Domenica, 15 Settembre 2019
Mondo Oggi
Martedì 23 Gennaio 2007 11:27

UN DIALOGO DA NON SPEZZARE

Pubblicato da Fabrizio Foti

UN DIALOGO DA NON SPEZZARE

Di fatto, è già incominciato il dopo Bush nel Medio Oriente, martoriato dalla guerra. Dai massacri di Baghdad agli attentati selettivi di Beirut, fino alle inutili rappresaglie israeliane e ai sequestri di persona nella striscia di Gaza. Tutti i potenti della regione, ormai, sanno di non poter contare - nel bene o nel male - su un punto di riferimento saldo a Washington. Il loro riposizionamento è un’incognita pericolosa e la stessa forza d’interposizione Onu in Libano rischia di venir travolta dalle circostanze, se la tregua non verrà al più presto riempita di iniziative politiche, diplomatiche e umanitarie.

E’ in tale contesto turbolento che attendo, come un’iniziativa preziosa, il viaggio di Benedetto XVI in Turchia. Sto scrivendo una settimana prima del suo svolgimento; voi mi leggerete a cose fatte. Ma in anticipo, proprio perché si tratta di un viaggio a rischio, voglio dichiarare il mio apprezzamento per la scelta vaticana di confermarlo, nonostante tutto quello che è successo dalle proteste per il discorso di Ratisbona in poi.

Papa Ratzinger mostra una volontà di dialogo e d’incontro amichevole con il mondo musulmano, che smentisce qualsiasi grossolano tentativo di un suo reclutamento fra i teorici del conflitto di civiltà. In tutta questa vicenda ha mostrato anche un approccio umile, disponibile a chiedere scusa e a spogliarsi di ogni malintesa sovranità regale. Né lo hanno frenato l’indisponibilità a riceverlo del premier turco Erdogan, o le tensioni crescenti intorno alla difficile candidatura di Ankara come membro dell’Unione europea.

Personalmente sono un convinto fautore di un’Europa più mediterranea, della quale possa fare parte a pieno titolo anche la grande repubblica a maggioranza musulmana, che rappresenta storicamente il nostro ponte gettato verso l’Asia. So che Papa Ratzinger, da cardinale, ha espresso opinioni diverse, e del resto ciò è coerente con la sua visione di un’Europa cristiana, anzi, luogo fondativo della cristianità nell’incontro fra messaggio biblico e pensiero greco. Ma quel che conta, al di là delle diverse visioni, è l’intenzione sincera di non interrompere il dialogo. Soprattutto in un momento così pericoloso per la pace nel Mediterraneo.

C’è, poi, un secondo motivo di speranza nel viaggio turco di Benedetto XVI. La sua visita sul Bosforo a quel minuscolo centro universale della Chiesa ortodossa che reca il nome di Fanar, l’antico Patriarcato di Costantinopoli, può alimentare una spinta ecumenica tale da oltrepassare resistenze e rivalità delle singole chiese nazionali ortodosse nei confronti di Roma. Non dimentichiamo che la frattura originata dal primo scisma pesa ancora nella contrapposizione fra un’Europa latina e un’Europa slava. Ne sanno qualcosa i popoli balcanici. Ogni passo verso la pacificazione è il benvenuto.

di Gad Lerner

Nigrizia/Dicembre 2006

Martedì 23 Gennaio 2007 11:23

LE PRIORITÀ DELLA CARITAS

Pubblicato da Fabrizio Foti

LE PRIORITÀ DELLA CARITAS

Nell’aprile 1994 il Ruanda si è trasformato da «Paese delle mille colline» in Paese dei mille problemi e dei mille cimiteri. Il genocidio, durato ufficialmente poco più di tre mesi, ma poi proseguito con assassini, vendette, ritorsioni da una parte e, dall’altra, ha lasciato una nazione in rovina: morti dappertutto e un numero impressionante di orfani, vedove, persone senza casa, disabili. Gran parte della popolazione si è rifugiata nella Repubblica democratica del Congo e nei Paesi vicini. Poi, pian piano, è tornata la normalità, per quanto possa tornare normale un Paese nel quale più di un decimo della popolazione è stata massacrata in cento giorni. E’ cominciata la ricostruzione, tanto più difficile in una provincia, come quella di Cyangugu, che con il Congo confina e che prima ha dovuto registrare l’esodo dei ruandesi in fuga, poi l’arrivo dei profughi congolesi di diverse fazioni.

La Chiesa cattolica ha avuto un ruolo importante nel post-genocidio: nella diocesi di Cyangugu, in cui territorio coincide con quello della provincia omonima, la metà dei 566mila abitanti è cattolica. Nella ricostruzione, in quella umana prima ancora che materiale, il braccio operativo è stata

la Caritas, diretta da don Modeste Kajybwami. «Sono i gesti concreti a parlare più dei discorsi, perché rendono credibile il messaggio evangelico - osserva -. Noi, come strumento della pastorale della Chiesa, dobbiamo svolgere il nostro ruolo soprattutto nell’assistenza di coloro che non hanno niente e sono dimenticati dalla società.

La Caritas di Cyangugu, come del resto tutto il Paese, finito il genocidio non aveva più nulla Abbiamo chiesto aiuto alle Caritas europee e il nostro appello è stato ascoltato: abbiamo ricevuto cibo, vestiti, medicine, lastre di metallo per ricostruire i tetti delle case. Ma

la Caritas deve anche annunciare il Vangelo spingendo alla condivisione, alla pace, al perdono e all’amore: per fare questo lavoriamo con le strutture esistenti della Chiesa, come le comunità ecclesiali di base e le parrocchie».

Per concretizzare il suo ruolo sociale,

la Caritas ha dovuto fissare alcune priorità: il contributo alla ricostruzione delle case, l’aiuto agli orfani, la creazione e l’avvio delle associazioni delle famiglie che hanno accolto i bambini rimasti senza genitori, l’elaborazione di progetti in grado di generare reddito, gestiti da queste stesse associazioni (ad esempio, l’allevamento di mucche e capre), oppure a carattere cooperativo (la gestione dei mulini e la fabbrica dei mattoni), o, ancora, rivolti al piccolo commercio. Tra le altre esperienze e proposte messe in campo, l’aiuto alla scolarizzazione degli orfani, il sostegno per le cure sanitarie, l’alfabetizzazione. Nonostante gli sforzi profusi, però, restano ancora molte emergenze da affrontare: «Il numero degli indigenti aumenta, così come quello dei senza casa e dei malati di Aids che lascia nuovi orfani - prosegue don Modeste -. I poveri non hanno da mangiare a sufficienza, non possono farsi curare né pagare la scuola per i loro figli. Basta un problema climatico e la situazione si aggrava. Ci sono molti bambini malnutriti, il cui peso non corrisponde a quello che dovrebbero avere alla loro età, ragazzi di strada e giovani con meno di 15 anni che diventano capi-famiglia. Le carceri sono piene di detenuti: solo nella prigione di Cyangugu ce ne sono seimila, due volte alla settimana le loro famiglie vengono a portare qualcosa da mangiare per i loro congiunti Per tutto questo

la Caritas fa qualcosa, ma non può trovare vere soluzioni». Lavora sodo con gli orfani che hanno finito la scuola elementare, ma non possono frequentare le secondarie (sono 2.631 nella diocesi, divisi in 815 famiglie). Ha istituito un servizio che si occupa della lotta all’Aids e invita la gente ad associarsi in forme di mutua assistenza, per garantirsi la tutela della salute, ma il problema è sempre il numero degli indigenti. «Facciamo animazione alla carità, alla condivisione, al sostegno ai poveri, all’auto-promozione e al rispetto della vita - aggiunge don Kajyibwami -. Perché siamo convinti che

la Caritas è lo strumento della pastorale sociale della Chiesa, ma anche della pace e della riconciliazione. Riceviamo un aiuto dalla Caritas francese, ma è insufficiente. Vorremmo riuscire a realizzare un progetto generatore di risorse, in modo da auto-finanziare le nostre iniziative, ma l’obiettivo è ancora lontano. Del resto, lo sviluppo e la riconciliazione impongono un lungo cammino. Noi preghiamo sempre il Signore affinché non ci sia mai più un genocidio in Ruanda e in tutto il mondo».

a.m.

Popoli/Agosto-Settembre 2006

Martedì 23 Gennaio 2007 11:21

UN ANNUNCIO CHE CHIEDE GIUSTIZIA

Pubblicato da Fabrizio Foti

UN ANNUNCIO CHE CHIEDE GIUSTIZIA

La globalizzazione è diventata una questione mondiale che vede le «anime», per usare la terminologia di Francesco Saverio o dello stesso Ignazio di Loyola, cadere nell’inferno della perdita di dignità umana. E un problema marginale per la ristretta élite il cui unico pensiero è di «guadagnare il mondo intero» e a cui non potrebbe importare meno della vita dei poveri. Francesco Saverio aveva dedicato la sua vita alla causa di «salvare le anime». Oggi chiede a coloro che vogliono camminare sulle sue orme di portare speranza e salvezza ai poveri che diventano sempre più poveri, alle popolazioni sempre più numerose delle baraccopoli, ai profughi che attraversano i confini dei Paesi stranieri, ai sempre più numerosi malati colpiti dalla piaga dell’Hiv/Aids, alle vittime di discriminazioni di razza e di casta. Sono queste le moderne regioni dell’inferno, che crescono a un ritmo sconvolgente e nelle quali non c’è posto per il «volto» umano. Queste sono le persone che dovrebbero rientrare nelle preoccupazioni dei giovani di oggi, persone che rivelerebbero loro il volto misericordioso del Padre. L’umanità sarà giudicata sulla base di «ciò che avrete fatto al più piccolo di questi fratelli». In un’epoca in cui la proclamazione diretta del Vangelo ad gentes ha sempre meno seguaci, dove ci conduce lo spirito missionario del santo?

La Chiesa ha ricevuto il dono del Vangelo ed è al servizio del Vangelo. Gli apostoli nel Cenacolo furono riempiti di Spirito Santo, che li spinse a uscire e annunciare la verità che Gesù Cristo è risorto e che Lui solo salva gli uomini. L’incremento dei discepoli della Chiesa «visibile» è certamente un dono dello Spirito. Ma non può bastare il battesimo se manca la conversione del cuore, quella scelta di vita che porta a perdonare i nemici, ad amare il prossimo e il diverso da me, a servire l’altro indipendentemente dalla razza e dalla religione. L’armonia comune, il dialogo tra le religioni, la giustizia per i poveri dovrebbero essere gli obiettivi dell’evangelizzazione della Chiesa di oggi. Solidarietà e fratellanza, rispetto per gli altri, attenzione verso il più piccolo dei fratelli, hanno il loro fondamento nella vita e nel messaggio di Gesù, che divenne uno di noi. Nello scegliere le regioni e le comunità che doveva visitare, san Francesco Saverio era guidato dallo spirito del discernimento, che gli faceva cogliere quale era il bisogno più urgente e in che modo poteva raggiungere il bene maggiore. Nel discernere, oggi, quale sia la causa di maggiore preoccupazione, la individuerei nella disparità crescente e sempre più evidente tra i ricchi e i poveri. Per tenere insieme le due metà di questo mondo sempre più polarizzato dobbiamo portare le persone a comprendere l’atteggiamento di Gesù che spogliò se stesso e assunse la natura di servo (Fil 2,7). Questa è una sfida per l’umanità intera. Nel mondo c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti, ma non per soddisfare i capricci e l’avidità di tutti. Un’attenzione vera e fraterna per i più piccoli è il primo passo per incontrare i loro bisogni e permettere loro di vivere con dignità, come figli del nostro unico Padre che è nei cieli. In India, in particolare,

la Chiesa deve portare il messaggio salvifico del Vangelo nei conflitti interetnici e religiosi. Francesco Saverio predicava la salvezza che è l’amore di Dio rivelato nel suo Figlio Gesù Cristo.

Il messaggio e il messaggero cristiano di oggi continuino a proclamare la fratellanza, l’amore, la pace attraverso la compassione e il perdono. Questi sono il marchio dell’annuncio cristiano. Lo spirito di amore e di compassione portò Francesco Saverio verso le Indie. Questo stesso spirito permea oggi l’apostolato e i ministeri dei gesuiti e di tutti i missionari nelle terre che il santo raggiunse nella sua vita.

di Stanislaus Fernandes s. I.

Arcivescovo di Gandhinagar (India)

Popoli/Ottobre 2006

Martedì 23 Gennaio 2007 11:16

«RUANDA, LAVORIAMO ALLA RICONCILIAZIONE»

Pubblicato da Fabrizio Foti

«RUANDA, LAVORIAMO ALLA RICONCILIAZIONE»

LA SCHEDA
Superficie: 26.338 kmq.

Popolazione: 8.163.715 ab. (cens. 2002), 8.648.000 (stima 2006).

Capitale: Kigali, 608.141 ab. (2002).

Pnl/ab: 198 dollari Usa.

Aspettativa di vita: 47,3 anni.

Mortalità infantile: 89,6 morti su 1.000 nati vivi.

Debito estero: 1.316 dollari Usa (2001).

Popolazione povera (meno di un dollaro al giorno): 60%.

Religione: cristiani 74%, animisti/credenze tradizionali 25%, musulmani 1%.

GruppI etnici: hutu 80%, tutsi 19%, twa 1%

Lingua: francese, inglese, kinyaRwanda (ufficiali).



“I cattolici che hanno commesso crimini erano tali solo di nome”

“Come religiosi siamo intervenuti a fianco dei più poveri”

In Ruanda le celebrazioni per il decennale del genocidio sono finite da tempo. Tanti i momenti di ricordo, le «scoperte delle fosse comuni, le cerimonie all’insegna della riconciliazione, anche se forse un po’ di parte, come commentano gli osservatori esterni. Tutto si è svolto senza incidenti, ed è già molto. Specie da aprile a luglio 2004, cioè nel periodo in cui dieci anni prima erano state uccise non meno di 800mila persone, il genocidio è tornato al centro dell’attenzione di un Paese in straordinaria crescita. Dappertutto ci sono cantieri (spesso di aziende cinesi) per realizzare strade e opere pubbliche, il prodotto interno lordo è in forte crescita, il Paese è ai vertici delle classifiche mondiali per quanto concerne il ruolo delle donne nella vita pubblica. Tutto passato quindi? Nemmeno per idea e non solo perché una tragedia simile è impossibile da dimenticare.

«Il genocidio resta un male innominabile che ha colpito tutto il Ruanda e la Chiesa cattolica ruandese» afferma Jean Damascène Bimenyimana, vescovo di Cyangugu, diocesi nel Sud del Paese, ai confini con la Repubblica democratica del Congo. Dalla sua sede sulle rive del lago Kivu, l’alto prelato non nasconde le responsabilità della tragedia, ma invita a non generalizzare. «Il massacro è stato organizzato dal potere politico che era alla guida del Paese. Alcuni di quelli che gestivano questo potere erano cristiani cattolici, e c’erano cattolici anche tra le persone che sono state spinte a commettere i crimini del genocidio. Tutta questa gente non ha messo in pratica il comandamento dell’amore che ci ha lasciato Gesù Cristo: erano cristiani cattolici solo di nome. Questo, però, non vuol dire che il genocidio prova il fallimento dell’evangelizzazione del Ruanda, come certi osano affermare: non tutti i cattolici ruandesi hanno partecipato al genocidio. Se si sostiene questa tesi, la si dovrebbe trasporre a quei Paesi tradizionalmente e storicamente cristiani nei quali si sono verificati altri massacri, ma non mi pare il caso».

La Chiesa, anzi, è intervenuta subito a fianco dei parenti delle vittime per aiutarli a ricostruire le case e a tornare ad abitarle. L’operazione continua, perché sono tante le persone rimaste sole e senza famiglia. In particolare, le strutture diocesane e parrocchiali hanno aiutato le donne scampate ai massacri e quelle i cui mariti sono in prigione a mettersi insieme e a formare associazioni. Si è così testimoniato che la riconciliazione non è un sogno, ma un passo che ciascuno deve fare.

L’episcopato locale ha anche avviato una profonda riflessione sui fatti del 1994. «Tre anni dopo - rileva mons. Bimenyimana -, con i preparativi per il giubileo del 2000 e per la celebrazione dei cent’anni di evangelizzazione del Ruanda, si è messo mano seriamente al problema della riconciliazione dei ruandesi, organizzando, in quasi tutte le diocesi, un sinodo straordinario per affrontare la questione etnica. Scambi e confronti hanno avuto luogo nelle comunità ecclesiali di base e hanno favorito un clima di dialogo tra tutti i componenti della società ruandese. Le conclusioni sinodali di ogni diocesi hanno mostrato che la riconciliazione è un processo iniziato che bisogna proseguire. Attualmente se ne stanno occupando la commissione episcopale e le commissioni diocesane “Giustizia e Pace”. Si organizza la formazione per i “mediatori della pace” o gli “apostoli della pace” sui differenti generi di conflitti e sulla metodologia per gestirli. Molti di loro sono giudici nei processi popolari gacaca allestiti dal Governo ruandese per i reati connessi al genocidio. Il 13 giugno 2002 i vescovi hanno scritto la lettera La giustizia che riconcilia, nella quale invitano, specialmente i cristiani, a dire la verità e nient’altro che la verità nei processi gacaca per riferire quanto hanno visto e vissuto. Bisogna ricordare che, soprattutto prima del 1997, ma anche dopo, la Conferenza episcopale del Ruanda non ha mai cessato di indirizzare, ai ruandesi in generale e ai cattolici in particolare, lettere pastorali nelle quali si chiedeva di vivere insieme nella concordia e nella pace».
I problemi da affrontare, all’alba del terzo millennio, restano però numerosi e complessi. L’elenco è davvero lungo: sovrappopolazione, terre coltivabili sempre più rare (anche per via delle suddivisioni imposte da doti e frazionamenti ereditari), povertà galoppante, i bambini di strada presenti ormai in tutte le città, poche strade in buone condizioni, acqua potabile non disponibile a tutti. A queste difficoltà di fondo, si aggiungono la pandemia di Aids e il fiorire delle sette religiose. Sul fronte dell’istruzione, nonostante i grandi sforzi delle famiglie, la carenza di mezzi per acquistare il materiale didattico, ma anche vestiti appena decenti, è la causa principale dell’abbandono delle scuole fin nei primi anni di frequenza. Mancano i fondi per pagare le spese scolastiche agli allievi delle scuole secondarie, per cui è molto basso il numero di alunni che passano dal ciclo di studi primario a quello secondario e, da qui, all’università. Sono pochi gli istituti nei quali si impara un mestiere e i giovani che terminano la scuola secondaria non trovano lavoro. Gli analfabeti restano numerosi.

«La comunità cristiana non è un’isola al riparo da questi problemi - commenta il vescovo - e, oltretutto, deve fare i conti con la carenza di catechisti formati e di scuole per prepararli. Coloro che abbracciano questa missione sono costretti ad accettare un livello di vita molto basso: mancano i fondi per far stampare i manuali di catechesi, per il materiale didattico e per far funzionare i servizi connessi quali l’animazione catechetica. La catechesi ha a disposizione, nel calendario scolastico, soltanto un’ora di corso alla settimana sia nella scuola primaria sia in quella secondaria, e aumentano gli insegnanti che trascurano questa lezione».

Una secolarizzazione crescente, quella della scuola pubblica, alla quale non sarà facile trovare rimedio, ma che non preoccupa il vescovo: «La Chiesa cattolica collabora con lo Stato soprattutto nel settore della sanità e dell’insegnamento, ma salvaguarda la sua neutralità, non si immischia negli affari politici».

Alberto Marini

Popoli/Agosto-settembre 2006

30° INCONTRO NAZIONALE DELLE COMUNITÀ CRISTIANE DI BASE: LA PASSIONE PER LA DEMOCRAZIA, LA PRATICA DELLA LAICITÀ

FRASCATI. Un appuntamento - il 30° Incontro Nazionale delle Comunità Cristiane di Base, svoltosi a Frascati (Roma) dall'8 al 10 dicembre sul tema: "Orizzonti di laicità. Pratiche nelle CdB e nella società" - che segna indubbiamente una tappa significativa nel percorso che le Cdb hanno costruito insieme in questi anni sul tema della laicità, in un momento - per di più - particolarmente delicato della vita del Paese, in cui grande è la confusione sulla cultura e le pratiche politiche e sociali della laicità. Vivacissima ed appassionata la presenza dei circa 350 partecipanti, tra cui una cinquantina di giovani (un dato rilevante per un movimento che, dopo 35 anni di vita, non solo non mostra la corda, ma manifesta nuovi segni di vitalità), che per tre giorni hanno riflettuto e discusso sugli orizzonti ecclesiali e politici del Paese. Certo, i recenti interventi delle gerarchie ecclesiastiche contro il progetto di regolamentazione per legge delle unioni di fatto e il drammatico caso di Piergiorgio Welby hanno reso di ancora più urgente attualità le analisi e le riflessioni svolte durante i lavori, ma in realtà il tema della laicità (e la denuncia del regime concordatario) - è stato sottolineato da Marcello Vigli nell'introduzione - è stato costantemente presente nella storia e nella riflessione delle CdB.

La prima giornata dei lavori si è aperta con il confronto tra intellettuali e politici di orientamento diverso: i rilievi e le critiche all'accentramento wojtyliano e alla gestione ruiniana degli ultimi 15 anni fatti dai relatori – credenti e non credenti - ospiti dell'incontro, mostra come ciò che fino a pochi mesi fa era lasciato ad esclusivo appannaggio di una minoranza bollata come "cattolici del dissenso" o "cattocomunisti" sembra oggi condiviso da settori sempre più larghi del mondo ecclesiale e laico. Così, durante il dibattito che ha aperto i lavori dell'incontro ("Dove va la Chiesa cattolica italiana in una società multiculturale e multireligiosa, in presenza di una crisi del sistema democratico"), forti e radicali critiche all'attuale establishment ecclesiastico ed alla sua linea politico-pastorale sono arrivati sia dalla parte laica del parterre - il filosofo Giulio Giorello, la femminista (direttora del trimestrale Marea) Monica Lanfranco - che da quella cattolica, rappresentata da Giorgio Tonini (senatore Ds-Cristiano Sociali e già presidente nazionale della Fuci) e Marinella Perroni (teologa e presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane).

Analfabetismo episcopale di ritorno
La teologa Marinella Perroni ha voluto esprimere un giudizio nettamente positivo dell'assise di Verona, cui lei stessa ha partecipato. Al Convegno ecclesiale - ha detto - "ho incontrato persone diverse dallo stereotipo che ne danno solitamente i media". Un laicato vivace che, specie nel lavoro per ambiti, ha discusso "con serietà e notevole capacità di giudizio critico". Se poi quello che emerge da questo tipo di assise è "il solito teatrino ecclesiastico", la colpa – dice la Perroni – è solo di certa "vergognosa stampa laica". Nel corso del suo intervento non ha però potuto evitare di rilevare anche un certo "disincantato cinismo" che caratterizza da qualche tempo l'azione dei laici cattolici, e il fatto che i documenti che avrebbero dovuto guidare i lavori degli ambiti siano tutti rigorosamente passati "attraverso la varechina della Cei" (e infatti – sottolinea – in molti casi sono stati criticati dai gruppi, "tanto da costringere i relatori a rettificare le linee delle relazioni iniziali"). Anche la presenza del papa è stata vissuta dall'assemblea "con grande entusiasmo, ma anche con fatica", perché ha finito per monopolizzare un'intera giornata delle tre concesse all'assemblea per portare a termine i lavori. La Perroni non ha mancato poi di sottolineare come il discorso di Benedetto XVI fosse "speculare a quello di Ruini". Sembrava quasi che "mezzo discorso dell'uno fosse stato scritto dall'altro, e viceversa". Una linea di reciproca legittimazione che - dice la presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane - l'assemblea in gran parte non ha condiviso. Ciononostante - ed è una contraddizione rilevata dalla stessa Perroni durante il suo intervento - ben 52 applausi hanno scandito il discorso del presidente della Cei. Insomma, anche il quadro ecclesiale tratteggiato dalla Perroni ha assunto via via tinte piuttosto fosche: la teologa ha infatti parlato di una Chiesa dove è altissimo, "forse più che in ogni altro Paese europeo", "il tasso di analfabetismo episcopale". Dove ormai tra teologi e vescovi non c'è più alcuno scontro "semplicemente perché non esiste alcuna occasione di incontro", dove è sotto gli occhi di tutti "il processo di ‘ciellenizzazione'", perché, se "sulla cattedra di Mosè sono ormai da tempo seduti i movimenti, è altrettanto vero che alcuni sono seduti più in alto di altri". Per la Perroni, tuttavia, questo stato di cose è destinato a cambiare in tempi brevi perché - afferma - è sempre più diffusa tra i credenti "la fame di una Chiesa che torni a fare la Chiesa". E poi, conclude la Perroni, i tanto sbandierati "valori non negoziabili" che oggi la gerarchia ecclesiastica difende a spada tratta in realtà non hanno senso: "non esiste nulla nell'umana realtà di non negoziabile, tanto più per la Chiesa cattolica che ha sempre negoziato tutto, anche la morte, tanto che i cattolici parlano dell'aldilà…".

Azzerato il laicato cattolico
Dal canto suo il senatore Tonini si è chiesto come mai (a parte l'inevitabile presenza istituzionale di Prodi e – per par condicio – anche di Berlusconi) a Verona i politici non fossero stati invitati. Al di là dell'opportunità di non trasformare il Convegno ecclesiale "in una specie di ‘Porta a Porta'", per Tonini questa scelta denuncia ancora una volta, da parte della Chiesa italiana, la difficoltà di rapportarsi con la politica dopo la scomparsa della Dc. Un imbarazzo che – spiega Tonini – nasce dal fatto che il "bipolarismo, sia nel suo aspetto politico che in quello culturale", si è ormai "incuneato in modo profondo anche nella Chiesa", che soffre oggi al suo interno di una forte stratificazione. Il primo strato - spiega Tonini - è quello rappresentato dal vertice ecclesiastico che, per più di 20 anni, è stato schiacciato dalla titanica leadership di Giovanni Paolo II che, attraverso il cardinal Ruini, ha di fatto "commissariato la Conferenza episcopale italiana". È noto infatti, chiosa il senatore Ds, che "le conclusioni delle assemblee dei vescovi fossero stampate ancor prima che iniziassero i lavori" e che il ruolo del presidente dei vescovi somigliava più a quella di un "commissario prefettizio" che a quella del presidente di una Assemblea. Così, a lungo andare, "il dibattito teologico si è spento", tanto da apparire oggi più simile ad un "dibattito filologico", ed ogni elemento di polemica o semplicemente di critica intraecclesiale è stato percepito "come elemento distruttivo". A legittimare di fatto la "stagnazione" di questo primo strato – quello gerarchico – in cui si struttura oggi la Chiesa italiana è una larga fascia di credenti, costituita da quella "opinione perbenista che vede nella Chiesa un elemento di stabilità e non ama i fermenti e le sorprese. Sono gli stessi che, significativamente, hanno applaudito Berlusconi al suo arrivo al Convegno di Verona". È vero, ammette Tonini, che nelle diocesi e nelle comunità ecclesiali è sopravvissuta una fascia di credenti "liberi" ("penso alle Caritas, all'associazionismo, alle scuole di teologia per laici, al volontariato"), che costituisce uno strato intermedio tra il vertice della Chiesa e la sua base di consenso, ma questi settori sono divenuti troppo minoritari per poter incidere realmente su assetti ormai consolidati. L'analisi di Tonini si spinge così ad affermare che, in senso proprio, non esiste più neanche un vero e proprio laicato cattolico, nel senso di personalità di spicco del modo cattolico che vivano "di luce propria", che riescano cioè ad esprimere autonomamente una propria visione della Chiesa e della società. Questo laicato, "come dimostra la vicenda delle Acli", in un passato non lontano costituiva la parte più vivace della Chiesa: oggi, "molto semplicemente è stato azzerato". Negli ultimi tempi si è aperta però - secondo Tonini - una fase di transizione per cui gli equilibri consolidatisi negli ultimi 15-20 anni sono destinati a "rompersi in tempi assai brevi". Perché, spiega il senatore Ds, è "l'impalcatura stessa della Chiesa a non reggere più", a partire dalla crisi stessa delle vocazioni presbiterali.

La nevrosi dell'identità
Giulio Giorello ha esordito confessando alla platea di interessarsi alle sorti della Chiesa, "più o meno quanto ad un palestinese interessa dove va Israele, o a un nord irlandese il destino del Regno Unito". Un'esperienza, quella rivendicata dal filosofo, sempre "fuori dal recinto del sacro", dentro un mondo laico che, per definizione, "non ha gerarchia, né ortodossia, né partito", e che, per questa sua caratteristica, "è costituzionalmente più debole" di fronte alle Chiese e alle fedi. Inoltre, negli ultimi anni, campi come quello della bioetica, "nati con una connotazione fortemente laica e positivista", sono diventati "terreno di egemonia religiosa, tanto che ormai nei comitati etici gli esperti e gli scienziati latitano". Da parte dei laici, urge allora comprendere che "le vere contrapposizioni non sono quelle tra credenti e non credenti, cattolici e laici, etica religiosa ed etica laica, ma tra persone che seguono una logica assolutista e altre che seguono una logica della fallibilità". Oggi infatti, rileva Giorello, c'è nel nostro Paese una "nevrosi dell'identità, che arriva ad abbracciare anche gli aspetti più minuti della quotidianità". A questa logica non è sfuggita nemmeno la Chiesa, che "da Giovanni XXIII in poi è progressivamente divenuta una burocrazia dello spirito e ha smesso di prendere in considerazione serie posizioni laiche". Peccato: perché di fronte alla Chiesa di oggi non c'è più - dice Giorello - la vecchia sfida al liberalismo o al marxismo; piuttosto, quella "dell'impresa tecnico scientifica, che ha rimodellato categorie come la morte, la vita, la famiglia, il rapporto tra il diritto e la genetica. Questioni che toccano le scelte personali quanto quelle del legislatore", e che, se non vengono affrontate con urgenza, portano a compiere scelte come quelle fatte sulla pelle di Piergiorgio Welby, "espropriato del diritto che dovrebbe essere garantito a ciascuno di poter decidere di se stesso". La sinistra, poi, "di fronte al disagio ed alla discriminazione quotidiana che in tanti oggi sono costretti a vivere", deve capire "che il conflitto è comunque preferibile al conformismo". E che scienza e tecnica rischiano di trovarsi sotto il controllo di un'etica impazzita, "che non distingue tra l'accettazione della fine della vita con il dare la morte". Così l'identità, che pure può essere un valore importante, "non deve assumere il carattere di feticcio". Se, infatti, "la cultura viene definita una volta per tutte, si finisce per creare dei ghetti – seppure di lusso – in cui le comunità vivono separate le une dalle altre". Per questo, dice Giorello, "multiculturalismo è una parola che non mi piace, perché in fondo è nell'essenza stessa del termine ‘cultura' la dinamicità. Le culture in senso statico non esistono perché vivono solo nel continuo scambio, nella contaminazione reciproca".

Un concetto fortemente sottolineato anche nell'intervento di Monica Lanfranco, che ha parlato di come la laicità, intesa come "ricerca qui ed ora di un orizzonte politico-sociale comune sul tema dei diritti", possa costituire una chiave per sconfiggere la cultura delle enclaves. Ma "la Chiesa e le fedi cercano di impedire l'esplicitazione di queste forme di libertà, che si oppongono alla logica di chi pretende di identificare reato e peccato". (valerio gigante)

da Adista n° 89 del 23 dicembre 2007

COPPIE DI FATTO E PACS: PROCLAMI E DISSENSI NEL MONDO CATTOLICO



ROMA. Le coppie di fatto: sono loro e i loro diritti ancora da riconoscere al centro dell'ennesima crisi all'interno della coalizione di centrosinistra e l'occasione per un nuovo, violentissimo intervento del Vaticano, dalle colonne dell'Osservatore Romano, nel dibattito politico italiano.

Il tema era tornato di attualità prima con un emendamento previsto in Finanziaria che avrebbe allargato alle coppie conviventi, anche se dello stesso sesso, gli sgravi in materia di successione previsti per le coppie sposate - successivamente ritirato grazie all'intervento della teodem della Margherita Paola Binetti, ex-presidente di "Scienza e Vita"; poi con l'iniziativa del Consiglio comunale di Padova di istituire un registro delle coppie di fatto, registro che esiste da molti anni in numerose città italiane come Firenze e Bologna.

Per disinnescare un dibattito potenzialmente esplosivo alla vigilia del voto di fiducia sulla Finanziaria al Senato, Romano Prodi ha fatto approvare dal Consiglio dei Ministri un ordine del giorno che rimanda il dibattito sul riconoscimento civile delle unioni di fatto ad un disegno di legge elaborato dalle ministre Barbara Pollastrini e Rosy Bindi, insieme a Giuliano Amato, da presentare a fine gennaio. Lo stralcio dell'emendamento sulle successioni e le rassicurazioni di Prodi che il governo "farà una cosa seria e saggia, perché siamo persone serie" non sono però bastati a placare le ire del Vaticano, prontamente spalleggiato dal centrodestra che sulle unioni civili promette di fare una battaglia campale.

La bordata più forte la spara il quotidiano pontificio, che il 9/12 apre con un titolo calcolato per creare il massimo scalpore possibile: "Natale 2006: sradicare la famiglia è la priorità della politica italiana". All'interno, l'articolo descrive quella sulle unioni civili come "una battaglia senza senso" e definisce di "carattere ipocrita" le iniziative "che mirano ad accreditare una forma alternativa di famiglia". Già in occasione del caso di Padova, l'Osservatore - in data 6/12 - non si era risparmiato, parlando del registro per le unioni di fatto come dell'ennesima trovata per accreditare culturalmente un modello alternativo di famiglia, specie omosessuale". È "stucchevole", aggiungeva il quotidiano, che "si presentino queste iniziative come risposta ad una società caratterizzata da convivenze eterosessuali quando i promotori di queste iniziative sono quasi sempre i rappresentanti piuttosto delle coppie omosessuali". L'intento è, chiaramente, quello di fare terra bruciata per bloccare sul nascere ogni tentativo di defezione o di dialogo all'interno del mondo cattolico.



Prove di dissenso

Poche, ma chiare, le voci di dissenso da un'impostazione che ricorda quella già adottata dalla Chiesa italiana in occasione del referendum sulla legge 40. Le Comunità cristiane di base, riunite per il loro incontro annuale a Frascati (vedi notizia precedente), ricordano "il valore evangelico dell'amore umano in sé con tutta la sua ricchezza e il suo carico di responsabilità e solidarietà". E questo particolarmente "nel momento in cui si fa straordinariamente aspro il dibattito sul riconoscimento istituzionale dei patti di convivenza e solidarietà fino a divenire o meglio apparire come una contrapposizione frontale fra cattolici sostenuti e spinti da un'impietosa intransigenza papale, e laici semplicemente ispirati dal relativismo". Invece, "lo scontro reale non è fra cristiani e difensori del matrimonio e fautori del relativismo: è piuttosto fra chi ha paura dell'amore, ne diffida e vuole ingabbiarlo, e chi ha fiducia nell'amore e nella capacità creativa dello stesso di affrontare e superare i rischi di derive egoistiche e irresponsabili".

Neppure don Fabio Corazzina, coordinatore nazionale di Pax Christi, condivide l'approccio dell'Osservatore Romano: "È giusto che la Chiesa difenda l'istituzione del matrimonio. Ma non condividiamo l'approccio scelto (ad esempio dal quotidiano della Santa Sede) in questo caso: lanciare accuse, scagliarsi contro qualcuno che fa una scelta diversa dalla nostra di cristiani. Non è la nostra via, non è lo stile di testimonianza evangelica". Inoltre, "in uno Stato laico è opportuno che il legislatore tenga conto di tutti i cittadini, che tuteli la dignità di tutti gli esseri umani, prendendo atto di alcune situazioni di fatto, come quella delle coppie conviventi". Ed è comunque opportuno evitare "i giudizi sommari violenti". Don Giovanni Nicolini, invece, ex-direttore della Caritas di Bologna, si definisce polemicamente anche lui un "convivente" (riferendosi ai 5 monaci con cui vive) e sull'Unità del 14/12 se la prende con l'impostazione "ideologica" data al dibattito da certi politici cattolici: "I temi del Vangelo devono essere tradotti per essere accettati: non ci si può limitare a dire che si agisce 'in nome di', appellandosi ai valori religiosi... mi sento umiliato quando il richiamo alla fede si ferma a rivendicazioni immediate come a quella del crocifisso". Quella delle coppie di fatto è una questione che non bisogna "sacralizzare", scongiurando il rischio di uno Stato "etico", soprattutto dei credenti. Quanto alla legge in sé, lo Stato tutelerebbe "ogni forma di convivenza stabile", anche omosessuale, perché "in uno Stato pluralista e laico non ci possono essere persone ignorate e svantaggiate a priori".



... e prove di allineamento...

L'Azione Cattolica preferisce invece, almeno in questa fase, con un articolo a firma di Giampaolo Dianin, registrare semplicemente la ripresa del dibattito. Quelle dell'Osserrvatore Romano vengono definite "parole forti" per sottolineare quanto sia debole il confine tra il "riconoscere nuove forme di famiglia" e l'"ampliare i diritti delle persone conviventi". Pur affermando che "come cittadini e come credenti ci stanno a cuore le persone", e "siamo consapevoli dell'importanza dei legami affettivi", l'autore ritiene "un passaggio indebito" il "chiamare 'famiglia' tutto e il contrario di tutto svuotando il senso stesso di famiglia fondata su una relazione stabile, scelta e pubblicamente riconosciuta come la intende la Costituzione". Stessa linea anche dal Movimento Cristiano dei Lavoratori che, per bocca del presidente Carlo Costalli, condanna l'iniziativa del governo: "Vogliono legalizzare i Pacs e le unioni gay, intanto continuano a mortificare le famiglie vere".



... anche tra i politici

L'offensiva del Vaticano sembra aver lasciato il segno e i centristi del centrosinistra, cattolici e non, cercano subito di smorzare i toni: lo fa il presidente del Senato Franco Marini dalla conferenza organizzativa e programmatica delle Acli, lo fa Francesco Rutelli che preferirebbe un'iniziativa parlamentare piuttosto che governativa sul tema.

Lo stesso Rutelli, già nel settembre 2005, aveva proposto per le coppie di fatto una soluzione "privatistica" con contratti firmati davanti al notaio. Ipotesi già bocciata dall'Unione ma che adesso torna a circolare. Al centro del dibattito si profila infatti la questione se dare diritti direttamente alla "coppia" riconosciuta dallo Stato oppure alle persone singole inserite al suo interno. "Sono pronta a votare una legge che riconosca i diritti individuali dei soggetti coinvolti in un rapporto di convivenza", ha dichiarato la Binetti: l'importante è non entrare nella sfera del diritto pubblico, ad esempio con misure come la reversibilità della pensione e l'obbligo di assegni familiari in caso di separazione.

Una linea che ricalca quella dettata dal card. Carlo Caffarra in un'intervista al Corriere del 14/12: "Credo ci si debba chiedere se è possibile tutelare i diritti delle coppie di fatto con semplici modifiche del codice civile", senza che ciò implichi "un riconoscimento sociale, una sanzione pubblica": "Se sono per definizione unioni di fatto, allora lo Stato le ignori". E il Paese? Un sondaggio di Repubblica mostra che la maggior parte degli italiani (59%) è a favore di una legge sul tema. Assolutamente contrario invece il 35% dei cittadini. (alessandro speciale)

EUCARISTIA: "PER TUTTI", NON "PER MOLTI". IL PARROCO TEOLOGO CHIAVACCI RISPONDE AL CARD. ARINZE

FIRENZE."Stupore e profondo dolore": così Mons. Enrico Chiavacci, parroco a Firenze e docente di teologia morale presso la facoltà teologica dell'Italia centrale, ha accolto la notizia della decisione vaticana di introdurre una nuova traduzione della formula della consacrazione del calice durante la liturgia eucaristica. Non pià "per tutti" ma "per molti", capovolgendo una scelta fatta all'indomani del Concilio per rendere più chiaro ai fedeli la piena portata del sacrificio di Cristo. L'espressione "pro multis" (per molti) è infatti resa nella maggior parte delle lingue occidentali con formule come "per tutti" o equivalenti, una "spiegazione" - ha scritto il card. Francis Arinze, prefetto della Congregazione per il culto divino, informando della decisione vaticana i presidenti delle Conferenze episcopali nazionali in una lettera dello scorso 17 ottobre che Adista ha pubblicato integralmente sul n. 87/06 del 9 dicembre scorso - del vero senso del testo liturgico piuttosto che una "fedele traduzione", come richiesto dall'istruzione Liturgiam authenticam.
Scrive Chiavacci, contestando le motivazioni teologiche e scritturali portate da Arinze (che agiva comunque sotto l'espresso "indirizzo" di papa Benedetto XVI), che il termine greco oi polloi, a cui si rifà il testo latino a sua volta alla base delle traduzioni in vernacolo, "ha anche un significato inclusivo", oltre a quello "esclusivo", tanto che una corretta traduzione sarebbe ad esempio "la gente in genere". Inoltre, la nuova traduzione avrebbe conseguenze pastorali che "è facile immaginare" per un "povero parroco": sarebbe difficile scacciare tra i fedeli l'impressione di una "marcia indietro" della Chiesa dalle sue aperture conciliari.

Per il teologo fiorentino si tratterebbe, insomma, di un provvedimento "abnorme" e "dannoso per l'annuncio del Vangelo". Ecco di seguito la reazione di mons. Chiavacci alla lettera del card. Arinze. (a. s.)

da Adista n° 89 del 23 dicembre 2007

Lunedì 15 Gennaio 2007 11:16

LA PIAZZA CONTRO LA CHIESA

Pubblicato da Fabrizio Foti

LA PIAZZA CONTRO LA CHIESA

di Franco Garelli

La Stampa - 27 dicembre 2006

Con la scomparsa di Piergiorgio Welby, l'ammalato di distrofia muscolare che da mesi rivendicava il diritto di morire, non si sono attenuate le polemiche sui temi di fine vita, anzi di nuove ne sono emerse, per la decisione del Vicariato di Roma di negare i funerali religiosi. Molta gente non ha compreso il divieto, gridando al tradimento della carità cristiana, ricordando che Welby il suo paradiso l'ha conquistato con una vita di grandi sofferenze e rinunce, affermando che «solo Dio può giudicare la scelta di un uomo che ha avuto il suo Golgota». Nello spazio di fronte alla parrocchia don Bosco, ove si sono celebrati i funerali laici, la folla ha avuto un gesto di stizza al suono delle campane, che vibravano più per il loro normale ritmo liturgico che per sintonizzarsi con la pietà umana di cui si nutriva la piazza. Mai come in questa occasione la distanza tra la piazza e la Chiesa è sembrata incolmabile, con le porte del tempio sbarrate di fronte sia all'ultima domanda di una tragedia umana sia alla voglia di misericordia della gente comune.

Condizionante la risonanza pubblica del caso
Tuttavia, pure la Chiesa ha vissuto il suo dramma interno. Da tempo essa si scopre madre anche verso chi si toglie la vita, concedendo il funerale religioso ai suoi figli che compiono questo gesto estremo. L'attenuante è che si tratti di persone incapaci di intendere e di volere, spinte al suicidio da condizioni più grandi di loro. Perché, dunque, la Chiesa - questa la reazione di molta gente - non ha applicato per Welby la stessa compassione umana e cristiana? Certo, non si può dire che in Welby ci fosse un deficit di coscienza e di volontà. Ma la lucidità non manca nemmeno in molti suicidi, che la Chiesa comunque perdona guardando alle aggravanti che spingono a questo gesto.

Proprio la risonanza pubblica del caso e i motivi addotti dai protagonisti sembrano aver orientato la gerarchia cattolica al rifiuto del commiato religioso. Può un'istituzione religiosa, che ha nel suo Dna la difesa e la promozione a tutti i livelli della vita umana, celebrare un funerale religioso per una persona che - dal suo letto di cronico dolore - è diventata un'icona pubblica della battaglia per l'eutanasia? Una Chiesa che teme che tali questioni e casi siano strumentalizzati o trattati in modo emotivo o semplificato è necessariamente una Chiesa disumana? Non c'era il rischio che la concessione dei funerali religiosi a Welby fosse interpretata come un cedimento della Chiesa alle posizioni dei radicali sui temi di fine vita e una sconfessione dei suoi principi di sempre?

Mentre si ridefiniscono le regole della convivenza
Certo, diranno in molti, la vita e la sofferenza umana hanno maggior valore di una battaglia sui principi. Non si può sempre sacrificare i casi concreti per affermare dei principi astratti. Ma anche tener fermi alcuni punti cardine può essere un servizio che si rende a una comunità che - a seguito dello sviluppo tecnologico - è chiamata in molti ambiti di vita a ridefinire le regole della convivenza. Su tali questioni, il dilemma attraversa non soltanto il mondo laico, ma anche quello ecclesiale. La Chiesa che come istituzione dice no ai funerali di Welby è anche quella rappresentata da alcuni sacerdoti che non hanno mancato in privato di benedire la bara del defunto, e da tanti credenti che avvertono che - in molte situazioni umane - il senso del mistero supera di gran lunga la capacità di orientamento e di decisione.

Si può chiedere alla Chiesa di trovare il modo per meglio comporre l'at-tenzione ai casi singoli e la fermezza sui principi irrinunciabili; ma si deve anche chiedere a tutte le forze sociali e politiche di non operare semplificazioni in un campo - come quello di fine vita - in cui non tutte le scelte sono riconducibili al desiderio o al sentire dei singoli.



Adista n°4 del 13 gennaio 2007

Lunedì 15 Gennaio 2007 11:07

LA PREGHIERA DELL’AFRICA

Pubblicato da Fabrizio Foti

Testimonianza / Una voce dalla Costa d’Avorio

LA PREGHIERA DELL’AFRICA

A partire dal settembre 2002,

la Costa d’ Avorio, terra di speranza - stando a quanto dice anche il nostro inno nazionale - è entrata in una guerra che non è ancora terminata. In questo sfacelo, molti ivoriani continuano a credere che le elezioni si terranno, che l’economia rifiorirà e che

la Costa d’Avorio risusciterà, come ha preconizzato il nostro arcivescovo emerito, mons. Bernard Agré. Anche noi facciamo parte di questo gruppo di persone, anche se riteniamo che queste speranze, gioie, tristezze e angosce debbano essere superate da una speranza più grande, suscitata dal messaggio di salvezza di Gesù Cristo.

Il cuore della nostra speranza è

la Chiesa, popolo di Dio in marcia che, vivendo di questa speranza, lancia questa sfida al nostro Paese, al nostro continente africano e al mondo intero. E’ dunque

la Chiesa che fonda questa speranza che prende in contropiede tutte le visioni afro-pessimiste.

Per questo, partendo dalla crisi ivoriana e cercando di comprenderne le ragioni, cercheremo di vedere che cosa significa speranza - e cosa significa essere testimoni di speranza - in un contesto di crisi, come quello ivoriano e non solo, e per cercare di dire anche cosa i cristiani d’Africa possono affermare in termini di speranza al mondo occidentale.

Al di là di tutto quello che può essere stato detto o scritto sulla crisi ivoriana e sulle cause economiche o politiche, pensiamo che la vera ragione non è stata ancora evocata. La crisi che conosce il nostro Paese ha origine nel fossato che non ha mai cessato di approfondirsi tra ricchi e poveri, a tal punto che la capitale Abidjan, situata a sud, non ha mai smesso di svilupparsi in maniera abnorme, mentre il resto del Paese è rimasto indietro.

Ma più ancora, i privilegiati, che hanno saccheggiato il Paese per lustri, si sono costruiti propri quartieri, ospedali, università, luoghi di divertimento; intanto gli ospedali, le scuole e le università pubblici accolgono i figli dei poveri. E mentre ai rampolli dei ricchi, dopo aver studiato all’estero o in prestigiose scuole locali, viene garantito un posto di lavoro, gli altri perdono il loro tempo a riempire domande di impiego senza alcun risultato.

Quelli che hanno preso le armi in questi anni si dicono «giustizieri» di tutta questa massa di «senza voce» e delle regioni trascurate dallo sviluppo, cercando di prendere con la forza quello che la politica ha rifiutato loro. Ancor più, questi giovani, messi ai margini dal sistema, sono diventati oggi i padroni del gioco politico, senza capirlo fino in fondo, come pure gran parte della popolazione.

Sono disperati e dunque non hanno paura delle armi, ma a ogni tumulto sociopolitico ne approfittano per riversarsi nei supermercati o nei distributori di benzina per saccheggiarli. Oppure distruggono strutture pubbliche come scuole, ospedali, biblioteche o edifici amministrativi, pensando che appartengono ai potenti, e così si illudono di ridurre il fossato che li separa dai ricchi.

Queste situazioni non sono appannaggio dei popoli africani. Gli Stati Uniti d’America, così come le banlieu della grandi città europee, hanno conosciuto recentemente delle sommosse. La ragione è sempre la stessa anche a livello planetario, ovvero il fatto che esistono gravi sperequazioni tra un’élite di ricchi e potenti e una grande massa di poveri. Di qui una guerra che si nutre di terrorismo internazionale e fanatismo, mentre l’Onu appare blindato dai diktat dei cinque membri del Consiglio di sicurezza, che si sono spartiti il mondo.

Eppure, anche se tutto sembra perduto, una speranza c’è. In Costa d’Avorio, sin dall’inizio di questa crisi, le nostre Chiese non hanno smesso di riempirsi e nelle nostre famiglie la preghiera è sempre presente. Numerosi gruppi di preghiera sono nati, anche se in un contesto apparentemente apocalittico. Questo perché gli ivoriani si rendono conto che tutte le nostre speranze non possono essere soddisfatte se non da una speranza più grande, che è radicata nel messaggio di salvezza di Gesù. Avere speranza, dunque, è andare oltre le legittime attese della popolazione - beni materiali, amore umano, situazione sociopolitica stabile, rilancio economico - per perseguire il bene di tutti.

Sperare solo per se stessi sarebbe segno di un egoismo e di un orgoglio insopportabili. Come testimoni di speranza, laici e persone consacrate, al seguito di Mechtilde de Hackeborn e di Magdebourg, di Teresa di Lisieux e Teresa d’Avila o di Giuliana di Norwich, hanno desiderato donare la loro vita affinché i loro concittadini potessero essere salvati. Queste persone pregano per i peccati dei loro fratelli e sorelle, li guardano con amore senza condannarli. Essere testimoni di speranza è avere un amore ardente della croce, il desiderio di soffrire con Gesù per salvare l’umanità. In questo contesto di crisi, essere testimoni di speranza significa scendere agli inferi con i nostri fratelli e sorelle, per incontrare tutti coloro che hanno le mani sporche di sangue, responsabili di uccisioni e barbarie di ogni genere, e di orrende violenze sulle donne stuprate, sventrate, infettate di malattie terribili. Dobbiamo portare le sofferenze di questi traumi e implorare Cristo di non abbandonarci nella morte. Non possiamo che pregarlo perché dopo questa terribile traversata ci attenda sull’altra riva. In questo contesto, la voce che noi come Chiesa ivoriana possiamo inviare alla Chiesa universale non può che essere un messaggio di speranza. L’inno del nostro Paese saluta

la Costa d’Avorio come una terra di speranza. Questo saluto è stato tradotto nel linguaggio del popolo nella formula: «Lo scoraggiamento non appartiene agli ivoriani». E poi, oltre alla speranza, c’è l’ospitalità: «Paese dell’ospitalità», dice il nostro inno. Di fronte all’egoismo generalizzato nel nostro mondo, ci auguriamo che tutti i Paesi, anche l’Italia, possano essere terra d’accoglienza per tutti coloro che vogliono venirci in cerca di un po’ di felicità, e che gli italiani comprendano che


la Terra e tutte le sue ricchezze appartengono a Dio e che noi dobbiamo condividerne i beni, affinché il fossato tra ricchi e poveri si assottigli. Se ci rendiamo conto di questo, non erigeremo muri di filo spinato tra le nazioni, non vivremo più con la paura di prendere l’aereo, ma ogni uomo si sentirà a casa sua su questa Terra, dove vivremo tutti come fratelli e sorelle.

di Patrice Jean Ake

Docente di Filosofia

Università cattolica di Abidjan

Mondo e Missione / Ottobre 2006

Pagina 63 di 69

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