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Venerdì 27 Aprile 2012 16:49

Annotazioni di escatologia cristiana (8) (Mons. Marino Qualizza)

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Annotazioni di escatologia cristiana (8) (Mons. Marino Qualizza)

Viva era la coscienza che i cristiani, più che seguire un codice di precetti morali atemporali, vivevano una storia aperta al futuro, scandita da tempi che non ripetevano il passato, ma aprivano a dimensioni nuove, suscitate dallo Spirito.

6. la Chiesa in cammino verso la Pasqua

Nella grande eredità patristica, legata in special modo alla celebrazione dei tre sacramenti dell’iniziazione cristiana, battesimo – confermazione – eucaristia, troviamo delle riflessioni splendide sulla Chiesa, inserita questa nello svolgimento della storia della salvezza. Viva era la coscienza che i cristiani, più che seguire un codice di precetti morali atemporali, vivevano una storia aperta al futuro, scandita da tempi che non ripetevano il passato, ma aprivano a dimensioni nuove, suscitate dallo Spirito. Prendendo lo spunto da sant’Agostino abbiamo due diverse scansioni, una di quattro, l’altra  di tre tempi. Partiamo da quest’ultima, perché più immediatamente inserita e più documentata nella storia biblica.

Le epoche della salvezza

I tre tempi o età della salvezza vengono indicati con la terna : legge – grazia – gloria, che trovano il corrispondete in Mosè – Gesù Cristo nella storia – Gesù nella gloria della resurrezione. Già la terminologia rivela in modo chiaro il contenuto delle epoche e la loro diversificazione. I due personaggi Mosè e Gesù indicano chiaramente quanto superiore sia l’opera di Gesù, ma soprattutto il fatto che apre alla dimensione eterna, vista come punto d’arrivo.
Questi tempi  salvifici non sono abbandonati a se stessi o agganciati al calendario astronomico, ma hanno un soggetto ben preciso a cui sono collegati: è la Chiesa vissuta e percepita come popolo, comunità, assemblea; dunque soggetto vivo e operante. Anche a questo proposito dobbiamo fare una precisazione significativa. Almeno dopo il concilio di Trento (1545-1563) nella teologia cattolica l’unica Chiesa conosciuta e di cui quindi si parlava era quella nata con il Vangelo di Gesù Cristo. Ma già negli anni antecedenti all’ultimo concilio i teologi riscoprirono la dimensione ben più ampia della Chiesa, tanto che il concilio Vat. II fa sua l’affermazione patristica Ecclesia ab Abel. La Chiesa cioè inizia con il primo giusto, adoratore di Dio di cui ci parla la Genesi (Gen 4). In pratica inizia con l’umanità. La menzione di Abele apre alla quarta epoca, la prima in ordine cronologico,  di cui si diceva sopra. “Come si legge nei Santi Padri, tutti i giusti, a partire da Adamo, ‘dal giusto Abele fino all’ultimo eletto’, saranno riuniti presso il Padre nella Chiesa universale” (LG 2).

L’epoca della Legge

La Chiesa di cui ci occupiamo ha però la sua decisa apparizione nella storia con Mosè, il grande profeta mediatore della prima alleanza, come leggiamo in Es 19-24 e viene ripreso nei testi successivi, inclusi quelli profetici. La Chiesa si struttura e sviluppa nella storia di Israele che diventa Popolo, con una chiara coscienza di ciò che questo comporta, come spiegherà in modo abbondante il Deuteronomio. I Padri della Chiesa designavano questo tempo come età della Legge. Seguendo l’insegnamento di san Paolo, soprattutto nelle lettere ai Galati e ai Romani, della Legge davano una lettura fortemente riduttiva. Il giudizio è in parte giusto, in parte è forzato, dato il forte impatto polemico degli scritti paolini.
Riprendendo eventualmente in altri  contesti questa tematica formidabile, che ha segnato le epoche cristiane, ci limitiamo a esporre ciò che i Padri sentivano di questa Chiesa. In quanto antecedente a Cristo e ancorata visivamente alla Legge era preparatoria dell’opera di Cristo e ad essa manifestamente inferiore, come lo era Mosè nei riguardi  di Cristo. Ma essa non era un oggetto inanimato, ma un soggetto vivo, portatore di una storia fondata su una promessa e quindi decisamente protesa verso il futuro, illuminato dalla presenza di Dio. In quanto soggetto di una storia, Israele la muoveva e spingeva nella direzione indicata da Dio, per avviarla al salto di qualità che le avrebbe dato il Cristo.

E della Grazia

Questi inaugura il tempo della grazia. È chiara la contrapposizione che viene fatta tra Legge e Grazia, sul modello della polemica paolina, ma non si può negare il salto di qualità, operato da Cristo, come si premura di mettere in luce il testo agli Ebrei. È la differenza che corre tra l’ospite e il figlio. Tutto quanto era stato promesso, annunciato, prefigurato nel tempo prima di Cristo, viene alla luce come realtà e verità con la Grazia di Cristo. La legge  era ‘ombra delle cose future’. Ora l’ombra è svanita ed abbiamo il sole di giustizia, Cristo Signore. Parlando di Grazia, i Padri sviluppano e evidenziano tutte le novità che sono collegate e che vengono dal Cristo, come del resto aveva espresso in modo chiarissimo la conclusione del prologo di Giovanni: la grazia e la verità vengono dal Verbo di Dio. “Dalla sua pienezza infatti noi tutti ricevemmo e grazia su grazia; poiché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità divennero realtà per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1, 16-17).
Per quanto riguarda la nostra storia terrena, l’età di Cristo è il massimo che si possa desiderare. Egli è la pienezza. Bisogna ricordare ancora come i Padri avessero vivissimo in senso della novità del tempo di grazia portato dal Cristo. Le promesse ricevevano il loro compimento in una misura che non ci si aspettava, perché il Cristo superava tutte le aspettative, in quanto Figlio, ma nello stesso apriva un nuovo problema, tuttora irrisolto per i fedeli Ebrei. La cosa non è di poco conto, perché costituisce lo spazio di divisione fra il primo ed il secondo Testamento, fra l’antico e il nuovo e determina anche il criterio di valutazione fra i due tempi.
La novità di Gesù è data dalla sua identità personale, che è percepibile solo nella fede e che si valuta sul piano ontologico. I Padri antichi avevano colto in pieno questa novità e l’avevano  espressa nei grandi concili cristologici del V secolo, ad Efeso (431) e a Calcedonia (451). È clamoroso il fatto che questi concili si esprimano in tale realismo, quando il modello culturale dominante era quello platonico, che trasferiva la realtà oltre il mondo visibile e quindi la rimandava oltre questa esistenza. Cogliere il valore di questa novità sul piano ontologico era contemporaneamente il frutto di un felice connubio tra fede e riflessione teologica conseguente. Ma non era senza conseguenze ed anche di notevole peso.
La fede cristiana doveva fondarsi su realtà, presenti ed attive nella nostra storia, ma apprezzabili solo all’occhio della fede, mentre le apparenze visibili non erano necessariamente esaltanti. Di questa insufficiente manifestazione visibile soffrirono i Giudei contemporanei di Cristo. Essi attendevano il compimento delle promesse, secondo le parole profetiche; in modo particolare aspettavano  l’avvento del Regno di Dio, con tutta la magnificenza annunciata dai profeti. Ebbene, nulla di questa magnificenza si è avverato, con grande delusione di chi l’aspettava e in tutta buona fede. I vangeli sinottici ci dicono della difficoltà che gli stessi discepoli di Cristo dovettero superare. Il caso dei due discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35) è chiaro e significativo: delusione per il mancato avvento del Regno di Dio.
In che cosa consiste allora questo tempo segnato dalla grazia di Cristo? Nel compimento del cuore stesso dell’Alleanza antica: la comunione di vita con Dio. Questa ora prendeva le forme di una comunione filiale, che iniziava già su questa terra, in mezzo alle gioie e alle croci che la vita riservava. San Paolo aveva colto in pieno questa novità, che esprimeva proprio con il termine Grazia e che gli dava la forza di superare le difficoltà della vita: “Tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4,13). Sulla base di questa pienezza che si vive nella storia, i credenti in Cristo si aprono alla terza e definitiva epoca: la Gloria.

E della Gloria

Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, non si tratta di uno spostamento nel futuro della salvezza, ma della rivelazione che i tempi della salvezza sono conclusi con la resurrezione, che segna la nuova, desiderata realizzazione della salvezza. Essa consiste nell’incontro personale, reale e non solo pensato, con Dio, perché il compimento si ha solo nel mondo di Dio, a cui siamo orientati e verso il quale camminiamo, guidati e  sospinti dalla forza del Cristo risorto, datore dello Spirito che dà la vita (Cfr 1Cor 15, 45). Il futuro fa parte della realtà di questa salvezza.
La Chiesa vive in questa dimensione e la annuncia al mondo, offrendo con ciò una nuova dimensione della storia umana, quella escatologica, oltre questo tempo, ma non protraendone la durata materiale, quanto invece dandogli una nuova consistenza ed identità, che è quella di Dio e del suo mondo. L’umanità è chiamata ad entrare nel mondo di Dio per diventare definitivamente se stessa e lo può perché il Cristo ha aperto la strada e l’ha resa percorribile, perché ci è passato per primo. La nostra prospettiva è dunque la resurrezione, come ingresso nel mondo definitivo, dove Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15, 28). Con il Vangelo sono dunque dilatati i tempi della salvezza e la storia umana entra nella dimensione divina; di ciò la Chiesa è testimone e verità sacramentale, come dice LG 1.

Mons. Marino Qualizza

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input