Sabato, 16 Dicembre 2017
Lunedì 07 Febbraio 2011 20:17

Dei vizi e delle virtù. La superbia (Cettina Militello)

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A fare della superbia "la regina dei vizi" è stato san Gregorio Magno. A suo dire, dalla superbia insorge tutta la moltitudine dei vìzi. Principio della superbia è il peccato: il peccato degli angeli ribelli, il peccato dei progenitori.

Dei vizi e delle virtù

La superbia

 di Cettina Militello

Il nostro viaggio tra i vizi capitali si conclude là dove di solito lo si comincia: la superbia. L'averla posta come principio e radice d'ogni vizio, come vedremo, non è immotivato. E tuttavia ne facciamo il punto d'arrivo perché il nostro tempo sta, a mio parere, nel circolo non virtuoso che va dall'accidia alla superbia e viceversa. Inettitudine la prima, pretesa idolatrica di autoreferenzialità la seconda.

A fare della superbia "la regina dei vizi" è stato Gregorio Magno (Moralia 45). A suo dire quando la superbia ha asservito il cuore lo consegna alla devastazione di tutti gli altri vizi come fossero sue guide. Insomma dalla superbia insorge tutta la moltitudine dei vizi. E, con lui, Agostino, Cassiano, Boezio, Isidoro, pur rispondendo in vario modo, convergono nel dire non solo che la superbia è peccato, ma che è la radice di tutti i peccati. Secondo Isidoro (Etimologie, X alla lettera S) il superbo è detto così perché vuole vedersi maggiore di quel che è: colui, infatti, che vuole sopravanzare ciò che è, è superbo. È dunque il supra la chiave interpretativa della superbia. Ed è lettura costante già nel mondo greco, poi in quello romano, sino alla riflessione cristiana.

Quattro specie di superbia

In qualche modo, riprendendo le fila di questo lungo percorso e citando esplicitamente Isidoro, Tommaso nella S.Th. II,II, q. 162, a. 1 risponde dicendo che la superbia prende nome dal fatto che uno indirizza la sua volontà "sopra" (super) ciò che è e, aggiunge, con "sproporzione" a se stesso, cioè irrazionalmente rispetto alla realtà. Proprio le modalità diverse, del declinare questa "sproporzione", avevano suggerito a Gregorio di individuare quattro specie di superbia (Moralia 23,6). Si pensa infatti d'aver valore (bonum): da se stessi; dall'alto, ma per proprio merito; oltre quello che si è realmente; a dispetto degli altri in modo singolare. In gioco è dunque la propria sopravvalutazione e la stessa, nelle sue sfaccettature, sempre è caratterizzata da un errore di valutazione, da una dizione falsa della propria realtà, contravvenendo al buon senso e alla ragione che altrimenti dovrebbe regolare la stima di sé e degli altri.

In ultima analisi la superbia è rifiuto di Dio; autoaffermazione insensata che pone noi stessi come principio e fine e perciò ci devasta e corrompe. È misconoscimento del dono e di chi lo elargisce sino a sostituirsi al Donatore e farne a meno; è negazione ostinata della creaturalità, del limite che ci connota, e perciò negazione dell'Alterità che ci pone in essere. Il farsi Dio, il voler essere come Dio, il ribellarsi a che ad altri, come noi creature di carne, venga riconosciuto d'essere a immagine di Dio: questo è superbia. Ci soccorre l'affermazione di Agostino: «La superbia perversamente imita Dio. Odia infatti di compartire coi compagni una medesima condizione sotto di lui, ma piuttosto si ripropone d'imporre agli altri il proprio dominio in vece sua» (cf De civ. Dei, XIX, 12). Lo stesso (Ivi, XIV, 13) ha definito la superbia come perversae celsitudinis appetitus, desiderio smodato di soprastare. Una pretesa che Anselmo ha modulato distinguendo una superbia di volontà, di parole, di azioni (cf Eadmerus, Liber de Sancti Anselmi similitudinibus, 22) e che Bernardo (De gradibus humilitatis et superbiae, 10) ricalcando i gradi dell'umiltà secondo il capitolo 7 della regola di Benedetto, ha distinto in ben dodici gradi: curiosità, leggerezza del pensare, sciocca contentezza, iattanza, singolarità, arroganza, presunzione, apologia dei peccati, simulazione di confessione, ribellione, libertinismo, abitudine al peccato.

Volontà, parole, azioni ben si traducono in questa varia elencazione che ci consente una tipologia del superbo neppure troppo lontana dalla nostra quotidiana esperienza. Si pensi alla confessione simulata della propria inadeguatezza, disattesa nel proprio intimo dall'affermazione pa-rossistica del proprio eccelso grado di virtù. «Non chi dice Signore, Signore...»; non chi ostenta penitenze e digiuni; non chi stima le sue sole azioni meritevoli e corrette sta nella linea della sequela, al contrario! Superbo altrettanto è l'arrogante, il presuntuoso, colui/colei che in tutta superficialità giudica e sentenzia. Superbo è colui che dei suoi stessi vizi tesse l'elogio: chi come lui?! Non c'è davvero fine in questa smania devastante disordinata ed eccessiva del proprio "io" sino all'idolatria di sé. A ragione Boezio, recepito da Cassiano (De institutis coenobiorum 12,51 ), ha osservato che mentre tutti gli altri vizi fuggono da Dio, la sola superbia si oppone a lui. Il superbo si sente Dio e proprio perciò finisce con il sostituirsi a Lui; e perciò Dio «resiste ai superbi» (Gc 4,6).

Il peccato di superbia

Leggiamo nella Scrittura: «Principio della superbia umana è allontanarsi dal Signore, tenere il proprio cuore lontano da chi l'ha creato. Principio della superbia infatti è il peccato; chi vi si abbandona diffonde intorno a sé l'abominio» (Sir 10,12-13). Superbia fu il peccato degli angeli ribelli; superbia fu il peccato dei progenitori. L'insistenza con cui il nostro immaginario religioso connette a questo vizio l'ingresso del male e del dolore e della morte è ben giustificata dall'idolatria che lo alimenta.

Siamo oggi stretti nell'abbraccio mortifero e soffocante dell'usato e del lasciarsi andare. Che è anche sovraesposizione di noi stessi, nella perversa sopraffermazione di noi stessi. Sia che ci facciamo attenti al vivere sociale, sia che ci facciamo attenti al compito proprio di ciascuno/a nella Chiesa - si tratti di laici, di religiosi, di ministri ordinati, di chiunque - emerge dolorosamente quello che definirei l'oblio della funzione segnica e simbolica, ossia sacramentale della comunità credente. Ormai consideriamo noi stessi (e spesso nella solitudine della nostra individuale e singolarissima "opinione") il principio di salvezza. Laici e laiche, religiosi e religiose, diaconi, presbiteri e vescovi, spesso metabolizzando un teismo tardo-illuminista, poco parliamo di Cristo, poco riferiamo del suo Vangelo; molto, invece, di noi con nuova presuntuosa pompa che irride, nella puerile rivendicazione di una sacralità indicibile, oscura e impersonale - che non è la salvezza, non è rincontro, non è la storia di carne e sangue - a gusto e modi ormai trapassati, a eredità penose di teocrazia sconfitta, a neolatria del dissociarsi irriducibile dal mondo, dalla sua sofferenza, dal suo grido, dalla sua ricerca di Dio tanto più obbligante la Chiesa quanto meno identificata nel mondo.

Gli orpelli dorati e ornati e decorati che tornano a primeggiare, nostalgia di un immaginario pur debellato, diventano indici di pretesa più o meno incosciente di sostituirsi a Dio, nullificando per altro la rete relazionale attraverso cui Egli ha voluto ci giungesse la salvezza (cf S.Th. II/Il q, 93, a. 2). Nuovamente inseguiamo cuori e ossa, ostentiamo cadaveri santi, andiamo a caccia di visioni e apparizioni, perseguiamo diktat che plaudono all'ignoranza, unica panacea ai tanti mali, quasi l'intelligenza della fede fosse essa stessa l'ipostatizzazione della superbia; mentre, come ricordava Agostino, superbia è il ricusarsi d'essere tutti sottomessi a Dio egualmente. L’equazione indebita di santità e ignoranza, la gogna di fatto al dovere inesauribile di dare ragione della nostra speranza, diventa così, chiunque di noi lo pratichi, metodica perversa di autoaffermazione, strumentale ricorso a una neo-gnosi tanto funzionale alla conservazione indisturbata del proprio piccolo o grande "potere" quanto repulsiva della teologia sapienziale, della conoscenza critica, della scienza professionale, della ministerialità consapevole e corresponsabile - della sequela al Maestro appresso ai doni dello Spirito?-.

Mai si sarebbe pensato di vivere giorni in cui la legittima attesa di una riforma della società e della Chiesa - e quale tempo non l'ha invocata! - si scontra con un neo-oscurantismo trionfalista che riapplaude e ridisegna una sudditanza informe irrimediabilmente non solidale, non-cristiana. E mentre la fede torna a essere questione di pochi, magari ci si rallegra degli sciocchi consensi prestati da credenti abitudinari e atei devoti, che in una pompa esteriore ritrovata, in una immaginazione d'adolescenza restituita, intravedono la scorciatoia, anzi la via maestra perché nelle nostre comunità e nella nostra società nulla cambi. Ne importa se il messaggio del Vangelo e il Cristo vivente mostrano attenzioni diverse.

La superbia di pochi e l'accidia di molti avvieranno il nostro mondo e la Chiesa stessa a un fatale congedo? Ma lo Spirito soffia e la nostra speranza non muore!

(da  Vita pastorale n. 8, 2009, pp. 64-65)

Ultima modifica Martedì 15 Marzo 2011 09:47
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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