Giovedì, 17 Agosto 2017
Domenica 22 Agosto 2004 13:44

[Il Cristianesimo come commedia] (Harvey Cox)

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Festività e fantasia sono per Cox i due elementi essenziali di una celebrazione che «sviluppa la capacità dell'uomo di inventare e innovare».

(...) Il riso dell'universo in cielo? Certo. Nell'inferno, secondo Dante, non vi sono né speranza né riso. In purgatorio non vi è il riso, ma vi è la speranza. In cielo la speranza non è più necessaria, e regna il riso.

La speranza comica impronta l'embrionale sensibilità religiosa del nostro tempo. Ha oltrepassato la credulità ortodossa, il pathos esistenziale, l'ottimismo fiducioso; rappresenta l'unico idioma possibile alla fede in un'epoca di dèi morti, di chiese museo e di teologia archeologica. I nuovi teologi hanno ragione quando affermano che la speranza è la forma caratteristica della fede dell'uomo moderno.

Ma la nostra speranza non è la serena fiducia dell'uomo medioevale né l'ottimistica attesa di cose migliori proprio all'angolo della strada, cui si abbandona il progressista. La nostra è una speranza più o meno informe, ma è pur sempre una speranza, una speranza che cerca un contenuto, la speranza che un giorno o l'altro potremo di nuovo aprirci a qualche forma di speranza.

Data la realtà dei fatti che ci circondano, possiamo conservare una tale speranza solo con un atto di audace temerarietà. Ci troviamo ad affrontare avvenimenti così totalmente privi di comicità come la guerra, la morte e la sofferenza gratuita, con una disposizione comica che avrebbe ripugnato alla generazione precedente e sconcerta tuttora molti nostri contemporanei. Il romanzo buffo di Joseph Heller, Comma 22, benché possa suonare offensivo a chi conosce per esperienza l'orrore della guerra, riesce tuttavia a condannare la generale insensatezza grazie appunto all'iperbole comica. Racconta la storia di un povero capitano d'aviazione della seconda guerra mondiale, di nome Yossarian, che, benché alla fine del libro appaia letteralmente pazzo e completamente paranoico, si presenta come l'unica persona sana di mente. La sua viltà e la sua follia, in contrasto con l'austera logica dei generali e dei colonnelli che lo circondano, sembrano l'unico atteggiamento razionale. Comma 22 non si riferisce soltanto alla guerra. Si riferisce alla fondamentale follia sulla quale si regge la nostra società così razionale. Come osserva un critico, cerca di "rivelare la frode sostanziale che si cela nell'orrore, di scoprire il ridicolo nella catastrofe, con la speranza di lasciar filtrare almeno un barlume di luce".

Il riso è l'ultima arma della speranza. Circondati su tutti i fronti dall'idiozia e dall'abiezione, sospinti a credere nell'imminenza dell'apocalisse finale, sembriamo tuttavia coltivare il riso come l'ultima difesa che ci rimane. Di fronte alla rovina e alla morte ridiamo invece di farci il segno della croce. O forse, più esattamente, il riso è il nostro modo di farci il segno della croce. È la prova che, nonostante la scomparsa di qualsiasi motivo di speranza che si fondi sui fatti, non abbiamo cessato di sperare.

Come dice R.W.B. Lewis, nel profondo dell’immaginazione dell’uomo si cela il senso della terribile imminenza della catastrofe. Ma non lo paralizza. Nella sua più intima profondità vi è "una attesa che si radica non esattamente nella speranza, ma in una speranza di speranza".

Questo senso di speranza radicale, irreprimibile, rimane vivo e vitale nel comico. Il suo Cristo è il buffone dipinto la cui follia è più sapiente della sapienza. La sua chiesa si riunisce ovunque gli uomini alzano coppe festive per brindare a gioie ricordate o anticipate. La sua liturgia è l’esuberante gioco della fantasia in un mondo prosaico. Il suo dio è il motivo, spesso inespresso, per il quale ci rifiutiamo di lasciarci intimidire o mortificare dai fatti puri e semplici.

La speranza comica non è un dono di cui le persone religiose detengono il monopolio. È condivisa da ogni specie e condizione umana. Ma potrebbe essere specifica responsabilità degli uomini di fede coltivare questo dono, celebrare il senso della speranza e manifestarlo. Potrebbe anche scomparire; e dove il riso e la speranza sono scomparsi, l’uomo ha cessato di essere uomo.

Harvey Cox

(da La festa dei folli, Milano, 1971)

 



Profilo biografico: Harvey Cox, nato nel 1929 in Pensylvania, è un teologo appartenente alla Chiesa Battista ed è stato insegnante a Harvard fin dall'inizio degli anni '60. E' stato cappellano all'università e direttore delle attività religiose all'università di Oberlin. Attivo in campo ecumenico, i suoi interessi di insegnamento e di ricerca hanno messo a fuoco l'interazione tra religione, la cultura e politica. Autore prolifico e dai molteplici interessi, le sue opere sono state spesso al centro di forti dibattiti. La sua riflessione ha spaziato dal fenomeno della secolarizzazione alla teologia politica e alla teologia della speranza, alla spiritualità orientale e ai fenomeni legati all'esperienza del pentecostalismo protestante.

Opere di Harvey Cox: grossa risonanza ha avuto, anche in Italia, alla fine degli anni '60 la sua opera più conosciuta: La città secolare (Valecchi 1968). Altre opere: Il cristiano come ribelle (Queriniana 1973), La festa dei folli (Bompiani 1971), Non lasciatelo al serpente (Queriniana 1969), La seduzione dello spirito. Uso ed abuso della religione popolare (Queriniana 1974), La svolta ad Oriente (Queriniana 1979), The Silencing of Leonardo Boff: Liberation Theology and the Future of World Christianity, Many Mansions: A Christian's Encounters with Other Faiths, and Fire From Heaven: The Rise of Pentecostal Spirituality, The Reshaping of Religion in the Twenty-First Century. Tra le sue più recenti opere: Common Prayers: Faith, Family, and a Christian's Journey Through the Jewish Year. In italiano: Le feste degli ebrei (2003), in cui, a seguito del matrimonio in seconde nozze con una collega ebrea, presenta l’ebraismo come una religione dell’ortoprassi e del rituale.

Su Harvey Cox: rimandiamo a Ardusso - Ferretti - Perone, Introduzione alla teologia contemporanea.

Il testo che presentiamo: è tratto da l'opera La festa dei folli, un testo che vuole proporre il ricupero della festa alla luce di una "teologia comica". Festività e fantasia sono per Cox i due elementi essenziali di una celebrazione che «sviluppa la capacità dell'uomo di inventare e innovare». L'uomo che vive la dimensione festiva, "comica" è l'uomo capace di sperare in un futuro migliore.

Indirizzi utili: http://www.hds.harvard.edu/faculty/cox.html

 

Ultima modifica Venerdì 24 Febbraio 2012 20:30
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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