Mercoledì, 23 Agosto 2017
Giovedì 18 Novembre 2004 00:35

Se vuoi la pace, offri il perdono

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di Enzo Bianchi


A scorrere solo i titoli di questa monografia ci si rende conto di un'amara realtà: «guerra» è un sostantivo che si declina sempre al plurale; «pace» esiste solo al singolare (perfino il programma di scrittura con il quale sto redigendo questo pezzo mi segnala come errato «paci»!).

Quando una delle guerre finisce, c'è al massimo, anche se non sempre, un trattato di pace, ma non si parla mai di «paci»: ci sono state le guerre d'indipendenza, ma non le relative paci; le due guerre mondiali seguite da due «dopo-guerra», non da due paci mondiali; le guerre di liberazione senza paci liberate; le guerre del Golfo, trasmesse come eredità da padre in figlio e pronte ad aprirsi ad altre guerre, ma sempre incapaci di risolversi in paci.

Sì, le guerre si moltiplicano come mostri cui tagliata una testa ne rispuntano infinite altre; la pace invece si rarefà, è ferita, offesa, insultata, colpita a morte; ma è sempre una sola, quasi inerme, impossibile a essere definita, delimitata, identificata.
Anche se a fatica, si riesce a stabilire una data di inizio e di fine di una guerra, o perlomeno la sua durata - guerra dei trent'anni, dei cent'anni, guerra del '15-18 (per altri '14-18), guerra del '40-'45 (anche questa iniziata per molti nel '39) - non si riesce invece a «datare» la pace, al massimo si arriva a dire che, per un certo numero di anni e per certe zone della terra, non ci sono stati conflitti armati.
Non è certo un caso, bensì il proseguimento di una tragica estensione della terminologia legata alla guerra, se siamo arrivati all'attuale situazione in cui, volendo usare il termine guerra al singolare, si è finito con il parlare di «guerra infinita».

LA PACE AL SINGOLARE

Ma perché, invece, la pace è singolare, unica, indivisibile? Perché non accetta di essere confusa con l'assenza o la cessazione di ostilità armate? Perché rifiuta di identificarsi con il deserto creato dalla guerra?
Perché «pace» non è un'assenza, un intervallo, un vuoto bensì una pienezza: pienezza di vita, nella libertà e nella giustizia, nell'armonia e nella comunione. Ideale utopico, che non ha quindi posto nelle nostre vite? Sogno destinato a restare irrealizzato e a svanire giorno dopo giorno scacciato dall'incubo delle guerre sempre incombenti? Condizione talmente precaria che sfugge di mano non appena ci sem-bra di poterla stringere?

No, il credente sa che la pace è dono di Dio e profezia umana: è cioè qualcosa di possibile, di praticabile, qualcosa di ben concreto che Dio dona all'uomo ma che richiede da parte dell'uomo gesti, atteggiamenti, sforzi precisi perché questo dono promesso divenga realtà quotidiana, segno, testimonianza, profezia di una volontà di bene di Dio per l'umanità. Il cristiano, poi, sa che questa pace ha un nome e un volto, quello del suo Signore Gesù Cristo che ha narrato l'amore di Dio per l'umanità, la sua volontà di pace e di salvezza.

Certo, a differenza della guerra, la pace non si può imporre con le armi, con la forza della violenza: nonostante l'uso spregiudicato che oggi si fa del termine «pace», coniugandolo con azioni militari - peace keeping, peace enduring, peace enforcing... - è sotto gli occhi di tutti che il risultato cui si giunge, quando vi si giunge, è al massimo una tregua armata, un «cessate il fuoco» che lascia il fuoco covare sotto la cenere, pronto a ripartire alla minima brezza per trasformarsi in un incendio ancor più devastante.

Ma questo non significa che gli «artigiani di pace», coloro cioè che della pace fanno un'arte, alla quale dedicano tutta la loro abilità, la loro maestria, il meglio di loro stessi, siano destinati all'inattività e al fallimento. Il lavoro è lungo, sovente umile, nascosto, intessuto da tanti piccoli gesti e pensieri quotidiani, perché la pace è una «cultura», un saper custodire, coltivare, far crescere sementi di vita, solidarietà, giustizia; è un insieme di modi di pensare, di parlare e di agire che crea apertura, sollecitudine, fiducia reciproca. In questo tessuto di azioni e relazioni pacificanti, due elementi spiccano con una qualità fondante capace di innescare l'indispensabile cambiamento di rotta che porta dall'inimicizia e l'ostilità alla convivenza nel rispetto dell'alterità: la giustizia e il perdono.

«OPERA DELLA GIUSTIZIA E LA PACE»

Come ricorda il profeta Isaia (Is 32,17), non ci può essere pace se regna ingiustizia, l'oppressione, la prepotenza, il non riconoscimento della dignità di ogni uomo, figlio di Dio, creato a sua immagine e somiglianza.
Per questo i profeti hanno chiamato in causa i ricchi, i nobili, i prepotenti, gli oppressori, i gaudenti denunciando che la radice dell'ingiustizia sta in un fuorviante ed errato rapporto con gli uomini, il quale a sua volta manifesta una non conoscenza e una contraddizione a Dio stesso. Non c'è pace senza pratica della giustizia, senza un'opera di protezione e di riscatto dell'oppresso, ma questa azione, in quanto comportamento che instaura la giustizia è vera conoscenza del Signore! Se c'è la conoscenza del Signore, che significa ripudio degli idoli falsi che generano ingiustizia, allora è possibile la pace.

Se Gerusalemme sarà fondata sulla giustizia avrà per sovrano la pace (cf Is 54,14) e questa pace è il dono di Dio, lo shalom, la vita piena. Per ricevere questo dono, l'uomo deve assolutamente predisporre tutto affinché ogni situazione sia segnata dalla giustizia: allora il Signore annuncerà la pace al suo popolo, ai suoi credenti; allora si baceranno pace e giustizia (Sal 85,11).

Certamente, nelle Scritture questa giustizia, richiesta all'uomo come sua opera e impegno, appare come l'azione di Dio per eccellenza. Dio non è indifferente al male e per questo la sua giustizia è sofferenza di fronte al male. Scrive Abraham Heschel: «Per noi uomini l'oppressione del povero è una trasgressione alla legge di Dio, ma per Dio è una sventura: è il misconoscimento di ciò che lui è, ha fatto, fa e vuole!». Isaia testifica che in tutte le sofferenze del popolo, Dio ha sofferto con loro (cf Is 63,9) e, mosso da questa sofferenza, egli ascolta il lamento degli oppressi: Dio si ricorda della sua alleanza, conosce e quindi interviene! (cf Es 2,23-25).
Tutta la profezia è una testimonianza dell'intervento di Dio, della sua Parola, contro i ricchi avidi di possedere, contro i sacerdoti aggrappati al carro dei potenti, contro i re perduti nei loro calcoli umani, contro il popolo stesso sedotto dagli idoli delle ricchezze illusorie e del benessere... Costoro trovano anche falsi profeti che interpretano l'opulenza e l'ingiustizia come «pace, pace», mentre«pace non è!» (cf Ger 6,14; 8,11; Ez 13,10.16).

Questa connessione tra pace e giustizia non va dunque dimenticata né attenuata. Non significa che Dio intervenga castigando nella storia e nelle vicende umane chi attenta alla giustizia ma, di fatto, chi imbocca la strada dell'ingiustizia percorre un cammino mortifero che porterà anche a lui violenza e pianto. Noi uomini siamo responsabili del bene e del male che ci accade e non dobbiamo assolutamente attribuire a Dio, come suoi castighi, quelle contraddizioni violente e portatrici di morte che noi stessi abbiamo originato e fatto crescere.

Secondo le Scritture, Dio castigherà alla fine dei tempi, quando il Signore, secondo il credo, «verrà a giudicare i vivi e i morti», ma qui sulla terra, nella storia, de re nostra agitur: raccogliamo semplicemente il frutto del nostro operare. Il profeta, il visionario non causa con le sue parole il castigo che magari minaccia, ma legge con chiarezza e preveggenza quello che domani accadrà a causa di ciò che noi oggi operiamo. L’ingiustizia non solo non lascia spazio alla pace, che è sempre dono di Dio, ma prepara l'ira, la collera, la rivolta di chi ne è la vittima.

Sì, c'è una necessità della giustizia perché possa esserci pace: quando la giustizia è violata, ferita, essa va ristabilita. Occorre disarmare la mano del carnefice, rendere inoperante il soggetto della violenza mortifera, occorre anche apprestare una difesa delle vittime o di chi vittima potrebbe diventare: c'è diritto-dovere alla legittima difesa, c'è diritto-dovere a fermare l'aggressore! Ma questa non è ancora la pace; è quindi fondamentale che i mezzi stessi con cui si persegue la giustizia siano connaturali alla pace che si persegue e non alla violenza che si vuole fermare.

Guai se si pensasse di poter ristabilire la giustizia con atti di rappresaglia, obbedienti a un concetto primitivo di giustizia, molto più simile alla vendetta, che travalicano il principio della legittima difesa e del disarmo della mano del violento. Se si pensa di ristabilire la giustizia con la vendetta, rispondendo alla violenza con la violenza, operando un collegamento tra giustizia infranta e guerre necessarie per restaurarla, allora si percorre soltanto una strada mortifera, si innesca una spirale inarrestabile di violenza e di ritorsione.


LA VIA DEL PERDONO


Occorre invece rendere concretamente praticabili vie alternative che portino alla riparazione e alla difesa dei diritti violati, vie che percorrono il non facile sentiero del negoziato, della diplomazia, del giusto compromesso. E questo diventa possibile se si arriva a coniugare fra loro giustizia e perdono.

Non si può ristabilire pienamente l'ordine infranto se non si crea lo spazio a una giustizia che inglobi in sé anche quella particolare forma di amore che è il perdono. Di-scorso difficile, questo, soprattutto quando ci si sente dalla parte delle vittime; eppure, se veramente si vuole tendere alla pace, non si può pensare alla giustizia in termini antitetici al perdono.

Ed è qui che il messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata mondiale della pace del 2002 mostra tutta la sua eloquenza profetica. È il vangelo che esige che il principio «perdono» sia immanente nel principio «giustizia»; è la stessa scrittura, già nell'Antico Testamento, che proclama l'unità di giustizia e misericordia, dunque di giustizia e perdono, addirittura nel Nome stesso di Dio rivelato a Mosè (cf Es 34,6): è un'unità presente nella creazione stessa, perché la misericordia ha preceduto la creazione.

Dio è giusto, ma è nello stesso tempo misericordioso e compassionevole, dunque capace di perdonare, come ha narrato definitivamente di lui Gesù di Nazaret: il perdono è la suprema narrazione fatta da Gesù su Dio. Per questo ci ha insegnato a pregarlo: «Padre, perdona a noi i nostri peccati come noi li perdoniamo ai nostri debitori» (Lc 11,4), mentre lui stesso in croce ha pregato: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). I discepoli di Gesù devono essere sempre uomini e donne di misericordia e di perdono, chiamati ad amare i nemici, a pregare per i persecutori, a benedire e mai maledire (cf Mt 5,44).

Ma questo perdono che la chiesa ha sempre predicato e ha sempre additato come inerente alla vita cristiana, deve diventare non solo prassi personale nel cammino verso la santità ma anche etica e cultura, fino a profilarsi come «politica del perdono espresso in atteggiamenti sociali e istituti giuridici» in cui la giustizia è esercitata e riproposta. Una tale prassi del perdono deve quindi riguardare i cristiani tutti e la loro partecipazione alla vita della polis. Sì, il perdono si rende necessario a livello sociale, politico, nei rapporti tra le nazioni, le etnie, i gruppi... Non ci può essere un progetto di società futura contrassegnata dalla pace, dalla qualità della convivenza sociale e della solidarietà in vista di una vera communitas, senza immettere il perdono nel concetto e nella prassi della giustizia.
Certo, una prassi del perdono comporta a breve termine un apparente perdita, forse anche una sconfitta, ma in realtà assicura un guadagno a lungo termine. La violenza è l'esatto opposto: opta per un guadagno a scadenza ravvicinata, ma prepara sul lungo termine una perdita reale e permanente.

E perdono non è una debolezza, anche perché chi lo concede e lo pratica deve essere munito di una grande forza spirituale, di una intensa vigilanza sulle proprie passioni, di una grande disciplina nei confronti della propria aggressività. Concedere e accettare il perdono è sempre stata opera di pochi, ma oggi può diventare prassi dei cristiani e di altri uomini che cercano vie di senso e desiderano la pace per la terra! Il principio «perdono» è per il cristiano giusto in sé, perché rifiuta di identificare il male con l'uomo che lo compie e, quindi, di cosificare l'uomo riducendolo al suo operare malvagio.

Proprio questo principio «perdono» deve aiutare al ripensamento del concetto di giustizia retributiva: molte situazioni di conflitto endemico, situazioni cariche di odio e di violenza, di azioni e reazioni mortifere, possono trovare una soluzione e un'apertura verso un radicale ristabilimento della giustizia solo attraverso un atto di perdono dei crimini commessi. Giustizia e perdono congiunti aprono un futuro di riconciliazione e di pace: altre vie non esistono!


GUERRA: SE LA CONOSCI LA EVITI


Così scriveva Erasmo da Rotterdam cinque secoli fa: le sue parole sono più attuali che mai.

Dulce bellum inexpertis: la guerra piace a chi non la conosce...

Se c'è una cosa, tra le attività degli uomini, che è opportuno intraprendere con esitazione, e che anzi è opportuno evitare, scongiurare, respingere in ogni modo possibile, quella è la guerra: nulla è più empio di essa, nulla più sciagurato, nulla più pericoloso; da nulla è più difficile venire fuori, nulla è più tetro e più indegno dell'essere umano, per non dire del cristiano.

E invece si farebbe fatica a dire quanto, al giorno d'oggi, per ogni dove e con quale audacia e leggerezza le guerre si intraprendono e quanto ferocemente e barbaramente si conducono, non solo da parte dei popoli pagani, ma anche da parte dei popoli cristiani... Nè mancano giuristi e teologi che incitano in tali delitti e, come si suol dire, danno esca al fuoco.

Siamo arrivati al punto che la guerra è un evento talmente banale, che gli uomini si meravigliano quando si trova qualcuno a cui essa non va a genio: la guerra appare talmente conforme al comune sentire, che sembra empio, per non dire eretico, disapprovare una cosa che, tra tutte, è invero la più triste e foriera di infelicità.

E invece sarebbe stato più giusto disapprovare quel cattivo demone, quella peste, quella follia, quella Furia che per prima insinuò nella mente degli uomini un comportamento così orrendamente ferino: un comportamento a causa del quale l'animale più placido di tutti, per natura incline alla pace, alla benevolenza, e al bene comune, suscita pericoli gravissimi per colpa di una pazzia bestiale e di istinti deliranti.

(Erasmo da Rotterdam, Adagia 145).



Ultima modifica Sabato 11 Febbraio 2012 17:40
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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