Giovedì, 14 Dicembre 2017
Mercoledì 26 Maggio 2010 19:06

Colpevoli solo i genitori? (Giordano Muraro)

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Cosa capiterebbe se i genitori, puniti per le violenze dei loro figli, chiamassero in correità alcuni nostri politici? O se ai candidati alle prossime elezioni regionali si richiedesse una preparazione morale e professionale, con esame finale?

L’insufficiente azione educativa

 Colpevoli solo i genitori?

di Giordano Muraro

La notizia è comparsa sui giornali il 4 febbraio scorso. Tra il 2001 e il 2003 una dodicenne è stata ripetutamente abusata da cinque ragazzi poco più grandi di lei. Appartengono a famiglie assolutamente "normali" e il giudice della X sezione civile di Milano, Bianca La Monica, ha condannato i genitori ad un risarcimento di 450 mila euro. Quale la motivazione? Perché i genitori non hanno dato una adeguata educazione ai figli. E spiega: l'educazione dei figli adolescenti nel contesto attuale, non riguarda solo l'educazione al rispetto delle regole della convivenza civile, ma anche il rispetto dell'altro e del suo corpo, e l'attenzione ai suoi sentimenti e desideri, specialmente oggi in cui è diffusa una cultura di mercificazione dei corpi.

In particolare: il risarcimento comprende anche i turbamenti psichici prodotti nella ragazza che in seguito alle violenze subite ha abbandonato la scuola, e sono quindi diminuite le sue possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. Il giudice ha insistito nel dire che non basta una generica educazione ai valori, come non è sufficiente una serie di attenzioni e di limiti che normalmente i genitori mettono alle richieste di libertà di azione dei figli, ma è necessaria da parte dei genitori verifica dell'avvenuta assimilazione da parte dei figli di questi insegnamenti.

Di chi la colpa?

La sentenza è stata accolta dall'opinione pubblica con stupore. Oggi i genitori fanno ″quello che possono", sapendo molto bene che le loro parole dovrebbero essere accompagnate e avvalorate dal loro esempio di vita, ma sapendo anche che stanno lavorando con persone che sono in formazione e che non vorrebbero avere limiti alla loro avidità di esperienze, e che hanno sotto gli occhi continuamente l'esempio degli stessi adulti, i quali sembrano permettersi tutto quello che viene loro proibito. Ed è a questo punto che nasce una domanda.

I genitori che sono stati puniti, potrebbero accusare di correità le persone che sono preposte al bene pubblico e che invece rafforzano con la loro vita i desideri sfrenati dei loro figli? L'abuso di una coetanea può essere il frutto di una inadeguata educazione dei genitori, ma non può essere anche il frutto dell'esempio di certi politici che usano il loro potere non per promuovere il bene comune, ma per vivere al di sopra e contro quelle leggi che si vorrebbero poi imporre agli adolescenti?

Attenzione. Non parliamo della gente comune che nella nostra società delinque e che dà scandalo con la propria vita. Non parliamo dei ladri, dei truffatori, dei corruttori, degli spacciatori, dei violenti, degli arroganti, degli stupratori, dei mafiosi che circolano liberi per le nostre strade o che sono rinchiusi dietro le sbarre. Non parliamo neppure dei "cattivi maestri" che nel recente passato hanno lottato apertamente contro la società, creando movimenti sovversivi. Ma parliamo dei politici che si sono fatti eleggere promettendo di impegnare la loro vita e il loro tempo per la promozione del bene comune, nel quale è compreso anche un clima e una cultura favorevole ai valori umani; invece con la loro vita diventano "cattivi maestri". Gli adolescenti che stuprano una loro coetanea non sono forse il risultato anche di chi si è assunto l'impegno di costruire una società giusta, onesta, rispettosa delle leggi e delle persone, e invece vive alla selvaggia, trincerandosi dietro la scusa che «il privato non appartiene al pubblico»?

Saltem non nocère

Nell'antica medicina salernitana esisteva un imperativo categorico: «Saltem non nocère». Se non riesci a guarire, almeno astieniti da azioni che possono peggiorare la situazione. Alle persone che si assumono la responsabilità di promuovere e coltivare il bene comune, forse non è lecito chiedere che siano modelli di virtù, ma è lecito chiedere che almeno non danneggino la vita pubblica con esempi moralmente immorali, e non distruggano con la loro vita libertina e corrotta quello che le famiglie si sforzano di inculcare nei figli con la parola e con l'esempio.

Il ragionamento dei ragazzi è spietatamente logico: se lo fanno loro, gli adulti, quelli che dovrebbero essere responsabili di sé e degli altri, perché non dovrei farlo anch'io? Loro con i soldi e il potere che hanno; io con i mezzi di cui dispongo, compresa la forza, che è una delle tante espressioni del potere. Si dirà che sbagliano e che Gesù stesso parlando dei farisei raccomandava: fate quello che insegnano e non fate quello che fanno. Ma non è facile far passare questo insegnamento nel tempo tumultuoso dell'adolescenza, perché le parole diventano un sussurro nel frastuono dei fatti.

Sarebbe quanto mai utile cercare di individuare e analizzare le diverse motivazioni che hanno portato quei teppisti ad abusare della loro coetanea, e vedere se tra queste motivazioni non c'era anche l'esempio di coloro che hanno la, responsabilità della cosa pubblica. E’ evidente che l'abuso è opera dei ragazzi. Ma il giudice è andato oltre i ragazzi e ha cercato le radici di questa scelta, e l'ha trovata nella insufficiente azione educativa dei genitori. Perché si è fermato ai genitori e non è andato oltre, chiedendosi se c'erano altre persone che hanno dato il loro apporto all'azione criminosa di questi ragazzi?

Nella morale classica si ricordava che è responsabile non solo chi produce l'azione, ma anche chi la suggerisce con la sua vita. Per questo molti si sono chiesti se il giudice non avrebbe dovuto costringere al risarcimento non solo i genitori, ma anche quelle persone pubbliche che con il loro esempio hanno rafforzato nei ragazzi l'idea che non c'è alcun male a fare quello che gli adulti si permettono, scusandosi con il sorriso sulle labbra che nessuno è perfetto, e che in fondo fanno quello che tutti farebbero se ne avessero la possibilità.

Tempo di elezioni

Questa riflessione è quanto mai attuale in questo tempo di elezioni. Ai nostri occhi si presentano manifesti di formato normale o gigante, dove campeggiano i volti rassicuranti di coloro che chiedono di essere eletti, i quali promettono: «Sarò la tua voce, difenderò i tuoi diritti, farò valere le tue ragioni, lotterò per una maggiore giustizia, per una migliore sanità, per garantire maggiore sicurezza, per affrontare la crisi economica, per la famiglia, ecc. ecc.». Restiamo ammirati per il fatto che esistono ancora persone che hanno il coraggio e la forza di lottare per noi. Potevano vivere tranquilli, invece si buttano nella lotta, e si assumono fatiche non indifferenti per il nostro bene. Chissà quanto avranno dovuto faticare quelli che li hanno designati, per convincerli ad addossarsi questo incarico pubblico!

Ma l'esperienza fa nascere un dubbio. Le cose stanno veramente così? È per amore nostro e del bene comune che si assumono fatiche, grane, problemi, critiche, ecc. Come fare a saperlo? Nessuno può entrare nel cuore e nella mente degli altri. Dobbiamo fidarci di quello che dicono e di quello che promettono. Però un criterio ci sarebbe: esaminare i candidati su due punti essenziali del loro compito: la sincera volontà di promuovere non il bene proprio o del partito, ma il bene comune; e le capacità necessarie per capire in cosa consiste il bene comune e nel promuoverlo. Infatti i grandi pericoli che possono insidiare e vanificare l'opera di chi ha la responsabilità del bene comune sono principalmente due: l'interesse personale e l'incapacità.

Un esame sull' onestà della persona e sulle sue capacità non guasterebbe. Lo si fa per tutte le altre attività pubbliche, per i professori, i notai, gli avvocati, i giudici, i giornalisti, gli psicologi, i sacerdoti, gli autisti, gli educatori, ecc. Solo i politici ne sono esenti. Eppure sono quelli che più degli altri hanno nelle loro mani la vita e il destino di tutti i cittadini. Perché non richiedere loro questo esame? Si risponde dicendo che è impossibile trovare gli strumenti per un simile esame. Non è vero. Lo strumento c'è, e lo ha insegnato Gesù. Ne avevamo parlato nel passato e possiamo riproporlo oggi.

La scuola del deserto

Gesù prima di iniziare la sua attività pubblica non ha organizzato comizi, non ha affisso manifesti, non ha fatto proclami e promesse elettorali. E’ andato nel deserto e in quella solitudine silenziosa ha pregato e ha digiunato per quaranta giorni e quaranta notti. Alla fine ha sostenuto e superato brillantemente tre esami rigorosi: quello sull'avere (trasformare le pietre in pane), quello sul potere (dominare i popoli), e quello del decidere in modo libero (ubbidirai solo a Dio).

Chissà quanti di quelli che ci guardano dai manifesti e chiedono il nostro voto si sono ritirati nel silenzio per esaminare i veri motivi che li inducono a chiedere di farsi eleggere. E quanti hanno verificato il loro atteggiamento riguardo alle tre tentazioni alle quali Gesù si è preparato nei quaranta giorni di digiuno e di silenzio. Sembrano domande infantili e ingenue. Ma quanti si sono interrogati e nella loro coscienza hanno cercato la risposta vera alle domande: «Perché lo faccio? Cosa mi riprometto proponendomi alla gente come una persona da eleggere? Quanto sono libero e capace di fare quello che prometto? Che preparazione ho per essere l'uomo del bene comune e per volerlo anche a costo del mio interesse personale?».

Il Presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, nella sua prolusione al Consiglio permanente ha auspicato la nascita di «una generazione nuova di italiani e di cattolici che ... sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni». E l'arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, nell'incontro con gli amministratori della città, ha detto in modo semplice e sintetico: «Non abbiamo bisogno di volti nuovi, ma di persone serie». Una persona è seria quando è cosciente della responsabilità che si assume, e quando si impegna a viverla. Tra le diverse responsabilità c'è anche quella di non essere un "cattivo maestro" che con la vita diffonde idee contrarie al patrimonio di valori che stanno alla base della convivenza umana.

 

(da Vita Pastorale, n. 3, 2010)

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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