Domenica, 15 Settembre 2019
Mondo Oggi

ROMA-MOSCA: SALE ANCORA

LA TENSIONE SUL NODO DELL’UNIATISMO

 

“E’ una posizione aggressiva: dal vaticano ci aspettiamo  dei passi concreti, non delle dichiarazioni poi puntualmente smentite dai fatti”: non usa mezzi termini il vescovo ortodosso di Egorievsk Mark Golovkov, vicepresidente dell’Ufficio relazioni estere del Patriarcato di Mosca. Il riferimento è alle modalità con cui il Vaticano sta gestendo la situazione della Chiesa greco-cattolica in Ucraina. Si tratta di quella che spregiativamente viene chiamata Chiesa uniate, il cui leader, cardinale Lubomyr Husar, chiede che la sua Chiesa venga elevata a rango di patriarcato, con sede a Kiev. Di fatto dalla città di L’viv l’arcivescovado è già stato spostato nella capitale dell’antica ‘Rus cristiana, patria spirituale degli apostoli Cirillo e Metodio. E Benedetto XVI, il 22 febbraio, ha inviato una lettera a Husar, “arcivescovo maggiore di Kyiv-Halic”, per ricordare le persecuzioni di 60 anni fa subite dai greco-cattolici, che oggi diventano “stimolo per la comunità greco-cattolica ad approfondire il suo intimo e convinto legame con il successore di Pietro”.

Se Kiev dovesse essere elevata a rango di patriarcato, agli occhi di Mosca vorrebbe dire che secondo Roma, i discendenti dei primi evangelizzatori cristiani non sarebbero gli ortodossi, ma i cattolici che nel XVI secolo si sono riuniti al Papa. Una richiesta quella del cardinale Husar, osteggiata da diversi personaggi della Curia romana attenti al dialogo ecumenico. Anche il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, ha dichiarato più volte la non opportunità della cosa, aggiungendo che nulla era stato deciso in proposito dal Pontefice.

Per spiegare il clima teso che esiste in Ucraina a causa di questi eventi, il vescovo Mark ricorda che era stato raggiunto un accordo di collaborazione “ma poi i nazionalisti uniati della Chiesa greco-cattolica non hanno voluto tener fede ai patti e hanno preso con la violenza  molte chiese ai nostri preti, i quali oggi non possono celebrare in quei villaggi dove la maggioranza della popolazione è ortodossa”. Inoltre, accusa, “corre voce che

la Chiesa uniate si consideri come

la Chiesa di tutti gli ucraini. Più volte il cardinale Husar ha dichiarato che in Ucraina ci dovrebbe essere un unico Patriarca, in comunione con Roma, cioè lui. E a questa cosa sono contrari tutti i Patriarchi della Chiesa ortodossa. Il Vaticano, che sostiene anche economicamente

la Chiesa uniate, ha il dovere di intervenire”. Fino a quando questo punto non sarà chiarito, dice Mark, la sostanza delle relazioni non cambia. E nessuna visita tra il Papa e il patriarca Aleksji II può prospettarsi all’orizzonte.

 

 

vi.pri

Jesus/maggio 2006

Lunedì 24 Luglio 2006 10:54

“IO ERITREO CAPPELLANO A MILANO”

Pubblicato da Fabrizio Foti

“IO ERITREO CAPPELLANO A MILANO”

Tra le cappellanie della comunità straniera, quella eritrea a   Milano è una delle più vecchie e consolidate, frutto del continuo flusso migratorio degli eritrei che hanno cercato nell’ex Paese colonizzatore sicurezza da guerre, persecuzioni e carestie.

I primi arrivi datano verso la fine degli anni Sessanta. Alora ad assisterli ci sono alcuni giovani frati cappuccini, in Italia per completare gli studi. La loro è un’assistenza non solo spirituale. I religiosi aiutano gli immigrati nel trovare casa, lavoro, per avere i permessi di soggiorno, ecc. E  non guardano alla fede.  Aiutano tutti: i cattolici (una minoranza)  e i non cattolici (la maggioranza). 

“L’assistenza agli eritrei – spiega padre Habtemariam Ghebreab, l’attuale cappellano – è nata ufficialmente 24 anni fa quando l’allora arcivescovo Cardinal Carlo Maria Martini, riconobbero il nostro sforzo per aiutare gli eritrei e ci permise di dare vita a un’assistenza”. Da allora, alla sua guida si sono alternati quattro cappuccini: Andemariam Tesfamicael, Stefano Tedla, Teclemariam Haile (conosciutissimo a Milano con il nome di padre Marino) e, appunto, Habtemariam Ghebreab . Padre Habtemariam, 62 anni, è nato in un villaggio vicino ad Asmara. Ha studiato in Africa e si è specializzato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Prima di tornare in Italia nel 2002, è stato in Etiopia (dove ha diretto il seminario di Addis Abeba ed è stato maestro dei novizi) e in Eritrea (dove è stato coadiutore parrocchiale a Keren e Asmara). “A dire il vero – spiega padre Habtemariam – sono tornato per caso. Ero venuto qui per cure mediche, poi i superiori mi hanno chiesto di rimanere per dare una mano a padre Marino. Quando padre Marino si è ammalato, ho preso il suo posto. Anche se lui continua a collaborare con me”.

A Milano, il cappellano è il punto di riferimento per 200 famiglie eritree cattoliche. “Prima dell’indipendenza dell’Eritrea – ricorda -, la cappellania offriva assistenza spirituale ai cattolici, ma anche ai copto-ortodossi che venivano da noi per Messe e battesimi. Poi, nel 1993, si è costituita la comunità copta a Milano e da allora gli ortodossi hanno avuto il loro pastore”. 

La gran parte dei cattolici sono giovani immigrati, molti fuggiti dal loro Paese e arrivati qui dalla Libia. Ma ci sono anche persone arrivate in Italia molti anni fa. 

“Noi – osserva padre Habtemariam – cerchiamo di aiutarli come possiamo. Un tempo padre Marino li assisteva in tutto: dalle pratiche burocratiche alla casa, al lavoro ai rapporti con le istituzioni. Ora è diventato più difficile perché il numero degli immigrati è cresciuto e lavoro e casa sono merce rara per tutti”. 

L’assistenza è quindi prevalentemente spirituale. “Ogni domenica mattina – spiega – celebro una Messa in lingua zigrina. La celebrazione è accompagnata dai canti in gheez, una lingua arcaica dal quale sono nate le più importanti lingue di Etiopia ed Eritrea. Il sabato poi tengo lezioni di tigrino (per i bambini eritrei o meticci) e di catechesi ai giovani”. 

Padre Habtemariam ormai si è integrato in Italia. Oltre al suo servizio rivolto alla comunità eritrea collabora con i confratelli cappuccini del convento di viale Piave. “Devo essere sincero – ammette – non ho faticato molto ad ambientarmi. Un po’ perché molte abitudini degli eritrei sono state mutuate dai colonizzatori italiani. Ma anche perché nei conventi ad Asmara e Addis Abeba avevo già convissuto con missionari italiani e conoscevo bene il loro stile di vita : in Italia poi lavoro come in Eritrea: Nel senso che i miei parrocchiani sono tutti eritrei come lo sarebbero in una parrocchia a Keren, Asmara, Massaia, ecc.

Essere qui o là non fa molta differenza: L’unico vero problema è che qui i fedeli sono sparsi in una grande città come Milano. E non sempre è facile tenere i contatti con loro”.

Enrico Casale

Martedì 18 Luglio 2006 23:34

Debito, peso che resta, ma in Zambia ora si spera

Pubblicato da Emanuele Spada

Ancora prigionieri. Una famiglia in Zambia, paese che, come molti altri stati poveri, soprattutto in Africa, continua a risentire in modo rilevante del peso del debito estero.

Nella definizione dei temi fondamentali per un’agenda di riduzione dell’ingiustizia e della povertà nel mondo, il tema del debito merita ancora di essere considerato come prioritario. Dopo la grande mobilitazione dell’anno del Giubileo, l’attenzione dell’opinione pubblica è stata sollecitata negli ultimi anni da iniziative spesso più ad effetto che di reale efficacia. Ma in termini concreti, il totale del debito dei paesi in via di sviluppo, che nel 1999, prima dell’avvio dell’iniziativa “rinforzata” Hipc (Heavily Indebted Poor Countries è il nome dell’iniziativa internazionale per la cancellazione del debito, ndr) era pari a 2.347 miliardi di dollari, è oggi (dato aggiornato al 2004) pari a 2.597 miliardi; i paesi dell’Africa subsahariana, che nel 1999 pagavano 13,6 miliardi di dollari per rimborsare questo debito, ne hanno pagati nel 2004 15,23.

Questi dati bastano a dare una prima indicazione sullo stato dei fatti: l’iniziativa internazionale di cancellazione del debito non ha risolto il problema. Ha semmai contribuito a evitare una situazione ancora più pesante, senza però trovare la via di uscita sostenibile invocata come una delle ragioni per procedere alla cancellazione. Ora si tratta di fare ogni sforzo perché le iniziative già adottate siano portate avanti in modo efficace e perché vengano introdotti correttivi per gli elementi che ne limitano l’efficacia. In questo, l’attenzione della società civile è fondamentale, se si vuole mantenere una giusta tensione su una questione che continua a influire in modo drammatico sulle condizioni di vita della maggior parte della popolazione mondiale.

Difficoltà dai governi

L’iniziativa di conversione del debito promossa dalla chiesa italiana, attraverso la Fondazione Giustizia e Solidarietà (nella quale sono coinvolti numerosi soggetti, tra cui Caritas italiana), è stata portata avanti con un impegno faticoso ma efficace, in continuità con la campagna ecclesiale per la riduzione del debito, lanciata nell’anno giubilare a seguito del pressante appello di Giovanni Paolo II. Questa iniziativa ha trovato le sue prime concretizzazione in Guinea (dove il fondo di conversione del debito è attivo dal giugno 2003) ed è giunta anche in Zambia a una fase operativa.

Proprio in Zambia la mancanza di un accordo tra i paesi debitori ha impedito a lungo di negoziare gli accordi bilaterali di cancellazione del debito e anche successivamente i due governi (zambiano e italiano) hanno frapposto numerose difficoltà all’ipotesi di creare un fondo di conversione del debito, come nel caso della Guinea. Per questa ragione, alla fine del 2004, il consiglio di amministrazione della Fondazione aveva stabilito di aprire un Fondo di riduzione della povertà, in accordo con la chiesa zambiana e amministrato secondo gli stessi criteri inizialmente individuati per la gestione del Fondo di conversione del debito, cioè con una larga rappresentanza della società civile zambiana. L’idea era che l’avvio unilaterale di questo fondo servisse anche come stimolo ai due governi. Dell’ammontare destinato dalla Fondazione
allo Zambia, pari a 10 milioni di euro, la metà è stato in un primo momento attribuita a questo fondo, in attesa di vedere se i due governi avrebbero dato seguito all’impegno circa il monitoraggio delle risorse liberate dalla cancellazione.

Rendere conto ai cittadini

Oggi, a un anno di distanza, entrambe le prospettive sembrano aver trovato concretizzazione: il Fondo Giustizia e Solidarietà per la riduzione della povertà (Isprf) è attivo e ha già identificato i primi progetti cui offrire un sostegno finanziario; i due governi hanno firmato nel gennaio 2006 un’intesa per la costituzione di un comitato di informazione, che avrà il compito di mettere a disposizione la documentazione riguardante l’impiego delle risorse liberate in seguito alla cancellazione del debito da parte del governo italiano (ai sensi della legge 209 del 2000) e in cui siederanno i rappresentanti dei due governi, un rappresentante della fondazione e un rappresentante della struttura operativa della chiesa zambiana, come garanzia di collegamento con la società civile locale.

Quest’ultima circostanza è significativa: il monitoraggio dell’uso delle risorse liberate con la cancellazione del debito è stato, negli anni scorsi, materia di accesa discussione nel dibattito pubblico in Zambia e ora per la prima volta i rappresentanti della società civile vengono coinvolti nello scambio di informazioni tra governi. Si tratta di un risultato politicamente importante: si afferma infatti il principio per cui è ai cittadini, in primo luogo dei paesi che beneficiano della cancellazione, che occorre rendere conto dell’uso delle risorse liberate. Un concetto diaccountability verso il basso, ben diverso dalle condizioni unilateralmente poste dai governi creditori o dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Società civile coinvolta

Il comitato di informazione non ha collegamento funzionale con il Fondo di riduzione della povertà istituito in collaborazione con la chiesa zambiana, ma le due iniziative rispondono allo spirito originario della campagna giubilare, in particolare all’dea di un coinvolgimento diretto della società civile nella trasformazione della schiavitù del debito in nuove opportunità di sviluppo. Proprio in seguito alla costituzione del comitato di informazione, il consiglio di amministrazione della Fondazione ha avviato la riflessione sull’impiego della seconda metà dei 10 milioni.

Pochi mesi di attività del Jsprf sono sufficienti per tracciare un primo bilancio. Il comitato di gestione è presieduto da una rappresentante della chiesa zambiana e comprende rappresentanti delle principali reti di società civile, inclusa la più
grande federazione di produttori agricoli (i piccoli contadini sono il primo “ target sociale” delle attività del
fondo); nel comitato siedono anche due rappresentanti delle espressioni della chiesa italiana in Zambia (missionari e volontari). Il comitato, riunitosi per la prima volta nel novembre 2005, ha dato impulso all’intervento nei primi quattro distretti (Petauke, Kasempa, Isoka e Gwembe). È in corso una riflessione che potrebbe condurre all’allargamento delle aree coperte, senza tuttavia venire meno a un principio di concentrazione delle azioni, necessario per evitare interventi a pioggia, poco efficaci e di difficile gestione. Al momento sono stati finanziati 9 progetti per 485 mila euro: si tratta soprattutto di progetti di supporto alle attività economiche (produzione, stoccaggio, trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli), ma non mancano iniziative di microfinanza e di miglioramento dei servizi scolastici. Oltre progetti già approvati sono oltre 160 le proposte depositate da diversi attori della società civile e si può prevedere nei prossimi mesi un’accelerazione nel ritmo degli stanziamenti.

Massimo Pallottino
Italia Caritas/Maggio 2006

Evoluzione del debito internazionale(dati in mld di dollari)

1982

1996

1999

2001

2003

2004

Paesi in via
di sviluppo

Debito
estero totale (DET)

715,79

2044,97

2346,64

2260,52

2554,14

2597,06

Servizio
del debito pagato

108,38

262,55

352,22

365,52

419,77

373,80

Di
cui interessi

62,85

96,15

113,88

110,33

101,18

103,14

Asia orientale
e Pacifico
(DET)

88,17

494,03

538,61

501,98

525,54

536,54

Europa e Asia
centrale
(DET)

88,46

368,32

503,45

507,78

676,00

728,47

America Latina
e Caraibi
(DET)

333,14

638,47

771,83

749,18

779,63

773,46

Medio Oriente
Nord Africa
(DET)

82,33

163,18

155,80

142,14

158,83

155,47

Asia
Meridionale
(DET)

47,35

149,62

161,99

156,25

182,79

184,72

Africa
sub-sahariana
(DET)

76,34

231,35

214,96

203,19

231,36

218,41

Fonte: elaborazione sui dati della Banca Mondiale

Mercoledì 28 Giugno 2006 10:33

Discriminazioni razziali, non chiudiamo gli occhi

Pubblicato da Luca Marcucci

DISCRIMINAZIONI RAZZIALI, NON CHIUDIAMO GLI OCCHI

di Oliviero Forti - Italia Caritas

(abstract)

L’autista dell’autobus che non apre le porte quando vede alle fermate persone di colore; il gestore del locale che fa pagare il biglietto d’ingresso solo agli stranieri; il condominio che impedisce ai bambini di una coppia sudamericana di giocare nelle parti comuni dello stabile; il caposquadra che insulta ogni mattina il proprio operaio di origine africana; la ragazza che non può fare la commessa in un supermercato perché è “nera”. Sono alcune delle discriminazioni a danno dei cittadini stranieri monitorate dall’Unar, l’Ufficio antidiscriminazione razziale istituito dal ministero delle pari opportunità. Purtroppo ogni ambito della quotidianità è macchiato da atteggiamenti odiosi e meschini, che colpiscono le fasce più deboli della popolazione. Fra esse gli immigrati, in particolare quelli che si trovano in posizione irregolare, come conferma il rapporto dell’European Network Against Racism (Rete europea contro il razzismo) del 2004. Lavoro, casa, scuola e fede sono aspetti con i quali le vittime di discriminazione devono confrontarsi ogni giorno. Anche prendere un caffè, alcune volte, può diventare motivo di incertezza e di paura, così come è accaduto lo scorso anno, quando un esercente è stato condannato per essersi rifiutato di servire consumazioni a cittadini nordafricani. La terza sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la sentenza, stabilendo che è razzista chi, in un bar, si rifiuta di servire il caffè a clienti stranieri.  I giudici hanno chiarito che la discriminazione razziale è ravvisabile in atti, individuali o collettivi, di incitamento all'offesa della dignità di diversa razza, etnia o religione, ovvero in comportamenti di effettiva offesa di tali persone. E tra gli atti di discriminazione deve essere inserito anche il comportamento di chi imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire a uno straniero beni o servizi offerti al pubblico. 

Preclusione ideologica 

Non basta certo una sentenza della Cassazione per far cessare un comportamento le cui motivazioni sono molto profonde. È sicuramente utile portare agli occhi dell’opinione pubblica un fenomeno così odioso anche a suon di carte bollate, ma ciò di cui abbiamo più bisogno è un serio piano di sensibilizzazione che raggiunga trasversalmente tutta la società, non ultimi i decisori politici. È significativo il caso dell’ultima legge finanziaria, che esclude i figli degli immigrati dal godimento dei mille euro previsti per tutti i nuovi nati nel 2005, o della legge della regione Lombardia che non ha incluso i cittadini stranieri residenti nella regione tra gli aventi diritto alla circolazione gratuita sui servizi di trasporto pubblico di linea riconosciuto agli invalidi per cause civili. Per fortuna anche in questo caso è intervenuta la Corte Costituzionale, che con la sentenza 432 del 2005 ha dichiarato l’illegittimità della norma, in quanto dalla stessa non si evince “altra ratio che non sia quella di introdurre una preclusione destinata a discriminare gli stranieri in quanto tali”. Ciò che più preoccupa, però, è il reiterato atteggiamento discriminatorio degli amministratori a danno degli immigrati, che appare dettato più da una preclusione ideologica che non da legittime scelte di buon governo. Anche le iniziative salutate da tutti con favore, come la creazione dello stesso Unar, si sono sviluppate in un contesto di “obbligo istituzionale”, piuttosto che come conseguenza di precise scelte politiche. La necessità di dare attuazione a una direttiva europea è alla base dell’istituzione di un ufficio di cui il nostro paese aveva bisogno da anni, dal momento che il problema della discriminazione razziale nasce con l’intensificarsi dei flussi di immigrazione. Fortunatamente il terzo settore, insieme al mondo accademico e ai sindacati, ha mostrato una particolare sensibilità in materia, promuovendo numerose iniziative di sensibilizzazione e informazione dell’opinione pubblica, attraverso progetti di ricerca i cui risultati costituiscono la base per pianificare interventi efficaci. Così, per esempio, il rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro sulla “Discriminazione dei lavoratori immigrati nel mercato del lavoro in Italia” segnalava nel 2004 che la discriminazione esiste, in modo specifico nel funzionamento del mercato del lavoro. L’Italia ha ratificato la Convenzione dell’Oil sui lavoratori migranti e il 1° luglio 2003 è entrata in vigore la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle loro famiglie; inoltre già oggi l’Italia è tenuta ad applicare una direttiva europea sull’argomento. Ma le misure repressive e di monitoraggio del fenomeno non bastano; occorre pensare a politiche indirizzate a indebolirlo alle radici, e questo sarà possibile solo attraverso un intervento che incida sulle deboli basi culturali di una larga fascia della popolazione italiana.

Mercoledì 21 Giugno 2006 22:53

America Latina: petrolio e banche private

Pubblicato da Arrigo Marchiori
Venezuela-Caraibi petrolio e diplomazia
Dopo la nascita in giugno di Petrocaribe, una sorta di succursale regionale di Pdvsa, l’industria petrolifera pubblica venezuelana, il 7 settembre in Giamaica è stato firmato un accordo per la fornitura di greggio a prezzi ridotti a 13 Paesi della zona caraibica (tra gli altri, Belize, Cuba, Guyana, Suriname, Repubblica Dominicana).
Il Venezuela, quinto produttore mondiale di greggio e unico membro latinoamericano dell’Opec, concede ai Paesi firmatari di acquistare petrolio pagando in denaro solo il 60% (qualora la quotazione superi, come avviene ora, i 50 dollari al barile); la parte restante potrà essere rimborsata con beni agricoli e industriali oppure con un debito a scadenza di 25 anni, con l’1% annuo di interesse. Al di là della sua scarsa rilevanza economica, viste le dimensioni e il “peso” dei Paesi coinvolti, l’accordo è significativo per le implicazioni politico-diplomatiche: potendo contare su un avanzo record nelle casse pubbliche grazie al boom dei prezzi petroliferi, il Venezuela di Chavez intende proporsi nella regione come un punto di riferimento alternativo al nemico di sempre, gli Usa, promuovendo il proprio modello di sviluppo “bolivariano” e anti-liberista.

Sempre più banche private in America Latina
Secondo statistiche citate dall’agenzia Noticias Aliada, il settore bancario latinoamericano sta conoscendo – come nel primo mondo - un intenso processo di concentrazione. Inoltre il numero e il peso relativo delle banche pubbliche si riducono, mentre si affermano i grandi gruppi privati transnazionali. Ai primi dieci posti della graduatoria si trovano due banche pubbliche e otto private, quattro di queste sono di proprietà dei gruppi nazionali, quattro invece sono di gruppi stranieri. In testa alla classifica si trova una delle due banche pubbliche: il Banco do Brasil, con attività per 73, 2 miliardi di dollari nel 2004. Segue una banca privata brasiliana, il Bradesco. Al terzo posto l’altra banca pubblica presente nei primi dieci posti: la brasiliana Cef (Caixa Econômica Federal). Seguono, come detto, sette gruppi privati: Bancomer/Bbva (Messico/Spagna), Itaù (Brasile), Banamex/Citibank (Messico/Usa), Unibanco (brasile), Santander/Banespa (Brasile/Spagna), Abn_Amro/Banorte (Olanda/Messico).

Popoli 11/2005

Lettera aperta al presidente Napolitano: "La grazia anche per i bambini abbandonati"


di AiBi


Illustrissimo Presidente Napolitano,

l'atto di clemenza nei confronti di Ovidio Bompressi è un provvedimento di perdono importante che lascerà sicuramente il segno nella storia del suo settennato.

Tuttavia come presidente e fondatore di Amici dei Bambini, associazione che da vent'anni lotta per garantire il diritto dei bambini alla famiglia, Le chiedo di concedere la grazia anche a tutti i bambini sospesi nel limbo dell'abbandono.

In Italia la legge 149 del 2001 prevede la chiusura degli istituti entro il 31 dicembre 2006, affermando con forza il diritto del minore a crescere ed essere educato all'interno di una famiglia, unico luogo di accoglienza e condivisione in cui il bambino è pienamente accolto per quello che è. Tuttavia non è questa la realtà di oggi: non hanno una famiglia 34 mila minori, e si tratta solo di una stima.

Infatti, a soli 6 mesi dalla chiusura degli istituti, sono ancora bloccati in un'incredibile impasse e i punti più importanti della legge 149 rimangono disattesi: non è ancora stata istituita la Banca dati dei minori adottabili così come non esiste ancora la figura dell'Avvocato per i minori.

Drammatiche le conseguenze: migliaia, un numero imprecisato di minori vive negli orfanotrofi, imprigionati in luoghi che prevedono una logica meramente assistenzialistica di bambini e adolescenti, rendendoli così schiavi dell'abbandono.

Le chiediamo così di realizzare quello che nemmeno le leggi sono riuscite a garantire: “renda figlio” le migliaia di bambini assistiti negli istituti, doni la grazia a questi bambini!



Con deferenza e stima,

Marco Griffini

Presidente Amici dei Bambini

AiBi: "Abracadabra" la giornata dei bambini abbandonati domenica 21 maggio


di AiBi ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )
da www.vita.it




Amici dei Bambini nel 2006 ha compiuto 20 anni: la quarta edizione di "Abracadabra!", patrocinata dal Segretariato Sociale della Rai, sarà per questo motivo particolarmente celebrativa.

In Italia l'evento si svolgerà in 22 piazze, incluse Milano e Roma; nel mondo la festa sarà organizzata in tutti i Paesi dove Amici dei Bambini opera con i propri volontari, spesso proprio all'interno degli orfanotrofi, dove la manifestazione sarà particolarmente emozionante.

Nello stesso giorno, un'unica formula di successo: i bambini giocheranno per i bambini dimenticati negli istituti mentre le famiglie saranno informate e sensibilizzate dai volontari dell'associazione sull'emergenza abbandono e sui progetti in Italia e all'estero finalizzati appunto all'accoglienza dei minori abbandonati.

Venti anni a fianco dei bambini abbandonati diventati figli, con le loro famiglie adottive, e insieme a quei bambini che ancora vivono negli istituti del mondo in attesa di una mamma e un papà. Oltre 1600 bambini stranieri ad oggi hanno trovato una famiglia in Italia, ma sono ancora migliaia quelli che la cercano ogni giorno. A loro, prima di tutto, è dedicata questa giornata.

I simboli della giornata: la bacchetta magica Abracadabra e la bandana di Amici dei Bambini. In Italia e nel mondo in un solo momento si svilupperà la 'magia' di Abracadabra, così che non vi siano più bambini abbandonati: alle ore 16 di domenica 21 maggio tutti i bambini, ovunque si troveranno, con un colpo di bacchetta magica colorata - distribuita in tutte le piazze italiane - grideranno insieme “Abracadabra”. E in quel momento i bambini abbandonati non saranno più dimenticati.

E per ricordare tutto l'anno la magia di Abracadabra sarà disponibile anche la bandana, un fazzoletto arancione con il logo della manifestazione.

A Milano (Giardini di Porta Venezia) e Roma (Parco di San Sebastiano) i momenti più significativi di Abracadabra. Le altre città italiane proporranno programmi diversi che potranno essere consultati sul sito www.aibi.it.

I Giochi 2006

- Camper Painting ovvero “Disegno in movimento”: i bambini daranno sfogo alla loro creatività dipingendo un camper che poi girerà per la città invitando altri bambini a giocare ad Abracadabra

- Il gioco della cicogna, ovvero “In viaggio verso la famiglia” : una variante del gioco dell'oca per spiegare, attraverso il gioco, l'importanza della famiglia

- Il lenzuolo Abracadabra: in ogni città i bambini dipingeranno su un lenzuolo che poi sarà annodato con altri in arrivo dalle città italiane e straniere. Un unico grande lenzuolo sarà ricordo e simbolo della giornata

- Lotteria Rik&Rok: tanti premi messi in palio da Auchan e Sma per tutti i bambini che parteciperanno ai giochi

- Cantastorie, clown e giocolieri

- In tante città una nota dolce: i volontari proporranno vasetti di miele biologico il cui ricavato sarà utilizzato per raccogliere fondi a sostegno dei progetti dell'associazione.

Milano: Abracadabra è anche cinema – Nella settimana che precede la manifestazione - dal 15 al 18 maggio - sono in programma al cinema Anteo di Milano tre proiezioni gratuite di film che parlano di adozione e accoglienza. Si tratta di: “La guerra di Mario” (di Antonio Capuano), “Vai e vivrai” (di Radu Mihaileanu) e “All the invisibile children” (di sette registi tra cui Spike Lee, Emir Kusturica, Stefano Veneruso e Jordan e Ridley Scott).

Le città Abracadabra in Italia - Hanno già dato l'adesione per realizzare la quarta edizione dell'evento: Milano, Roma, Verres, Ponte San Pietro (BG), Varese, Bolzano, Torino, Mestre, Bologna, Pistoia, Firenze, Ladispoli, Pescara, L'Aquila, Francavilla al mare (PE), Sirolo (AN), Napoli, Calvi Risorta (CE), Salerno, Bari, Reggio Calabria, Caltanissetta, Messina. L'evento sarà realizzato nelle piazze dove Amici dei Bambini ha sede e dove operano i volontari. Aggiornamenti su www.aibi.it

Le città Abracadabra all'estero - Chisinau (Moldavia), Leova (Moldova) Bucarest (Romania), Rabat (Marocco), Kiev (Ucraina), Sarajevo (Bosnia Erzegovina), Pleven (Bulgaria), Pristina (Kosovo), Valona (Albania), Novosibirsk (Russia) Potosì (Bolivia), Bonfim (Brasile), Belem (Brasile), Bororè (Brasile), Salvador de Bahia (Brasile).

Chi è Amici dei Bambini – L'associazione Amici dei Bambini è un movimento di famiglie adottive e affidatarie che dal 1986 opera in Italia e nel mondo per l'accoglienza dei bambini abbandonati negli istituti. L'associazione è riconosciuta e opera in Italia, America Latina (Brasile, Bolivia, Perù, Colombia), in Europa dell'Est (Albania, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Kosovo, Moldova, Romania, Ucraina, Russia), in Africa mediterranea (Marocco).

L'elenco completo delle piazze e i programmi delle singole manifestazioni italiane saranno aggiornati sul sito www.aibi.it. (Informazioni 02-988221)

Un sincero grazie a:

- Auchan e Sma, le due aziende della grande distribuzione che offriranno in alcune piazze italiane i prodotti della propria linea per bambini “Rik&Rok”. Bici, giochi educativi e altri premi verranno messi in palio attraverso la “lotteria Rik&Rok”; merendine, succhi di frutta e pennarelli sono alcuni prodotti “Rik&Rok” che durante la giornata saranno offerti al momento della merenda e nei laboratori creativi allestiti dai volontari di Amici dei Bambini.

- Danone per il sostegno alla realizzazione di Abracadabra

- BNL per la rassegna cinematografica di Milano



Informazioni alla stampa

Francesca Mineo - Laura Salerno

Ufficio stampa Amici dei Bambini

Tel. 02/98822.311 - www.aibi.it
 

ITALIANI A RISCHIO ALFABETICO, MOLTI ADULTI A BASSA SCOLARITÀ

Nel nostro Paese vivono circa due milioni di persone “analfabete funzionali” E la media dei soggetti che rischiano l’analfabetismo è superiore a quella dei paesi avanzati. Anche i giovani non sono esenti dal fenomeno.

di Walter Nanni ufficio studi e ricerche Caritas Italiana
da Italia Caritas/marzo 2006

L’analfabetismo e il rischio alfabetico non sono fenomeni del passato. Ancora oggi, nei paesi occidentali e industrializzati, la popolazione ad alto rischio alfabetico (primo livello di rischio) è compresa fra un ottavo e un quarto del totale; se aggiungiamo anche un “medio” rischio alfabetico (secondo livello), si raggiunge e si supera il 50% della popolazione adulta. L’Italia rientra tra i paesi industrializzati in cui la presenza di persone nel primo e secondo livello di rischio alfabetico è molto superiore alla media, assieme a Cile, Slovenia, Polonia e Portogallo. In Germania, Danimarca, Olanda, Norvegia e Svezia la quota di adulti nel primo livello di rischio alfabetico non supera invece il 18%, con punte molto basse in Svezia (11%).

Dal rapporto Isfol 2005 e dall’indagine Ials-Sials 2000, risulta che vi sono in Italia circa due milioni di persone analfabete funzionali. L’analfabetismo funzionale, o illetteratismo di base, riguarda persone che, pur avendo avuto una formazione scolastica di base, non sono in grado di leggere e scrivere compiutamente, in quanto tali attività sono del tutto assenti nella pratica della vita quotidiana. Oppure perché, per il tipo di lavoro svolto, tali persone non hanno mai avuto bisogno di leggere o scrivere.

Formazione compromessa

Gli analfabeti funzionali italiani hanno un’età media tra i 16 e i 65 anni e corrispondono al 5,4% della popolazione di tale classe di età: sono oltre 2 milioni di persone. Enormi ritardi nell’istruzione primaria sono presenti soprattutto nelle generazioni vissute prima del 1964: se infatti fra gli italiani di età compresa tra i 16 e i 45 anni il tasso di analfabetismo funzionale rientra nella media europea, per la fascia 46-65 il disagio giunge a coinvolgere 1.400.000 persone.

Il quadro dell’analfabetismo in Italia rimane problematico, come mostrano i dati relativi al possesso dei titoli: la maggioranza assoluta della popolazione in piena età adulta (30-59 anni) versa in condizioni di bassa scolarità. A livello nazionale, il 34,6% della popolazione in età superiore a quella dell’obbligo scolastico (più di 15 anni), si trova in una situazione di analfabetismo o di scarsa competenza alfabetica. Tra i giovanissimi (15-19 anni) si rileva un 4% di esclusi, che non hanno neppure raggiunto il titolo dell’obbligo; tra i giovani adulti (20-29 anni) oltre un terzo non va oltre il titolo di licenza media; tra gli adulti veri e propri (30-59 anni) si constata la presenza di quasi il 20% di soggetti con, al più, la licenza elementare.

Il livello più basso di competenza alfabetica (incapacità o gravi difficoltà nel leggere testi in prosa: articoli di giornale, annunci, lettere, racconti, ecc.) coinvolge il 15,4% dei 16-25enni; il 21,9% dei 26-35enni; il 32,2% dei 36-45enni; il 46,9% dei 46-55enni; il 63,5% dei 56-65anni.

L’esistenza di quasi un terzo di popolazione in piena età adulta (26-45 anni) a rischio alfabetico e di un’area pari al 50% di giovani con un livello di competenze alfabetiche elementari (appena sufficienti ad escludere l’analfabetismo) indica l’urgenza di iniziative di recupero della capacità linguistica e suscita dubbi sulla capacità del sistema scolastico italiano di garantire standard qualitativi accettabili. La possibilità di successo delle iniziative di formazione ed educazione per gli adulti è compromessa dallo scarso livello informativo sulle stesse iniziative: dalle ricerche Isfol si apprende che il 56% degli italiani non sa indicare organizzazioni pubbliche o private che forniscono informazioni o orientano a percorsi formativi per adulti.

Mercoledì 10 Maggio 2006 19:17

WAL-MART ALL’ASSALTO DEL MONDO

Pubblicato da Luca Marcucci

WAL-MART ALL’ASSALTO DEL MONDO

di Serge Halimi – Le Monde Diplomatique - gennaio 2006

(abstract)

Nel 1992 il presidente degli Stati Uniti pronunciò questa frase: “Il successo di Wal-Mart è il successo dell’America”. Ormai la multinazionale della distribuzione è diventata la più grande impresa del mondo. E la pratica del dumping sociale, che le è valsa una multa di 172 milioni di dollari per aver rifiutato la pausa pranzo ai propri dipendenti, contamina l’economia occidentale. Nel nome della lotta alla Toyota la General Motors ha annunciato 30.000 licenziamenti e vuole imporre ai restanti operai la riduzione dei salari e ai fornitori un abbassamento dei prezzi. Delphi, la più grande industria di componenti elettronici degli USA, vorrebbe pagare i salariati 9,50 dollari l’ora contro gli attuali 28. Dopo John D. Rockefeller, il modesto ragioniere di Cleveland divenuto a 31 anni il più ricco petroliere del mondo, e Steve Jobs, che lasciò l’università per fondare nel garage di casa la Apple, il sogno americano si ripete. Ma più in grande. Adesso è la volta di Wal-Mart. All’inizio era un negozietto sperduto in uno degli stati più poveri del paese, l’Arkansas. Oggi Wal-Mart vanta un fatturato di circa 310 miliardi di dollari (stime 2005) ed è diventata la più grande impresa del mondo, superando nel 2003 persino la Exxon Mobil. Quattro dei componenti la famiglia proprietaria figurano tra i dieci uomini più ricchi del mondo. Si calcola che un CD su cinque, un dentifricio su quattro e un pannolino sui tre comprati negli USA provengano dagli scaffali Wal-Mart. Il fatturato dell’azienda costituisce il 2,5% del prodotto interno lordo statunitense. Non deve pertanto stupire se la maggior parte delle trasformazioni politiche, economiche e sociali oggi purtroppo diffuse nel mondo abbia trovato piena approvazione – e talvolta origine – a Bentonville in Arkansas, sede della società. Lotta contro i sindacati, delocalizzazione e ricorso a manodopera sempre più sfruttata: è il modello Wal-Mart. Pressioni sui fornitori per costringerli ad abbassare i prezzi, concatenazione sfrenata delle attività per abbattere i tempi morti ed eliminare le pause di riposo: è il modello Wal-Mart. Costruzione di orribili punti vendita (le cosiddette “scatole da scarpe”) costantemente riforniti dai 7100 camion giganti dell’impresa che viaggiano e inquinano 24 ore su 24: è il modello Wal-Mart. Quando poi i sindacati contrattaccano, gli ecologisti si risvegliano, i clienti si rendono conto di cosa in realtà li derubano “i prezzi quotidiani più bassi” e i cittadini fanno muro contro la costruzione dell’ennesima scatola da scarpe, Wal-Mart recluta ex responsabili della comunicazione della Casa Bianca per migliorare l’immagine dell’impresa. Essi diranno che ormai l’azienda è diventata etica, che dà lavoro a un sacco di gente, che i clienti amano tanto i prezzi bassi, eccetera eccetera. Aggiungeranno poi che la ricerca del rendimento ha permesso di migliorare la produttività nazionale e che d’ora in avanti l’impresa difenderà l’ambiente così come ha soccorso le vittime dell’uragano Katrina. Sfruttamento, comunicazione: è ancora il modello Wal-Mart.

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