Giovedì, 19 Ottobre 2017
Lunedì 27 Giugno 2005 20:43

La grazia di Babele - 2 parte (Raimundo Panikkar)

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Occorre smettere di costruire torri e torrioni inseguendo il vano sogno di una artificiosa umanità unitaria. Il pluralismo è alla radice delle cose; nessuna verità, ideologia o religione può avanzare una pretesa totale sull'Uomo, e le lingue sono state giustamente confuse.


Testo di una relazione tenuta all'Università di California, a Santa Barbara, nel 1984. Il titolo originale è: "Il mito del pluralismo: la torre di Babele. Una meditazione sulla non violenza". E' stata pubblicata dalla rivista Bozze 84, n. 6, pp. 51-104. Il testo risente dello stile colloquiale della relazione. Alcuni riferimenti all'attualità politica risultano un po' datati, ma la relazione conserva tutta la sua attualità e pregnanza circa la riflessione sul pluralismo.


Il pluralismo, oltre il monismo e la dialettica
La grazia di Babele


(seconda parte)


Contro il riduzionismo: la ragione non esaurisce il logos; perciò "irrazionale"non è sinonimo di "illogico"


Ora noi giungiamo ad una sorta di anticlimax, perché ovviamente io non posso in questo contesto descrivere l'intero processo del divenire consapevoli dell'io, del tu, dell'egli/ella/esso, del noi, del voi e degli essi - che rappresenterebbe il modo adatto per fondare la piattaforma di ricerca per un'antropologia, capace per lo meno di discernere il problema. Con le categorie elleniche, da una parte, che hanno plasmato la maggior parte della visione antropologica oggettiva, e con quelle Upanishadiche, che sono state alla base di massima parte dell'esperienza soggettiva dell'Uomo, dovremmo ora forgiare un terzo tipo di simbolo base per l'integrazione delle tre prospettive con le quali l'uomo vede se stesso: come un Io, come un Tu e come un esso. Invece abbozzerò semplicemente alcune intuizioni, che potrebbero servire come pietre di guado verso questa antropologia intercultural-religiosa, usando le categorie occidentali come punti di partenza, senza ulteriore elaborazione.

(b) Superare un Riduzionismo a tre fasi. Allo scopo di rendermi esplicito, parlerò di un riduzionismo a tre fasi, che sembra ossessionare la concezione moderna dell'essere umano.

1) La Ragione non è la totalità del Logos. Qui io faccio riferimento al famoso animal razionale, che è una traduzione piuttosto forzata della definizione dell'Uomo di Aristotele come Zòon logon échon, cioè come un essere vivente - o un animale - attraverso il quale il logos transita: "Fra gli animali l'Uomo è il solo dotato di logos". La ragione raziocinante è solo un aspetto, quasi una tecnica, del logos. Il logos è una certa intelligibilità (il logos è l'enérgeia del noùs, secondo la definizione di Platone); ma non è primariamente ragione. È piuttosto parola, verbum, verbo; ma "verbum entis" molto più che "verbum mentis": è la rivelazione, il vero simbolo dell'Essere - il logos è, insieme all'épos, il mythos e l'ainos, uno dei quattro ingredienti della consapevolezza. Lo ripeto: la ragione appartiene al logos, ma non è identica ad esso. Il logos è anche scandaglio, è concetto e intenzionalità, è spirituale e materiale. E nell'affermare questo io sono all'unisono con il dabar di Israele, il vac dell'India e il logos Cristiano; ma qui sto delineando solamente la problematica, e mi limito ad affermare che la ragione non esaurisce il logos e, di conseguenza, che i termini irrazionale e arazionale non sono sinonimi di illogico e alogico. Potremo esprimere tutto ciò in modo più esistenziale usando un'altra prospettiva, e dire semplicemente che l'individuo non è la totalità dell'Uomo. Su questo non voglio elaborare ora.


il logos non esaurisce l'uomo; nulla posso separare dal logos, ma il logos non è tutto


2) Il logos non è la totalità dell'Uomo. Questo è il secondo riduzionismo. Vi è anche il mito, vi è anche il corpo, ci sono i sentimenti, vi è il mondo... ma qui dovrei prevenire un possibile fraintendimento: nel momento in cui dico che il logos non è la totalità dell'Uomo, lo dico con il logos; è il logos che mi consente di affermare questo. Ciò significa che tutti gli sforzi per trascendere il logos hanno il logos come compagno di viaggio. Che cosa ci dice questo? Ci dice che proprio come la ragione permea tutto il logos senza esserne la totalità, così il logos permea tutto l'Uomo senza esserne il tutto. Ci dice che gli elementi costituenti della realtà umana non sono come le parti di un corpo macrofisico (Korper non Leib). La relazione non è di tipo spaziale - come se qui avessimo una piccola cosa e là un'altra cosa, e così noi fossimo fatti di tutte queste cose attaccate assieme - ma vi e una mutua interazione e interpenetrazione, così che non vi è nulla che io possa separare dal logos, eppure il logos stesso può rendermi consapevole del fatto che non tutto è logos. Non possiamo recuperare l'innocenza che avevamo dovuto perdere per diventare ciò che siamo, ma possiamo forse acquisire - o conquistare o forse semplicemente accettare o ricevere - una nuova innocenza. E precisamente a questo punto gli studi interculturali sono indispensabili; essi ci mostrano altre forme di intelligibilità, altre prospettive di comprensione, altre forme di consapevolezza... forme che non possono essere ridotte a un comune denominatore.

Permettetemi di darvene un esempio qui, osando contraddire la grande affermazione di Husserl, che sembra sostenere che la coscienza deve essere sempre coscienza di. E questo in realtà sembra essere il modo in cui l'intelligibilità Occidentale ha abitualmente funzionato. Ma vi è anche, come vorrebbero affermare molte tradizioni Orientali, una pura coscienza, una coscienza che non è coscienza di. Naturalmente il modo per pervenire a questa pura coscienza non è cercare un oggetto, nemmeno cercare la coscienza, ma piuttosto diventare autotrasparenti come soggetto. Qui non si diventa saggi se non si diventa santi. La ricerca di una pura coscienza non è la ricerca del potere; è di altro tipo, tutto sommato. Potrebbe essere definita coscienza mistica, ma qui mi trovo solo ad indicare pietre di guado verso una nuova antropologia. L'ambiguità necessaria della parola "puro" applicata a coscienza ha spesso condotto alla convinzione che "pura coscienza" sia una coscienza così pura, che pochi sciamani mistici ed estatici possono raggiungere, dimenticando che puro, cioè non mescolato, e pura coscienza sono la vera base dell'avere "coscienza di" qualcosa. E senza dubbio "pura coscienza" non è "coscienza di pura coscienza", come il Tao-te-Ching, la Kenopanishad la Gita e i Vangeli ripetutamente ci ripetono.

Un altro modo di dire tutto questo sarebbe asserire che l'Uomo non è la totalità dell'Umanità. Ancora una volta mi asterrò dall'elaborare.


L'uomo non è la totalità dell'essere, l'umanità non è la totalità della realtà. Tutto ciò dice che la vera natura della realtà è pluralistica


3) L'Uomo non è la Totalità dell'Essere. Sarebbe chiaro, naturalmente, che niente è senza rapporti con l'Uomo e tutto quello che c'è, è là con l'Uomo... Né il Divino, né il Materiale è separabile dall'Uomo. Come ci ha ricordato Thomas Berry, citando dal confuciano Chung Yung l'uomo è il cuore - cuore e mente - dell'intera realtà, il terzo tra Cielo e Terra.

La coscienza può essere onnipervadente, e non c'è sicuramente alcun modo per noi di negare che coscienza e essere sono coesistensivi. Non vi è nulla al di là della coscienza, perché l'aldilà appartiene già alla coscienza. E interpretare questa affermazione, come se si dicesse che c'è il niente al di là della coscienza è una piena contraddizione. Eppure la coscienza stessa testimonia all'Uomo che egli non è solo nell'Universo, non è nemmeno il centro, ma appena un polo.

L'altro modo per asserire questo sarebbe dire che l'Umanità non è la totalità della Realtà. Tutto questo non è stata una digressione, ma una presentazione superconcentrata dei fondamenti del pluralismo. Privato di queste e simili considerazioni, il pluralismo sarebbe ridotto ad una nostra più comprensiva e tollerante visione del mondo. Molti usi della parola implicano un tipo di "società pluralistica" nella quale a te è consentito di apparire strano agli occhi dell'altro, perché nessuno si preoccupa, nessuno interferisce e noi tutti siamo felici nelle nostre piccole scatole. Questo può essere molte cose, ma non pluralismo. Il problema del pluralismo non è né un problema pratico (una specie di espediente, perché noi non sappiamo come comportarci con gli altri e così dobbiamo tollerare la loro stupidità), né puramente o semplicemente un problema umano (perché noi siamo esseri finiti e così dobbiamo sopportare le imperfezioni). Il problema del pluralismo si pone, vorrei sostenere, perché la vera natura della realtà è pluralistica. I miti che soggiacciono alle dottrine della Trinità e del non-dualismo e molti altri miti potrebbero stare per questa intuizione. O, per tornare alla nostra parabola ebraica dalla quale abbiamo preso le mosse, a Babele il Signore confuse i sogni dell'Uomo su una visione monolitica e totalitaria della realtà.


Non c'è unità artificiale: l'Uomo non è monistico, Dio non è monoteistico, la Verità non è monolitica


(c) Uomo Pluralistico. Affermo che l'Uomo in sé è un essere pluralistico, che non è riducibile ad un'unità assoluta e che non si può dire che niente di umano abbia una unicità che noi possiamo comprendere. Dire che la natura umana è una, o dire che la Verità è una, o persino dire che Dio è uno, è filosoficamente ambiguo. O l'affermazione si riferisce ad un uno trascendentale e non numerico, e allora noi abbiamo semplicemente il principio di identità, oppure l'uno è categorico, e di qui emerge una affermazione puramente formale - o, se è riempita con i miei particolari contenuti, completamente errata; essa è una tautologia o una affermazione vuota con contenuti non adeguati. Se la riempiamo con qualsiasi significato, dovremmo chiederci: Uno che cosa? Quando diciamo che non vi è altro Uomo, o altra Verità, o altro Dio, per rimanere al nostro triplice esempio, che cosa intendiamo dire? Se altro Uomo, altra Verità, altro Dio, significa che non c'è altro Uomo che l'Uomo e così via, allora abbiamo la necessaria tautologia del principio di identità: l'Uomo è l'Uomo, la Verità è Verità, Dio è Dio. Ma se con questa affermazione intendiamo che non vi è altro Uomo, Verità o Dio all'infuori di quello che noi riteniamo che siano l'Uomo, la Verità, Dio - cioè, altro da quello che coincide con il nostro concetto di tali entità, allora esse sono rese dipendenti dai nostri concetti: "Non vi è altro Uomo, Verità, o Dio all'infuori di quello che noi pensiamo che siano l'Uomo, la Verità e Dio!". Stabiliamo un sistema chiuso e chiediamo agli altri di diventare membri del nostro club se vogliono discutere con noi. Possiamo invece portare la sinfonia delle diverse civiltà del genere umano entro il tubo dell'armonia, senza potare tutte le differenze e senza imporre un qualche schema di intelligibilità a priori, per quanto possa essere perfetto, ma piuttosto consentendo a tutti quelli che sono di differenti civiltà di dire la loro parola, o danzare la loro danza, o cantare la loro canzone, e lottando per capire tutto ciò che essi stanno tentando di dire. Questo non è solamente il minor male, o una concessione ai limiti del nostro essere. Il pluralismo è un'esigenza radicata nella natura pluralistica della realtà. L'Uomo pluralistico rende falsi tutti gli assolutismi, i fantasmi e i riduzionismi ad un'unità artificiale. Solo l'Uno è non-dualistico. Non vi è alcun secondo Uomo, Verità o Dio; ma noi non esauriamo ciò che è l'Uomo, la Verità o Dio. Non vi è secondo Uomo, Dio, o Verità, ma l'Uomo non è monistico, né Dio monoteistico, né la Verità monolitica.

Una ragione ragionante, che chiuda o sigilli la nostra coscienza o comprensione entro una intelligibilità, è un sofisma evidente.

C'è una specie di perichoresis, un "abitare l'una dentro l'altra" di queste tre dimensioni della Realtà: il Divino, l'Umano e il Cosmico - l'IO, il TU e l'ESSO.

III - Il mito pluralistico. È l'ora di ricapitolare. Ho detto che il pluralismo è un mito e ho tentato di descrivere il suo rivestimento. Possiamo ora tornate indietro e chiedere a questo mito che cosa ci dice teoreticamente, che cosa fa per noi e come appare come mito per il nostro tempo.


Come vivere il pluralismo. Consapevolezza dell'"altro" non solo come alterità reificata ma come un "tu", come un soggetto di amore e di sapere


1. La Consapevolezza dell'Alterità e de/l'Altro: aliud et alius. Che il problema del pluralismo sia il problema dell'altro richiede qualche ulteriore elaborazione. Prima di tutto, è il problema della consapevolezza dell'alterità (aliud). Questo implica più che una semplice presa di coscienza di differenze, necessaria per la ricognizione di qualsiasi pluralità. È una consapevolezza che ci sono o ci possono essere altre entità oltre quelle che noi prendiamo in considerazione, la consapevolezza che il logos è altro che pura ragione, l'Uomo altro che il logos, e l'Essere altro che l'Uomo; in ultima analisi implica una consapevolezza che io (la mia ragione, la mia coscienza, il mio essere) non esaurisco il reale, né sono il suo centro, ma solo uno dei suoi poli, se sono qualcosa, al massimo. Vi è altro: aliud, alterità. E questo non è solo oltre il mio e il me, ma anche contro di essi al di là di essi. Il solipsismo è asfissia. Oppure, usando una metafora Upanishadica, le finestre dei sensi, inclusi i sensi spirituali, non solo ci consentono di fare capolino entro il mondo esteriore, ma permettono al mondo di penetrare a sua volta dentro di noi. Non sono solo. La solitudine, che mi permette di essere me stesso, non deve essere confusa con l'isolamento, che soffocherebbe il mio essere. Il pluralismo inizia con la percezione dell'alterità, la quale già implica la mia essenza. Io sono in relazione.

Ma questo non è tutto. L'aliud non è l'alius; alterità non è l'altro. L'altro, l'altro soggetto di amore e di sapere, l'altra, persona non è pura alterità. Ancor di più, l'altro non vede se stesso come altro, ma come ego, come io stesso vedo me stesso. L'aver trattato l'altro come alterità invece che come alius, l'aver reificato l'altro e non avergli concesso un posto nel mio me stesso è una delle più grandi confusioni in cui può cadere l'essere umano. È vero che le tradizioni Occidentali e Orientali mi chiedono di amare il mio simile come me stesso, ma noi fissiamo mura di separazione e al massimo gli consentiamo di essere un altro con lo stesso mio diritto - senza tuttavia condividere il Se Stesso.

Ho già fatto un accenno all'impoverimento delle lingue moderne, che rappresenta una catastrofe umana di proporzioni cosmiche, nella loro perdita del duale e nel trattare il tu come un esso (invece di chiamarlo egli o ella). La ragione del duale non è l'interesse per il due come numero, come molte grammatiche ripetono ancora ciecamente. La ragione del duale è di permettere l'espressione IO - TU: il tu non è un esso. Il duale: io parlo, tu parli, essi parlano, ma noi-due parliamo; e anche quando essi-due parlano, la connotazione è diversa da quando a parlare sono essi-i molti. Il momento in cui l'altro diviene il tu, tutto cambia. La coscienza dell'altro in quanto altro (alius) e non proprio l'alterità fa di lui un compagno, un sosia, (un soggetto e non un oggetto), una fonte di sapere, un principio di iniziativa come sono io stesso. Questo solo mi consente di ascoltare l'altro, di essere conosciuto da lui e non solo di conoscere lui. Non vi può essere pluralismo vero, fintanto che l'altro non viene scoperto. Io voglio dire l'altro (alius) come sorgente di (auto) comprensione e non solo come termine (aliud) di intelligibilità.

Questo altro non deve essere sempre un tipo per bene, una persona con buone intenzioni, o con gli stessi sentimenti e le stesse opinioni che ho io. L'altro può essere il mio nemico - per quanto sempre con un volto umano, un Tu e non un esso, non un'anonima entità sotto le nubi e dentro la casa o il rifugio che io bombardo da miglia al di sopra...

Il pluralismo ci consente di vivere con situazioni conflittuali? Questo è qualcosa che io ho già indicato e che posso ora elaborare un po' di più.


Dal rapporto dialettico alla tensione dialogica


2. Tensione Dialogica invece di Conflitto Dialettico. Questo contrasto fra il modo dialettico e dialogico di abitare nella nostra realtà pluralistica può essere la grande difficoltà, eppure è la prova di tutto quello che ho tentato di dire. La non accettazione del conflitto dialettico e la sua trasformazione in una tensione dialogica - non e questo ciò che i martiri Cristiani e Yannisti, per esempio, hanno fatto e ciò che i dissidenti contemporanei stanno ancora facendo? Il rischio è reale. Che cosa è un piccolo sparuto gruppo o un individuo di fronte al Cremlino, al Pentagono, a una potente Corporazione, a un marchingegno autoritario e burocratico? Il ruolo profetico dell'Uomo qui balza innanzi e non si può essere profeti di pura ragionevolezza o di probabilità statistiche, o di calcoli economici, per quanto istruiti si possa essere. Accettare la strategia dialettica, per quanto sia importante nel suo ambito, produce solo un regresso verso reazioni eternamente pendolari, quando sia esteso alla totale situazione umana.

Permettetemi di sottoporvi alcune considerazioni sul modo dialogico di trattare le posizioni in conflitto:

1) Una società pluralistica può sussistere solo se riconosce un centro, che trascende la comprensione di esso da parte di qualsiasi particolare membro o perfino della totalità dei membri in qualsiasi dato momento. Se il re, partito o popolo è il sovrano assoluto può esserci tolleranza, ma non pluralismo. Solo una società aperta può essere pluralistica, ma essa ha bisogno d'una forza trascendente che le impedisca di chiudersi in una sua propria auto-interpretazione. Se non accettiamo un punto trascendente incomprensibile, allora ovviamente; se io ho ragione, tu hai torto e non possiamo accettare alcuna più alta qualificante comprensione delle nostre rispettive posizioni.

Esempio: una società che si arroga il diritto di dispensare la pena capitale, sia essa Chiesa, Stato o Nazione, non può essere chiamata ai nostri giorni una società pluralistica.

2) Il riconoscimento di questo centro è un fatto dato, un dono (teologicamente parlando). Implica un certo grado di consapevolezza, che si diversifica secondo il tempo, il luogo e gli individui interessati, che non è mai coperto dall'oggetto della consapevolezza; in altre parole, il pluralismo implica che vi è sempre un residuo di (pura) coscienza che non è "coscienza di".

Esempio: se il benessere del popolo Basco non può essere separato dall'indipendenza della nazione Basca, che è vista come valore assoluto e non contestabile, qualsiasi conflitto nei suoi confronti dovrà piegarsi senza compromessi al supremo valore, e il conflitto con la Spagna sarà inevitabile. Se gli Stati Uniti d'America sono una nazione sovrana, non tollereranno nessun conflitto di interessi che ponga in gioco il benessere di questa nazione. Se tu ti senti minacciato a morte e la tua vita è per te un valore assoluto, dovrai cedere a tale minaccia.

3) Il modo di trattare un conflitto pluralistico non è attraverso qualsiasi sforzo che cerchi di convincere l'altro e nemmeno per mezzo del procedimento dialettico soltanto, ma attraverso un dialogo dialogico che conduca ad una vicendevole apertura, fino all'interesse per l'altro, alla partecipazione ad un comune carisma, difficoltà, sospetto, guida, ispirazione, luce, ideale, o qualsiasi altro valore più alto che entrambe le parti riconoscono e nessuna delle due controlla. Il dialogo dialogico è arte così come conoscenza, implica techné e praxis, come pure gnòsis e theoria e la difficoltà consiste nel reinterpretare questo anche quando uno dei partner rifiuta di entrare in una simile relazione.

Esempio: se l'infallibilità del Papa è indispensabile per la Cristianità secondo i cattolici romani ed è solo un accidente storico secondo i protestanti, non si troverà via d'uscita dall'impasse soltanto attraverso la controversia; dovrà anche essere ricercata una comune convergenza nella lealtà in uno spirito comune superiore ad entrambe le parti.

4) Non solo la discussione, ma anche la preghiera, non semplici parole, ma forse silenzio, non decisione, ma piuttosto consentire alle situazioni di comporsi da sole, non autorità, ma una reciproca più alta obbedienza, non conoscere le soluzioni, ma ricercarle congiuntamente, non pura esegesi di regole o costituzioni, ma libertà di iniziativa anche a rischio di rotture ecc., sono gli atteggiamenti atti a trattare i problemi effettivamente pluralistici (da non confondere con i problemi di pluriformità). L'atteggiamento pluralistico non assume a priori istanze non negoziabili. È in ogni caso una nuova creazione.

Esempio: se la teoria fisica corpuscolare della materia e della energia sembra incompatibile con la teoria ondulatoria, è opportuno mantenere in sospeso qualsiasi spiegazione finale, fino a quando qualche ulteriore dato possa risolvere il problema o spostare la questione.

5) Vi è un continuum fra la pluriformità e il pluralismo e la linea di demarcazione è una funzione di tempo, luogo, cultura, società e la resistenza spirituale e la flessibilità di un gruppo particolare, tribù, provincia o individui coinvolti. Quello che per alcuni è solo una questione di pluriformità, per altri è un problema di pluralismo. Chiunque veda una particolare questione come di pluriformità, non dovrebbe dimenticare che per l'altra parte può apparire di natura completamente diversa, e così aver bisogno di essere risolta in modo del tutto diverso.

Esempio: per una parte il matrimonio è un sacramento permanente, e un contratto transitorio è - ed era - non matrimonio; per l'altra parte matrimoni permanenti e transitori possono essere semplicemente differenti tipi di matrimonio. Un problema pluralistico si pone quando non ci troviamo concordi sulla vera essenza di ciò che stiamo discutendo - il matrimonio, la democrazia, la giustizia, il Cristianesimo, la bontà...

6) Il problema del pluralismo non si deve sempre risolvere mantenendo l'unità. Ciascun gruppo umano ha il suo proprio coefficiente di coesione, uniformità ed armonia... Ciò che può non rompere l'unità di una cultura o di una religione, può molto bene scombussolare una nazione o una chiesa. La forza di questo coefficiente è di nuovo un dato - un dono - eppure uno può rafforzarlo. L'atteggiamento spirituale dei membri di una società influenza positivamente la forza di questo coefficiente. Come regola generale, ogni società dovrebbe lottare per essere pluralistica nella misura in cui può consentirselo. Ma ogni società ha i suoi limiti.

Esempio: un gruppo moderno entro una congregazione religiosa di celibato tradizionale può desiderare di avere gente sposata come membri a tutto tondo di quella stessa istituzione. Alcune congregazioni possono essere così strutturate esistenzialmente da consentirlo, mentre altre debbono necessariamente partire da una fondazione del tutto nuova.

L'occasione è troppo allettante per non introdurre un altro istruttivo esempio: come qualcuno in India sa, e gli ultimi capitoli del secondo libro del Ramayana ripetono così insistentemente, il marito è la più alta divinità per la moglie (param daivatam patih) e dovrebbe essere amato sia che sia cattivo, temperato, o povero o perfino licenzioso o sleale. Dovremo dire lo stesso del marito riguardo alla moglie, ma non è il mio obiettivo. Il mio assunto è che l'equilibrio è facile da mantenere in una situazione di equilibrio e quando la parità è presente: ti sono fedele perché anche tu mantieni la fedeltà. Il problema nasce quando non sei più una persona attendibile. Possiamo divorziare, separarci, rompere l'unità (della famiglia) del paese, della chiesa, del gruppo o dell'associazione), ma non possiamo mantenere l'unità, se una delle due parti non ha deciso di restare fedele nella buona o nella cattiva sorte. Dovremo noi - o chiunque altro - disarmarci, anche se l'avversario continua ad accumulare armi?

7) Il passaggio, la pascha dalla pluralità alla pluriformità e da qui al pluralismo, appartiene alle doglie crescenti della creazione, al vero dinamismo dell'universo.

Esempio: il carattere monolitico della Chiesa Cattolica alcuni decenni fa e il suo pluriforme aspetto di oggi, lo stato-nazione totalitario di alcuni secoli fa e la sua evoluzione entro la liberal democrazia, offrono esempi di questo "transito".


La non-violenza, ovvero non resistere al male dipendendo dal male


3. Le Esigenze del Pluralismo. Siccome ho iniziato con la Bibbia permettetemi di concludere citando una delle massime più audaci del kerigma di Gesù, che si trova ad un certo momento nel Sermone della Montagna: "Non resistete al male!". Se prendiamo queste parole per quello che dicono, o la sciocchezza, o l'ottimismo, o l'innocenza dietro di esse è incalcolabile... oppure tutto il discorso non ha senso. Io suggerisco una risposta "né/né" a questo dilemma, e considero queste parole un motto adeguato per la nostra meditazione sul pluralismo.

"Non resistete, non opponetevi al male!". Possiamo tradurre con la Revised Version: "Non resistere a lui che è il male" o, con la Nuova Bibbia inglese, "Non metterti contro l'uomo che ti fa del male", dato che la parola può significare "male", "il maligno" o "un uomo cattivo", malvagio: tuttavia la terza interpretazione è da preferire, come mostrano il testo e il contesto. Possiamo opporci al male, dobbiamo resistere al demonio, come dice James Version, ma non dovremmo opporre resistenza all'uomo che fa del male; anzi dovremmo porgergli la guancia sinistra e, offrendogli anche il nostro mantello, fare il miglio in più. Perché? Perché altrimenti sarete attratti nel gioco dialettico; dovrete costruire un altro potere per opporlo al primo, e così via. Così, da reazione a contro-reazione, da slancio a contro-slancio si produce l'arcinoto movimento pendolare del mondo. "Dio" era con la Destra, ora "Dio" è con la sinistra; prima dominavano i maschi, ora alcune femmine vogliono fare da padrone; i poteri coloniali hanno sfruttato altri popoli, ora gli altri popoli stanno ricacciandoli indietro con tutte le armi che hanno a loro disposizione... e si continua sempre così. "Ora è il nostro turno di costruire la Torre di Babele fino in Paradiso! Noi, il Proletariato, i Cinesi, i Liberali, gli Scienziati...".. Eppure leggiamo: Non opporti a una cattiva azione, perché al male si può resistere solo con il male e due mali non fanno un bene; perché il male non è assoluto e, esasperando l'uomo cattivo col fatto di resistergli, voi non fate che accrescere il male; opponendovi ad esso, voi ne siete contaminati. Se qualcuno ti colpisce, non c'è fine alla ritorsione; finché non hai accumulato bombe più grosse che ci distruggeranno completamente. Se non interrompi questo flusso del cattivo Karma cessando di assimilarlo e di abbracciarlo, l'esito sarà la distruzione del mondo. I Cristiani parlano dell'Agnello che ha preso su di sé il peccato del mondo; i Buddisti pongono l'universale Karuna o compassione come la sola via per l'illuminazione del mondo, per citare soltanto due religioni universalistiche. O, come dice il Ramayana, la pietà verso tutti gli esseri è la più alta virtù (Bhutadaya-param).

"Non resistete all'uomo malvagio". Una volta dichiarata guerra al male, vi ritrovate non solo immersi in esso, ma anche dipendenti da esso. Non siete più liberi di vivere secondo i vostri termini. Siete catturati nella rete del male stesso ed è irrilevante se vincerete o se sarete sconfitti. Il veleno è già in voi. Il male si può combattere ed anche negare solo sullo stesso piano. Voi non potete più porvi al ci sopra di esso.

La "strategia" dovrebbe essere più sottile. "Non resistete all'uomo malvagio", perché il male non è un assoluto. Superatelo, ma non siate attratti da esso, non cadete nella tentazione della ritorsione, di colpire mentre siete colpiti, di entrare nel solo luogo entro il quale il male vi consente di muovervi: la sua arena. Questo non significa minimizzare il potere del male. Dovete avere i piedi ben piantati per terra per resistere all'attrazione del male. Non è forse vero che, quando decidiamo di combattere il male, noi "pensiamo" che siamo sul punto di essere vincitori e di sconfiggerlo? Un male sconfitto permea l'intero corpo del vincitore, come ben sanno alcuni storici. Siamo difficili da convincere solo quando siamo intossicati dal pensiero della possibile vittoria: non siamo veramente così puri e incontaminati. O, in termini filosofici, spesso male interpretati: il male non e un'entità separata e positiva, ma solo una privazione. E voi non combattete frontalmente un'assenza. D'altronde, come potrebbe l'autore delle parole appena citate aver detto nel momento più decisivo della sua vita: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che stanno facendo"? Solo il perdono cancella il male.


Pluralismo non significa solo tolleranza delle molte vie. E' affrontare l'intolleranza senza esserne spezzati


Non sto affermando che noi dovremmo essere indifferenti al male o abolire tutti i giudizi di valore. Non sto difendendo la pura passività di fronte, diciamo, al Nazismo (è sempre più comodo fare riferimento a cose del passato - avrei potuto dire, invece, Comunismo? Capitalismo? Regimi militari?). Sto dicendo che il modo di lottare contro ciò che ognuno considera le forze del male non consiste nell'opporre dialetticamente al male ciò che noi riteniamo essere non-male, ma nel trasformare, nel convertire, nel convincere, nell'evolvere, nel contestare - e questo, possibilmente, dal di dentro, come lievito, come testimone, come martire.

Il pluralismo, perciò, non significa che noi riconosciamo molte vie (pluralità), ma che noi scopriamo molte forme che non possiamo riconoscere come vie tendenti alla meta. Pluralismo non significa solo tolleranza delle molte vie. È piuttosto quell'atteggiamento umano che affronta l'intolleranza senza esserne spezzato.


Trattare i conflitti in modo diverso che non annientando l'avversario


Dopo l'esperienza che abbiamo accumulato sul fiasco di altri mezzi aggressivi, che supponevamo essere effettivi ed immediati, possiamo trovarci più pronti oggi a trattare i conflitti umani, aumentando la nostra energia e capacità di sopportazione, così da essere capaci di portarne il peso senza venirne schiacciati, di assumere e assimilare il male, piuttosto che aggiungere le nostre proprie energie come altrettanto combustibile per i suoi fuochi. Qui, di nuovo, bere il veleno e non venirne danneggiati è sempre stato uno dei segni di coloro che credono. Se si prende entro se stessi il veleno, come Shiva, se si assimila il male, questa specie di tolleranza richiede, naturalmente, una più profonda penetrazione entro la natura dell'Uomo e della Realtà e una più forte presa sulla sorgente del potere interiore. Qui, forse, si cominciano ad intravedere le proporzioni di una metanola radicale - una mutazione non dell'Uomo soltanto, o del Mondo soltanto, o di Dio soltanto, ma di tutte e tre le dimensioni del Reale - in concerto e in cooperazione. L'Agnello che toglie il peccato del mondo, il capro che viene sacrificato sul terreno neutrale, l'olocausto che viene compiuto per la salvezza del popolo - in una parola, l'aspetto rituale della vita dell'Uomo, che, nonostante le superstizioni esagerate e le innegabili aberrazioni, fa parte della natura dell'Uomo - sono tutti tentativi non-violenti e meno violenti di trattare i conflitti in modo diverso dall'annientare l'avversario. Sono modi non-dialettici di trattare un conflitto; agiscono non attraverso l'opposizione ma l'assimilazione, non attraverso le contromisure, ma per mezzo della redenzione o col prendere su di sé il peso comune, non attraverso la sconfitta dell'avversario, ma per una (mutua) conversione a un livello più alto.

Il "realista" mi ricorderà immediatamente che noi non siamo Dio e che con tali atteggiamenti pacifisti noi rendiamo confusa qualsiasi distinzione tra bene e male; potremmo spezzettare l'India in una dozzina di Stati, minare il ruolo degli Stati Uniti come guardiani della Democrazia, rovinare il Cattolicesimo, distruggere la società, permettere ai "criminali" (sempre gli altri) di annientarci, pervertire le istituzioni umane e lasciare che il caos domini il mondo.

Fedele al metodo che ho proposto, non opporrò semplicemente la mia tesi alle affermazioni esposte sopra, ma prima riesaminerò la mia posizione e vedrò se non vorremmo convenire, forse, sul fatto che la linea deve essere tracciata in qualche posto (nel senso che il pluralismo ha limiti definiti per ciascuna situazione). In secondo luogo, inviterei gli altri a vedere se il metodo attuale di fronteggiare la violenza con la violenza abbia dato migliori risultati, così che il caos, su cui ci ammoniscono, possa non essere migliore dell'apparente pace attuale per mezzo della violenza istituzionalizzata - in un tempo nel quale, in cifre assolute, non ci sono mai stati tanti esseri umani in catene, sofferenti e nella disperazione. In terzo luogo, sarebbe una contraddizione in adjecto imporre metodi non violenti.

Al primo punto si può replicare che solo un essere infinito, certamente, può circoscrivere il bene e il male - che ciascun essere umano e ciascuna società umana ha il suo particolare coefficiente di magnanimità: solo Shiva può bere tutto il veleno del mondo, o il divino redentore può essere caricato della totalità del peccato del mondo. Noi, inevitabilmente, soffriamo per la nostra incapacità di assimilare una più ampia porzione di male entro il nostro metabolismo umano. Quanto al secondo punto, non dovremmo pretendere la purezza, ma tentare forme di vita umana, diverse da quelle dominate da singoli immutabili principi. Il terzo punto dovrebbe cautelarsi sul fatto che la non-violenza istituzionalizzata potrebbe diventare deleteria quanto altre più dure forme di costrizione. Qualsiasi erezione di assoluti ci conduce alla sparizione del pluralismo.

Lasciate che vi offra un altro esempio: sono personalmente convinto che oggi la schiavitù, come istituzione sociale, è un male. Eppure sono anche convinto che, ad un certo momento della storia, la maggior parte della gente (almeno tra i non schiavi) trovò una giustificazione per essa. Non sto commettendo l'errore metodologico che ho chiamato catacronico: giudicare col metro del presente vaste porzioni di passato. Il mio assunto qui è che la schiavitù a quell'epoca non era un male tanto intollerabile, precisamente perché la maggior parte della gente la trovava compatibilmente tollerabile. Qualcosa di simile capita con il Comunismo, il Nazismo, il Capitalismo, il Colonialismo, e l'Apartheid, la corsa agli armamenti, ecc. Alcuni considerano questi esempi inumani e crudeli quanto la schiavitù. Altri possono non essere della stessa opinione. Possiamo ricombattere e rimetterci in lotta, costruire un'altra torre, oppure possiamo cominciare a parlare un'altra lingua e rifiutare semplicemente di pagare le tasse o di entrare nell'esercito o di collaborare con il regime e così via. Sono convinto che il primo metodo perpetua solamente il male. C'era una volta un pio asceta, apprendiamo dal Ramayana, che viveva la sua vita santamente nella foresta. Il malvagio tentatore, il divino Indra, si presentò al suo eremitaggio sotto forma di soldato. Lasciò una splendida spada in deposito presso il savio. Allo scopo di tenerla con la debita cura l'eremita prese l'abitudine di portarla sempre con sé. Lentamente il saggio divenne negligente dei suoi doveri, si volse alla crudeltà e fu condotto in adharma, finendo all'inferno. Chi ha orecchie intenda. O, proprio con le parole della stessa principessa Janaki: "Con grande sottigliezza un'anima nobile è condotta in adharma". In altre parole, una società pluralistica è una realtà flessibile, che dipende dalla salute spirituale o dal potere dei suoi membri.

(continua)

 

Ultima modifica Domenica 31 Gennaio 2016 21:01
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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