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Sabato 18 Aprile 2015 08:57

La teodicea di Teilhard de Chardin (Marco Galloni)

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La teodicea di Teilhard de Chardin (Marco Galloni)

L’articolo in questione prende in esame la personalissima teodicea proposta dal celebre gesuita-paleontologo, che trae origine dalla visione spinoziana del mondo e arriva all’assoluzione di Dio con formula piena.

Questo articolo è tratto da uno degli incontri formativi per gli insegnanti che don Filippo Morlacchi, direttore dell’ufficio per la pastorale scolastica e l’insegnamento della religione per la diocesi di Roma, organizza ogni seconda domenica del mese presso la chiesa di S. Bernardo alle Terme. Tema dell’incontro, svoltosi l’8 febbraio scorso subito dopo la Messa delle 11: “La visione scientifica, teologica e teleologica nel pensiero di Teilhard de Chardin”. Tre i relatori, tutti appartenenti alla sezione romana dell’Associazione Italiana TdC: Edmondo Cesarini, responsabile della sezione; Vincenzo Iannace, preside del liceo Darwin; Marco Galloni, giornalista e studente di teologia. L’articolo in questione prende in esame la personalissima teodicea proposta dal celebre gesuita-paleontologo, che trae origine dalla visione spinoziana del mondo e arriva all’assoluzione di Dio con formula piena. Dio non ha davvero nessuna colpa. Neanche quella di aver voluto creare l’universo.

 


 

A Pierre Teilhard de Chardin si deve una delle più eleganti e convincenti teodicee che siano mai state proposte. Il gesuita francese vi giunge attraverso una visione dell’origine del mondo che è senz’altro debitrice nei confronti di quella esposta da Spinoza nella sua opera più importante, l’Ethica ordine geometrico demonstrata. Il Dio di Spinoza, lo ricordiamo brevemente, è un Dio impersonale, che non ha una volontà vera e propria, un intelletto, un arbitrio, e pertanto non sceglie liberamente di creare l’universo. Nel pensiero di Spinoza non esiste neanche un concetto di creazione nel senso stretto del termine; nell’Ethica, infatti, il filosofo ebreo non utilizza mai la parola creazione. Il Dio di Spinoza agisce unicamente in base alle leggi della propria natura: c’è dunque questo Dio che è natura naturans e tutto il resto, cioè l’universo, gli esseri umani, gli animali e via dicendo, è natura naturata che fluisce inevitabilmente, necessariamente dalla natura divina. Nell’universo spinoziano non c’è spazio per la contingenza né per la potenzialità: tutto è necessario e già pienamente in atto. Una visione del genere, va da sé, scandalizzò i contemporanei del grande pensatore ebreo. A causa di questa e di altre sue idee Spinoza subì una persecuzione durissima: nel 1656 fu espulso dalla comunità (herem), lui che pure era avviato a una brillante carriera di rabbino; dovette lasciare la casa paterna e poi andarsene anche da Amsterdam; le sue opere furono messe al bando e verranno riabilitate solo molto tempo dopo, agli inizi dell’’800.

Un universo necessario

Quelle stesse idee che nel ‘600 fecero scandalo, nel ‘900 hanno affascinato alcune tra le menti più brillanti della contemporaneità, tra le quali ci limitiamo a ricordare Albert Einstein, Michel de Certeau e, per l’appunto, Teilhard de Chardin. In un saggio del 1948 intitolato Comment je vois, Teilhard propone una cosmogenesi che somiglia notevolmente, almeno per certi aspetti, a quella di Spinoza. Teilhard parte da una critica radicale alla metafisica classica. Il gesuita francese ha una concezione dinamica dell’Essere: l’Essere è determinabile grazie a un movimento caratteristico che Teilhard chiama «di unione». Non si tratta quindi dell’Essere in sé, monolitico, distante, bastante a se stesso, ma dell’Essere per sé, esistente solo in relazione all’unione con altri esseri. Non a caso quella di Teilhard è stata definita una «metafisica dell’unione». Dio esiste unendosi e unendosi si completa: Egli – dice Teilhard – «esiste opponendosi trinitariamente a se stesso». Questo movimento trinitario di opposizione, che appartiene alla stessa natura divina, dà origine a un’altra specie di opposizione che si trova agli antipodi dell’Essere Primo: il molteplice, che con la sua potenzialità d’essere è una possibilità cui Dio, per così dire, sembra non poter resistere. Ne consegue che l’universo esiste e non può non esistere: non è contingente, come pensano Tommaso e la Scolastica, ma necessario, come sosteneva Spinoza. Non sorprende che il saggio Comment je vois sia stato tra le opere prese di mira dal Monitum emanato dal Sant’Uffizio il 30 giugno 1962: «Il Teilhard» – si legge nel testo del Sant’Uffizio – «ha delle espressioni che lasciano fondatamente credere che egli pensasse a una certa qual necessità della creazione».

Un Dio che non vuole la sofferenza

È la stessa relazione trinitaria, dunque, che fa esistere necessariamente l’universo, un universo non bell’e fatto, perfetto, ma in evoluzione. Da questa particolare concezione della cosmogenesi discende, come dicevamo, la teodicea di Teilhard de Chardin. In questo universo in via di costruzione Dio stesso lotta contro tutto ciò che è ancora incompiuto: le imperfezioni, la sofferenza, il male, la morte, il peccato. Creazione e redenzione, così, vengono di fatto a coincidere, sono praticamente la medesima dinamica divina: non c’è un mondo delle origini perfetto e idilliaco che è stato guastato e che bisogna in qualche modo aggiustare, ma un universo in gestazione che soffre necessariamente – nel senso di inevitabilmente – le doglie del parto, per dirla con l’apostolo Paolo. Dio non vuole questa sofferenza, e anzi lotta contro di essa. Dunque Dio è assolto con formula piena, ecco la teodicea di Teilhard: non solo non è responsabile delle ingiustizie, delle guerre, delle malattie e di tutti gli altri mali che tormentano la nostra esistenza, ma non è nemmeno “colpevole” di aver voluto creare il mondo.

Ma sentiamo cosa dice al riguardo lo stesso Teilhard, nelle parole – scritte il 25 marzo 1924 a Tientsin, in Cina – che si trovano in Mon Univers: «In sé, in modo immediato, le servitù del Mondo – anzitutto quelle che c’intralciano, ci diminuiscono, ci uccidono – non sono né divine né in alcun modo volute da Dio. Rappresentano la parte d’incompiutezza e di disordine che guasta una creazione non ancora perfettamente unificata. E, in quanto tali, non piacciono a Dio; e Dio, in un primo tempo, lotta con noi (e in noi) contro di esse. Un giorno, Egli ne trionferà. Ma, poiché la durata delle nostre esistenze individuali è senza proporzioni con la lenta evoluzione del Cristo totale, è inevitabile che non possiamo vederne la vittoria finale, nel corso dei nostri giorni terrestri».

Il vero significato della croce

Ecco quindi il vero significato della croce secondo Teilhard de Chardin. Non il sacrificio e la sofferenza considerati come valori in se stessi: questa è una perversione pericolosa e tipicamente protestante della croce. Il vero significato della croce, dice Teilhard, è «verso il progresso attraverso lo sforzo». Si badi bene: «attraverso lo sforzo», non «mediante lo sforzo», «per mezzo dello sforzo». Non è la sofferenza che ci salva. Dio non salva l’umanità per mezzo della tortura e della pena di morte: non ha bisogno che il suo unico Figlio innocente muoia sulla croce, come emerge chiaramente dalla parabola dei vignaioli omicidi, da 1 Cor 2,7 – 8, dal discorso di Pietro alla folla (At 2,22 – 36) e da altri passi del Nuovo Testamento. A salvarci è l’amore, soltanto l’amore. Solo che, incarnandosi, l’amore incontra resistenza, incomprensione, ostilità, rifiuto. Dobbiamo quindi cambiare il nostro modo di pensare e di esprimerci: dovremmo usare meno il participio passato, che è il modo e il tempo della compiutezza, e più il participio futuro, che esprime senz’altro meglio la nostra condizione. Non siamo stati salvati: siamo in via di salvezza. Non siamo creati: siamo creature, esseri in divenire. Non si tratta di rimpiangere un mondo ideale che non c’è più – non c’è più per il semplice motivo che non c’è mai stato – ma di costruire pian piano, con pazienza e tenacia, umiltà e fede, un mondo migliore, più vero, più giusto, più evoluto.

Marco Galloni

 

Ultima modifica Sabato 18 Aprile 2015 09:13
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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