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Sabato 05 Dicembre 2009 21:39

Missione speranza sfida per l'Europa (Gian Paolo Salvini)

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Missione speranza sfida per l'Europa

di Gian Paolo Salvini*

Siamo condannati a porci le domande fondamentali sulla vita e sulla morte: è la grazia di questo nostro tempo presente.

 «Discernere l’oggi di Dio in Europa. La missione in un ‘epoca di cambiamenti»: questo il titolo della relazione che padre Gian Paolo Salvini, direttore de La Civiltà Cattolica, ha tenuto a Pacognano Don Bosco (Na) il 12 febbraio 2008. Il suo intervento - di cui qui riportiamo ampi stralci, ripresi dalla registrazione audio dei lavori - ha introdotto il Forum degli istituti missionari italiani che aveva per tema «Profezie dell’ad gentes oggi in Italia».

 

 

 Il tema che mi èstato affidato è ampio quanto la nostra missione nel mondo, o almeno nell’angolo di mondo nel quale ci troviamo a vivere e che il Signore ci ha assegnato. Dico angolo perché la prima osservazione che vorrei fare è che l’Europa non è più al centro del mondo, anche se il «meridiano O» passa ancora da Greenwich, ma non su tutte le carte.

Sono finiti i grandi imperi coloniali, tutti europei, e le grandi decisioni che interessano il mondo intero non vengono più prese in Europa. Anche il cuore della Chiesa si sposta a Sud.

Per individuare percorsi di missione possibili in Europa proviamo a esaminare il contesto culturale e sociologico del «Vecchio continente». Quali sono le idee di fondo che dominano nella nostra Europa di oggi? L’Europa non è uscita indenne dal sommovimento politico dei decenni scorsi (fine della Guerra fredda, caduta del Muro di Berlino...). La nostra è un’Europa che ha subito un grande travaglio: il «Sessantotto» di cui viene celebrato il quarantesimo in questi giorni, ne è un simbolo. Vengono contestati i fondamenti della società tradizionale occidentale, con una rivoluzione che fallisce dal punto di vista politico, ma che scuote gli elementi portanti: la famiglia, la morale tradizionale, la scuola, i comportamenti che sembravano ovvi per tutti.

L’Europa non è mai apparsa così libertaria, laica e sempre più distante dalla religione, che a molti studiosi sembrava ormai come una cosa residuale: la modernità avanza e la religione arretra, come per una legge inesorabile. E la secolarizzazione nel senso di secolarismo, una legge che molti sociologi e opinion makers applicano tuttora a tutto il mondo: è un fenomeno che prima o poi succederà ovunque, così come sino al 1976 sembrava inarrestabile l’avanzata del marxismo. Oggi però non si trova più un marxista o un’opera di Marx in libreria. Sono solo i Papi che citano ancora Marx, come Benedetto XVI nella Spe salvi.

In realtà, non sembra che questa tendenza continui inarrestabilmente. Si assiste invece, dopo gli anni Settanta, a una prepotente rinascita del religioso, che Gilles Kepel chiama una «rivincita di Dio». Con l’elezione di Giovanni Paolo II, la vittoria di Khomeini in Iran, con i partiti religiosi in India e in Israele, la religione torna in pubblico, nel bene e nel male. Le religioni diventano forza di coesione dei popoli per grandi trasformazioni e purtroppo anche fattore di fanatismo e motivazione per il terrorismo (come dopo l’11 settembre 2001). Le religioni acquistano anche una valenza politica e diventano un fattore decisivo per la convivenza dei popoli (in questo senso vanno le tesi di Samuel Huntington).

Ma ci sono anche religioni nuove. Basti pensare al movimento pentecostale e neoprotestante, che nel Novecento è passato da zero a mezzo miliardo di seguaci, alle religioni in America, di cui ampi scampoli arrivano anche in Italia e che ci tempestano dai nostri canali televisivi. E molto gioca la moda: tutti parlano di islam e nessuno di buddhismo, mentre secondo Dossetti la grande sfida di questo secolo sarebbe stato l’incontro tra cristianesimo e buddhismo. Simbolo di questo è l’incontro di Assisi del 1986, convocato per una grande intuizione di Giovanni Paolo II e osteggiato da molti cattolici e nella stessa Curia vaticana: la religione tornava ad essere fattore decisivo nella storia dell’umanità.

Con il tramonto delle ideologie, domina la prassi, l’utilitarismo immediato, il successo economico, apparentemente senza una filosofia di fondo. Pare che soltanto le religioni conservino la capacità di trasmettere una visione globale sull’uomo e sul mondo. Le ideologie sembravano indicare al mondo il cammino, ora sono le religioni. La nostra parola è attesa, anche se poi non viene ascoltata. Ma la gente è anche molto più consapevole, è più istruita. Vuole essere protagonista del proprio destino: basti pensare al controllo da parte delle donne della propria fertilità. Contesta l’esclusione sociale e la democrazia, pur con tutti i suoi difetti, diventa sempre più popolare. Come anche noi religiosi sappiamo bene persino all’interno delle nostre comunità, occorre opera di coinvolgimento e non solo di imposizione. Come diceva già Paolo VI, è finita l’epoca nella quale si poteva risolvere un problema con un’enciclica. «La gente non va soltanto vinta, ma anche convinta», per citare Andrea Riccardi, dai cui scritti ho preso alcune delle riflessioni sopra esposte. In questo contesto credere diventa più difficile, spesso è una condizione di minoranza e questo vale per il cristiano comune, ma vale anche per i religiosi, la cui scelta di vita è comprensibile e vivibile soltanto in un contesto di fede. Altrimenti resta pur sempre un segno, ma, come ogni segno che va controcorrente, di difficile lettura. Il significato dei voti religiosi per la mia generazione era molto chiaro, mentre lo è molto meno per i giovani di oggi.

Questo vale per la povertà da vivere nella società del benessere (ma anche nei Paesi poveri), vale per la castità, in una società molto sessualizzata e che mette in questione gli stessi termini abituali di identità sessuale, sia per l’obbedienza, in un clima culturale che insiste continuamente sul valore del soggetto e sui diritti del singolo, sull’autonomia e l’autorealizzazione personale (ci si fa religiosi più tardi e questo rende più difficile l’inserimento in una comunità già organizzata). La vita religiosa è soprattutto segno della radicalità della scelta evangelica. Tolta la castità che, se vissuta con coerenza, rimane tuttora un eloquente scandalo evangelico, non sono convinto che la nostra vita sia sempre testimonianza per la missione.

Il nostro ambiente non ci aiuta nella fede. Il pericolo maggiore (in Europa) non viene più dalle persecuzioni, ma dall’indifferenza e dallo sforzo di ridurre la vita di fede a un fatto puramente privato escludendola dalla vita pubblica. Il caso della mancata visita del Papa alla «Sapienza» è esemplare.

Bei tempi quelli del comunismo per il numero di vocazioni in Polonia e Croazia!

Credo che sia indispensabile anzitutto una profonda convinzione personale nella nostra vocazione, radicata sulla fede e la speranza. La Chiesa e la missione hanno molto sofferto per la mancanza di testimonianza coerente da parte di sacerdoti e religiosi. Basti pensare alle devastazioni che le accuse per i casi di pedofilia hanno provocato in molte parti del mondo, anche se questo è stato soltanto l’aspetto più drammatico.

Ma in realtà sin dall’inizio della storia della Chiesa si è manifestata una evidente sproporzione tra realtà della Chiesa e povertà degli strumenti umani che dovrebbero costruirla.

Un buon punto di partenza ci viene da Benedetto XVI il cui insegnamento si riassume nel ribadire instancabilmente il primato di Dio, completato dalla specificazione «Dio in Gesù Cristo», dato che dopo l’incarnazione per un cristiano non si arriva a Dio se non attraverso Gesù e in lui solo lo si conosce. Importa il riconoscimento della presenza di Dio nel mondo e nella storia. Di questa presenza oggetto di una ricerca personale, il Papa dà testimonianza nel suo libro Gesù di Nazaret.

In Europa la missione deve ripartire da una vera evangelizzazione, che non si limiti a battezzare. Noi dobbiamo andare controcorrente nei confronti di alcuni miti del nostro tempo, che mi sembrano particolarmente forti in Europa.

Anzitutto il culto della libertà individuale, che diventa valore indiscusso e supremo. Tutte le cosiddette conquiste moderne (divorzio, aborto, eutanasia, ecc.) sono presentate come positive perché privilegiano le scelte individuali. E non soltanto in campo morale o sessuale, ma anche in campo economico.

Al massimo si chiede che si rispettino le regole, il fair play, ma non ci si preoccupa che il sistema economico sia intrinsecamente morale, cioè badi al bene comune.

Questo vale anche per la religione, che ciascuno si modella a suo uso e consumo, secondo i propri gusti, come se si fosse in un supermercato, dove ciascuno sceglie liberamente, dalle varie religioni, quello che più gli sembra conveniente. Ma la nostra è una religione rivelata, non costruita da noi. L’iniziativa è di Dio.

La libertà individuale, però, è facilmente manipolabile, come dimostra la tragica esperienza del secolo scorso, con le sue dittature spietate, e oggi con la moda e la pubblicità. Viviamo in un mondo schizofrenico, perché concede tutto, ma non perdona nulla. Il risultato è che la libertà è così idolatrata che si ha paura di impegnarla, mentre non è questo il senso cristiano della libertà. Basti constatare la paura dei giovani nei confronti del matrimonio o di un impegno duraturo. Ma da un punto di vista cristiano la parabola dei talenti ci ricorda che la libertà ci è data per impegnarla per qualcosa che ne valga la pena.

C’è poi il culto della scienza, dalla quale tutti noi aspettiamo la soluzione dei nostri problemi e il conseguimento della felicità, ma con brucianti delusioni. Nei confronti della scienza c’è un’enorme attesa e anche un diffuso pessimismo che si rivela nel rifiuto delle novità scientifiche, pur volendo goderne i benefici. E’ diffusa l’idea che se una cosa è tecnicamente fattibile ed economicamente redditizia, va fatta, senza chiedersi prima se è eticamente lecita e proporzionata alla vita umana che si vuole migliorare (si pensi alla clonazione umana, alle manipolazioni genetiche, agli ogm...).

Credo che occorra anzitutto reagire al pessimismo che ci circonda. Un pessimismo che non si riesce a vincere sinché rimane l’idea che l’uomo e la donna sono buoni e in grado di costruire una società valida senza bisogno di Dio, perché semplicemente non se ne ha bisogno (al massimo il cristianesimo è depositario dell’identità civile e sociale,come vorrebbe la Lega). Inoltre è bene non lasciarsi spaventare dalle cifre e dalle statistiche: se gli apostoli avessero badato alle statistiche non avrebbero fatto nulla quando la Chiesa si riduceva a poche centinaia di persone perseguitate.

Occorre dilatare il nostro orizzonte, che si è ristretto al mondo terreno e ai suoi beni. La vita serve a produrli e ad accumularli. Anche se in genere poi non riusciamo a goderceli: i bambini non mancano di nulla, ma sono ammalati di «buridanesimo», e vivono le giornate, spesso, come un’occasione perduta. La società europea è sazia e insoddisfatta (non direi «disperata», come affermava il Card. Biffi). Noi preti ad esempio parliamo poco di aldilà, di escatologia. Ma sono cose che interessano alla gente, come dimostrano le 80 mila copie del libro L’anima e il suo destino di Vito Mancuso, vendute in pochi mesi, e il dibattito sollevato intorno alle sue idee. La gente avverte poco il bisogno della salvezza che è un po’ alla base della nostra fede.

Gesù con la sua buona Notizia risponde a un anelito del cuore. E siamo condannati a porci le domande fondamentali sulla vita e sulla morte: è la grazia del nostro tempo. Dobbiamo riconciliare la gente con la Chiesa, e questo lo si fa non tanto con i ragionamenti, quanto con la testimonianza: quella del buon samaritano è eloquente oggi come venti secoli fa.

Dato che si parla di missione in una società tanto ricca di beni, va posto l’accento sulla comunità e sui beni relazionali, due cose delle quali invece siamo poverissimi, ma che sono quelle da cui in realtà viene la felicità, e che non si acquistano né sono disponibili sul mercato. La fede vissuta integralmente è ricchissima di relazioni vicendevoli. Non si è credenti da soli, ma tutto l’annuncio è diretto alla comunità. Non per nulla la Chiesa parla sempre di persona e non di individuo, per sottolineare che si è persona con tutte le relazioni che ci legano ai circostanti, agli altri, alla famiglia, alla società. Secondo gli Atti degli Apostoli, la gente diceva dei primi cristiani: «Guarda come si amano». E si convertiva. Non parlava dei ragionamenti elevati che venivano fatti in sede di annunzio o di catechesi.

Tra gli elementi che testimoniano il Vangelo in modo convincente, e che sono alla base della relazione autentica, c’è la gratuità, in un mondo dove tutto si vende e si compra e tutto sembra aver valore per il prezzo che rappresenta anziché per ciò che è o per ciò a cui serve. La mia impressione, ma questo riguarda più l’Italia che l’Europa in genere, è che la società sia ancora abbastanza sana, generosa e capace di impegno disinteressato, anche se queste non sono cose che finiscono sui giornali.

Vi è poi un aspetto che viene in genere poco evidenziato ma nel quale la Chiesa ha tradizioni millenarie, anche nelle sue missioni, è l’aspetto dell’arte: dalla musica alla letteratura, dalla pittura al cinema. L’arte italiana parla di Vangelo e di fede anche a chi non è credente. A questo i giovani sono molto sensibili: basta vedere l’afflusso ai concerti e alle mostre di arte. L’arte, oltre ad essere un linguaggio adatto ad esprimere l’amore e il divino, aiuta a fare spazio al mistero, che non siamo più disposti ad accettare.

Dovremmo saper presentare l’aspetto gioioso e propulsivo della fede e questo penso sia più facile per un missionario che non per un sacerdote in cura d’anime nella vecchia Europa, dove ci sono tante gloriose istituzioni da salvare e da difendere e mancano gli uomini per farlo. Spesso non comprendiamo il dinamismo della fede, che riduciamo all’adesione a una serie di verità, mentre credere significa soprattutto incontrare il Cristo che ci fa entrare in una storia, ci fa partecipare a un progetto, almeno secondo la presentazione che ne fa la Bibbia.

Il nostro è un mondo dell’effimero, del mutevole, dove si cambia spesso lavoro, casa, compagno o compagna di vita, ma la gente aspira a certezze. Penso che la fede sia ancora in grado di offrirne, aiutando a ritrovare quell’Assoluto che molti hanno perso di vista e di cui tutti hanno, anzi abbiamo bisogno.


* gesuita, direttore di Civiltà Cattolica

 

(tratto da Mondo e Missione, aprile 2008)

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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