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Sabato 26 Giugno 2004 12:55

2) Grazia e giustificazione

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Giustificazione, Grazia e Sacramenti
don Marino Qualizza



 


2. Grazia e Giustificazione


Il tema che stiamo per affrontare ha segnato la storia della Chiesa, dopo che aveva già segnato la storia della teologia. In realtà si inserisce negli argomenti che maggiormente hanno coinvolto tanto la prassi come la riflessione cristiane, determinando già nei primi anni della Chiesa apostolica una profonda contrapposizione, se non addirittura una spaccatura. Il pensiero corre immediatamente a san Paolo, ma egli non è l’unico ad aver affrontato la questione. Anche nel Vangelo di Giovanni troviamo accenti simili, come pure una velata polemica contro un modo di concepire la vita religiosa ed il rapporto fede ed impegno umano. Nel titolo vengono adoperati due vocaboli: grazia e giustificazione, entrambi elaborati e sviluppati da san Paolo in modo sublime, anche se non privo di difficoltà, incluse alcune ambiguità.



2. a. Nel prologo di Giovanni


«Della sua pienezza infatti noi tutti ricevemmo e grazia su grazia; poiché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità divennero realtà per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,16-17). Troviamo qui una prima contrapposizione. A Mosè viene riconosciuta la mediazione nel dono della legge. Ma questa viene considerata come qualcosa di inferiore alla grazia, con l’aggiunta della verità, dono ottenuto per mezzo di Cristo. C’è dunque un passaggio, un superamento da Mosè a Cristo ed è determinato dal binomio grazia-verità. E’ sintetizzato qui l’ampio dibattito che accompagnerà tutta l’esistenza apostolica di san Paolo proprio in ordine alla giustificazione, cioè al rinnovamento interiore soprattutto, dell’uomo peccatore.



2. b. Opposizione legge-grazia


Che cosa leggiamo nel termine ‘legge’, almeno così come lo si percepiva al tempo di Paolo e delle dispute successive, almeno fino a sant’Agostino, nel secolo V? La convinzione che l’osservanza fedele della legge di Dio costituisse titolo di merito, di giustificazione dinanzi a Dio. In altri termini, la convinzione che la giustizia umana avesse titolo per conquistare la giustizia di Dio. Posta così, la questione è risolta immediatamente. Ma non sempre le cose sono state presentate in questa semplicità, per cui le polemiche si sono sprecate. Con Gesù Cristo invece, l’umanità ha raggiunto, per dono di Dio, la possibilità di ottenere ciò a cui da sempre aspira: la riabilitazione presso Dio. Così si può tradurre il termine ‘giustificazione’. Solo Dio ne può essere l’artefice, perché la giustificazione è il rapporto di amicizia con Dio.


Come si ricordava, colui cha maggiormente ha segnato la svolta teologica in questa prospettiva è stato san Paolo. Egli ha affrontato la questione in due scritti fondamentali: la lettera ai Galati e successivamente quella ai Romani. Queste due lettere costituiscono la ‘magna charta’ dell’identità cristiana e della comprensione teologica dell’opera di Gesù Cristo, soprattutto in riferimento alla sua pasqua. In primo luogo ribadisce l’opposizione teologica fra legge e grazia in vista della giustificazione. «La vita che ora io vivo nella carne , la vivo nella fede, quella nel Figlio di Dio, che mi amò e diede se stesso per me. Non rendo vana la grazia di Dio; se infatti la giustizia proviene dalla legge, allora Cristo è morto per nulla» (Gal 2,20-21).



2. c. Il ruolo della fede


Qui viene introdotto un terzo termine, la fede, del tutto omogeneo ai due che già conosciamo: tra fede, grazia e giustificazione l’accordo è perfetto perché costituiscono l’edificio compiuto della salvezza offerta agli uomini. La fede è l’accoglienza del dono di Dio, grazia, che ci riabilita dinanzi a lui. Ora la fede è il segno che la giustizia viene da Dio, gratuitamente, perché è un dono che si riceve ed accetta e non un merito che si guadagna. Tutto questo mette chiaramente in luce qual è il giusto rapporto tra Dio e l’uomo: egli è l’infinito e questi è il limitato a cui Dio si rivolge perché abbia la vita. Tutto ciò è avvenuto nella dono della vita fatta dal Figlio di Dio, nella sua morte e resto stabile e definitivo nella resurrezione. Nel testo citato non c’è questo riferimento, ma dalle lettere di san Paolo risulta chiaro che egli non parla mai della morte di Cristo a prescindere dalla sua resurrezione. Si legga tutto il capitolo di 1Cor 15. Da notare, di passaggio, che la morte di Gesù, viene presentata come dono della vita, come una esistenza donata da colui che è il Figlio di Dio, da colui cioè che è il vivente per definizione.



2. d. Il contributo della lettera ai Romani


Nella lettera ai Romani san Paolo rielabora ulteriormente il tema, arricchendolo con una lunga serie di affermazioni ed argomentazioni, che possono essere richiamate da questo passaggio: «Avendo dunque ricevuto la giustificazione per mezzo della fede, abbiamo pace con Dio in virtù del Signore nostro Gesù Cristo; in virtù di lui abbiamo anche l’accesso, mediante la fede, a questa grazia nella quale siamo stati stabiliti e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio…E non solo questo, ma ci gloriamo pure in Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, in virtù del quale adesso abbiamo ricevuto la riconciliazione» (5,1-2.11).


E’ importante questo passaggio, perché mette in luce un’altra dimensione della grazia, su cui la teologia successiva ha sviluppato grandi riflessioni. Siamo stati stabiliti in questa grazia. In altri termini, l’azione di Dio non è una meteora che non lascia segno; è piuttosto un’azione che trasforma la persona, rinnovandola totalmente. Ritorneremo in seguito sull’argomento, ma è necessario fin d’ora metterlo in luce. L’uomo giustificato è un uomo rinnovato, doppiamente. Da una parte perché è liberato dai peccati, dall’altra perché è chiamato ad una comunione con Dio, quale non gli spetta per essere creatura di Dio. E’ chiamato ad essere figlio adottivo di Dio, ma non per una norma giuridica, ma perché interiormente rinnovato dalla grazia di Dio in Cristo.



2. e. Le dispute da Agostino al concilio di Trento


Su questo punto, nel corso dei secoli si sono accese diverse polemiche, una al tempo di Agostino contro Pelagio, ed una seconda al tempo di Lutero, con esiti molto infausti per la Chiesa.


La posta in gioco nella disputa antipelagiana – inizio del V secolo - era della massima importanza e riprendeva, in altro contesto culturale, quella già avviata da san Paolo contro i giudeocristiani, che insistevano sul valore dell’osservanza della legge per ottenere meriti dinanzi a Dio. Con sant’Agostino si riproponeva lo scontro in questi termini: l’uomo con le sue forze è in grado di essere giusto dinanzi a Dio ed in particolare di conquistare la libertà. Agostino si oppose con tutte le sue energie, la sua intelligenza, ma soprattutto con l’esperienza della sua conversione: frutto della grazia, non della sua buona volontà. Il discorso verteva sulla concezione dell’uomo in termini non solo cristiani, ma universali. La risposta che offrì sant’Agostino, straordinaria, ma non sempre ben evidenziata fu questa: l’uomo raggiunge la sua libertà solo nel rapporto con Dio, mediante la fede. Questo non è una particolarità cristiana, ma è la verità sull’uomo, in quanto tale e vivente in questa storia.


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2. f. Grazia e libertà


La libertà dell’uomo è Dio, questo è il grande tema della teologia della grazia. La libertà è dunque relazione, rapporto, incontro e dialogo con Dio e di riflesso con gli altri uomini. La riflessione successiva ad Agostino ed anche il grande scontro e le drammatiche conseguenze che si ebbero con la protesta di Lutero, non misero in luce con la dovuta energia questa posta in gioco, pur avendo affrontato gli stessi argomenti della disputa pelagiana. Lutero aveva visto bene che la giustificazione è dono della grazia, ma aveva considerato male la realtà umana anche dopo la grazia di Dio, non riuscendo a superare quel pessimismo radicale sulla corruzione umana causata dal peccato. In realtà resta troppo occupato dal peccato, per poter gioire pienamente della grazia di Dio.


Il concilio di Trento (1545-1563) nel dare la risposta ai quesiti di Lutero, individuò in modo perfetto il cuore del problema ed offrì alla teologia cattolica uno strumento di straordinario valore, quando disse che la grazia di Dio non solo non toglie la libertà, ma la realizza in modo pieno.


E’ in questa linea che va cercata ed affermata la difesa pressoché costante della teologia cattolica sul primato della fede come dialogo con Dio ed ancora sul primato della grazia come alleanza ed amicizia con Dio. Dunque un dialogo, un rapporto non a senso unico, non deprimente per l’uomo, ma totalmente liberante. Con ciò abbiamo ribadito ancora una volta il principio ed il criterio di verità nell’esistenza umana: il primato indubbio di Dio è a sostegno del primato relativo dell’uomo. In ciò inizia la sua felicità che si apre all’infinito ed in esso trova realizzazione piena.

Ultima modifica Martedì 03 Agosto 2004 20:32