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Lunedì 14 Novembre 2011 20:57

Identità laicale secondo il Concilio (Andrea Grillo)

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Identità laicale secondo il Concilio (Andrea Grillo)

Questo intervento analizza il testo della Lumen gentium, che ha per oggetto la definizione del sacerdozio comune dei fedeli, incorporati nella Chiesa con il battesimo e chiamati a professare la fede.

Pongo subito una domanda: l'analisi cui ci accingiamo di questa rilevantissima definizione dell'esercizio del "sacerdozio comune" (già assunta da LG 10) in termini "liturgico-sacramentali" (LG 11) può essere considerata nella sua natura di «atto magisteriale per la continuità della tradizione» oppure è destinata a essere considerata sempre più come un «grave momento di discontinuità» che pone in crisi la tradizione ecclesiale?

Premessa: definizione di Chiesa come "comunità sacerdotale"

È evidente che possano sorgere a tale riguardo quanto meno "perplessità" - per usare eufemismi - quando si leggono - in documenti recenti - consigli relativi alla "cautela" necessaria circa l'uso dell'espressione "assemblea celebrante" o alla pratica "normale" dei battezzati circum(ad) stantes rispetto all'altare. Quando poi si sono ascoltati - nel recente passato - addirittura prefetti di congregazioni vaticane affermare che una priorità della liturgia di oggi è quella di «tenere i laici lontani dagli altari» (ovviamente perché possano meglio dedicarsi alle nobili occupazioni del lavoro, della famiglia, tipica della "indole secolare"...) si può pensare di essersi svegliati in un altro secolo, in un'altra Chiesa, in un'altra religione o forse in un altro manicomio...
Qui appare, in tutta la sua forza, la questione della "inattualità" del nostro testo. La sua inattualità, da qualche anno del tutto evidente, significa per me almeno due cose:
1. La Chiesa sperimenta la strutturale difficoltà ad assumere come "canone" della prassi quello che è certamente diventato un "lessico" della sua teoria, o almeno della sua comunicazione ufficiale. La tensione tra lessico nuovo e canone vecchio - che è del tutto normale, all’inizio di ogni svolta - rischia di diventare un problema quando i decenni cominciano a diventare 4 o 5!
2. L'inattualità, nel nostro caso, significa tuttavia che la pratica ecclesiale è comandata dal canone vecchio (ma "moderno" e precedente) rispetto al canone nuovo (ma "antico" e successivo), così come è stato riscoperto e riproposto da LG. E qui va detto, e lo anticipo con molta forza, che il canone tridentino è la versione "moderna" di ciò che il concilio Vaticano II propone come "lessico antico".
Rispetto a questa tensione tra lessico e canone - ossia tra come si parla e come si agisce, tra parole e fatti - la novità dell'ultimo decennio (e in primis degli ultimissimi anni) è che, accanto alla resistenza inerziale esercitata da parte del "canone" precedente, ci si prova anche a riproporre - più o meno surrettiziamente o sfacciatamente, con competenza o spudoratamente - quel "lessico vecchio" che risulta coerente con il vecchio canone. E la prima delle espressioni che viene in qualche modo rimossa, censurata, condizionata, resa innocua o espunta addirittura, è proprio quella che vuole definire il soggetto come "sacerdote comune" e la Chiesa come communitas sacerdotalis.
Abbiamo appena chiuso "l'Anno sacerdotale" e vi chiedo, quasi brutalmente: quante volte avete sentito parlare di "comunità sacerdotale"? L'attentato contro l'"autorità sacerdotale" di singoli individui e alla relazione individuale di ogni anima alla salvezza viene percepito simbolicamente nella sintesi - accusata di "modernismo" o di "protestantesimo" - che attribuisce ai singoli la sacerdotalità e alla Chiesa la comunità (1). Per queste ragioni in questo paragrafo comincio con illustrare il testo di LG con una analisi abbastanza puntuale di tutte le sue espressioni fondamentali.
Cerco poi di annotare tutti i luoghi sensibili di un "mutamento di paradigma" che accade nel testo rispetto alla "versione classica" della identità del battezzato. E qui il Paradigmenwechsel costituisce una soglia estremamente delicata per valutare il rapporto tra continuità e discontinuità, come elemento chiave - o forse anche come potenziale distrazione - nella comprensione della Riforma della Chiesa (2). E così possiamo giungere al passaggio centrale, ossia al riconoscimento di una soggettività credente affermata (in senso liberale), capovolta (in senso antiliberale) e bilanciata (in senso post-liberale).
 
Analisi del testo: intenzione tradizionale, effetto post-liberale

Ascoltiamo anzitutto il testo di LG 11, che sarà oggetto della nostra breve analisi: «Il carattere sacro e organico della comunità sacerdotale viene attuato per mezzo dei sacramenti e delle virtù. I fedeli, incorporati nella Chiesa col battesimo, sono destinati al culto della religione cristiana dal carattere sacramentale; rigenerati quali figli di Dio, sono tenuti a professare pubblicamente (coram hominibus) la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa. Col sacramento della confermazione vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri testimoni di Cristo.

«Partecipando al sacrificio eucaristico, fonte e apice di tutta la vita cristiana, offrono a Dio la vittima divina e sé stessi con essa così tutti, sia con l'offerta che con la santa comunione, compiono la propria parte nell'azione liturgica [omnes in actione liturgica partem propriam agunt], non però in maniera indifferenziata, bensì ciascuno a modo suo. Cibandosi poi del corpo di Cristo nella santa comunione, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata. Quelli che si accostano al sacramento della penitenza, ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui; allo stesso tempo si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio e la preghiera.
«Con la sacra unzione degli infermi e la preghiera dei sacerdoti, tutta la Chiesa raccomanda gli ammalati al Signore sofferente e glorificato perché alleggerisca le loro pene e li salvi (cf Gc 5,14-16), anzi li esorta a unirsi spontaneamente alla passione e morte di Cristo (cf Rm 8,17; Col 1,24), per contribuire così al bene del popolo di Dio. Inoltre, quelli tra i fedeli che vengono insigniti dell'ordine sacro sono posti in nome di Cristo a pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio. E infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cf Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio.
«Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa, che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, e quella sacra in modo speciale. Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza [tot ac tantis salutaribus mediis muniti], tutti i fedeli d'ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità, la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste».

1. Procedo prima di tutto ad alcune osservazioni molto generali.

  • Il testo presenta la Chiesa come "comunità sacerdotale" e ne illustra le caratteristiche rileggendo ordinatamente i 7 sacramenti come luoghi di esperienza originaria della identità ecclesiale del battezzato.
  • Battesimo e cresima introducono i nuovi soggetti nel corpo ecclesiale, dove essi sperimentano la figliolanza divina, il culto e la professione della fede.
  • Sulla base dei primi due sacramenti, i cristiani nel sacrificio eucaristico «offrono a Dio la vittima divina e sé stessi», prendono parte all'azione liturgica e nella comunione significano ed effettuano l'unità della Chiesa.
  • Nella penitenza si riconciliano non solo con Dio ma anche con la Chiesa, che coopera alla loro conversione con la carità, l'esempio e la preghiera.
  • Nell'unzione dei malati i battezzati sono unti e fatti prossimi dai presbiteri, aiutati e invitati a unirsi alla passione e morte di Cristo.
  • I ministri ordinati sono chiamati a pascere la Chiesa con la parola e la grazia di Dio.
  • Infine i coniugi sono chiamati, nella loro forma di vita che significa e partecipa l'unione tra Cristo e la Chiesa, a vivere il proprio dono in mezzo al popolo di Dio.

E’ evidente come il discorso sui sacramenti appaia illuminato da una particolare luce ecclesiale, che scaturisce dalla logica della "comunità sacerdotale", dalla circolarità tra matrimonio e battesimo, dalla comune vocazione alla santità di tutti i battezzati, indipendentemente dai diversi stati di vita. Se pertanto il ruolo e la vocazione del cristiano "laico" nella Chiesa risulta definito da Lumen gentium 11 secondo questa immagine di «communitas sacerdotalis [...] organice exstructa», la figura di questa "Ecclesia" viene descritta con una immagine forte ed esplicita, che oggi sembra creare problemi, suscitare silenzi, addirittura provocare reazioni scomposte.

2. Vediamo di coglierne alcune dinamiche ulteriori, che il testo assume come rilevanti, anche se non le mette direttamente a tema.

  • Non solo si descrive l'espressione della vocazione laicale, ma la si trova esperita nella dinamica rituale. I riti sacramentali, insomma, appaiono in senso forte come «mediazione dell'identità cristiana», permettono il passaggio dalla fede alla vita! Questo indica che il rito liturgico non solo presuppone la comunità, ma anche la crea e la edifica.
  • Non solo è vero che, alla luce della comunità dei cristiani, i sacramenti cambiano orientamento e gusto; ma è altrettanto vero che, proprio nella concreta dinamica rituale dell'azione liturgica, la comunità si struttura, si rinforza e si esprime. Si configura, perciò, una Chiesa come comunità sacerdotale che viene istituita da una serie di "riti fondanti". L'identità laicale, pertanto, o riscopre la relazione originaria tra fede e rito oppure resta irrimediabilmente al di sotto del dettato di LG. Vorrei quasi dire che LG non definisce "immediatamente" la Chiesa come "comunità sacerdotale", ma solo mediante quell'esercizio del sacerdozio che nel sacramento non solo "esprime sé stesso", ma "fa esperienza di sé".
  • Ciò permette anche - e direi finalmente - di reagire alle molte forme di inadeguata correlazione tra fede e rito, che anche oggi alimentano vecchi e nuovi clericalismi, tanto le vecchie autosufficienze di separazione all'interno del corpo ecclesiale, quanto le nuove forme di comprensione "totalizzante" in termini solo apparentemente "laicali", ma con un effettivo ed evidente fenomeno di estensione del "privilegio clericale" alla massa dei battezzati, al di fuori e al di sotto di ogni reale considerazione della dinamica ecclesiale più autentica.

Sfide: rilettura organice exstructa del settenario sacramentale

Alla luce delle considerazioni appena proposte, possiamo chiederci che cosa oggi possa risultare non solo inattuale, ma oggettivamente inadeguato rispetto a quanto abbiamo ascoltato da LG 11. Forse il testo, nella sua grandezza, mostra alcune tracce che sono per noi o sorprendenti novità oppure residui di una lettura inadeguata della realtà sacramentale ed ecclesiale. Vorrei sottoporre a esame 4 espressioni significative del testo, intorno alle quali vorrei riflettere con voi per qualche istante, per scovare 4 sfide alla nostra capacità di collegare rito e vita, eucaristia e condivisione.

1. "Coram hominibus" può essere tradotto con "pubblicamente"? Secondo il testo di LG 11, il battesimo richiede ai neofiti che sappiano testimoniare il Vangelo "pubblicamente" (che traduce il latino coram hominibus). Mi chiedo se - a distanza di quasi 50 anni - noi possiamo ancora pensare che per uscire dalle "identità ecclesiali private" dobbiamo per forza indicare una strategia "pubblicistica" della fede, perdendo quella sfera delicata di relazione che corrisponde alla communitas. La semplicistica contrapposizione di pubblico a privato nuoce profondamente alla buona causa di una riforma della liturgia e della Chiesa.
Proprio chi desidera la Chiesa come luogo della "comunità sacerdotale", deve accuratamente distinguere tra "superamento della privatezza" del culto - sempre necessaria - e "caduta pubblica" di esso, con coerente lettura formalistica dell'atto di appartenenza o di professione di fede. La sempre più forte "sovraesposizione mediatica"della Chiesa postconciliare - se considerata oltre la sua fisiologica necessità - non può non preoccupare proprio per l'incapacità che ha di salvaguardare il lato "comunitario" e "sacerdotale" della vita ecclesiale. lntimismo privato e continua presenza sugli schermi pubblici stravolgono la logica preziosa della visibilità ecclesiale. Si può e si deve professare la fede "davanti agli uomini" in modo non pubblico: questa è la prima sfida.

2.Omnes in actione liturgica partem propriam agunt. La lettura di questa formulazione della actuosa participatio, come espressione prima della communitas sacerdotalis può indurre in qualche tentazione. Essa è tutta preoccupata di indicare nella «differenziazione dei ministeri e dei carismi» uno dei lati decisivi della questione liturgica. E questo resta vero, allora come oggi. Se però dobbiamo giudicare per l'oggi, almeno altrettanto importante è recuperare l'altro fronte della questione: ossia che nella differenziazione di ministeri e carismi, e nella consapevolezza che ognuno partem suam agit, dovremmo dire con molta maggior forza di 40 anni fa che la actio liturgica è una per tutti! E che tutti, per quanto differenziatamente, a questa unica azione aspirano, partecipano e contribuiscono. Paradossalmente, proprio il testo originale, nella sua formulazione "plurale", può lasciare troppo spazio a pratiche e a teorie incapaci di pensare l'atto liturgico come una "comunità sacerdotale" che si lascia unificare per ritus et preces, riti e preghiere effettivamente comuni a tutti. Questa è la seconda sfida.

3. Pax cum ecclesia e comunità penitenziale. Un fronte significativo di recupero di continuità della tradizione - che comporta una inevitabile dose di discontinuità nelle prassi - sono le pratiche penitenziali. L'accentuazione della "dimensione ecclesiale" della penitenza è risolta classicamente con la triade carità, esempio e preghiera. Forse proprio qui la distanza tra "canone" vecchio e "lessico" nuovo è più forte. Colmare la distanza non significa semplicemente "far passare" le nuove parole, ma propiziare e inventare nuove forme pratiche della tradizione. Itinerari penitenziali che valorizzino pratiche di carità, forme del volontariato, celebrazioni della Parola o della liturgia horarum attendono di sostituire le 10 o 20 Avemarie. Qui e solo qui si gioca il rapporto tra lessico e canone in campo penitenziale. E questa credo sia una terza grande sfida possibile per la chiesa di oggi e di domani.

4. Salutaria media: una definizione di sacramento? Il testo si chiude con un paragrafo dall'incipit classico: «Tot ac tantis salutaribus mediis muniti». I media salutis qui evocati hanno tuttavia le loro brave esigenze. Non sono assoluti. E l'evoluzione della cultura tecnologica pone oggi nuovi "media" accanto a quelli classici. Understanding media è oggi non solo il titolo del noto libro di Mc Luhan, ma anche il capitolo necessario di un'aggiornata ecclesiologia. Per farvi capire, farei qui solo un esempio, apparentemente minore ma non così marginale.
Immaginiamo un mondo in cui ogni chiesa cattedrale maturasse l'idea di montare, dietro ogni colonna della navata centrale, un grande schermo video, su cui trasmettere le immagini della celebrazione liturgica in atto: così si creerebbe - almeno per la vista - un conflitto strutturale tra media salutis e mass media, che verrebbe a influire decisamente sulla qualità e sulla struttura della "comunità sacerdotale", facendo passare, attraverso il canone massmediale più postmoderno (secondo cui ogni luogo deve avere il suo bravo "schermo") il canone ecclesiale più vecchio e stantio e incartapecorito. E’ solo un caso questa singolare alleanza tra premoderno e postmoderno? Il sacerdozio comune non ha affatto bisogno di queste forme di "compiacimento visivo" che dividono anziché unire, se vuole ancora realizzarsi e verificarsi in una "comunità sacerdotale".
Ecco la quarta e ultima sfida, che vedremo nel prossimo numero.

Andrea Grillo

Note

1) Questa era ancora la logica di Mediator Dei, nel prendere risolutamente le distanze da una articolazione del sacerdozio, senza tuttavia negare che anche i "non-ordinati" partecipino al sacrificio eucaristico offrendo la vittima nonché offrendo se stessi come vittime (nn. 66-93).
2) Non v'è dubbio che l'ossessione circa la relazione tra continuità e discontinuità costituisca molto spesso una sorta di "alibi" per non affrontare la questione della "Riforma". Di fatto, quando si parla di "riforma" non si può evitare di frequentare entrambi i corni della questione. Quando c'è riforma, c'è continuità nella discontinuità, inevitabilmente e provvidenzialmente. Sul tema delle cosiddette "ermeneutiche della discontinuità" mi pare acuta l'osservazione di G. Angelini, quando ricorda che non è chiaro se le diverse ermeneutiche suscitino come tali (colpevolmente) un problema che di per sé non ci sarebbe o se è invece il problema in quanto tale a sollevare (incolpevolmente e quasi necessariamente) queste diverse ermeneutiche!

(da Vita Pastorale n. 2 febbraio 2011)

 

Ultima modifica Lunedì 14 Novembre 2011 21:23
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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