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Sabato 26 Giugno 2004 14:51

4) Il Dono e i suoi doni Rom 5/5, 1Cor 12/4-11; 12/31

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4. IL DONO E I SUOI DONI
Rom 5,5; 1Cor 12,4-11; 12,31
don Marino Qualizza



 


4. Il Dono e i suoi doni . Rom 5,5; 1Cor 12,4-11; 12,31


Nella riflessione teologica il titolo che più frequentemente viene dato allo Spirito Santo è quello di dono. E ciò è più che giustificato, se si mettono assieme le diverse testimonianze neotestamentarie, dove si parla di un Paraclito che verrà dato, donato, inviato e addirittura riversato nei nostri cuori come leggiamo in Rom 5,5: <<La speranza, poi, non delude, poiché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo datoci in dono>>.


Lo Spirito ci è stato dato in dono, ma è dono egli stesso, anzi il dono per eccellenza, perché consiste nell’amore. A questo riguardo non è fuori luogo una annotazione di teologia trinitaria, nella quale appunto, si parla dello Spirito come dono dal Padre al Figlio. Come stiano in verità le cose, non lo sappiamo; ci basti pensare che il mistero di Dio è mistero di amore mutuo e scambievole. Lo Spirito ne è come il sigillo e, secondo la teologia orientale, anche la comunicazione al nostro mondo. Per cui, tra il mondo di Dio ed il nostro scorre uno stesso vincolo di amore, dato dallo Spirito Santo. In forza di ciò tutta l’esistenza umana potrà essere debitamente valutata solo tenendo saldo il rapporto con il mistero della vita trinitaria. Ci si guarderà inoltre dal non confondere le cose, pensando ad una identificazione tra Dio e mondo, come qualche volta è successo in qualche esagerazione mistica.



4.a. La gratuità di Dio e della fede


Ma parlando dello Spirito come del dono che Dio ci fa, è facile la conclusione che la nostra vita si qualifica per la gratuità. Con essa è bandito ogni determinismo, ogni necessità, ogni costrizione ed anche ogni tentativo di dedurre a priori le condizioni di questa esistenza. Questo modo di vedere le cose si avvicina molto alla sensibilità moderna, che non ama costrizioni e steccati. Solo che deve essere intesa in modo corretto: qui non abbiamo anarchia, ma ordine ed armonia, anch’essi collegati all’azione dello Spirito. Si vuole solo mettere in luce che lo Spirito è il segno ed anche la realtà di una libertà infinita, perché collegata con l’infinito di Dio. Nulla nella fede è costrizione, perché fondato sull’amore, che non ci può essere senza libertà. Bisognerà insistere in modo particolare su questo punto anche in sede di evangelizzazione.



4.b. La diversità dei doni


Dopo questo inizio nella lettera ai Romani, san Paolo continua la sua testimonianza sull’azione dello Spirito nella prima lettera ai cristiani di Corinto. In essa, trattando della composizione unitaria e diversificata del corpo ecclesiale, nota che le diverse attività che sono necessarie alla Chiesa vengono dallo stesso Dio, uno e trino e si esprimono come manifestazione della ricchezza della vita divina comunicata anche al corpo ecclesiale.


<<C’è poi varietà di doni, ma un solo Spirito; c’è varietà di ministeri, ma un solo Signore; c’è varietà di operazioni, ma un solo Dio che opera tutto in tutti. Ed a ciascuno è data la manifestazione dello spirito per l’utilità comune: a uno viene data, dallo Spirito, parola di scienza; a uno la fede, per lo stesso Spirito; a un altro il dono delle guarigioni nell’identico Spirito; a uno il potere dei prodigi; a un altro il dono della profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera il medesimo e identico Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole>> 1Cor 12,4-11.



4.c. La ricchezza della vita ecclesiale in prospettiva trinitaria


Questa lunga citazione getta una luce sulla nostra realtà ecclesiale, sollevandola in un’atmosfera più respirabile; soprattutto liberandola da una concezione poveramente giuridica, come troppo spesso è avvenuto nella Chiesa occidentale. La Chiesa è opera e dono della Santa Trinità, che opera in quanto Trinità e quindi secondo la specificità delle divine Persone. Ecclesia de Trinitate dice il concilio Vaticano II. Una Chiesa dunque ricca della stessa ricchezza di Dio e aperta alle prospettive che solo una dimensione così straordinaria può offrire. Sia chiaro, non l’abbiamo inventata noi oggi questa prospettiva. Esiste nel progetto di Dio, ma non sempre i nostri tempi collimano con quelli di Dio, perché la nostra attenzione è attratta da obiettivi più modesti e transeunti.


Qui dunque ci è data la visione e la realtà di una Chiesa che si comprende a partire dalla Trinità, ma che poi sottolinea quasi esclusivamente l’azione dello Spirito. A dire il vero è già oltremodo significativo ciò che si legge nel versetto precedente alla nostra citazione: <<Nessuno può dire: "Gesù Signore" se non in virtù dello Spirito Santo>>. Vale a dire che la retta professione di fede in Cristo Signore avviene in forza dello Spirito e così pure la conoscenza di Dio non può avvenire senza il dono dello Spirito. Il che significa che la nostra conoscenza di Dio è carismatica, cioè dono di grazia che viene dallo Spirito. Senza questa ‘conoscenza spirituale’ non si dà alcuna possibilità ulteriore e tanto meno precedente per arrivare alla conoscenza di Dio. Essa non segue la strada delle argomentazioni, ma quella della intuizione o ‘dell’istinto interiore’ come lo chiama san Tommaso. Ed è per questo che la conoscenza di Dio non è preclusa a nessuno, e non è legata ai titoli accademici né al grado di cultura dei credenti. Da essa nessuno è escluso, se non vuole esserlo per proprio conto. E’ anche chiaro che questo modo ‘istintivo’ di conoscere Dio, non esclude la riflessione, lo studio, lo sforzo, il ragionamento filosofico e teologico; anzi li esige e li rende possibili.



4.d. Una Chiesa che vive nella gioia dello Spirito


Nella Chiesa, guidata dallo Spirito ci sono dunque, diversi doni, diversi ministeri e diverse operazioni o attività. I ministeri e le attività sono attribuite rispettivamente a Cristo e a Dio Padre. E poi c’è il lungo elenco dei doni o carismi di cui la Chiesa è dotata per poter svolgere i ministeri e le varie attività. La sottolineatura paolina sui doni dello Spirito mette chiaramente in luce la natura carismatica della Chiesa, senza nulla togliere ad altri aspetti ed altre dimensioni che le sono pure necessari. I carismi però ne costituiscono e caratterizzano l’identità e nello stesso tempo ne indicano anche la finalità: tutto avviene ed è dato per l’utilità comune. Avvertimento più che necessario per i cristiani di Corinto, sempre tentati da individualismo smodato; ma indispensabile anche per noi, tentati di considerare la Chiesa come un ‘mezzo’ per risolvere problemi privati.


Lo Spirito Santo, in primo luogo, ci viene dato perché nasca la comunità ecclesiale come famiglia, come condivisione, a immagine della Trinità. In questo senso la Chiesa non ‘mezzo’ o strumento per ottenere qualcosa,ma già da ora, esperienza e comunione con Dio; già condivisione della vita definitiva, seppure nella precarietà della nostra esistenza. Ora la caratteristica di questa comunità è la gioia dell’essere assieme, la gioia della libertà dono d’amore e la gioia della presenza di Dio che tutto trasforma. La comunità ecclesiale, in quanto sacramento di Cristo, ha in sé tutta questa potenzialità; il problema ed anche l’impegno è quello di renderla manifesta e visibile. Il sacramento ha questo scopo: essere visibilità. Dunque, quella della gioia, non artificiale, ma frutto dello Spirito è una delle prime manifestazioni dello Spirito di Dio.



4.e. Una gerarchia nei doni


Stabilito così il primato della comunione ecclesiale, si passa alla descrizione dei doni dello Spirito, dati per lo sviluppo armonico della comunità. Come si può ben vedere, non si tratta di un elenco sistematico, che intenda esaurire tutte le caratteristiche della Chiesa, ma della evidenziazione di alcuni carismi che ne qualificano l’esistenza. L’elenco descrive in pratica ciò che era maggiormente attivo e presente nella comunità di Corinto, in particolare l’annuncio e la presentazione della fede, il suo approfondimento e la sua vivacità. Poi vengono le guarigioni, cosa che non può passare inosservata, data la sua rilevanza sociale. La questione delle lingue è stata recentemente rimessa in onore in qualche gruppo cristiano, particolarmente sensibile alle manifestazioni anche esteriori dello Spirito. Ma, anche se Paolo ne fa l’elenco, sembra prenderne anche le distanze, come dice in 1Cor 14, 17-19.


Ciò che invece deve essere molto evidenziato è l’annuncio e la testimonianza della fede, uniti al discernimento delle ispirazioni necessarie per attuare nella vita quotidiana il progetto del Vangelo. E’ infatti nell’annuncio della fede, affidato a profeti e maestri, come leggiamo in seguito, (v.28) il primo impegno di una comunità ecclesiale. Le altre attività o manifestazioni vengono dopo come naturale conseguenza dell’azione dello Spirito di Dio. Ed è in questa linea che bisogna insistere ancora oggi: annuncio ed approfondimento della fede per la crescita sana della comunità cristiana. E’ la carenza di conoscenza carismatica la causa delle difficoltà in cui oggi si dibatte la nostra Chiesa. La spinta del concilio non ha trovato cinghie di trasmissione valide e continue. E’ vero che nei piccoli gruppi, come sempre, si nutre e sviluppa la vita ecclesiale. Ma è anche vero che il Vangelo non è riservato a gruppi elitari, bensì offerto a tutti. E’ però egualmente vero che sono i gruppi, elitari o meno, a costituire la spinta carismatica nella Chiesa. Ad essi dunque è riservata una particolare responsabilità, perché non restino chiusi nel loro bozzolo, ma abbiano il senso della apertura universale, nella luce del mistero trinitario.



4.f. La sorpresa del carisma più grande: l’amore


La conclusione del discorso di Paolo è quanto mai sorprendente. Egli mostra una strada migliore, aperta a tutti. Non è quindi un carisma particolare, ma universale: <<Voi però aspirate ai doni maggiori. Or, io vi addito una via ancora più eccellente>> (v.31). E’ la conclusione del capitolo 12 e l’introduzione suadente al famoso capitolo 13, dove Paolo si supera nell’inno alla carità, cioè all’amore che viene da Dio ed è dono dello Spirito di Dio. Il carisma più grande, il dono più sublime è proprio quello dell’amore. Esso viene descritto in termini addirittura paradossali, per mettere in luce qualcosa di veramente straordinario, perché viene da Dio e genera nella vita degli uomini qualcosa di impensabile. La vita nella carità divina è una vita non concepibile in termini solamente naturali ed è così il risultato dell’azione di Dio, di una rinascita che viene dall’alto.


Ma ciò che Paolo dice al termine del capitolo, anche qui in modo inaspettato, è l’elenco di ‘tre cose’: fede, speranza, carità; la più grande di esse è la carità (1Cor 13,13). Parlo di sorpresa, perché nelle frasi precedenti non si dava indicazione di questa triade, che da allora è diventata classica e fonte delle successive riflessioni teologiche e magisteriali. Ma lo sviluppo teologico su questa triade è stato piuttosto originale ed anche strano. Mentre Paolo parla chiaramente di queste tre cose che ‘restano’, la teologia successiva ha impegnato la sua riflessione per dire che alla fine, resta una sola cosa: la carità. Ma Paolo dice che questa è la più grande, non che le altre spariscono. Anzi nella prospettiva teologica attuale, possiamo dire che questa triade è indissolubile: non è possibile togliere una tessera, senza che il mosaico intera vada in rovina.



4.g. La triade costitutiva della vita cristiana


E così questa triade presenta in sintesi la struttura della vita cristiana, che è data dall’affidare a Dio la nostra vita, mediante la fede e nell’orientarla ardentemente a lui mediante la speranza e compierla definitivamente in lui, senza annullare le prime due, mediante la carità, unione definitiva ed ineffabile con il Dio uno e trino.

Ultima modifica Venerdì 06 Agosto 2004 23:41

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