Lunedì, 23 Ottobre 2017
Domenica 30 Giugno 2013 09:23

Perché (Giampietro Baresi)

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Una parolina piccola piccola, che risveglia le coscienze e fa paura ai potenti.

Tra i bei ricordi della mia infanzia c'è anche quello delle "Rogazioni". Si trattava di processioni propiziatorie per la buona riuscita delle seminagioni, che si ripetevano tutti gli anni, all'inizio della primavera, in aperta campagna, con l'aria fresca, pregna di mille profumi. Per me era una passeggiata piacevole, che combinava bene preghiere e canti. Tutto avveniva in latino, ovviamente. L'importante, però, non era capire, bensì scorgere - e sentire - il cielo aperto sopra le nostre teste. Non mancava qualche zelante che si preoccupava di tradurre qualcosa. Per esempio:

A peste, fame et bello, libero nos, Domine! Che significa: «Liberaci, Signore, dalla peste, dalla fame e dalla guerra!».

Trascorsero molti anni e, con notevole ritardo, scoprii che in quelle preghiere non c'era soltanto fede, ma anche tanta ingenuità. Si chiedeva a Dio che ci salvasse dalle disgrazie, senza preoccuparci troppo di sapere chi era che ce le procurava. Da tempo, ho preso l'abitudine di chiedermelo. Sia per rispetto a Dio, che non è il colpevole, sia per non chiedergli che faccia lui ciò che egli si aspetta che facciamo noi.

La mia ingenuità infantile di allora non intacca la bellezza dei miei ricordi. Mi disturba, però, il fatto che quel mondo di fede coltivasse, tra le altre cose, l'ingenuità della gente, con tutti gli inconvenienti - per non parlare di veri e propri danni - che ne derivavano per il nome santo di Dio e per il destino umano. In verità, le scienze umane erano già partite alla scoperta delle responsabilità dell'uomo in ciò che accadeva nel mondo: parlavano di cause delle malattie, della fame, delle guerre ... Forse avevano pretese esagerate, ma insegnavano a scoprire il "perché" di tante disgrazie e a cercare gli strumenti per combatterle.

Anche oggi, non tutti sembrano apprezzare la domandina "perché?". Anzi, c'è ancora chi considera pericoloso il voler indagare le origini, gli agenti e le responsabilità di certe situazioni. È rimasta emblematica l'affermazione di dom Hélder Gìmara, arcivescovo di Olinda e Refice (Brasile) dal 1964 al 1985, morto nell'agosto 1999: «Se do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma se chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista».

Ci risiamo con il comunismo e con Karl Marx che l'ha inventato! Tema ancora tabù, soprattutto dopo la tragica esperienza russa. Capitalismo e chiesa, in una ibrida alleanza, ognuno con i suoi motivi e i suoi strumenti, riescono a impedire che le persone analizzino le cose e tentino di formarsi un'opinione personale.

Perché il capitalismo (ma è chiaro che il discorso vale per chiunque detiene un potere) ha paura di chi si domanda le ragioni delle cose sbagliate? È evidente che questo sistema ha qualcosa di "pericoloso" da nascondere. E si rallegra quando forze della chiesa gli danno un aiuto, reprimendo cristiani che cercano nella dottrina di Marx le colpe del capitalismo, per poterlo poi combattere in nome della fede in Cristo. Vedi il caso della Teologia della liberazione, colpevole di essersi messa alla ricerca delle "risposte di Dio" alle situazioni delle abissali ingiustizie che sacrificano la maggioranza dell'umanità.

A questo punto, mi tiro in disparte e lascio la parola a un giurista e filosofo tedesco, insigne scienziato della politica, cattolico, coetaneo e amico stimato di Benedetto XVI. Si chiama Ernst Wolfgang Bockenfőrde. In un suo testo, pubblicato nel maggio 2009, due mesi prima dell'enciclica Caritas in veritate, e ripreso da Il Regno (N° 10, 2009), dopo aver sentenziato che «il capitalismo è sostanzialmente nefasto», invitava la chiesa a riconoscere che «Marx aveva visto giusto» e che era giunta l'ora che anche la chiesa lanciasse il suo "manifesto"; scuotendo la tradizionale ricca dottrina sociale dal «suo sonno di bella addormentata nel bosco» e applicarsi con decisione a tradurla nella pratica. Gli oppositori scaricarono contro Bockenfőrde tutte le loro batterie, preoccupati di proteggere il sonno della bella addormentata. Quanti perché ci vorranno ancora per svegliarla?

Eppure, nel febbraio di quell'anno, rispondendo alla domanda di un sacerdote di Roma, il Papa si era espresso così: «È dovere della chiesa denunciare gli errori fondamentali che si sono oggi mostrati nel crollo delle grandi banche americane. L'avarizia umana è idolatria che va contro il vero Dio ed è falsificazione dell'immagine di Dio con un altro dio, mammona. Dobbiamo denunciare con coraggio ma anche con concretezza, perché i grandi moralismi non aiutano, se non sono sostenuti dalla conoscenza della realtà, che aiuta a capire che cosa si può in concreto fare».

Giampietro Baresi

Missionario comboniano

(tratto da Nigrizia, aprile 2011)

 

Ultima modifica Domenica 30 Giugno 2013 09:43
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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