progetto del Creatore. Solo in questo quadro mentale e spirituale si può afferrare la valenza teologica del concetto di bene comune.

La pace

La pace è la logica di convivenza del Regno: una famiglia umana che sia immagine della perfetta comunione di dono fra le tre divine persone. Il tema della pace ha un'importanza enorme, per ricchezza e densità dei testi, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento. Ma è stato ignorato come categoria teologica per lunghi secoli. Solo negli anni '60 del secolo scorso riappare una teologia della pace. Dobbiamo qui rinviare a opere specializzate, che oggi non mancano. È qui da rilevare come la pace, nella visione della Pacem in Terris, sia l'attuazione dell'ordine voluto da Dio per la sua creazione. Ma essa è - e non può essere che - il cammino stesso della storia. Fraternità, condivisione, attenzione alla dignità e ai bisogni di ogni membro della famiglia umana costituiscono il progressivo attuarsi (con il continuo impegno della Chiesa) del disegno di Dio sulla storia. La ricerca della pace non avrà mai fine fino all’ultimo giorno: la "vera et nobilissima pacis ratio" (Gaudium et spes 77) è rendere più umana la vita di ogni essere umano ovunque sulla faccia della terra. La rapida evoluzione degli strumenti della convivenza da un lato, e la costante presenza del peccato - del potere delle tenebre (Gaudium et spes 37) - rendono necessario un impegno costante. Un impegno non solo contro la guerra ma contro ogni forma di dominio, di ingiustizia, di violazione dei fondamentali diritti dell'uomo. Il mondo - la famiglia umana - è chiamato a essere uno "spatium verae fraternitatis" (Gaudium et spes 37). "In hanc pugnam insertus" (Gaudium et spes 37) deve essere il cristiano. ogni cristiano in ogni momento storico.

La storia della famiglia umana verso la pienezza del Regno: i segni dei tempi

La storia della famiglia umana dunque, come disegno misterioso del Creatore, come cammino verso la pienezza del Regno come parte essenziale dell'evento cosmico sempre segnato - in positivo e in negativo - dalle libere scelte dell'uomo, ma anche sempre segnato dalla forza pacificatrice della Croce, è il luogo in cui il cristiano e la Chiesa devono vivere la loro fede. Non vi è fede senza impegno nella storia.

La storia è un continuo fluire di strutture e modi di convivenza. E anche, di fronte al disegno di Dio, un succedersi di vittorie e di sconfitte. Il libro dell'Apocalisse è veramente profetico: ci presenta un succedersi di momentanei trionfi della bestia e di vittorie di Dio fino alla vittoria finale e al traguardo della Gerusalemme celeste, la città della pace dove non vi è tempio, perché il tempio - il luogo della presenza di Dio - è la comunità stessa. "Io sarò il "Dio con loro"". Ma noi siamo chiamati a vivere e a impegnarci in questo preciso momento storico, in un momento oscuro per la convivenza umana. Conviene qui accennare alla grandezza profetica della Pacem in terris. Ogni momento storico presenta una sfida nuova e pertanto la lettura dei "segni dei tempi" - degli eventi, delle esigenze, delle aspirazioni degli uomini del nostro preciso tempo - è stretto dovere per il cristiano. La dottrina dei segni dei tempi fu proprio enunciata dall'enciclica e mise in crisi tutta la tradizionale visione della Chiesa e dei suoi compiti maturata negli ultimi secoli. La Chiesa e il cristiano devono sforzarsi di leggere questi segni se vogliono comprendere la propria chiamata in ciascun momento della storia: i segni della "presentia vel consilium Dei" (Gaudium et spes 11) per noi, qui, oggi. Lo stesso Spirito che ci ha rivelato l'Eterno nella Scrittura ci può rivelare la nostra chiamata attraverso la lettura attenta e amorosa dell'oggi storico della famiglia umana. C'è da domandarsi quale teologia morale possa aver senso se priva di tale passione per l'avventura della famiglia umana,

Ma la Pacem in terris presenta un'altra dottrina relativamente nuova: è la prima enciclica indirizzata non solo ai cristiani, ma a tutti "gli uomini di buona volontà". Tutta l'ultima e lunga parte del documento è dedicata alla lode di tanti non credenti o non cristiani che pure si sono impegnati e si impegnano per la pace: da notare che la traduzione italiana indebolisce di molto (e io ritengo deliberatamente) tale lode. Ciò è avvenuto anche per il celebre testo della condanna della guerra alla fine della terza parte. Forse troppo nuovo era il vecchio (ormai morente) Giovanni XXIII per gli onesti traduttori. La lode di questi nobili uomini, e il dovere di collaborare con loro per il bene comune della famiglia umana, ha una sua precisa base teologica, ed è ampiamente ripresa dalla Gaudium et spes (si vedano in specie i nn. 77 e 92). La presenza costante del totalmente altro a tutte le sue creature è per gli esseri umani una chiamata. Tale chiamata all'impegno per la pace è nella coscienza di tutti gli uomini, e non solo dei cristiani credenti. In questo tragico momento storico è assolutamente necessaria la collaborazione di tutti gli uomini di pace: pertanto con essi "ad aedificandum mundum in vera pace cooperari possumus et debemus" (Gaudium et spes 92).

Quando un Concilio ecumenico ci dice "possumus et debemus" non ci lascia molto spazio di discussione. Invece troppe volte avviene che, di fronte a movimenti, forum, seminari di studio, manifestazioni di origine non dichiaratamente cristiana, i buoni cristiani con i loro pastori si affrettino a farne altri, a essi paralleli e riservati ai cristiani doc. Non è, questa, una boutade non degna della serietà del nostro argomento. E invece la strana idea comune a molti cristiani, ecclesiastici e laici, che solo la Chiesa possa fare la storia: idea opposta e simmetrica a quella di una Chiesa non coinvolta nella storia. Da un lato, una Chiesa il cui compito è salvare le anime nonostante la storia (o dalla storia); dall'altro, una Chiesa che cerca di imporsi nella storia attraverso partiti o poteri politici "cattolici" (ricordiamo la dottrina della potestas indirecta in temporalibus, invalsa verso il XVI secolo al crollo della potestas directa esercitata o pretesa - più o meno intensamente - fin dall'epoca costantiniana). La storia nel suo divenire continuo è parte del continuo divenire del creato, e Dio creatore e salvatore opera attraverso il cuore dell'uomo, che egli se ne renda conto o no: Gaudium et spes, n. 92 parla di dialogo e cooperazione con coloro che hanno il culto degli alti valori presenti nel cuore dell'uomo anche se egli non ne riconosce l'Autore.

La Chiesa è serva dell'umanità e della sua storia, e deve in ogni tempo sapere cogliere la voce dello Spirito che soffia come e dove vuole. Oggi, nei tristi tempi che viviamo, nuove sensibilità e nuovo coraggio emergono in uomini di diverse culture, diverse religioni, atei o agnostici: sensibilità e coraggio per il bene comune della famiglia umana. Sono voci e movimenti diversi, che colgono questo o quell'aspetto della tragedia della famiglia umana, sotto diverse angolazioni filosofiche, religiose, scientifiche. Ma che convergono tutte nell'affermare l'importanza dell'altro essere umano, il primato della misericordia sulla vendetta, il primato della pace su ogni forma di guerra. E sono voci nascenti in nazioni diverse, ma che tutte guardano alla famiglia umana di oggi e di domani (i movimenti ecologisti) come luogo di impegno che prevale sugli interessi della loro stessa nazione. I Social Forum di Porto Alegre e di Firenze sono un segnale importante. Qualcosa di nuovo sta nascendo e non ce ne accorgiamo? Ma è qualcosa che la Scrittura aveva chiaramente annunciato e il magistero di Giovanni XXIII e del Concilio hanno saputo cogliere profeticamente nei segni del nostro tempo.

Vorrei concludere con un invito al coraggio. Il coraggio di sapere sempre andare oltre, di non prendere mai per stabile e intoccabile il sistema di convivenza della famiglia umana. Il coraggio di sapere rimettere continuamente in questione i nostri modelli culturali, filosofici e anche teologici, i nostri modelli di "vita buona". Dio Creatore e Salvatore opera nel continuo evolversi dell'universo, e opera nella storia della famiglia umana anche attraverso le nostre scelte. Il traguardo è l'ultimo giorno, e sarà il dono finale di Dio: la perfezione della convivenza nella carità. La storia è un cammino verso tale traguardo, "nell'attesa della beata speranza": e perciò non possiamo mai fermarci sull'oggi, con il pretesto della stabilità delle istituzioni. Tutto ciò che è istituzione, fosse pure ecclesiastica, è morte se è presa come fine a se stessa. Il cristiano sa che la compiutezza del Regno - il vero bene comune dell'umanità - è sempre al di là dell'esistente. La critica dell'esistente è essenziale per ogni cristiano e per la Chiesa. È la possibilità di leggere la storia come cammino: come realizzazione, sempre insufficiente ma non per questo meno doverosa, del progetto di Dio per la famiglia umana.

Enrico Chiavacci

(da RTM, 137, gennaio-marzo 2003, pp. 27-35)

 

Ultima modifica Giovedì 27 Febbraio 2014 18:46
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito