Domenica,11Dicembre2016
Lunedì 11 Ottobre 2004 22:00

Due prospettive sull'Incarnazione

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P. Xavier Léon-Dufour S.J.

In un passo della sua opera monumentale, sant'Agostino dice che se "Dio ha inviato suo Figlio per divenire uomo, ciò fu affinché un giorno l'uomo diventasse Dio". In questa frase lapidaria, Agostino domina la storia della salvezza dell'umanità. Più precisamente egli distingue due elementi: il fatto dell'Incarnazione e il suo effetto nella storia.

L'Incarnazione può dunque essere considerata secondo due prospettive. La prima considera il fatto in Sé: Dio si è fatto uomo. La seconda si concentra sull'effetto prodotto da questo avvenimento straordinario. Esaminiamo l'una e l'altra prospettiva.

1. Dio diventa uomo

Per poter pensare il fatto che la divinità si sia unita a un essere umano, si fa di solito una distinzione tra "natura" e "persona": la seconda persona della Trinità ha assunto la natura umana. È la presentazione classica dell'Incarnazione. La scena dell'Annunciazione a Maria, raccontata nel vangelo di Luca, ha divulgato il fatto: Dio manda un angelo ad annunciare a Maria che concepirà grazie allo Spirito Santo. Si sottintende subito, secondo la fede, che Dio ha deciso di assumete la carne, nella persona del Verbo. Ed ecco nascere Gesù, di cui possiamo ritracciare la storia ulteriore.

Questa prospettiva sull'Incarnazione mette in rilievo l'iniziativa divina. La trascendenza di Dio che ha voluto farsi uomo. Il mistero dell'Incarnazione viene in tal modo considerato facendo appello a DUE esseri che si uniscono in Gesù di Nazareth. Esso certamente rende conto dell'avvenimento. Ma lo fa mediante un pensiero che è di ordine filosofico e che non proviene dal linguaggio biblico, vale a dire la distinzione tra persona e natura.

Questo costituisce un deficit, poiché utilizza un linguaggio tributario di un sistema filosofico che, come tale, può essere sottoposto a eventuale correzione. Per esempio, come parlare di "tre persone" in Dio, e nello stesso tempo evitare di immaginare tre individui?

Altro deficit: avendo definito così l'essere di Gesù di Nazareth, l'intelligenza umana cerca a modo suo di distinguere quello che dipendeva da Dio e ciò che era proprio dell'uomo. Così, per esempio, quando si tratta di ciò che solo il Padre conosce e che il Figlio stesso ignora: la data della fine del mondo; ed in particolare quando si attribuisce la sofferenza all'uomo, per rispettare la natura divina che fonda la personalità di Gesù di Nazareth. E ancora non sarebbe più Gesù che soffre?

Infine, qual è la portata del mistero dell'Incarnazione per l'uomo attuale? Mi trovo dinanzi a questo Gesù che è per me il cammino unico da seguire: sono invitato a imitare colui che è il modello per tutti i credenti. È la prospettiva dei vangeli sinottici. Essa corrisponde certo a una aspirazione dell'uomo che cerca di partecipare alla storia della salvezza. Ma è sufficiente per esprimere pienamente la realtà, o la finalità della mia vita presente? Come vedremo si può dire altro e più.

Questa critica del linguaggio tradizionale e venerabile significa che, nel considerare il mistero dell'Incarnazione, non ci si può limitare al fatto in quanto tale senza rapportarsi a una spiegazione di tipo filosofico. Agostino dice che, se Dio è diventato uomo, è affinché l'uomo a sua volta diventi Dio. Cos'è il fatto, se non ha ripercussione nella mia vita di credente? Come può la mia accoglienza del mistero restare astratta? Non deve invece radicarsi nel tessuto della mia esistenza umana? Il valore della riflessione teologica che ha formulato il fatto meraviglioso dell'incarnazione resta intero, ma vorrei cercare qual è la portata di tale mistero nella mia vita. Alla questione del "fatto" dell'Incarnazione occorre aggiungere quella della "sua portata" nell'esistenza del credente.

Di per sé, l'Incarnazione significa che i DUE (Dio e l'uomo) diventano UNO nel caso unico di Gesù di Nazareth. Benissimo. Ma che ne è degli uomini in genere? Si risponde che Gesù conferisce loro la salvezza se aderiscono a lui: il Figlio di Dio per natura dà loro di diventare figli di Dio per adozione. Basta dire così? I testi biblici (anche se l'idea di adozione appare in san Paolo) si esprimono in altro modo. Il problema può essere posto diversamente, se si risale nel tempo, per poi guardare in avanti.

2. L'uomo tende e divenire Dio

Risaliamo dunque al racconto della creazione dell'uomo e alla concezione che ne abbiamo. Di fronte al rapporto Creatore/creatura si pensa, di solito, a due esseri di natura diversa, di un tutt'altro ordine di realtà. Secondo questa abitudine di pensiero, al punto di partenza ci sono DUE esseri, e l'UNO (Gesù=Uomo-Dio) viene al termine. Ma la Scrittura afferma che se l'uomo, tratto dalla polvere, divenne vivente, fu grazie al soffio di Dio. Il secondo racconto della creazione dice infatti:

Il Signore Dio plasmò l'uomo con la polvere presa dal suolo,
soffiò nelle sue narici l'alito di vita
e l'uomo divenne un essere vivente (Gn 2, 7)

Dall'origine dunque, l'uomo è composto di polvere e del soffio di Dio. In questo tentativo per definire l'uomo, Dio si trova incluso. Dio si comunicava già dal principio, Imperfettamente ma realmente, alla creatura umana. Siamo in presenza di un essere che intrinsecamente è già partecipe di Dio, e non semplicemente di un essere creato "corpo e anima" di fronte al suo Creatore; in quanto creatura, certo egli esiste di fronte a Dio e affermarlo non è forse il solo mezzo per rispettare il valore personale di ogni singolo uomo? Tuttavia si occulta allora il dato essenziale, cioè che Dio ha creato l'uomo col renderlo partecipe del proprio respiro, al punto che si sarebbe tentati di parlare di una "Incarnazione" incipiente. Il compito dell'uomo è di lasciare manifestare Colui che lo anima. Si può dire che l'uomo ha per finalità di essere Dio per parte sua.

La storia di Israele racconta il divenire di questo essere, tratto dalla polvere, che è in progresso costante d'integrazione nel mistero di Dio. Pascal ha osato scrivere: "L'uomo è infinitamente più dell'uomo".

Benissimo. Ma da dove viene il peccato? Il peccato dell'uomo consiste nel volere costruire se stesso con le proprie forze, dando libero corso all'affermazione del proprio "io". Il mito della costruzione della torre di Babele esprime bene in che cosa consiste il peccato originale: sviluppare la propria personalità indipendentemente e non tramite un essere che pare esteriore a noi. Il peccato è il risultato dell'azione umana che ignora Dio. La scelta di questo fare è tragica: o con Dio e tramite Dio, o senza Dio. Ecco dunque l'uomo senza Dio.

Ma Dio, com'è comprensibile, non accetta che la sua creatura faccia a meno di lui. Non la lascia senza la speranza di un ritorno a Lui. Israele è stato preparato per questo ritorno, grazie ai "poveri di Dio", gli "anawim", a cui Gesù accennerà nelle beatitudini, cioè coloro che guardavano verso Dio solo, purificando il loro sguardo, e scoprendo Dio stesso attraverso i doni ricevuti da lui, e che avevano capito che l'"avere" è solo un invito a "essere".

Dio preparava per altra via colui che avrebbe mantenuto autenticamente in sé la presenza del Signore. A poco a poco si delineava il personaggio che sarebbe vissuto pienamente secondo la volontà divina. Ne abbiamo degli abbozzi nella Scrittura, per esempio nei Poemi del Servo di Dio. Così il cuore dell'uomo è trasformato. Sognando di questo uomo ideale, Israele scopriva la venuta futura di Colui che sarebbe stato conforme al pensiero di Dio.

Finalmente ecco Gesù di Nazareth che non fu solamente sognato, ma che è realmente vissuto. Al termine di una storia plurisecolare, siamo in presenza di Colui che realizza in sé il progetto divino. Uomo tra gli uomini, passa facendo il bene, ma suscita l'indignazione di coloro che con la sua condotta egli metteva in crisi. Il suo percorso contrastato è conforme a quello del messaggero divino e il suo itinerario di profeta lo conduce alla morte di croce. Ma Dio Padre prende la situazione in mano e salva il Figlio, donandogli la vita piena e definitiva.

Non si tratta più di una discesa di Dio verso l'uomo, di due realtà giustapposte che si uniscono nella persona di Gesù nato da una vergine, ma della realizzazione totale della presenza di Dio nell'uomo, di Dio che da sempre occupa il primo posto. Non che l'uomo, come tale, nel corso della storia produce Dio; è Dio che si manifesta pienamente attraverso un uomo da Lui prescelto.

Ci sono dunque due maniere di esprimere il mistero di Gesù, Dio fatto uomo. Dipendono dal concetto che si ha della creazione. La prima mantiene nettamente l'alterità considerando Dio come totalmente "altro" dall'uomo; la seconda afferma che già in partenza i DUE non formano che UNO. Si tratta in realtà del paradosso che è la relazione di Dio con l'uomo: sono due esseri differenti e pur tuttavia non ne formano che uno.

Non che la creazione sia già l'Incarnazione di Dio nella sua creatura. Ma si può affermare che la creazione richiede l'Incarnazione, oppure che, creando un essere diverso da sé, Dio si esprime attraverso di esso fino a diventare lui stesso l'altro, o piuttosto fino a che l'altro diventi lui stesso. Dio è entrato così nella storia. La storia non si oppone all'eternità; il tempo è il volto che l'eternità prende su questa terra.

Nella seconda maniera di considerare l'Incarnazione, non si dice più che Dio "scende", che è disceso dal cielo per assumere un corpo umano, ma che Dio si è perfettamente "espresso" in Gesù di Nazareth. In Gesù, l'uomo è " perfetto ". Non è allora Dio diventato uomo, ma l'uomo diventato Dio, o, più esattamente, l'uomo che dipende totalmente dal "Padre", come lo ripete il Vangelo di Giovanni. Gesù infatti non dice di essere Dio, ma di essere Figlio di Dio, inseparabile dal Padre.

Devo dire, per evitare ogni malinteso, che non ho cercato di precisare in che cosa consista l'unione della Persona divina con la natura umana. Ho solo ricordato i diversi sguardi che possiamo portare su questo mistero. Entrambi sono indispensabili per avvicinarci al segreto dell'Uomo-Dio. La seconda prospettiva permette di sottolineare l'UNITA' dei due elementi, l'uomo e Dio stesso: Dio è ormai entrato nella storia. L'altra prospettiva, quella classica, aiuta a mantenere la DUALITÀ di Dio e dell'uomo.

Il secondo modo di considerare l'Incarnazione permette soprattutto di comprendere la nostra propria situazione. Se l'incarnazione non è solo un momento della storia, ma il risultato di un lungo processo, allora, questo mistero continua a illuminare il senso della nostra attività religiosa. Noi entriamo nel movimento stesso di Dio che è all'opera; ogni azione che Dio effettua nel credente è una vera "Incarnazione". Dio non ha mai cessato di incarnarsi attraverso gli atti umani conformi alla sua volontà. È entrato nella storia degli uomini. Come già detto, il compito dell'uomo è lasciare che si manifesti Colui che gli dà vita. L'uomo è destinato ad essere, per parte sua, presenza di Dio stesso.

In conclusione, l'incarnazione non è solo il culmine del mistero di Dio che viene verso l'uomo, è anche il punto di partenza di questo mistero che interviene nella storia degli uomini. Non possiamo dunque fissarci solo sull'avvenimento passato, occorre prolungare questa storia che è ora quella dell'umanità credente. Che responsabilità! In ogni azione retta dell'uomo, Dio s'incarna di nuovo. Non si tratta più dell'individuo Gesù di Nazareth, bensì del "corpo di Cristo", quello del Risorto a cui apparteniamo e che agisce e si configura nel corso della storia.

Roma, giugno 2004 (testo ripreso dalle note di XLD)


 

Ultima modifica Martedì 20 Settembre 2011 17:48
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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