Mercoledì, 23 Agosto 2017
Martedì 15 Maggio 2012 22:03

Introduzione al decalogo (Cettina Militello)

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Nella Bibbia, il decalogo è indicato con l'espressione le "dieci parole". Il testo veterotestamentario, poi recepito dalla tradizione cristiana, è in duplice redazione. I due testi mostrano non poche differenze.

 

Rilettura dei dieci comandamenti

Nei numeri precedenti abbiamo proposto le linee direttrici che ci guideranno nella rilettura del decalogo, ben espresse dalle parole evangeliche: «Vi è stato detto... ma io vi dico». Ci pare utile chiudere il percorso introduttivo spendendo qualche parola, certo non esaustiva, sul testo veterotestamentario, poi recepito dalla tradizione cristiana nella funzione catechetica ed etica che conosciamo.
Nella Bibbia esso viene semplicemente indicato con l'espressione le "dieci parole". Ciò ne direbbe il rinvio direttamente a Dio stesso, senza la mediazione di Mosè. Per questo motivo, pur in una diversa redazione, le "dieci parole" ricorrono per ben due volte nel Pentateuco, una prima in Es 20,2-17 e una seconda in Dt 5,6-21. Il contesto dell'Esodo sarebbe quello del dono della legge a Israele; nel Deuteronomio, invece, starebbero all'interno del Testamento di Mosè, ossia del grande discorso ricapitolatore dell'esperienza d'Israele nel deserto e della rivelazione di Dio. Nell'uno come nell'altro caso l'elenco costituisce la base dell'alleanza sinaitica.
Una prima domanda è relativa al numero "dieci". Israele è retto piuttosto dal "dodici" e dai multipli di dodici; dunque il dieci sembra, per così dire, liminare alla sua esperienza. Probabilmente la risposta più semplice è quella del computo manuale. Le dieci dita della mano consentono agevolmente di memorizzare ed elencare le "parole". Una ipotesi suggestiva, senza sminuire la simbolica del dodici, legge il dieci del decalogo come una sorta di affermazione circa l'impossibilità di fissare o esaurire la legge. Comunque sia entrambe le redazioni sono collocate prima dei due grandi blocchi legislativi, rispettivamente di Es 20-Nm 9 e di Dt 12-26. Se vogliamo tener fede alla distinzione relativa alle fonti, la prima elencazione apparterrebbe alla narrazione elohista dell'alleanza (Es 19-24) e sarebbe dunque da ricondurre al secolo VIII; la seconda rinvierebbe al codice del Deuteronomio (cc. 5-26) e dunque al VII secolo.

Una duplice narrazione

Messi a confronto, i due testi mostrano non poche differenze. Osservano gli esperti che, nella redazione del libro dell'Esodo, l'obbligo relativo al riposo sabbatico è messo in rapporto con il riposo di Dio il settimo giorno, e dunque alla Genesi. Nella redazione del Deuteronomio verrebbe invece rievocata la permanenza d'Israele nella terra d'Egitto e dunque agli avvenimenti dell'Esodo. Inoltre l'espressione che ricorre nel libro dell'Esodo è "ricordarsi" del sabato, mentre nel Deuteronomio troviamo "osservare" il sabato. Altra variante (sono in tutto circa 20) è, nell'elencazione del decimo comandamento, l'anteporre nel Deuteronomio la donna alla casa del prossimo, mentre in Esodo ella è enumerata tra le cose che gli appartengono.
Notiamo di passaggio che per ben tre volte (Es 34,28; Dt 4,13; 10,4) troviamo un riferimento all'iscrizione delle "dieci parole" su due tavole di pietra. La lettura più facile distingue i precetti relativi a Dio da quelli relativi al prossimo. In realtà nell'antico Oriente spesso i contratti venivano trascritti su due tavolette di pietra, una delle quali veniva per così dire "archiviata" a futura memoria. E, per contiguità tematica, spiegherebbero il genere letterario delle "dieci parole" anche i paralleli codici di alleanza, ad esempio, delle popolazioni ittite. L'accoglienza delle parate del patto certamente rappresenta per Israele la ratifica della condizione di grazia che Dio gli ha donato liberandolo dalla schiavitù d'Egitto. Il patto esige una scelta definitiva, un definitivo orientamento dell'esistenza.
Problema tutt'altro che semplice è poi quello relativo a un ipotetico testo originario. Le dieci parole in Es 20 rompono l'unità narrativa dei cc. 19-24. A ciò si aggiunga il convincimento che entrambi i testi sono da collocare al secolo VI. Insomma siamo assai lontani da Mosè e dall'esperienza sinaitica. Quanto al testo, esso appare poco omogeneo. Avremmo innanzi tutto una presa di parola di Dio in prima persona (1-2 comandamento); una formulazione positiva (3-4 comandamento) e, a seguire, cinque proibizioni. Inoltre i comandamenti non hanno tutti la stessa formulazione: alcuni sono sintetici, altri più articolati.
Ci si pone dunque la domanda se così come ci sono giunte le "dieci parole" non siano rielaborazione di proibizioni assolute e sintetiche da ricondurre a un'epoca che oscilla tra il periodo mosaico e quello del profetismo classico. Secondo una ricostruzione ipotetica, avremmo il divieto di adorare un altro Dio; di farsi di lui alcuna immagine; di nominarne invano il nome; di lavorare in giorno di sabato; di maledire il padre e la madre; d'uccidere; di commettere adulterio; di sequestrare il prossimo; di testimoniare il falso contro di lui; di desiderare la casa del prossimo. Anche il passaggio dalla prima alla terza persona attesterebbe un'origine diversa delle "parole".

Troveremmo, all'inizio, parole espressive della fede delle tribù d'Israele e dunque della professione di un unico Dio, lui solo oggetto di culto e di adorazione, di un Dio che rifiuta d'essere ridotto a un simulacro. Si tratterebbe di affermazioni esclusive al popolo d'Israele che per ciò non hanno paralleli nel mondo a lui vicino. A differenza di queste proposizioni quelle che costituiscono i comandamenti dal quarto al decimo hanno precisi paralleli nella letteratura egiziana. Risalirebbero, dunque, a un'epoca assai antica, certamente antecedente l'epoca mosaica. Trattandosi di espressioni etiche arcaiche presenti in quell'area culturale, lo stesso Mosè, partecipe della cultura egiziana, avrebbe potuto dar loro forma fondendole con quelle altre relative al Dio d'Israele. Il decalogo come tale sarebbe così divenuto espressione del patto da Dio stipulato con il suo popolo.
D'altra parte, il patto stesso conosce una attualizzazione. Ciò indurrebbe a supporre la crescente attenzione al culto di area deuteronomica, la stessa che elabora una teologia della legge come parola viva di Dio. Forse a questo punto vengono poi introdotte le precisazioni relative alle immagini, al riposo, alla proprietà del prossimo, al nominare Dio invano. Correnti sapienziali sarebbero invece all'origine dei comandamenti relativi al sabato, ai genitori, ecc. Sempre gli esperti sono tuttavia dell'avviso che queste considerazioni non siano poi dirimenti, scientificamente parlando. Le concordanze come le discordanze rimanderebbero o a un testo base comune a entrambe le redazioni, ovvero direbbero la dipendenza di un testo da un altro, e dunque del te sto di Esodo da quello del Deuteronomio. La lista sarebbe relativamente recente.
Le formule brevi sono oggetto di particolare attenzione ipotizzandosi per esse un'origine anteriore al decalogo. Insomma: "Non uccidere", "non commettere adulterio", "non rubare" costituirebbero un corpo unitario arcaico. Anche i primi due comandamenti costituirebbero una unità. Questi blocchi commisti alle parole aggiunte porterebbero alle "dieci parole" inserite successivamente nella narrazione di Es 19-24. Tuttavia non mancano autori i quali ritengono essenziali le dieci parole al patto e dunque le collocano già nel contesto della teofania sinaitica.
Al di là della questione relativa al testo biblico, si pone comunque la prossimità o meno, soprattutto delle proibizioni relative a omicidio, adulterio, furto, falsa testimonianza, a una sorta di codice transculturale che nel divieto sancisce altresì il riconoscimento di reciproci diritti/doveri primari. Va pure detto che tale riscontro transreligioso e transculturale subisce molteplici varianti a partire da istanze di prossimità e/o di genere. Si pensi alla legittimazione dell'uccidere come risposta alla violazione dello spazio proprio, individuale o collettivo; legittimazione assai diversa se lo spazio violato è quello di un uomo o di una donna e altrimenti articolato a partire dalla posizione gerarchica di chi viola e di chi ne viene violato.

Un'ultima notazione

Le tradizioni religiose ebraiche e cristiane offrono una computazione diversa delle "dieci parole". La tradizione ebraica computa come primo comandamento l'autopresentazione di Dio (Es 20,2; Dt 5,6). Il secondo è costituito dal divieto di venerare altri dei e di farsi immagini di Dio (Es 20,3-6; Dt 5,7-10); il terzo proibisce di nominare Dio invano (Es 20,7; Dt 5,11); il quarto riguarda il riposo del sabato (Es 20,8-11; Dt 5,12-15); il quinto prescrive di onorare i genitori (Es 20,12; Dt 5,16); il sesto proibisce di uccidere (Es 20,13; Dt 5,17); il settimo di commettere adulterio (Es 20,14; Dt 5,18); l'ottavo di rubare (Es 20,15; Dt 5,19); il nono di rendere falsa testimonianza (Es 20,16; Dt 5,20); il decimo proibisce di desiderare ciò che appartiene ad altri (Es 20,17; Dt 5,21).
Nel computo del decalogo i cristiani di tutte le confessioni considerano introduttive al decalogo le parole di autopresentazione di Dio. Proprio per ciò, per gli ortodossi e i riformati, il primo comandamento è relativo all'adorare altri dei e il secondo al farsi immagini di Dio. Cattolici e luterani unificano queste proibizioni; raggiungono tuttavia il numero dieci formulando in comandamenti distinti le proibizioni relative al desiderare ciò che appartiene ad altri.

Cettina Militello

(da Vita Pastorale, n. 3, marzo 2011)

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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