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Mercoledì 10 Aprile 2013 09:35

La Chiesa conciliare: una conversione dello sguardo (Claudio Ubaldo Cortoni)

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La Chiesa conciliare: una conversione dello sguardo (Claudio Ubaldo Cortoni)

Il presente fascicolo vuole offrire un contributo alla riflessione nata attorno alla ricezione dello spirito conciliare da parte della vita della Chiesa.

La locuzione latina Ecclesia semper reformanda est, che ha attraversato la storia della Chiesa dalla Riforma sino ai nostri giorni, ha permesso di reinterpretare il modo di agire e pensare della Chiesa a partire dalla fedeltà al messaggio evangelico. Potremmo dire che i grandi movimenti di riforma che hanno interessato la Chiesa durante la fioritura dell'umanesimo cristiano (Valla-Erasmo-Lutero-Melantone) hanno avuto come motivo centrale il ritorno a un confronto costruttivo con il «documento» fondamentale della vita cristiana: il Vangelo. Tale atteggiamento ha permesso alla teologia di uscire dall'antico equivoco di legittimare la propria elaboratone dottrinale mediante il ricorso alle Scritture) ma di cogliere i motivi fondamentali della propria riflessione all'interno del rapporto di fedeltà che lega la Chiesa al Cristo dell'evangelo.

Questa novità e sicuramente rintracciabile nel rinnovato modo di porsi della Chiesa rispetto al mondo che il concilio Vaticano II ha inaugurato. Relazione che Giovanni II intese nei termini rassicuranti di un aggiornamento, di cui si fece interprete Paolo VI nel discorso tenuto in Concilio il 18 novembre 1965: «È questo il periodo del vero "aggiornamento", preconizzato dal Nostro predecessore di venerata memoria Giovanni XXIII, il Quale a questa programmatica parola non voleva certamente attribuire il significato che qualcuno tenta di darle, quasi essa consenta di "relativizzare" secondo lo spirito del mondo, ogni cosa nella Chiesa, dogmi, leggi, strutture, tradizioni, mentre così fu così vivo e fermo in lui il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera. Aggiornamento vorrà dire d'ora innanzi per noi penetrazione sapiente dello spirito del celebrato Concilio e applicazione fedele delle sue norme, felicemente e santamente emanate» (PAOLO VI, Discorso per la Ottava Sessione, Enchiridion Vaticanum, 1, EDB, Bologna 1976, [p. 267], 441).

L'«aggiornamento» della Chiesa non è dunque il semplice farsi carico delle difficoltà legate alla comunicazione della propria dottrina in unmondo sempre più distante dal linguaggio della fede, quanto quello di lasciarsi «alfabetizzare» da ciò che nei suoi documenti il concilio Vaticano II ha saputo restituire del fermento che lo ha animato, e cioè l'intenzione di rimodellare l'essere chiesa del popolo di Dio dall'ascolto della Parola di Dio.

Il presente fascicolo vuole offrire un contributo alla riflessione nata attorno alla ricezione dello spirito conciliare da parte della vita della Chiesa, a poco meno di cinquant’anni dalla celebrazione del Vaticano II. Un cammino articolato attraverso l'invito rivolto alla Chiesa a mettersi alla sequela di Gesù di Nazaret, la cui via è tracciata nell'ascolto delle Scritture che il Vaticano II ha rimesso nelle mani della Chiesa, e una conversione dello sguardo, chiamato a vedere la Chiesa nel mistero di Dio, cioè come parte viva nel disegno di Dio sulla storia.

Claudio Ubaldo Cortoni

 

La voce di Paolo VI

«La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell'uomo quale oggi in realtà si presenta: l'uomo vivo, l'uomo tutto occupato di sé, l'uomo che si fa non soltanto centro d'ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d'ogni realtà.

Tutto l'uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze, si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutu Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l'uomo tragico dei suoi propri drammi, l'uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l'uomo infelice di sé, che ride e che piange; l'uomo versatile pronto a recitate qualsiasi parte, e l'uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l'uomo com'è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa, il «filius accrescens» (Gen 49,22); e l'uomo sacro per l'innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l'uomo individualista e l'uomo sociale; l'uomo «laudator temporis acti» e l'uomo sognatore dell'avvenire; l'uomo peccatore e l'uomo santo; e così via. L'umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo s'è incontrata con la religione (perché tale è) dell'uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto.

L'antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l'attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo.

PAOLO VI, Omelia per la Nona Sessione (7 dicembre 1965), Enchiridion Vaticanum, 1, EDB, Bologna 1976, [p. 275], 456.

(tratto daVita Monastica, 1, 2011, p.7)

 

Ultima modifica Venerdì 12 Aprile 2013 08:58
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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