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Martedì 13 Novembre 2007 00:03

Pontefice o vescovo di Roma? (Marco Ronconi)

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Un tema non solo nominalistico

Pontefice o vescovo di Roma?

di Marco Ronconi

I nomi con cui chiamiamo le cose sono una cosa affascinante. La Chiesa cristiana ha da sempre dedicato enormi energie (e non poco sangue) al come dire (invocare, spiegare, indicare, evocare, definire...) le cose che le sono state affidate. Su come si può (e non può) «dire Dio» sono stati necessari secoli - e prezzi molto alti - per arrivare a parole come «una natura in tre persone», o «vero Dio e vero uomo». Per decidere con quali nomi ci si deve (o non deve) rivolgere a Maria, fu convocato addirittura un Concilio ecumenico, nel 431. Sui nomi con cui spiegare la presenza di Cristo nell’Eucaristia (transustanziazione? Transignificazione?...), la comunione ecclesiale si è spezzata. Talvolta, specialmente quando i prezzi diventano così alti, si è tentati (anche saltuariamente) di risolvere i problemi considerandoli come puri “nominalismi”; non sempre. tuttavia, le questioni dei nomi con cui chiamiamo le cose si riducono a mere questioni accademiche. Non è la stessa cosa, ad esempio, pregare invocando un «Padre che è nei cieli» o contemplando I’«Essere perfettissimo», o supplicando il «Figlio di Dio Crocifisso». Allo stesso modo, non è la stessa presa di coscienza che porta ad affidarsi a un «fratello nella fede» o a un «altro Cristo». Ancora, dire «chi è un cristiano» (e chi di conseguenza non lo è) o «cos’è la Chiesa» (e di conseguenza cosa non è), non è questione per pochi viziati dal lusso del pensiero.

Anche nel campo del linguaggio, il Vaticano Il operò un profondo aggiornamento,dalla liturgia alla teologia. Espressioni come «sacerdozio comune» o «Chiesa come mistero e comunione» (che se non nuove, sicuramente avevano trovato in Lumen gentium un contesto diverso dal passato recente), sono così potenti che don Giuseppe Dossetti affermava già nel 1966: «Non importa che una generazione o due possano eventualmente procedere a un impiego larghissimamente nominalista di tutte queste realtà, o che alcuni possano addirittura usare queste parole unicamente per frodarne i contenuti; questi nomi, che non sono solo dei nomi, camminano; da molti sono presi sul serio, hanno aperto possibilità di ricerca che prima non si intravedevano nemmeno lontanamente e soprattutto creano in realtà e nel profondo, la possibilità - dico la possibilità perché l’attualità dipende poi da molte cose - di un costume nuovo, di uno spirito nuovo, di un’anima nuova nella Chiesa».

Molti ragionamenti sarebbero a questo punto possibili. Vorrei introdurne uno, forse più marginale ma curioso, sui nomi con cui chiamare il «Papa di Roma» («Pastore della Chiesa universale»? «Servo dei servi di Dio»? «Sua Santità»? «Patriarca d’Occidente»?..). Nel 1970, la Commissione teologica internazionale aveva ad esempio sconsigliato l’uso di alcuni di questi titoli che, pur appartenendo alla tradizione, potevano dare luogo a fraintendimenti. Ne parlò anche Yves Congar in un articolo tanto succinto quanto interessante. «Papa» e «Santo Padre», ad esempio, sono i titoli giudicati più adatti: il primo condivide la stessa etimologia di «papà» ed entrambi nascono (anche se in periodi diversi), come forme di vicinanza affettiva alla figura del vescovo. Al proposito. è interessante ricordare che solo dall’XI secolo «Papa», «Pontefice» e «Vostra Santità», sono esclusiva del vescovo di Roma. Altrettanto da preferirsi sono «vescovo di Roma» e «successore di Pietro», molto usati dai grandi padri latini del V secolo. «Vicario/successore di Pietro», in particolare, è da preferirsi nettamente a «vicario di Cristo», che più di altri può dare origine a confusione. Nell’antichità, infatti, «vicari di Cristo» erano tutti coloro che nella loro azione potevano rendersi trasparenti dell’azione trascendente del Salvatore: vescovi e sacerdoti, ma anche re e imperatori. In varie epoche, molti autorevoli autori hanno messo in guardia sulla confusione tra un titolo di encomio e un titolo giuridico, quasi che il Papa fosse «Dio in terra» e che la sua autorità non derivasse dal presiedere alla cattedra di Pietro! Il Vaticano I, che certo non fu un concilio antipapale, riservò il titolo di «vicario di Cristo» a ogni vescovo, compreso ovviamente quello di Roma. Per motivi analoghi, è sconsigliato dire che il Papa è il «capo della Chiesa»: affermazione non pienamente scorretta, ma che può generare esagerazioni pericolose: il capo della Chiesa in senso stretto è solo Cristo! Per questo. quando si voglia usare tale titolo, si consiglia di seguire l’esempio di Lumen gentium, che parla di «capo visibile della Chiesa», e di «capo del collegio episcopale». Abbastanza sconsigliato infine, è anche chiamare il Papa «Sommo Pontefice» o peggio ancora «Pontefice Massimo», come era d’uso frequente nell’iconografia barocca. Al proposito, ancora Congar cita un aneddoto interessante: non solo «Pontefice» era un titolo tipico della latinità pagana, ma una delle prime volte di cui ne abbiamo notizia è da Tertulliano che ironizza contro un vescovo un po’ arrogante che pretende di essere chiamato «pontefice massimo, cioè vescovo dei vescovi!».

Ultima modifica Lunedì 11 Febbraio 2013 14:09
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input