Domenica, 15 Settembre 2019
Mondo Oggi
Martedì 09 Gennaio 2007 12:42

QUANDO IL SACRO DANZA

Pubblicato da Fabrizio Foti

CULTURA I LE RELIGIONI AFRO-AMERICANE IN ITALIA

QUANDO IL SACRO DANZA

E’ da un po’ di tempo che a Milano si possono osservare, agli incroci delle strade o vicino alle porte delle banche, grandi vassoi di terracotta, al cui interno sono sistemate, con garbo e arte, cibi, foglie e, a volte, addirittura parti di pollo. Il passante, stupito o incuriosito, forse non sa che si tratta di offerte alle divinità afro-americane (orixàs) . I fedeli del candomblé (la più conosciuta fra le religioni afro-brasiliane) o della santeria (religione afro-cubana) offrono cibo e fiori alle loro divinità e li depongono, a seconda del dio a cui chiedono aiuto, agli incroci delle strade, ai piedi di un albero o sulle rive dei fiumi o del mare.

La santeria e il candomblé sono giunti in Italia ormai da anni (il secondo da almeno 15-20) e vengono seguiti non solo dai loro devoti immigrati, ma anche da tanti italiani affascinati dalla bellezza dei riti e dal messaggio festoso di vita che trasmettono. Esistono comunità religiose di candomblé pure in Portogallo e in Francia.

Inizialmente, solo chi frequentava i corsi di danza afro-brasiliana sapeva della loro esistenza, attraverso qualche raro racconto degli insegnanti, che mostravano i passi delle coreografie rituali. Anche i libri di Jorge Amado hanno contribuito alla conoscenza di queste religioni. I suoi racconti sulla vita di Bahia e sulle sue divinità sono conosciuti in tutto il mondo.

RELIGIONI INIZIATICHE

Il messaggio più importante del candomblé è che il dolore può essere trasformato in forza vitale e che la vita va vissuta nel miglior modo possibile, poiché si vive qui e ora. Altro elemento fondamentale è l’accoglienza incondizionata: qualsiasi persona è bene accetta, indipendentemente dal suo stato sociale.

Il candomblé e la santeria sono religioni iniziatiche e sono definite terapeutiche poiché, spesso, i fedeli vi arrivano in seguito a una malattia fisica o mentale, curata nel lungo percorso rituale che porta l’individuo a diventare “sacerdote”. La liturgia è affidata alla musica e all’arte: nel rito, danza, canto, musica e scenografia trasmettono messaggi all’animo umano in modo più profondo che non un discorso razionale. Quindi, nelle comunità di candomblé non si ricrea solo la fede negli antenati africani (che trasmettono l’energia vitale), ma si “riorganizza l’ori” (la testa). Si cerca, cioè, di appianare le ansie e di rasserenare le parti negative, dando forza a quelle attive e positive. Si assiste, così, a un doppio movimento: da un lato, il fedele acquista più forza e volontà, dall’altro, viene inserito nella comunità religiosa che lo sosterrà nei momenti di bisogno.

Sono varie le modalità di provenienza delle religioni afro-brasiliane in Italia. All’inizio, arrivarono con i transessuali, giunti soprattutto dal sud del Brasile e, quindi, seguaci dell’umbanda (o macumba, com’è conosciuta a Rio). In questa religione vi sono, accanto ai numerosi orixàs, anche le pombagiras, spiriti di donne defunte che in vita avevano praticato la prostituzione o erano state zingare. C’è, poi, soprattutto Exu. Nel candomblé, questa divinità adempie a più funzioni: è il dio delle possibilità, dell’equilibrio e, quindi, della comunicazione, cioè dell’armoniosa relazione che deve esistere tra le varie parti che compongono l’essere umano e tra la persona e gli dei. Nell’umbanda, invece, Exu non è una sola divinità: diventa più spiriti o personaggi, che agiscono di notte in cerca di avventure, sono dediti ai sotterfugi, ma sono anche grandi conoscitori della vita. In Brasile, le pombagiras e gli exu dell’umbanda spesso sono classificati come entità di second’ordine e sono venerate per ottenere, più che altro, favori in amore e protezione. L’umbanda è seguita soprattutto dai transessuali e dalle prostitute, forse per ottenere protezione, per richiamare clienti e per le cerimonie di limpeza, cioè di purificazione dalle energie negative.

LE ORIGINI

Il candomblé, invece, è stato portato in Italia dai brasiliani che sono venuti per lavorare e trovare una qualità migliore di vita o per fuggire dalla violenza delle grandi città, e anche da alcuni italiani che, dopo aver assistito in Brasile ai suoi bellissimi riti, ne erano rimasti affascinati. Tra i suoi fedeli non mancano connazionali che già praticavano vari tipi di magia e hanno cercato di apprendere e conoscere queste religioni, il più delle volte snaturalizzandole e proponendole solo per il loro aspetto magico, con una serie di rituali di dubbia provenienza e utilità.

Racconta Simona, un’italiana vissuta vari anni in Brasile e divenuta una fedele del candomblé: «Ho intravisto in esso qualcosa di vero, che cercavo da sempre. Mi ha colpito la dolcezza delle sacerdotesse, la loro immediata empatia e la loro umanità. Purtroppo, in Italia avevo più volte sperimentato la freddezza e la rigidità della gente, anche da parte di chi, per lavoro e scelta vocazionale, non dovrebbe esserlo. In Brasile, invece le mães-do-santo m’hanno dato fiducia, dicendomi di seguire la mia intuizione, di fidarmi di me. Cosa che raramente facevo».

Che vuoi dire “fidarmi di me”? «Nei candomblé - ma, in generale, nella cultura popolare brasiliana - c’è una profonda spinta a credere nella propria intuizione, a fidarsi del proprio “sentire”. Quindi, una persona sensibile intuitiva è valorizzata e non è percepita come irrazionale. Per “sentire” correttamente, però, uno deve essere equilibrato e sgombro da tutti i pensieri tipici della mente occidentale. Questo mi ha affascinata. Come nella meditazione orientale e nello yoga, anche nel candomblé c’è la proposta dell’essere umano come un tutto, dotato di corpo e spirito uniti e in collaborazione. Per questo, la persona sente, percepisce, vede non solo con gli occhi, ma con tutto il corpo».

Ludovico, che ha conosciuto in Italia il candomblé (esiste una comunità in Piemonte e un’altra, più piccola, a Roma), racconta: «Ciò che mi ha attirato di questa religione, oltre alla conferma di possedere una certa sensibilità e di poterla valorizzare, è il fatto di essere entrato in una comunità che si costituiva come una famiglia. Per la prima volta mi sono sentito accettato». E spiega la differenza fra gli italiani devoti e i brasiliani: «Noi, in genere, cerchiamo un’affettività che non abbiamo ricevuto in famiglia. Vogliamo ristabilire, probabilmente a livello inconscio, un equilibrio con le parti affettive più squilibrate. A mio avviso, in noi non esiste una vera ricerca dell’esperienza religiosa. Ho sempre vissuto il discorso religioso - e, di conseguenza, anche l’argomento Dio - come qualcosa di lontano, che non comunicava con il mio quotidiano. Per i brasiliani è diverso. Sono abituati alla comunicazione del sacro nel quotidiano. Per loro, anche il vento può essere messaggero del divino. Poi, secondo me, i brasiliani ricercano soprattutto un avvicinamento alle proprie radici, qualcosa che ricordi loro la loro terra e la loro fede».

L’ASPETTO MAGICO

E la magia? «Sicuramente c’è nel candomblé. Ma dipende da chi e da come la si cerca. Ci sono state persone nel terreiro (luogo sacro) che la “compravano”, come si fa al supermercato. Credo che la magia esista e che si manifesti nella pratica quotidiana, nella ricerca del proprio equilibrio e attraverso lo sforzo individuale. I riti servono a purificare il devoto dalle negatività della vita e a dare forza. Senza lo sforzo del singolo, non succede niente».

Elvira è la sacerdotessa di un terreiro. Mi dice: «Ho conosciuto il candomblé in Brasile e ne sono rimasta subito affascinata. Ho sempre creduto che esista un mondo parallelo a quello usuale, nel quale vivono gli spiriti dei morti, che noi viventi possiamo incontrare per farci da loro aiutare e consigliare. E’ per questo che mi sono avvicinata al candomblé. Per me gli orixàs sono gli spiriti dei morti. E’ stato in un festival latino-americano che ho conosciuto un pãe-de-santo. Organizzava alcune feste di candomblé a Milano. In una di queste, ho incontrato un altro fedele italiano. Così, a poco a poco, sono entrata anch’io nel gruppo».

Dirceu è brasiliano e vive da 20 anni in Italia. Mi confida che, durante i primi tempi, non riusciva a capire «perché gli italiani stessero male». Spiega: «Avevano cibo, lavoro, assistenza sanitaria... Con il tempo, però, ho compreso e visto molte persone depresse e senza modelli di riferimento. Ho capito che in Italia c’è un grande malessere psicologico a cui le persone rispondono come possono. C’è molta gente repressa, che non riesce a uscire dal suo tran tran, che non riesce a lasciarsi andare. La cultura europea ha ucciso la sensibilità e, quindi, il corpo. Io sento con il corpo: sento e capisco cosa mi circonda. Come i bambini, dobbiamo imparare “muovendoci”. La danza sacra è la manifestazione dell’esperienza mistica. È la divinità in movimento. È la vita. E il suo muoversi e aprirsi al mondo. Dove trovi questo in Italia?».

LA FINE DEL SACRO?

Riemerge anche da queste parole il tema della secolarizzazione, che fa riferimento, soprattutto, alla crisi della religione.

Molti sostengono la presunta fine del sacro o una sua eclissi. In realtà, si sta sempre più assistendo a un abuso del termine “spiritualità” e al diffondersi di proposte di corsi e stage che divulgano incontri di meditazione, danze curative attraverso la trance, ritiri spirituali che si basano sulle tradizioni più varie, dalle religioni sciamaniche a quelle africane. E un susseguirsi di offerte per allontanare lo stress, per ritrovare sé stessi e per ricuperare un contatto con il sacro - spesso percepito come qualcosa di magico - che all’improvviso si manifesta e ci salva. Al contrario di quanto si pensi, l’uomo contemporaneo ha bisogno di magia, di credere in qualcosa e di riappropriarsi del “sacro , del “meraviglioso”.

L’estrema razionalizzazione della nostra cultura - e, quindi, anche della religione - ha fatto sì che si perdessero, forse, anche quelle forme “magiche di consolazione” o quella ritualità più appariscente, colorata, musicale, che aiuta i fedeli a concentrarsi su sé stessi per vivere al meglio il loro quotidiano.

La figura del prete di campagna, consigliere e un po’ psicologo, che dialogava con le famiglie, ormai non esiste più. Al suo posto si ritrovano numerose figure professionali, che cercano nella freddezza dei loro studi di dare un senso alla frammentazione dell’essere umano nelle nostre caotiche città.

E così, molti oggi ricercano un incontro più profondo con sé stessi, con il sacro, con la meditazione e con la magia in senso lato, per ridare un senso alle proprie esistenze e per colmare un vuoto che ci appartiene culturalmente.

di Susanna Barbara

Nigrizia/Novembre 2006

Martedì 09 Gennaio 2007 12:37

ATTENTO OSSERVATORE

Pubblicato da Fabrizio Foti

Zambia / Incontro con Mons. Medardo Joseph Mazombwe

ATTENTO OSSERVATORE

Ha 75 anni, ma non li dimostra. È stato nominato arcivescovo della capitale nel novembre 1996, dopo essere stato vescovo di Chipata dal 1971. Ha sempre un occhio puntato sulla realtà sociale ed è un attento osservatore del mondo politico nazionale. Delle recenti elezioni dice: «Nonostante i disordini verificatisi subito dopo l’annuncio dei risultati, devo riconoscere che il processo elettorale si è svolto in modo pacifico. Il merito va dato totalmente al popolo. La campagna elettorale è stata molto intensa, ma non si sono registrati atti di violenza o intimidazioni. Se sia stato uno scrutinio imparziale e giusto non sta a me dirlo: spetta agli organismi civili nazionali e agli osservatori internazionali pronunciarsi. Per ora mi limito a constatare un dato molto significativo: la partecipazione è stata alta, e ciò sta a significare la maturità democratica della popolazione».

Guarda subito in avanti: «E’ urgente che il nuovo governo faccia ripartire il processo di riforma della costituzione. Questa richiesta fu avanzata già nel 2001 e il presidente Levy Mwanawasa accettò di metterla in agenda nel 2003. Molte organizzazioni della società civile hanno chiesto con insistenza la creazione di un’assemblea costituente, ma Mwanawasa ha sempre giocato un ruolo ambiguo sulla questione. Ora s’è impegnato a rilanciare il processo. La chiesa cattolica s’è più volte espressa in favore della revisione della legge fondamentale nazionale e intende continuare a svolgere un ruolo di sensibilizzazione della gente su questo delicato esercizio».

Gli faccio notare che il partito del presidente, il Movimento per una democrazia multipartitica (Mdm), ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle zone rurali, mentre i partiti di opposizione si sono rafforzati nella capitale Lusaka e nei grandi centri urbani, in particolare in quelli della cosiddetta Copperbelt, “la cintura del rame”, la zona più ricca del paese, ai confini con

la Repubblica democratica del Congo. Risponde: «E’ la storia che si ripete. Il governo è stato sempre molto “presente” nelle aree rurali. Una presenza, per Io più, fitta di regali alle popolazioni: Fertilizzanti, sementi, cibo... Gli abitanti dei villaggi sono persone semplici e hanno sempre creduto a questi politici e alle loro promesse mai mantenute».

E poi, mons. Mazombwe scuote la testa: «È mai possibile che una nazione ricca di minerali sia la patria di un popolo per il 64% costretto a vivere sotto la soglia della povertà? L’aspettativa di vita è di soli 34 anni. La disoccupazione s’aggira intorno al 50%». Cosa si può fare? «La prima priorità del governo deve essere quella di aiutare la gente a uscire dalla miseria. Come? Creando posti di lavoro. Oltre a essere il terzo produttore di rame al mondo, abbiamo immense aree di terra fertile ancora non coltivata. Solo il 14% è messa a frutto. E’ necessario diversificare la nostra economia, investendo in particolare nell’agricoltura».

Altre priorità? «L’educazione e la sanità. Lo standard scolastico, negli ultimi anni, è calato in maniera terrificante. Un insegnante di scuola elementare si trova a dover gestire classi di 70-80 alunni, e senza materiale didattico. Molti bambini non frequentano perché mancano strutture sufficienti. Negli ospedali e nei dispensari mancano i medicinali basilari. I medici e gli infermieri più bravi, dopo aver resistito più che possono, si vedono costretti a emigrare. Abbiamo un dottore per ogni 17.000 abitanti. Come è possibile, in queste condizioni, contrastare l’epidemia di aids che ha già colpito oltre il 20% della popolazione?». E aggiunge: «Com’era da attendersi, durante la campagna elettorale il presidente ha promesso educazione e sanità gratuite per tutti. Staremo a vedere».

DEBITO

In occasione del Giubileo 2000,

la Conferenza episcopale italiana lanciò la campagna, dal titolo “Tu in azione” (in seguito trasformata in “Fondazione giustizia e solidarietà”). Si raccolsero 17 milioni di Euro, che furono destinati all’acquisizione di quote di debito estero di due nazioni africane: Guinea e Zambia. Inoltre,


la Fondazione decise di creare un fondo - di circa 5 milioni di Euro - a sostegno dei contadini, in termini di formazione agricola e microcredito. L’ammontare assegnato allo Zambia fu di 10 milioni di euro. A che punto si è oggi?

Mons. Mazombwe, che è stato tra i principali interlocutori in questo progetto, ci dice: «Qualcosa è stato fatto, ma molto lentamente. Voi europei insistete con il dirci che è necessario prima identificare le aree di priorità ed elaborare studi di fattibilità, e poi che non si può procedere senza avere documenti precisi e dettagliati da presentare in patria, perché possano essere valutati. E non è finita: seguono discussioni e incontri a non finire. Intanto il tempo passa... e le cose si muovono a rilento».

A ritardare l’attuazione del piano aveva contribuito anche il governo dello Zambia. L’accordo prevedeva che le autorità accettassero che i fondi fossero sotto la responsabilità della chiesa cattolica nazionale. E non è stato facile ottenere questo.

L’arcivescovo precisa: «Nei sei anni trascorsi, sono emerse altre priorità. Non neghiamo l’importanza e l’urgenza dell’aiuto ai contadini, come chiaramente espresso nell’accordo, ma siamo giunti a individuare due aree che noi vescovi riteniamo più urgenti: sanità ed educazione. Abbiamo deciso di chiedere la costruzione di un ospedale cattolico, che sia in grado di rispondere alle emergenze sanitarie del paese e possa fare da traino ad altre strutture. Secondo, si è fatta sempre più chiara l’urgenza di un’ università cattolica per preparare personale, non solo esperto nei diversi campi, ma anche pronto a servire veramente il popolo. Nessuno può negare la necessità di creare una nuova classe dirigente che sappia essere davvero vicina alla gente». Nel giugno scorso, il consiglio di amministrazione della Fondazione ha deciso di ripartire i cinque milioni di euro del Fondo così: due per finanziare l’Ospedale nazionale cattolico di Lusaka e l’Università cattolica dello Zambia; tre per estendere il programma del Fondo sul territorio nazionale.

Gli faccio il nome di mons. Milingo. E lui: «Sono stati fatti “passi straordinari” perché egli restasse nella chiesa, ma non sono serviti a nulla. Dopo il suo primo gesto di adesione alla chiesa di Moon e il suo pentimento, venne a farci visita. Ricevette un’accoglienza calorosa da parte di noi vescovi e di tutta la comunità cattolica. Io ho condiviso con lui alcuni momenti difficili... Oggi, però, ci sentiamo traditi e confusi. Tornasse oggi in Zambia, la gente non sarebbe più disposta ad accoglierlo. È una ferità ancora aperta e ci vorrà molto tempo perché si rimargini».

a cura di Carmine Curci

Nigrizia/Novembre 2006

Martedì 09 Gennaio 2007 12:27

COSÌ VICINO AL CIELO

Pubblicato da Fabrizio Foti

Nell’eremo di Charles de Foucauld all’ Assekrem.

COSÌ VICINO AL CIELO

Non c’è niente e nessuno. Solo il sibilare del vento, che si infila tra le guglie e le gole di quello che probabilmente è uno dei luoghi più suggestivi al mondo: il massiccio dell’Hoggar e, nel suo cuore, l’altipiano dell’Assekrem, dove Charles de Foucauld si ritirò in eremitaggio. Non c’è niente e nessuno, solo sassi, rocce e pareti ardite su cui si infrangono luci e ombre. E quel silenzio perfetto che oggi, come ai tempi di frère Charles, risuona d’assoluto.

Arrivare qui in stagione non turistica significa davvero fare esperienza di deserto. Tre ore di pista, da Tamanrasset, durante le quali è raro incrociare un altro fuoristrada. E poi, quei pochi metri a piedi per raggiungere l’eremo, col fiato spezzato dai quasi tremila metri d’altitudine. Qui i turisti e i pellegrini assaporano tramonti e albe indimenticabili. Mentre i due piccoli fratelli, che discretamente custodiscono questi luoghi, si godono una vita di solitudine, preghiera, meditazione e accoglienza. Edouard e Alain hanno i volti scolpiti dal vento come queste rocce. Hanno parole misurate come chi conosce il valore del silenzio. Hanno modi cordiali di accogliere l’ospite pur conservando un’austera sobrietà. Edouard, classe 1927, è in Algeria dal ‘54, all’Assekrem da 33 anni. Alain, che di anni ne ha 83, è arrivato qui nell’82. Continuano una tradizione di appartenenza e fedeltà a questi luoghi, al loro significato e ai suoi visitatori, che dura dal 1955, quando i piccoli fratelli Antoine e Jean Marie cominciarono a garantire una presenza che né l’asprezza dei luoghi (e soprattutto la mancanza d’acqua) né le vicende politiche hanno più interrotto. Oggi con loro c’è un altro piccolo fratello, Ventura, cinquantenne, ex monaco trappista, arrivato tre anni fa. «Sembra un luogo fuori dal mondo», dice sorridendo Alain, mentre serve tè e biscotti su una terrazza naturale, che dà su un orizzonte senza confini. «E poi non ci si abitua mai a questa bellezza!», aggiunge, intuendo il pensiero di chi arriva qui per la prima volta e vaga con lo sguardo smarrito e incantato. «Sembra fuori dal mondo - ribadisce - ma è tutto il mondo che viene qui: gente di posti, culture, fedi diverse, con obiettivi diversi; chi per un ritiro spirituale, molti in pellegrinaggio, i più per turismo, senza sapere nulla di Charles de Foucauld. Così come molti algerini. Un mondo estremamente diversificato, universale. Per noi, una grande ricchezza». Loro accolgono tutti, e sono sempre più numerosi coloro che si recano sin lassù, soprattutto da quando si è chiusa la pagina buia del terrorismo e i tour operator hanno ripreso a portare fin nel cuore del Sahara viaggiatori e pellegrini. I primi erano già assidui di questi luoghi sino alla fine degli anni Ottanta; i pellegrinaggi, invece, sono divenuti più frequenti soprattutto negli ultimi anni, specialmente con il rinnovato interesse per Charles de Foucauld suscitato dalla sua beatificazione.

«Accogliamo tutti - aggiunge Edouard - senza fare distinzioni. E lasciamo a ciascuno la possibilità di scoprire ciò che vuole scoprire». E’ una meta, certo, l’Assekrem, ma - lo sanno bene i piccoli fratelli - chi arriva qui spesso finisce col mettersi in ricerca. Per trovare molto più di ciò che si aspetta. E questo vale non solo per coloro che vi trascorrono periodi di ritiro spirituale, meditazione e solitudine. O per il pellegrino sulle orme di frère Charles, che ne ritrova la spiritualità più autentica proprio là dove lui stesso si era ritirato in mezzo al nulla. Ma anche per il turista che non sa niente della vicenda umana e spirituale del «fratello universale» o per l’algerino che vuole conoscere il suo Paese. Tutti però trovano loro, i piccoli fratelli, segno di una presenza fedele e di un servizio alla Chiesa d’Algeria e all’Algeria stessa. «Durante gli anni del terrorismo - racconta Alain -, quando i turisti non venivano più, erano soprattutto gli algerini ad arrivare fin quassù. E a meravigliarsi di trovare questi posti e di trovare noi, che a questo luogo dedichiamo molte cure. Trovano una presenza di preghiera che spesso li tocca molto profondamente e che pone loro delle questioni. Trovano un luogo di incontro e di pace, di silenzio e non di scontro, in cui ci si ritrova sulle cose essenziali».

Arrivando all’Assekrem «ho avuto modo di scoprire un grande tesoro», scrive un algerino. nel libro degli ospiti custodito nell’eremo. E per questo ringrazia affettuosamente i fratelli.

«Sono molti i musulmani che venendo qui rimangono colpiti dalla semplicità del nostro luogo di preghiera», aggiunge Edouard, precisando che «la nostra è una vocazione contemplativa. La preghiera sta al cuore della nostra vita ovunque nel mondo».

La loro esistenza, del resto, continua ad essere scandita proprio dall’orazione, dalla lettura e meditazione della Parola, dalla celebrazione dell’Eucaristia, la mattina all’alba. E dal lavoro. Per quarant’anni i piccoli fratelli hanno lavorato alla stazione del servizio-meteo algerino, l’unica altra presenza sull’altipiano, insieme a una piccola guarnigione di militari, più recente, e ai gestori del rifugio che ospita i viaggiatori. «E’ tutta la nostra famiglia», dice Edouard, che ha prestato servizio alla stazione meteorologica sino alla pensione. Ed è il loro modo di vivere nel «nascondimento», che sembra paradossale in un luogo dove non c’è nessuno come l’Assekrem, ma che significa una vita «nascosta», «radicata», nella terra e nel popolo di cui hanno scelto di far parte e con cui hanno condiviso gioie e drammi; una vita mischiata alla gente comune, facendo i lavori più umili, con Gesù a Nazareth secondo la spiritualità di de Foucauld.

E’ mattina presto. Un’alba limpida e commovente lascia il posto al sole tiepido. I due piccoli fratelli escono dalla cappella dove ancora tutto parla di frère Charles: l’altare in pietra, la bisaccia tuareg che fa da tabernacolo... Alain prepara la colazione. L’acqua, bene raro e preziosissimo, è gestita con parsimonia, il pane è fatto in casa, perché qui i rifornimenti arrivano solo ogni quindici giorni, con l’auto del servizio meteo che porta il cambio degli addetti.

«Ce l’ha insegnato Antoine, suo padre era panettiere...», racconta Edouard, che va col ricordo agli anni in cui nella zona vivevano ancora una quindicina di famiglie tuareg a un’ora e mezza di marcia. «Ora ne è rimasta una sola che ci conosce ormai da quarant’anni, a più di due ore da qui». Anche Antoine non c’è più. E’ stato il primo ad arrivare all’Assekrem, nel ‘55, ma dopo sei anni si è trasferito a Tamanrasset. Ne è il curato, il notabile, in un certo senso «uno degli uomini più vecchi della città!», dice egli stesso schernendosi. Di cognome fa Chatelard, e tutti gli ammiratori di Charles de Foucauld vi si sono imbattuti per la straordinaria mole di studi e di scritti che ha pubblicato, molti dei quali tradotti in italiano dalle edizioni Qiqajon di Bose. Di Tamanrasset è stato tra i primi abitanti e a lungo il panettiere, quando la città contava 1.500 anime, prima che esplodesse per raggiungere le proporzioni colossali di oggi: centomila abitanti circa, in mezzo al deserto e senza acqua. Una città meticcia con gente del sud e molti arabi del nord, con una manciata di tuareg, minoranza in casa loro, e molti subsaharaiani, di passaggio lungo le rotte dell’immigrazione. Conosce tutti, Antoine, e tutti lo conoscono. E’ un punto di riferimento. «Esser qui da cinquant’anni vorrà pur dire qualcosa; si conosce la storia e la gente, si è letto e si è scritto...». E però sente che è tempo che qualcuno lo sostituisca, perché «questa Chiesa, la cui presenza è molto speciale, deve continuare, deve durare, si deve rinnovare». Lo dice quasi con sofferenza, proprio mentre le piccole sorelle di Gesù stanno partendo per sempre, lasciando un vuoto incolmabile. «Piccola sorella Hayat ha fatto nascere una buona parte della popolazione di qui...», dice con aria malinconica. «Ma la nostra presenza - aggiunge immediatamente - non si giustifica per quanti siamo o per le cose che facciamo. Non sono le cose che si fanno che legittimano la nostra presenza al servizio di un popolo.

Essa si gioca piuttosto sulla testimonianza e le conoscenze personali. Il senso è quello dell’”‘essere con”. Con l’altro, con il diverso, introducendo noi stessi una differenza che in nulla ci può sminuire, ma che può solo arricchirci».

Certo non vale per tutti. Non manca, qui come altrove, l’indifferenza, se non addirittura l’ostilità, soprattutto da parte dei nuovi venuti, portatori di un islam più radicale e intransigente, spesso più mischiato con la politica. «Il dialogo islamo-cristiano come lo si intende a Roma è astratto. Qui lo viviamo nella relazione quotidiana, al di là delle parole, nell’ incontro».

Un’esperienza che segna molto anche i pellegrini che vengono in visita ai luoghi di Charles de Foucauld:

la Fregate, il suo primo eremo, uno stretto parallelepipedo, col soffitto di rami di tamarindo, un tempo disperso in mezzo al nulla e ora soffocato dalle case; o il Bordj, il fortino costruito per ospitare le poche famiglie tuareg che vivevano nei dintorni, in caso di attacco. «La nostra missione è di parlare di lui e di farlo parlare, ma anche di collocarlo in questo contesto. La gente di qui vede arrivare i pellegrini, ci vede celebrare

la Messa; i visitatori vedono i nostri fratelli musulmani pregare cinque volte al giorno e affidarsi fiduciosamente a Dio. E’ importante, per noi come per loro, conoscerci, rispettarci, aprirci gli uni agli altri».

Mondo e Missione / Novembre 2006

Martedì 09 Gennaio 2007 12:21

La scelta (obbligata) del nascondimento

Pubblicato da Fabrizio Foti

Algeria – Islam - Chiesa

La scelta (obbligata) del nascondimento

Una volta al mese si ritrovano In una saletta della Maison diocesaine, luogo di residenza, ospitalità e di molte attività della diocesi di Algeri. E’ Il cuore della comunità cristiana della capitale, questa grande casa, che regolarmente accoglie anche quello che è il suo nucleo più intimo, fragile, discreto e, nondimeno, orgoglioso: il piccolo «gregge» di cristiani algerini.

Questa domenica, sono solo un gruppetto che non arriva alla decina; la maggior parte sono donne, dl età diverse. C’è anche una coppia e alcuni uomini.

Leggono il Vangelo, insieme a mons. Teissier, lo commentano e pregano. Poi discutono. Con molta libertà e apertura. La nuova legge sui culti non musulmani inquieta tutti. Come comportarsi nei confronti del governo? E rispetto agli evangelici, che fanno apertamente proselitismo? Occorre essere solidali con gli altri cristiani, sostiene qualcuno. Si, ma occorre anche distinguersi, asseriscono i più:

la Chiesa cattolica è qui per servire, non per convertire. Quel modo di fare proselitismo, dicono, è deleterio innanzitutto per gli altri cristiani.

Eppure loro stessi sono dei convertiti. Anzi, proprio per questo, ribadiscono che non bisogna fare di tutta un’erba un fascio. Le loro sono storie molto speciali e specifiche, uniche, estremamente personali. I numeri così esigui sono lì a dimostrarlo.

Le loro vicende, dicono, non hanno nulla a che vedere con l’incremento di conversioni che si sta registrando In questi ultimi tempi specialmente in Cabilia, regione berbera e con velleità indipendentiste, dove la religione sta diventando strumento anche per rivendicazioni politiche e identitarie.

La posizione della Chiesa cattolica, sottolineano, è sempre stata di grande prudenza. Anche mons. Teissier lo ribadisce: «Noi siamo qui in una relazione di rispetto e di servizio gratuito. E’ quello che ci chiede il Vangelo che ci invia per servire, non per convertire». E rincara convinto: «Il centro della nostra missione, della nostra vita e della nostra preghiera non è la costituzione della nostra Chiesa, ma la vita dei nostri fratelli algerini».

Ecco perché anche le richieste di coloro che manifestano l’intenzione di conoscere il cristianesimo vengono vagliate con grande discernimento, così come le motivazioni che hanno spinto queste persone ad avvicinarsi a un’altra religione. Una donna ricorda che suo padre ha iniziato il cammino a13 anni ed è stato battezzato a 67. Quanto a tenacia non c’è che dire... La maggior parte di loro è diventata cristiana molti anni fa: una donna nel ‘64, l’altra nel ‘76, alcuni in anni più recenti. Spesso sono casi unici all’interno della loro famiglia, in una condizione di grande fatica e spesso di sofferenza. Tuttavia, a coloro che vengono battezzati si chiede che almeno un membro della propria famiglia ne sia a conoscenza. È l’unica condizione. «Per il resto - spiega padre Jean Belaïd Ould Aoudia, uno dei due preti algerini, presenti nel Paese, attualmente a Tizi Ouzou, capoluogo della Cabilia - si chiede discrezione, non per paura o tattica, ma per carità cristiana. La scelta di essere cristiani non deve arrecare danno alla propria famiglia o all’ambiente in cui si vive. Nessuno ha diritto di mettere in difficoltà i propri cari».

Una coppia racconta la sua esperienza dolorosa: il marito non ha mai voluto nascondere la propria identità religiosa e per questo subisce una progressiva emarginazione. Di qui la crescente difficoltà a vivere e lavorare nel contesto in cui i due erano inseriti, fino all’emigrazione all’estero. Poi, quando decidono di ritornare in patria, ricominciano da zero, tra mille difficoltà e con molta più discrezione, lontani dalla loro regione d’origine. Ma senza mai tradire la loro fede.

Un’altra donna racconta che nella sua famiglia sono al corrente della sua scelta solo la figlia e il marito. «A mio figlio, invece, non posso proprio dirlo. Non capirebbe». Le dispiace, ma non è triste. «Solo Dio sa…..»

Mondo Missione/Novembre 2006

Martedì 09 Gennaio 2007 12:05

LA CHIESA DI FRONTE ALLE SFIDE DELLA «NUOVA CINA»

Pubblicato da Fabrizio Foti

Cina / A confronto le comunità «ufficiali» e sotterranee

LA CHIESA DI FRONTE ALLE SFIDE DELLA «NUOVA CINA»

La Chiesa di Cina, ufficiale e sotterranea, è più viva che mai. E’ una Chiesa che soffre ed evangelizza, e che non attende i rapporti diplomatici fra Cina e Vaticano come una panacea. Anche se schiacciata da controlli, arresti, persecuzioni, cresce al ritmo di 150 mila battesimi di adulti ogni anno.

E’ questa l’immagine che emerge dal Colloquium Cina-Europa, svoltosi aTriuggio (Milano) dal 6 al 10 settembre scorsi. All’incontro hanno partecipato circa 200 persone dalla Cina e dal mondo cattolico e missionario. Fra i maggiori rappresentanti del mondo asiatico, erano presenti mons. John Tong, vescovo ausiliare di Hong Kong, personalità ortodosse del Patriarcato di Mosca e del mondo protestante. Fra gli italiani intervenuti, mons. Luigi Bressan, arcivescovo di Trento e presidente della Commissione episcopale per l’evangelizzazione; mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia; mons. Angelo Mascheroni, vescovo ausiliare di Milano, rappresentante del cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della diocesi ospitante il convegno.

Quest’anno il Colloquium ha celebrato la sua settima edizione. Iniziato in modo informale nel 1992, dall’interesse e la passione per

la Cina di alcuni missionari europei, il Colloquium è divenuto poco a poco un punto di riferimento importante per il rapporto fra Chiese europee e Chiesa cinese. Ma la ripresa dei rapporti fra cristiani europei e cinesi risale ad almeno 25 anni fa, dopo la morte di Mao Zedong e le prime timide aperture di Deng Xiaoping. Il tema di quest’anno è stato proprio «25 anni di incontro con

la Chiesa in Cina. Una valutazione guardando al futuro».

È toccato a padre Jeroom Heyndrickx tracciare un primo bilancio di questi 25 anni, dal 1981 al 2006. Nella sua relazione ha sottolineato che «

la Cina di oggi non è quelia di 25 anni fa»: l’ideologia comunista è ormai crollata e lo stesso Partito comunista cerca di modernizzarsi; anzi, negli stessi vertici vi sono divisioni molto forti fra conservatori e progressisti. Proprio queste tensioni spiegano il carattere «a pendolo» della politica cinese sulla libertà religiosa, che alterna aperture e chiusure, novità e durezze. Nel corso del Colloquium, altri relatori - fra cui padre Roman Malek e padre Giancarlo Politi - hanno invece sottolineato che, pur con qualche aggiustamento, la politica religiosa di Pechino non è cambiata in questi 60 anni di comunismo. Ne è causa l’eredità confuciana e imperiale, che impone il controllo sulla vita dei cinesi, e il progetto comunista di distruggere le religioni o perlomeno dominarle.

Ciò su cui tutti gli intervenuti sono d’accordo, invece, è il fatto che

la Chiesa in Cina non è più quella di 25 anni fa. Agli inizi degli anni Ottanta.

la Chiesa cinese, appena uscita dall’uragano della Rivoluzione culturale, era una Chiesa povera di clero, con sacerdoti molto anziani, senza religiosi o religiose.

Dalle testimonianza presenti al convegno - sacerdoti, religiose, laici dei quali non ci è possibile fare i nomi per sicurezza - emerge con chiarezza che oggi

la Chiesa della Cina è giovane: in molte diocesi l’età media dei sacerdoti è sui 34-35 anni; in molte aree fioriscono vocazioni religiose femminili a carattere diocesano, anche se rimane il divieto governativo a far nascere e radunare vocazioni religiose maschili. Anche gli impegni ecclesiali sono maturati. Da una semplice pastorale di sopravvivenza, oggi le comunità cristiane sono passate a un impegno massiccio nella carità verso orfani, anziani, malati di Aids. In molti casi, nella Cina che ha eliminato ogni sostegno sociale, essi offrono cure mediche gratuite ai poveri. Tutti questi impegni della Chiesa ufficiale e non ufficiale sono ben visti dal governo, perché rispondono a bisogni che lo Stato stesso ignora o non riesce a soddisfare.

I problemi di questa Chiesa - al di là di quelli esterni causati dalla persecuzione - sono dovuti proprio al divario fra la relativa giovinezza dei nuovi convertiti e la profonda vecchiaia delle sue leve più anziane, con un marcato gap generazionale. Fra i sacerdoti e le suore cinesi presenti, varie testimonianze hanno sottolineato che nel clero e fra le religiose mancano figure di mezz’età (50- 60 anni, corrispondenti agli anni della Rivoluzione culturale), che dovrebbero avere funzione di leadership, o di direttori spirituali, con i quali i più giovani potrebbero trovarsi più facilmente in sintonia. Il rischio sottolineato da molti e in particolare da mons. John Tong, è che i giovani, senza modelli da seguire, si esauriscono nell’attivismo e nelle pratiche di pietà senza maturare nella contemplazione.

Un altro problema è l’urgenza di accompagnare il passaggio da una fede tradizionale e poco ragionata - fatta di devozioni e precetti - a una fede più adulta, capace di vivere e testimoniare la gioia del rapporto con Gesù Cristo.

La carenza di direttori spirituali e di figure vicine ai giovani, come anche l’esigenza di una formazione più profonda e moderna, ha spinto da tempo le diocesi della Cina a inviare all’estero seminaristi, sacerdoti, religiose. A tutt’oggi, i preti e le suore cinesi che studiano in Europa e America sono alcune centinaia. Al Colloquium sono stati verificati i pro e i contro di questo rapporto.

Pur dentro queste difficoltà, i partecipanti sono rimasti stupiti della vitalità dei cristiani cinesi e della capacità che essi hanno a offrire una risposta di fede al problemi della società. Un professore cinese ha fatto notare che la società cinese contemporanea presenta tante sfide: «Il materialismo nella vita quotidiana, l’individualismo sfrenato, che spinge all’egoismo e a non fare attenzione alle persone, al futuro e all’ ambiente».

La Chiesa - ha continuato l’accademico - è chiamata «ad ascoltare il grido silenzioso nel cuore della gente», mostrando che «una sana collaborazione fra la fede e la ragione migliora la vita umana».

di Bernardo Cervellera

direttore di AsiaNews

Mondo e Missione/Novembre 2006

I numeri dei cattolici in Cina

Non è facile offrire dati certi circa la presenza cattolica in Cina. Le stime più attendibili, aggiornate all’ottobre 2005, sono fornite dall’HoIy Spirit Study Centre. In base ad esse il numero dei cattolici in Cina si aggira Intorno ai 12-13 milioni, 4-5 della comunità ufficiale, il resto «clandestini».

Nelle 138 diocesi si contano 64 vescovi della Chiesa ufficiale (aperta), mentre i pastori della comunità non ufficiale (clandestina) risultano essere 39. Significativa la presenza dei sacerdoti, soprattutto ordinati da pochi anni: nella Chiesa ufficiale ce ne sono 1.620, mentre 180 preti sono già anziani. Rilevante anche nella Chiesa non ufficiale il numero di presbiteri: 900 giovani e 200 anziani. Anche In questo caso, si evidenzia il «buco» generazionale tra i 35 e I 60 anni, creatosi negli anni della Rivoluzione culturale.

In ogni caso, il numero di seminari fa ben sperare per Il futuro della Chiesa cinese: 14 seminari maggiori (con 640 seminaristi), 18 minori (con circa 500 seminaristi), 10 della Chiesa non ufficiale, che registrano la presenza di circa 800 giovani. Rilevante anche la componente femminile nel tessuto ecclesiale del Paese asiatico: infatti nella Chiesa ufficiale operano 3.600 religiose, con 40 novizie e 600 giovani in formazione; circa 1.200, invece, le suore nelle fila della Chiesa non ufficiale, con 20 novizie e 600 sorelle che si stanno formando. Ma bisogna considerare che si tratta di stime ancora provvisorie, destinate a crescere.

(l.bad.)

Martedì 09 Gennaio 2007 12:01

LA PROFEZIA ARRIVA DAI GHETTI

Pubblicato da Fabrizio Foti

LA PROFEZIA ARRIVA DAI GHETTI

«Non vogliamo più fare una lettura a cifre del disagio e delle situazioni a rischio Vogliamo invece “leggere i territori” in termini di relazioni, contatti, progetti. Il che vuol dire impegnarsi non solo - come abbiamo sempre fatto e continueremo a fare - a rispondere ai bisogni che ci vengono segnalati ma anche ad anticipare i fenomeni e a intercettare il disagio prima ancora che sì manifesti nelle sue forme più acute. La sola analisi di ciò che non funziona e la sola distribuzione di servizi non bastano più. Occorre uno sguardo che sappia guardare lontano»

Don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, spiega perché da oltre un anno e mezzo, in collaborazione con

la Facoltà di Sociologia della Cattolica di Milano, ricercatori ed esperti si siano addentrati nelle periferie delle dieci maggiori città italiane per sondarne umori e derive e per cercare di immaginare per questi quartieri e per le metropoli nel loro insieme scenari futuri migliori degli attuali.

Qual è stato il punto di partenza di questo lavoro?

«Non siamo partiti dal nulla, ma dalla nostra presenza nei territori. Il nostro stile è sempre quello di valorizzare innazitutto le molte cose buone che già si sono fatte e si stanno facendo. In molte situazioni

la Caritas, il volontariato, le diverse esperienze educative, la scuola, sono un punto di riferimento importante. A partire dai servizi messi in atto nei confronti di numerose persone che sono disagiate per diversi aspetti abbiamo cercato di agganciare situazioni ancora più di frontiera in modo da avere una lettura anticipata di possibili fenomeni che in futuro potrebbero esplodere in modo dirompente».

Esplosioni di violenza come è avvenuto già in altre città d’Europa, ad esempio?

«I risultati della nostra ricerca ci dicono che siamo ancora lontani da quel tipo di fenomeni. Innanzitutto perché le città italiane si caratterizzano per una ancora forte coesione sociale. Inoltre, anche nelle zone più degradate non mancano le risorse e il lavoro, anche organizzato per rispondere alle difficoltà. A differenza, per esempio, delle periferie francesi, in Italia c’è l’impegno delle comunità parrocchiali, delle associazioni, dei gruppi, dei movimenti, delle cooperative sociali. I territori non sono lasciati completamente a se stessi, ma possono contare su iniziative che già esistono».

Cos’altro distingue le nostre città?

«Il fatto che il disagio non sia dato da un fattore dominante, ma dall’insieme di più situazioni precarie. Non è tanto e solo l’immigrazione, o la mancanza di lavoro, o il problema degli anziani soli o ancora la malattia mentale che caratterizzano il progressivo degrado dei quartieri, ma il miscuglio di tutti questi fattori. Un terzo fattore che si sta cogliendo è il fatto che queste periferie non sono cresciute come un far west, ma sono venute fuori all’interno di una progettazione. Progettazione che però non è stata attenta a trovare all’interno dei territori i servizi adeguati. Non c’è stata cura e attenzione da parte delle istituzioni e così, questa carenza di punti di riferimento e di risposte ha portato a situazioni di degrado e di violenza sempre più evidenti».

Cosa può fare

la Caritas e


la Chiesa nel suo insieme in questo contesto?

«Credo che siamo chiamati ad anticipare i fenomeni e gli scenari futuri. Per questo la seconda parte della nostra ricerca si occuperà di collocare dei “segni”. Non tanto i segni soliti, come il centro di ascolto, il luogo di accoglienza, il cammino di accompagnamento a difesa dei diritti, la costruzione di relazioni per persone che vivono la solitudine. Su tutto questo c’è una buona presenza. Anche se certamente non possiamo accontentarci di questo….»

E quindi…...

«Dovremmo riuscire a comprendere i possibili fenomeni devianti ed essere capaci di anticipare le risposte. Per questo cercheremo innanzitutto di coinvolgere le amministrazioni locali. Ci auguriamo che la nostra ricerca aiuti le istituzioni a capire che non si possono trascurare ulteriormente questi territori, già molto provati. Da una parte, dunque, vogliamo svegliare l’attenzione delle amministrazioni pubbliche e, dall’altra, vogliamo far sì che le presenze che già ci sono non si sentano abbandonate a se stesse, ma che invece siano rafforzate con supporti e reti».

Un lavoro che partirà subito?

«E’ necessario muoversi in fretta. Non possiamo permetterci di stare fermi per ritrovarci tra qualche anno ad analizzare il nuovo disagio e i nuovi problemi che intanto si saranno radicati nel territorio. Cerchiamo una modalità di impegno che non ci veda ancora occupati nei classici servizi, ma che sia di tipo culturale, dialogante, di risveglio, di responsabilità, di sollecitazione del territorio. Non vogliamo andare ancora una volta a investire in “opere buone”, ma vorremmo impegnarci in azioni che provochino “opere buone”. Questo non è un tirarci indietro, ma   un esserci, come Caritas e come Chiesa, più in chiave di sentinella, di antenna, di favorente una serie di compiti che spettano in primo luogo alle istituzioni e alle realtà locali».

La lettura di questa ricerca è soltanto sociologica o anche pastorale?

«Non abbiamo separato i campi. Gli esperti hanno contattato, sul territorio, tutte le realtà che vi operano, dalla parrocchia alle scuole. La lettura è dunque non solo sociologica, ma molto esperienzale: si combina insieme il culturale con il pastorale e con il sociale. Non vogliamo che sia una pura lettura da “sacrestia”, ma neppure che sia una cosa prettamente da studiosi. Anche perché le risposte dovranno essere integrate, a rete. La pastorale non è un qualcosa di astratto, che si applica all’interno delle parrocchie, ma si confronta quotidianamente con le persone, con problemi, con lo sviluppo di un territorio».

Concretamente che cosa significa?

«L’obiettivo è di stare nei territori non in maniera gestionale. Certamente restiamo attenti a dare delle risposte anche sui bisogni immediati, ma non possiamo fermarci a questo. Non abbiamo segnali di disastri simili a quelli che sono successi in altre città fuori dall’Italia, ma sappiamo bene che alcune situazioni, se non curate, possono portare a una frattura molto grave e a punti di difficile ritorno. All’interno dei contesti che abbiamo analizzato ci sono cose pesanti che vanno valutate attentamente. Quello che ci dà speranza, però, è che ci sono anche presenze significative. Non c’è, insomma, una totale disumanizzazione del territorio.

La Chiesa lavora molto in questi territori ed è anche riconosciuta come punto di riferimento».

Come vi muoverete dopo la presentazione di questa ricerca?

«Attualmente ci caratterizziamo, soprattutto noi della Caritas, per il fatto di stare, di abitare il territorio, di ascoltarlo. D’ora in avanti vorremmo che sempre di più fossimo riconosciuti come riferimento per diversi mondi e diverse realtà sia istituzionali, che ecclesiali, che di società civile. Con il lavoro di ricerca che abbiamo fatto e con i passi futuri vorremmo che la nostra azione sia ancora più in movimento. Non che quanto si è fatto e si fa sia statico. Il punto, però, è che nei prossimi anni vogliamo assumerci l’impegno di stare ancora più addentro alle situazioni e di cercare le “lontananze più lontane” facendo sì che nascano relazioni. Vorremmo essere sempre in movimento, come lo sono i quartieri di cui ci occupiamo e le vite delle persone che incontriamo. Così anche la nostra azione pastorale potrà essere più incisiva e più rispondente alla valorizzazione piena delle risorse personali e comunitarie. Non è un impegno facile quello che ci attende, ma è l’unica strada che possiamo battere per stare accanto alle persone, facilitare una migliore qualità della vita, aprire le città alla speranza. E per non trovarci tra qualche anno a raccogliere i cocci delle ennesime buone proposte andate in fumo».

Annachiara Valle

Jesus/Novembre 2006

Martedì 09 Gennaio 2007 11:18

Un grande “campo-scuola”senza voti e senza giovani

Pubblicato da Fabrizio Foti

I

IL CONVEGNO DI VERONA

Un grande “campo-scuola”senza voti e senza giovani

In giro per Verona li riconosci dal cordoncino blu e arancione che regge il cartellino. I delegati al convegno ecclesiale - preti, religiosi, laici - non trascurano le bellezze della città. Anche se per poco tempo, lasciano i freddi ma funzionali spazi della Fiera e girano per piazza Bra e Castelvecchio. La mostra del Mantegna e la basilica di san Zeno.

Non sono però disinteressati a ciò che succede nelle aule di lavoro: molti di loro, in percorsi associativi, di movimento o parrocchiali, si sono preparati all’appuntamento già da tempo. Hanno partecipato ai cinque eventi nazionali che hanno preceduto i giorni di Verona, si sono confrontati in diocesi, hanno studiato la traccia introduttiva. Adesso ascoltano relazioni e omelie e si entusiasmano per l’intervento di Savino Pezzotta; poi, quando tocca a loro prendere la parola, dicono senza problemi quello che pensano, non lesinando le critiche. E chiedendo, come fanno quelli di Milano, che i lavori preparatori delle diocesi non finiscano archiviati, ma vengano tenuti in conto.

Il volto della Chiesa italiana, a giudicare dai numeri, dalla prevalenza di teste bianche e di colori scuri, appare forse un po’ vecchio e stanco. E con qualche timore nei confronti del laicato. Si è parlato molto della responsabilità dei laici e del loro protagonismo, ma poi poco meno di metà dei delegati, 1.252 su 2.700, sono laici. «Questo non rispetta la composizione della Chiesa popolo di Dio, dove i fedeli laici sono la maggioranza», sorride una delegata. E, per bilanciare un po’ la composizione dell’assemblea,

la Cei ha dovuto aggiungere una delegazione ad hoc di 40 giovani.

Un terzo delle ore di lavoro è dedicato ai trenta gruppi di studio, sei per ognuno dei cinque ambiti. «E’ qui che si vive maggiormente l’esperienza di Chiesa come popolo: seduti fianco a fianco, vescovi e laici, in fila per il proprio intervento, a confrontarsi», dice Ivan. Il problema. aggiunge Piergiorgio, è tradurre questo stile nella quotidianità. E «capire qui, e in generale nella Chiesa, qual è la natura della discussione: confronto su qualcosa di già dato dall’alto o spazio di discernimento comunitario per elaborare proposte nuove?». È nei gruppi di studio che quella che sembra un’assemblea compatta negli umori, mostra le differenze dei cammini formativi e delle varie sensibilità .

Diversamente dall’assemblea di Palermo qui non si vota, e quindi non si “corre il rischio” che qualche ambito bocci la sintesi dei lavori. D’altra parte c’è chi giura che in questi anni non c’è mai stata la tentazione di ridurre la pluralità delle espressioni, ma solo la volontà di arginare la frammentazione e di trovare un passo comune per camminare insieme.

Un passo faticoso che però va cercato «nella lotta alla corruzione, alla disoccupazione e alla criminalità organizzata. Sono temi», spiega Vincenzo, «che toccano così profondamente la vita delle persone, che il magistero dovrebbe quasi imporre l’impegno comune».

Si registra un po’ di paura delle differenze», fa eco uno degli invitati eppure, dice il teologo Severino Dianich, «quanto più nella Chiesa siamo uniti nella medesima fede in Gesù, tanto più possiamo permetterci il lusso di avere posizioni diverse. Solo da una dialettica anche vivace nasce qualcosa di nuovo». Il teologo fa riferimento alla preoccupazione che qualcuno manifesta sui possibili rischi di contrapposizione laicato-gerachia che potrebbero scaturire dalla nascita di un “Sinodo dei laici”, già richiesto a Palermo come luogo di discernimento comune, caduto nel dimenticatoio, e qui invocato a gran voce soprattutto nell’ambito cittadinanza”. «Se pensiamo a come gli interventi dell’episcopato sui problemi politici in questi ultimi anni abbiano creato tanti disagi, non solo negli ambienti laicisti anticlericali, ma dentro la stessa comunità ecclesiale, allora penso sarebbe utile avere un organismo leggero ma permanente e rappresentativo del laicato, con il quale i vescovi potrebbero consultarsi in particolar modo sui temi più politici», dice Dianich.

Le urgenze dei delegati sono tante: la questione del Sud e del suo sviluppo e quella del Nord e della perdita della qualità delle relazioni; il confronto con le altre culture e religioni; il tema dell’immigrazione; la cura dei malati; l’accoglienza dei divorziati risposati, dei preti sposati, degli omosessuali. Ma anche questioni più ‘tradizionali”, come la «qualità della formazione integrale della persona, senza separatezza tra l’essere cristiano e cittadino», spiegano Franco e Gabriella o, per dirla con Fabio, «l’educazione a una grammatica della cittadinanza, che manca spesso nelle stesse comunità ecclesiali». La base dei fedeli ha voglia di parlare, di confrontarsi sulle esperienze concrete, «per lasciare poi le scelte finali alle Chiese locali, che conoscono i bisogni e le risorse del territorio», aggiunge suor Ester.

I delegati applaudono il Papa in molti passaggi, ma poi qualcuno confessa la propria «delusione per l’ultima parte del discorso, che non ha messo all’ordine del giorno le questioni che investono realmente la vita delle persone. Sarà anche importante il tema della scuola cattolica, ma i dolori e le sofferenze della gente si misurano in altri ambiti che sono prioritari rispetto a questo discorso. Va benissimo parlare di postmoderno, ma per i poveri è più urgente sentire parole di speranza che toccano la loro esistenza».

Tra un padiglione e l’altro della fiera campeggiano i cartelloni con i volti dei sedici santi che

la Chiesa italiana propone come testimoni di speranza cristiana. Tra questi, il piemontese Gesualdo Nosengo che, come consulente del ministero della Pubblica istruzione, lavorò per una maggiore qualificazione della scuola statale e per l’istituzione di una scuola media obbligatoria per tutti; la romagnola Annalena Tonelli, assassinata in Somalia lo scorso anno, che da missionaria ha cercato di dialogare anche con le frange islamiche più estremiste; e il fiorentino Giorgio


La Pira, il politico che nell’assemblea Costituente lavorò sul rapporto Stato e Chiesa, sulla dignità della persona, e firmò l’articolo in base al quale l’Italia ripudia la guerra.

Proprio sulla guerra i delegati restano un po’ frustrati:: «La via della riconciliazione, del perdono, del servizio, della non- violenza sono segni di speranza che

la Chiesa italiana è chiamata a dare, ma che in questo convegno non sono emersi in alcun modo», dice don Fabio Corazzina, coordinatore di Pax Christi. «L’ordine del giorno, come diceva don Tonino Bello», sottolinea Domenico, «lo deve fare la società con i suoi problemi. E qui molti temi non sono stati affrontati».

Il cardinale Ruini finisce di parlare, i delegati sciamano via. Se ne vanno come sono arrivati, contenti come dopo un campo scuola. Promettono di incontrarsi di nuovo, si scambiano indirizzi e numeri di telefono. Alle loro spalle

la Fiera è vuota; la vela della barca, all’ingresso dei padiglioni, sta per essere smontata; le luci degli stand sono spente; gli ultimi che partono si scambiano altre impressioni. Di domande ne restano molte, ma una per tutte, serpeggiata già dai primi momenti tra i delegati al convegno, resta nella memoria. E’ scritta in rosso a lettere maiuscole su un grande striscione esposto allo stadio: poche parole che sintetizzano un pensiero comune: «Speranza..... Siamo noi giovani?».

Vittoria Prisciandaro

Annachiara Valle

Jesus/Novembre 2006

Martedì 09 Gennaio 2007 11:07

LA GRATUITÀ VIENE PRIMA DELL’EFFICIENZA

Pubblicato da Fabrizio Foti

LA GRATUITÀ VIENE PRIMA DELL’EFFICIENZA

«È questa la nostra via: essere umane il più divinamente possibile ed essere religiose il più umanamente possibile». Sono parole della fondatrice delle Piccole sorelle, Magdaleine di Gesù, che prendo a commento del messaggio del Papa per

la Giornata missionaria: «La carità, anima della missione». Piccola sorella Magdaleine, sulla scia di Charles de Foucauld, fonda numerose comunità: «Intimamente mischiate alla massa umana, come un lievito nella pasta. Siamo fatte per mescolarci alla folla, come Gesù sulle strade di Galilea». Negli anni Quaranta in Francia, qualcuno già cominciava a parlare di questo Paese come di una «terra di missione». Piccoli gruppi iniziavano esperienze coraggiose (ad esempio i preti operai), piccola sorella Magdaleine scelse la via dell’amore tra la gente. Questa donna aveva il coraggio della fede per denunciare una certa vita religiosa (e cristiana) dove la regola doveva essere rispettata, e non importava poi molto se i rapporti umani venivano mortificati; «. . .è desolante la formazione che a volte si dà. Viene demolito tutto l’umano... e l’umano è opera di Dio. Non si dice che è una colpa grave non amare i fratelli e si fa un affare di Stato dell’essersi serviti di un ago senza permesso... Sempre lo stesso errore che filtra il moscerino e ingoia il cammello».

Sono passati oltre sessant’anni, ma queste parole sono ancora una grande provocazione per noi missionari e per noi Chiesa italiana. Dobbiamo riconoscere che, dopo i decenni in cui l’impegno sociale dei cristiani è stato vissuto con intensità, anche se con il limite di essere stato a volte «ridotto a mera attività filantropica e sociale» si assiste oggi a una certa chiusura all’interno del mondo ecclesiale, a una rinuncia alla ricerca di vie nuove per evangelizzare e servire gli ultimi.

La Chiesa italiana insiste nel mettere la parrocchia al centro dell’attività missionaria, e promuove molte iniziative di servizio per le nuove povertà: ma quanto è grande l’impressione che moltissime di esse siano strutture ben organizzate, dove però manca l’anima, cioè «il fuoco della divina carità in grado di incendiare il mondo», come scrive il Papa. E anche tante opere, persino quelle in missione, sono apprezzate perché «funzionano» ma rischiano di non trasmettere l’essenziale. Mi diceva una giovane suora missionaria: «il nostro ospedale funziona bene, è apprezzato, pulito e fornito di tutto, ma per fare questo si è sempre arrabbiate col personale locale perché non rispetta i nostri standard: alla fine che cosa passa? Che vogliamo loro bene? Che in noi arde un amore divino?».

Occorre una rinnovata riforma nella Chiesa per «essere umani il più divinamente possibile». Fondamentale è il continuo riferimento personale a Gesù. Ma questa riforma passa anche attraverso scelte ecclesiali coraggiose. Pongo alcune domande: quale segno profetico dell’amore di Cristo sono le comunità religiose oggi? Perché non si punta con coraggio a fraternità sacerdotali, privilegiando la testimonianza di vita all’efficienza? I missionari mentre fanno tante opere sociali, si domandano se queste sono segno della carità evangelica? E le famiglie educano i figli a scelte controcorrente rispetto al consumismo e all’individualismo?

         Soprattutto resta la testimonianza personale di ogni cristiano: il primo vescovo della Guinea Bissau, mons. Settimio Ferrazzetta, viene ricordato da tutti (anche dai musulmani) come un «padre della patria»: non per il lebbrosario o le tante scuole da lui create, ma per gli ultimi mesi della sua vita, passati, quand’era già malato, ad attraversare i fronti della guerra civile per tentare di riconciliare le parti. L’immagine di questo vecchio che sprofonda nel fango per incontrare il leader dei ribelli è per ogni guineense il segno più forte e credibile che Dio è amore.

padre Davide Sciocco

Mondo e Missione / Ottobre 2006

Martedì 09 Gennaio 2007 11:02

IL FILTRO OPACO

Pubblicato da Fabrizio Foti

Un tesoro in vasi di creta

IL FILTRO OPACO

Sveglia alle 4; preghiera, colazione, alle 7 sulla bicicletta. Ogni giorno macina decine di chilometri in città, fuori, dovunque ci sia un malato o qualcuno con problemi fisici. Non è medico, non distribuisce soldi, non dirige strutture né organizzazioni. Una volta la settimana va a Dhaka in autobus con due o tre persone che affida a qualche progetto di interventi gratuiti ora su un labbro leporino, ora su cataratte o su un piede deforme. Pernotta e ritorna alla stanzetta in affitto che è cucina, studio, cappella, salotto, e dove dorme con la bicicletta accanto al letto. A chi chiede risponde; «Sono un missionario cristiano, seguo il mio profeta, Gesù, che “passò beneficando e risanando” (At 10, 38)”.

Gioviale ma di scorza dura, padre Bob McCahill ha passato i 70 e continua tenacemente a cercare non di dialogare con i sapienti della comunità islamica, ma d’incontrare la gente che suda e soffre vivendo la fede in cui è nata, per portare loro un tocco del Regno. Tronca subito ogni polemica: «Sì, sono americano, ma non sono Bush. Si, credo che Gesù è figlio di Dio, che è uno e trino, ma bisticciare su Dio è da pazzi». Verso le 15 torna a casa e riposa, poi celebra l’Eucaristia, studia, scrive e chiacchiera con chi va a trovarlo. Riso e verdure per la cena e poi a letto.

Tre anni di questa vita per «beneficare e risanare» poi, come Gesù, «passa»: insalutato ospite va e ricomincia altrove, dove nessuno ha mai conosciuto un cristiano. Padre Bob è felice di vivere così il tentativo più radicale e genuino che io conosca di effettuare un «primissimo annuncio» chiaro e rispettoso, fra le genti dell’islam. Non critica nessuno, ma il suo stile di vita interroga gli altri missionari, inseriti nelle piccole comunità cristiane e impegnatissimi in scuole, parrocchie, dispensari, ostelli, catechesi, organizzazioni. E’ lo stile giusto?

E’ doveroso ammettere che molti di noi creano e dirigono strutture, si affaticano In costruzioni e organizzazioni, perché non sanno fare altro. Abbiamo bisogno di un ruolo che ci dia un certo potere, ci faccia tenere il coltello per il manico, di una scrivania fra noi e l’interlocutore, di una comunità che ci avvolga; immersi «alla pari» fra la gente, tanto più fra credenti di altre religioni, ci sentiremmo smarriti. Più che fare missione, facciamo opere missionarie e la testimonianza si arena: ammirano l’efficienza, invidiano la disponibilità economica, sospettano motivazioni nascoste o di conquista. Non s’arriva al cuore. Però non è sempre e solo così. Tanti hanno iniziato più o meno come padre Bob, per sentire poi che la carità evangelica chiedeva di offrire un aiuto più efficiente e più ampio. Suor Silvia Gallina, un ciclone di affetto e compassione per i poveri, negli anni Sessanta-Settanta era forse l’unica donna in Bangladesh a guidare una Vespa con cui faceva la spola fra le case dei malati e l’ospedale, portando a rotta di collo anche le partorienti. Erano gesti immediati, da cui sprizzava la sua carica umana e una fede senza parole. Ma ha forse amato e testimoniato meno quando, per accogliere chi veniva da lontano e per aiutare più malati, s’è organizzata costruendo per loro un rifugio, ha maneggiato soldi dei benefattori, ha dato tempo (brontolando) alla contabilità?

Prendendo carne, il Verbo ne ha accettato l’opacità, per cui molti lo hanno frainteso, negato e calunniato; ne ha accettato il peso fino alla croce. Liberarsi di tutto perché risplenda meglio la grazia del Vangelo, o sporcarsi le mani perché essa trasformi e plasmi la vita quotidiana? Un guru che vivesse di esercizi ascetici e astrazioni spirituali, dimenticando la polvere, il sudore e la fragilità sua e dei fratelli sarebbe testimone solo di se stesso, tanto quanto un «missionario manager» che si preoccupasse soltanto del perfetto funzionamento delle sue opere, pastorali o sociali che siano. Il metodo ha valore, ma è sempre e comunque un filtro «opaco». Il Vangelo passa da persona a persona, si legge negli occhi, si percepisce nella passione con cui seguiamo Cristo nella sua incredibile missione dl dare a Dio un cuore di carne. Abbiamo bisogno di padre Bob e di suor Silvia, di interrogarci sul nostro modo dl essere uomini e donne fra altri uomini e donne, loro e noi «nudi» davanti al mistero di Dio. E abbiamo bisogno di non trovare risposta a queste domande.

di Franco Cagnasso

Missionario del Pime in Bangladesh

Mondo e M issione/Ottobre 2006

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