Sabato, 28 Novembre 2020
Domenica 26 Aprile 2020 00:29

Le chiese chiuse, un segno di Dio? (Tomás Halik) In evidenza

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Possiamo accettare, naturalmente, queste chiese vuote e silenziose come una semplice misura temporanea che presto sarà dimenticata. Ma possiamo anche dargli il benvenuto come kairos - un momento opportuno «per andare in acque più profonde»...

Durante le grandi calamità è naturale preoccuparsi innanzi tutto delle necessità materiali per sopravvivere. Ma non viviamo solo di pane. È giunto il momento di esaminare le implicazioni più profonde di questo colpo inferto alla sicurezza del nostro mondo. L'inevitabile globalizzazione sembra aver raggiunto il suo apice. La vulnerabilità generale di un mondo globale salta ora agli occhi. Che tipo di sfida rappresenta questa situazione per il cristianesimo, per la Chiesa e per la teologia?

La Chiesa dovrebbe essere un «ospedale da campo». Con questa metafora, il Papa intende che la Chiesa non deve rimanere in uno splendido isolamento, ma deve liberarsi dai suoi confini e portare aiuto là ove le persone sono afflitte fisicamente, mentalmente, socialmente e spiritualmente. Sì, è così che la Chiesa può pentirsi delle ferite inflitte di recente dai suoi rappresentanti ai più deboli.

Se la Chiesa deve essere un «ospedale», deve ovviamente offrire i servizi sanitari, sociali e di beneficenza che ha offerto fin dagli albori della sua storia. Ma come buon ospedale, la Chiesa deve anche svolgere altri compiti. Ha un ruolo diagnostico da svolgere, identificando i «segni dei tempi». Un ruolo preventivo, creando un «sistema immunitario» in una società in cui dilagano i virus maligni della paura, dell'odio, del populismo e del nazionalismo. E un ruolo di convalescenza, per superare i traumi del passato con il perdono.

Le Chiese vuote, un segno e una sfida

L'anno scorso, poco prima di Pasqua, Notre-Dame di Parigi è bruciata. Quest'anno, durante la Quaresima, non c'erano servizi religiosi in centinaia di migliaia di chiese in diversi continenti, né nelle sinagoghe né nelle moschee. Come prete e teologo, rifletto su queste chiese vuote o chiuse come un segno e una sfida da parte di Dio.

Comprendere il linguaggio di Dio negli eventi del nostro mondo richiede l'arte del discernimento spirituale, che a sua volta richiede un distacco contemplativo dalle nostre emozioni esacerbate e dai pregiudizi, nonché dalle proiezioni delle nostre paure e dei nostri desideri. Nei momenti del disastro, gli «agenti dormienti di un Dio malvagio e vendicatore» diffondono paura. Lo rendono capitale religioso per se stessi. Per secoli, la loro visione di Dio ha portato l'acqua al mulino dell'ateismo.

Non vedo Dio come un regista di cattivo umore, seduto comodamente dietro le quinte degli eventi. Preferisco vederlo come una fonte di forza, operando tra coloro che mostrano solidarietà e amore disinteressato in tali situazioni. Sì, compresi quelli che non hanno «motivazioni religiose» per la loro azione! Dio è amore umile e discreto.

Ma non posso fare a meno di chiedermi se il tempo delle chiese vuote e chiuse non sia una sorta di visione che ci avverte di ciò che potrebbe accadere in un futuro non troppo lontano: ecco come potrebbe apparire tra pochi anni gran parte del nostro mondo. Non siamo già stati avvertiti di ciò che sta accadendo in molti paesi, dove sempre più chiese, monasteri e seminari si stanno svuotando e chiudono le porte? Perché per così tanto tempo abbiamo attribuito questo sviluppo a influenze esterne («lo tsunami secolare») invece di capire che un altro capitolo della storia del cristianesimo sta per finire e che è tempo di prepararsi per uno nuovo?

Quest'epoca di vuoto negli edifici ecclesiali rivela, forse, la vacuità nascosta delle chiese ed il loro probabile futuro, a meno che non facciano uno sforzo serio per mostrare al mondo un volto completamente diverso. Abbiamo cercato troppo di convertire il mondo e molto meno di convertirci ad un cambiamento radicale nell'«essere cristiani».

Quando la chiesa medievale fece un uso eccessivo degli interdetti come punizione – e questi «scioperi generali» dell'intera macchina ecclesiastica implicavano che i servizi religiosi non fossero più tenuti e che i sacramenti non fossero più amministrati –, la gente iniziò cercare sempre più una relazione personale con Dio, una «fede nuda». Le fraternità laiche ed il misticismo si sono moltiplicati. Questo sviluppo del misticismo ha indubbiamente contribuito a spianare la strada alla Riforma. Non solo quella di Lutero e Calvino, ma anche la riforma cattolica, legata ai gesuiti e al misticismo spagnolo. La riscoperta della contemplazione, forse, potrebbe aiutare a completare la «via sinodale» verso un nuovo concilio riformatore.

Un appello alla riforma

Non vedo come una soluzione striminzita sotto forma di sostituti virtuali potrebbe essere una soluzione sufficiente nel momento in cui il culto pubblico è interdetto. Allo stesso modo, pensiamo davvero di rispondere alla mancanza di preti in Europa importando «pezzi di ricambio» per il macchinario ecclesiale da magazzini, apparentemente senza fondo, della Polonia, Asia e Africa? Dovremmo accettare l'attuale disintossicazione dai servizi religiosi e del funzionamento della Chiesa come kairos, come un'opportunità per fermarci e impegnarci in una profonda riflessione davanti a Dio e con Dio. Questo «stato di urgenza» è indicativo del nuovo volto della Chiesa.

Le nostre parrocchie, le nostre congregazioni, i nostri movimenti ed i nostri monasteri dovrebbero avvicinarsi all'ideale che ha dato alla luce le università europee: una comunità di studenti e insegnanti, una scuola di saggezza, dove la verità viene ricercata attraverso il libero dibattito e anche la profonda contemplazione. Tali isole di spiritualità e di dialogo potrebbero essere la fonte del potere di guarigione di un mondo malato. Il giorno prima delle elezioni papali, il cardinale Bergoglio ha citato un brano dell'Apocalisse in cui Gesù sta alla porta e bussa. Ha aggiunto: oggi Cristo sta bussando dall'interno della Chiesa e vuole uscire. Forse è quello che sta facendo.

Dov'è oggi la Galilea?

Per anni ho riflettuto sul noto testo di Friedrich Nietzsche sul «folle» (il pazzo che è l'unico che può dire la verità) che proclama «la morte di Dio». Questo capitolo termina quando il folle va in chiesa per cantare Requiem aeternam deo e chiede: «Dopo tutto, cosa sono davvero queste chiese se non le tombe ed i sepolcri di Dio?». Per molto tempo, molti aspetti della Chiesa mi sono sembrati fredde e opulente tombe di un dio morto. Molte delle nostre chiese quest'anno erano vuote a Pasqua. Ma siamo stati in grado di leggere nelle nostre case i brani del Vangelo sulla tomba vuota. Se il vuoto delle chiese evoca la tomba vuota, non ignoriamo la voce dall'alto: «Non è qui. È risorto. Vi precede in Galilea». Dov'è oggi la Galilea, dove possiamo incontrare il Cristo vivente?

In tutto il mondo, il numero di «cercatori» aumenta man mano che diminuisce il numero di «residenti» (coloro che si identificano con una forma tradizionale della religione e coloro che affermano un ateismo dogmatico). Inoltre, c'è ovviamente un numero crescente di «indifferenti» - persone che deridono le domande sulla religione o la risposta tradizionale che viene fornita. La principale linea di demarcazione non è più tra coloro che si considerano credenti e quelli che affermano di essere non credenti. Ci sono «cercatori» tra i credenti (quelli per i quali la fede non è un «patrimonio» ma un «percorso») come tra i «non credenti», che, pur respingendo i principi religiosi proposti da coloro che li circondano, tuttavia hanno un ardente desiderio di qualcosa che soddisfi la loro sete di significato. Qui si trova la Galilea di oggi.

Alla ricerca di Cristo tra i cercatori

La Teologia della liberazione ci ha insegnato a cercare Cristo tra quelli ai margini della società. Ma è anche necessario cercarlo tra le persone emarginate all'interno della Chiesa, tra quelle «che non ci seguono». Se vogliamo entrare in rapporto con loro come discepoli di Gesù, dovremo incominciare ad abbandonare molte cose.

Dobbiamo abbandonare un buon numero delle nostre vecchie nozioni su Cristo. Il Risorto è radicalmente trasformato dall'esperienza della morte. Come leggiamo nei Vangeli, anche i suoi parenti ed amici non lo hanno riconosciuto. Non dobbiamo prendere come oro colato le informazioni che ci circondano. Possiamo persistere nel voler toccare le sue ferite. Inoltre, dove saremo sicuri di incontrarlo se non nelle ferite del mondo e nelle ferite della Chiesa, nelle ferite dei corpi che ha preso su di sé?

Dobbiamo abbandonare i nostri obiettivi di proselitismo. Non entriamo nel mondo dei cercatori per «convertirli» il più rapidamente possibile e rinchiuderli all'interno dei confini istituzionali e mentali esistenti delle nostre Chiese. Anche Gesù non ha cercato di riportare queste «pecore perdute della casa di Israele» nelle strutture del giudaismo dei suoi tempi. Sapeva che il vino nuovo doveva essere versato negli otri nuovi.

Noi vogliamo prendere cose nuove e vecchie dal tesoro della tradizione che c'è stata affidata e farle partecipare ad un dialogo in cui dobbiamo imparare gli uni dagli altri. Dobbiamo imparare ad espandere i limiti della nostra comprensione della Chiesa. Non è più sufficiente per noi aprire magnanimamente un «cortile dei gentili». Il Signore ha già bussato «dall'interno» ed è uscito – e sta a noi cercarlo e seguirlo. Il Cristo ha varcato la porta che avevamo serrato per paura degli altri. Ha attraversato il muro con il quale ci siamo circondati. Ha aperto uno spazio la cui ampiezza e profondità ci fanno girare la testa.

La chiesa primitiva degli ebrei e dei gentili subì la distruzione del tempio, nel quale Gesù pregava e insegnava ai suoi discepoli. Gli ebrei di quel tempo trovarono una soluzione coraggiosa e creativa: sostituirono l'altare del tempio demolito con il tavolo di famiglia e la pratica del sacrificio con quella della preghiera privata e comunitaria. Hanno sostituito le offerte bruciate e i sacrifici di sangue con il «sacrificio delle labbra»: riflessione, lode e studio delle Scritture. Quasi nella stessa epoca, il cristianesimo primitivo, bandito dalle sinagoghe, ha cercato una nuova identità propria. Sulle macerie delle tradizioni, ebrei e cristiani hanno imparato a leggere la Legge e i profeti ripartendo da zero e li hanno interpretati in maniera nuova. Non ci troviamo in una situazione simile?

Dio in tutte le cose

Quando Roma cadde all'inizio del V secolo, i pagani videro ciò come una punizione degli dei a causa dell'adozione del cristianesimo. I cristiani la videro come una punizione di Dio indirizzata a Roma, che aveva continuato ad essere la prostituta di Babilonia. Sant'Agostino ha respinto queste due spiegazioni. Egli ha sviluppato la sua teologia del combattimento secolare tra due «città» opposte: non tra i cristiani ed i pagani, ma tra due «amori» che abitano nel cuore dell'uomo: l'amore per se stessi, chiuso alla trascendenza (amor sui usque ad contemptum Deum) e l'amore che si dona e trova così Dio (amor Dei usque ad contemptum sui). L'attuale periodo di cambiamento di civiltà non richiede una nuova teologia della storia contemporanea e una nuova comprensione della Chiesa?

«Noi sappiamo dove si trova la chiesa, ma non sappiamo dove non sia», ci ha insegnato il teologo ortodosso Evdokimov. Forse quello che ha detto l'ultimo concilio a riguardo della cattolicità e dell'ecumenismo dovrebbe acquisire un contenuto più profondo? È giunto il momento di ampliare e approfondire l'ecumenismo, di avere una «ricerca di Dio in tutte le cose» più audace.

Possiamo accettare, naturalmente, queste chiese vuote e silenziose come una semplice misura temporanea che presto sarà dimenticata. Ma possiamo anche dargli il benvenuto come kairos - un momento opportuno «per andare in acque più profonde» in un mondo che sta radicalmente cambiando sotto i nostri occhi. Non cerchiamo il Vivente tra i morti. Cerchiamolo con coraggio e tenacia, e non stupiamoci se ci appare come uno straniero. Lo riconosceremo dalle sue ferite, dalla sua voce quando ci parlerà nell'intimo, dallo Spirito che porta la pace e bandisce la paura.

Tomás Halik

Tomás Halik (nato nel 1948) è professore di sociologia all'Università Carolina di Praga, presidente dell'Accademia cristiana ceca e cappellano dell'università. Durante il regime comunista, fu attivo nella "chiesa sotterranea". Ha ricevuto il premio Templeton ed il dottorato honoris causa dell'Università di Oxford.

(pubblicato in http://www.lavie.fr/debats/idees/les-eglises-fermees-un-signe-de-dieu-23-04-2020-105809_679.php. Traduzione dal francese a cura di Faustino Ferrari)

 

Ultima modifica Lunedì 27 Aprile 2020 13:49
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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