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Giovedì 02 Settembre 2010 20:23

Il corpo vivente del Risorto (Dario Vitali)

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Il corpo vivente del Risorto (Dario Vitali)

L’ecclesiologia paolina fissa le direttrici che stanno alla base di un continuo processo di riforma della Chiesa,che si sviluppa in risposta alle situazioni e ai bisogni delle comunità.

Il corpo vivente del Risorto

di Dario Vitali

«Per sviluppare la teologia paolina della Chiesa bisognerebbe scrivere un libro a parte»: così si esprimeva R. Schnackenburg, in apertura della sezione dedicata al tema nel suo giustamente famoso saggio: La Chiesa nel Nuovo Testamento (Brescia 1966, p. 85). In effetti, l'apporto di Paolo è talmente decisivo per la teologia della Chiesa, che qualcuno ha potuto indicare l'apostolo delle genti come il fondatore o l'inventore della Chiesa. Il convincimento trova conferma nello slogan di Loisy: «Gesù predicò il Regno e venne la Chiesa» (Jesus et l'Evangile, p. 101).

Un approccio diacronico

Naturalmente, Paolo non è il fondatore né l'inventore della Chiesa: il movimento nato da Gesù ha già la sua bella storia quando Saulo di Tarso vive la sua esperienza di conversione sulla via di Damasco (cf At 9). E tuttavia la sua opera e il suo messaggio sono decisivi  per il cammino della Chiesa, che alla predicazione e alla cura dell’Apostolo per le comunità deve un impulso determinante per la sua costituzione e il suo sviluppo, e alla sua riflessione deve molta parte della sua consapevolezza come comunità della Nuova Alleanza.

L'epistolario paolino è, nel contempo, la testimonianza della sua opera di evangelizzazione e fondazione di comunità che non ha pari nel Nuovo Testamento e la fonte più ricca di elementi che ci permette di ricostruire la situazione della Chiesa primitiva e l'autocoscienza che essa aveva di sé. Peraltro, al di là dei contenuti delle singole lettere, l'epistolario paolino costituisce un unicum nel Nuovo Testamento, perché si distribuisce sull'intero arco dell'età apostolica, e quindi registra l'intero processo di fondazione della Chiesa.

Questo fatto permette un approccio non praticabile per le altre tradizioni neotestamentarie. In effetti, negli scritti degli altri autori è possibile registrare unicamente la situazione ecclesiale al momento in cui l'autore sacro scrive e i convincimenti che esprime circa la natura della comunità di salvezza: è come se avessimo una galleria di fotografie in istantanea delle diverse comunità del Nuovo Testamento, collocate l'una accanto all'altra e solo parzialmente sovrapponibili, che dal confronto permettono la ricostruzione della Chiesa delle origini attraverso la risultanza di somiglianze e differenze. Questo approccio sincronico è naturalmente applicabile anche alle singole lettere di Paolo, che contribuiscono non poco alla completezza del quadro.

Ma l'epistolario può essere accostato anche su un registro diacronico, individuando i tempi e i momenti di una evoluzione della Chiesa lungo l'intero arco del tempo apostolico; evoluzione che - proprio perché viene a collocarsi tra l'evento-Cristo e "la morte dell'ultimo apostolo" - appartiene al processo di fondazione della Chiesa. E’ tale processo che vorrei affrontare più da vicino in questo breve contributo.

La dimensione carismatica della Chiesa

Nella sua configurazione, l'epistolario paolino costituisce sicuramente un corpus che - al di là della specifica attribuzione delle singole lettere - attesta l'evoluzione di una medesima tradizione ecclesiale, che fa capo a Paolo. È così possibile disporre le lettere su una linea di sequenza temporale, che permette di fissare alcuni momenti successivi di questo processo di evoluzione.

Ragionevolmente si possono distinguere almeno tre momenti: il primo, attestato in 1-2 Ts, 1-2 Cor, Gal, Rm, Fil, descrive la situazione iniziale delle comunità paoline; il secondo, corrispondente alle Lettere dalla prigionia, mostra un momento ulteriore del processo di strutturazione interna delle comunità, più articolato e fisso rispetto al momento iniziale; il terzo, ben visibile nelle Lettere pastorali, riflette una fase ormai avanzata del processo di istituzionalizzazione della Chiesa.

Le lettere del primo periodo riflettono un'articolazione ancora elementare delle comunità paoline: si tratta di gruppi che si sono costituiti in risposta alla parola della predicazione di Paolo e della sua cerchia. La dinamica è assai documentata: l'Apostolo, nei suoi viaggi, si rivolge prima alle comunità giudaiche della diaspora che popolavano tutto il bacino del Mediterraneo, e poi alle "genti", annunciando il Vangelo della salvezza. Le comunità che si costituiscono fanno diretto riferimento all'Apostolo, il quale mantiene i rapporti con loro per lettera o attraverso la presenza di suoi collaboratori.

La strutturazione interna del gruppo è sul modello delle comunità della diaspora: a capo della comunità Paolo costituisce un gruppo di anziani - chiamati presbyteroi ma anche episkopoi - che vigilano sulla comunità. Il gruppo degli anziani aveva presumibilmente il compito di far osservare le tradizioni e le norme apprese dall'Apostolo, in analogia alla funzione del consiglio degli anziani nella sinagoga, che erano chiamati a vigilare sull'osservanza della Torah. Ma la guida della comunità è comunque riservata all'Apostolo, garante dell'autenticità della predicazione e del legame con i Dodici e, attraverso questi, con la storia di Gesù.

Si tratta di una vertebrazione minima delle funzioni di autorità, che servivano da supporto a un'esperienza comunitaria molto elementare, in pratica identificabile nella cena del Signore (cf 1Cor 11,17-34). Si trattava di una riunione settimanale della comunità che prevedeva in un unico incontro tutti i momenti caratterizzanti della vita comunitaria, descritti in At 2,42: ascolto dell'Apostolo (o, in sua assenza, delle sue missive o dei suoi insegnamenti), comunione fraterna, frazione del pane, preghiere. Sembra più che altro in riferimento al quarto momento che Paolo elenchi una sequenza di carismi esercitati nell' assemblea in vista della sua edificazione: parole di sapienza, parole di scienza, fede, guarigioni, miracoli, profezia, discernimento degli spiriti, varietà delle lingue, interpretazione delle lingue (1 Cor 12,8-10; cf anche Rm 12,6).

La prima preoccupazione dell’Apostolo è di regolare l'uso dei carismi, che non devono servire per alimentare la vanità spirituale dei singoli, ma per 1'edificazione della comunità. Per questo, oltre a dare precise direttive sull'esercizio dei carismi (cf 1 Cor 14), egli offre un quadro ecclesiologico di riferimento, che permetta di comprendere l'effettiva utilità di queste manifestazioni dello Spirito. In effetti, l'elenco dei carismi è strettamente legato all'immagine della Chiesa corpo di Cristo (l Cor 12,12-27). E in ragione dell’unità del corpo e della cooperazione delle membra che tutti i carismi sono utili, senza per questo conferire a chi li esercita un posto o un ruolo di preminenza nella comunità.

L'immagine del corpo e la collaborazione delle membra richiama immediatamente anche la carità come criterio e regola di vita della comunità; si possono esercitare tutti i carismi, anche i più straordinari, ma senza la carità si è e si rimane un nulla (cf 1 Cor 13,1-3). È nell'unità dinamica di questi tre elementi (carismi nella Chiesa-corpo di Cristo a condizio¬ne dell'agape) che si può cogliere la vita delle comunità cristiane nella prima fase della predicazione paolina. L'accento cade soprattutto sull'azione dello Spirito che distribuisce i suoi doni come piace a lui (cf 1 Cor 12,11), in vista dell'utilità comune e dell' edificazione della comunità.

La dimensione ministeriale

In 1 Cor 12 l'immagine del corpo è fortemente caratterizzata, perché si applica alla vita concreta della singola comunità locale, segnata dal problema delle divisioni al suo interno. L'aspetto che l'Apostolo mette in evidenza è quello dell'unità delle membra che formano il corpo, senza prendere in considerazione la relazione del corpo al capo: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. [ ... ] Ora, voi siete corpo di Cristo, e sue membra, ciascuno per la sua parte» (1 Cor 12,12. 27).

Sull'immagine del corpo è possibile misurare l'evoluzione ecclesiologica dell' epistolario paolino. In effetti, il cambio di inquadratura in 1Cor 12,12-27 e Rm 12,4-5 rispetto a Ef 1,22 e Col 1, 18 è immediatamente percepibile: «Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa»(Col 1,18), perché il Padre «tutto ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha , costituito su tutte le cose a capo della sua Chiesa, la quale è il suo corpo,il pleroma di colui che riempie di sé tutte le cose» (Ef 1,22).

La diversità di  prospettiva rispetto alle grandi  lettere è subito avvertibile:qui l’unità delle membra lascia il posto  al rapporto del corpo al capo, Cristo. In l Cor e Rm si insinuava una certa identità tra il corpo e Cristo, qui si insiste sulla distinzione del corpo da Cristo che di questo corpo è il capo. Da questo legame di Cristo-capo con la Chiesa, suo corpo, sant'Agostino dedurrà l'idea del Christus totus e san Tommaso quella della gratia capitis.

L'immagine influisce anche sulla concezione della struttura ecclesiale, peraltro non più centrata su una sola comunità locale, ma sulle Chiese di una regione. In evidenza è adesso il principio stesso di esistenza della Chiesa, che è il Cristo asceso alla destra del Padre «per riempire tutte le cose» (Ef 4,10); d'altronde, il Padre ha prestabilito che «tutte le cose nei cieli e sulla terra siano "intestate" [cioè ricondotte sotto un unico capo: anakephalaiosasthai] in Cristo» (Ef 1,10). Dal Cristo glorificato discende ogni grazia. Egli esercita un'azione così diretta sulla Chiesa di cui è il capo, che è lui stesso a dare «gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori, i maestri, per preparare i fratelli a compiere il servizio [lett.: in vista della dotazione dei fratelli per l'opera della diakonia], allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,11-13).

Il testo riverbera la probabile articolazione delle comunità paoline intorno al 60 d.C.: la primitiva concentrazione dell'autorità nelle mani dell’Apostolo si evolve verso una partecipazione ministeriale più ampia, dove sono riconoscibili, accanto agli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i maestri. Quali fossero le funzioni specifiche di costoro è difficile precisare, al di là delle congetture che si possono fare intorno ai termini usati per identificarli. Né è possibile dire se si tratti di un'articolazione ministeriale del gruppo degli anziani.

Una cosa però è certa: a differenza dei carismi, che rimandavano a un esercizio estemporaneo, svincolato da ruoli assegnati in modo fisso (che, anzi, l'Apostolo osteggia, perché fonte di competizione nella comunità), qui si tratta di funzioni identificabili con persone precise: come si sa chi siano gli apostoli, così si sa chi nella comunità svolga la funzione di profeta, di evangelista, di pastore e di didascalo. Che l'accostamento non sia arbitrario, lo dimostra il fatto che tre delle cinque funzioni compaiono come prime nell’elenco dei carismi in 1 Cor 12,28, e la precisazione che «a ciascuno è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo» (Ef 4,7): la parentela del vocabolario ma anche della prospettiva con 1 Cor 12,7 e Rm 12,6 è del tutto evidente.

Ma, proprio per questo, emergono con maggior rilievo le differenze: la scomparsa del termine charisma, sostituito dal più generico charis, e il fatto che i doni rimandino immediatamente al Cristo glorificato, e non allo «Spirito che li distribuisce come vuole» (1 Cor 12, Il). Il passaggio da una realtà ancora fluida e libera, a una più strutturata e subordinata ad alcune funzioni più stabili insinua un processo di incipiente istituzionalizzazione, che sposta l'accento dai carismi ai ministeri, e quindi da una esperienza di Chiesa a carattere pneumatologico a una più declinata in chiave cristologica.

La dimensione istituzionale

Le Lettere pastorali attestano una terza fase delle comunità paoline: il processo di istituzionalizzazione della Chiesa appare in fase già avanzata. Emergono, infatti, nuove figure ministeriali, o almeno una loro diversa configurazione nell'organizzazione della comunità. Nella 1 Tm la menzione del vescovo, del quale si disegna con insistenza il profilo (3,1-7), e dei diaconi (3,8-13) immediatamente prima della descrizione della Chiesa come «casa di Dio, colonna e fondamento della verità» (3,15) sembra insinuare l'idea che siano queste due figure a costituire l'intelaiatura ministeriale della comunità; ma in 5,17 ricompaiono i presbiteri - di cui si parla anche in Tt 1,5-9 -, i quali, per il fatto di esercitare la presidenza nella comunità e di affaticarsi per la predicazione e l'insegnamento, evocano le figure degli evangelisti, pastori e maestri di Ef 4, 11.

Non sembra comunque sostenibile l'identificazione di queste figure con i tre gradi del sacramento dell’ordine, anche se deve far riflettere il fatto che l'articolazione del ministero in vescovo-presbiterio-diaconi già risulti nelle lettere di Ignazio di Antiochia, scritti probabilmente coevi o di non molto posteriori alle Lettere pastorali. Se la presentazione del vescovo come figura singola può far pensare al capo della comunità, che avrebbe come collaboratori i presbiteri e i diaconi, la soluzione risulta problematica per almeno due ragioni: perché il profilo del vescovo e dei presbiteri è il medesimo, e perché, comunque, il vescovo non ha autorità apostolica, che compete invece a Timoteo e a Tito, storici collaboratori di Paolo.

La questione che emerge dalle Lettere pastorali è quella della fine dell'età apostolica. La continuità del ministero apostolico - essenziale per il legame con l'evento fondatore - è garantita dal conferimento ai collaboratori più stretti e fidati di una funzione personale di guida delle comunità. La responsabilità che Timoteo e Tito assumono non riguarda una sola comunità, ma un insieme di comunità (cf Tt 1,5). La loro funzione è ricalcata sul modello di Paolo, al quale è ricollegata l'esplicita volontà di stabilire la continuità di ministero (cf 2Tm 4,1-2).

La distanza dal modello di Chiesa precedente è profonda: non compare più !'immagine della Chiesa come corpo di Cristo, sostituita dall'immagine della «casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, sostegno e colonna della verità» (l Tm 3,15). Immagine che nelle Lettere pastorali risponde ormai a un'altra logica, legata alla custodia della comunità nella verità, e non più alla sua edificazione, come dimostra la polemica contro i falsi dottori.

Non è possibile entrare nei tanti meandri della progressiva strutturazione della Chiesa. Qui basta aver rintracciato, attraverso i tre momenti dell'epistolario, il dinamismo profondo che ha attraversato l'esperienza della Chiesa nel periodo apostolico. La predicazione apostolica, sostenuta dalla potenza dello Spirito, ha innescato un movimento diffusivo, capace di raggiungere "gli estremi confini della terra". In questo movimento di irradiazione del cristianesimo, capace di percorrere tutte le vie dell'Impero e di radicarsi nel mondo greco-romano con un reticolo di comunità, si percepisce. anche il progressivo strutturarsi della Chiesa, man mano che ci si distanzia dall'evento fondatore: più che immaginare una Chiesa già costituita fin dall'inizio in tutte le sue strutture, l'epistolario paolino ci mostra un processo in atto, nel quale la Chiesa si sviluppa in risposta alle situazioni e ai bisogni delle comunità, nell'intento di garantire gli elementi necessari e permanenti dell'esperienza cristiana nel mutare delle situazioni contestuali.

La fedeltà alle origini

Lungi dal consegnare la Chiesa a una situazione permanente di instabilità, questo processo - che, si badi bene, è inscritto "dentro" il tempo apostolico e assume quindi un valore normativo - rivela la legge interna che sostiene e muove l'esperienza della Chiesa e quindi il suo cammino nella storia: la fedeltà alle sue origini nell'apertura alla realtà in cui si radica. Il primo aspetto è garantito dalla figura dell' Apostolo. Egli, in quanto fondatore della comunità, è il principio e il fondamento del legame con l'evento-Cristo e con il movimento che da lui si è originato. Senza questo punto originario di comunione, rappresentato dai Dodici come testimoni del Risorto, la Chiesa nascente non sarebbe stata radicata sullo stesso Vangelo e non avrebbe quindi celebrato il memoriale del medesimo evento salvatore della Pasqua di Cristo.

Non è un caso che il Vangelo e l'eucaristia siano introdotti da Paolo con la medesima formula: «Vi ho trasmesso quello che a mia volta ho ricevuto» (cf 1 Cor 11,23.15,3). Se così non fosse, le comunità sarebbero state delle monadi, chiuse in sé stesse e totalmente sganciate dal movimento cristiano, e il cristianesimo si sarebbe risolto in una galassia di piccole comunità destinate alla dissoluzione per il naturale processo di diversificazione che tocca gruppi umani - soprattutto se esigui - che vivono in contesti sociali assai lontani e molto diversi dal punto di vista socio-culturale.

La fedeltà alle origini non è però una camicia di forza che imbraga la vita della Chiesa, incamminata verso la pienezza del Regno: la presenza dello Spirito continuamente rinnova la comunità cristiana attraverso i suoi doni. La ricchezza e varietà dei carismi nella Chiesa primitiva mostra come l'apertura allo Spirito la preservi o almeno ritardi quel processo di sclerosi che tocca tutte le società umane e non di rado ha toccato anche la comunità di salvezza, quando non ha vissuto la fedeltà al Vangelo, ma si è lasciata irretire nelle "cose di questo mondo".

Contro un simile rischio, l'ecclesiologia paolina fissa direttrici che stanno alla base di un continuo processo di riforma della Chiesa: la necessaria apertura di ogni realtà istituzionale - soprattutto della funzione gerarchica - allo Spirito e l'apertura a sempre nuovi carismi che lo Spirito suscita in risposta alle necessità mutevoli della Chiesa e del mondo. In questo modo, accade quanto Paolo dice ai Tessalonicesi: «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1 Ts 5,19s).

 

(da Vita Pastorale, n. 6, 2009)

Ultima modifica Giovedì 04 Aprile 2013 10:31
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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