Lunedì, 16 Settembre 2019
Mondo Oggi
Mercoledì 03 Maggio 2006 22:55

Corno d'Africa: Fao, 11 milioni contro la siccità

Pubblicato da Arrigo Marchiori
 Occorrono 11 milioni di dollari e occorrono in fretta per salvare i tre Paesi del Corno d'Africa colpiti da una grave siccita'. E' quanto chiede la Fao, lanciando un appello ai Paesi donatori affinche' si possa portare sostegno ai 15 milioni di persone del Kenya, Eritrea e Gibuti che rischiano di perdere i propri mezzi di sussistenza a causa della prolungata siccita' che sta interessando la zona. Tra questi, la situazione e' ancor piu' grave per 8 milioni di persone che hanno bisogno d'aiuti d'emergenza. C'e' urgenza di un maggiore impegno, sostiene la Fao, ''il sostegno della comunita' internazionale e' fondamentale - spiega Anne Bauer, direttrice della Divisione Operazioni d'Emergenza e Riabilitazione della Fao - per assistere queste comunita' di pastori a ristabilire le proprie condizioni di vita ed aiutare le popolazioni vulnerabili a soddisfare il proprio fabbisogno alimentare''. Le comunita' piu' a rischio sono quelle pastorali che continuano ad essere tra le piu' povere della regione a causa delle crisi ricorrenti e dei problemi strutturali. La siccita' nel Corno d'Africa e' un fenomeno ricorrente, si e' ripetuta infatti quattro volte negli ultimi sei anni. Le cause sono da ricercarsi nelle scarse precipitazioni, nell' accresciuta pressione demografica e nel degrado ambientale. E le previsioni per il futuro non fanno ben sperare: l'attuale tendenza climatica indica precipitazioni ancor piu'ridotte nel Corno d'Africa e nel resto dell'Africa orientale. Ma anche se ci fosse un periodo di piogge regolari - avverte la Fao - ci vorranno anni prima che greggi e mandrie potranno recuperare vigore e tornare a fornire ai loro proprietari mezzi di sussistenza stabili e durevoli. Per queste ragioni, le comunita' che gia' soffrono le conseguenze di anni di siccita' e di piogge discontinue al di sotto della norma, continueranno ad aver bisogno, in questi anni cruciali, di aiuti e di assistenza allo sviluppo.

Venerdì 28 Aprile 2006 19:05

TRA PAURA E SPERANZA

Pubblicato da Luca Marcucci

TRA PAURA E SPERANZA
 di Geoff Andrews
da www.adistaonline.it

LE ELEZIONI ITALIANE SUL FILO DEL RASOIO LASCIANO IRRISOLTI IL FUTURO POLITICO DEL PAESE E L’EREDITÀ DI BERLUSCONI.


GEOFF ANDREWS, POLITOLOGO E GIORNALISTA INGLESE, È L’AUTORE DI QUESTO ARTICOLO PUBBLICATO L’11/04/06 SUL SITO INTERNET WWW.OPENDEMOCRACY.NET. TITOLO ORIGINALE: “ITALY BETWEEN FEAR AND HOPE”



Lunedì 10 Aprile alle 3 del pomeriggio sono arrivato a Piazza Santi Apostoli – dove c’è la sede romana della coalizione di centrosinistra – per i primi exit poll. Alle 3 di notte ero ancora lì, a sentire Romano Prodi che aveva appena dichiarato per la prima volta vittoria di fronte ai suoi sostenitori e alla stampa internazionale.

Tutto finito? No. In queste dodici ore è cominciato ad andare in scena una specie di dramma che rivela molto dell’Italia contemporanea, e che può continuare ad avere ripercussioni anche nei mesi a venire. Sia gli exit poll che i numerosi sondaggi non ufficiali svolti durante la due giorni elettorale per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato attribuivano al centrosinistra un vantaggio dai 3 ai 7 punti percentuali. Questo dato era molto simile a quello fornito nei sondaggi di opinione nel periodo tra l’apertura della campagna elettorale e il termine ultimo in cui la legge consente di diffondere queste informazioni, ossia due settimane prima del voto.

Prima degli exit poll, i leader del centrosinistra e i commentatori erano stati cauti e misurati. Le mie richieste di pareri e prese di posizione venivano educatamente rifiutate con un “aspetti fino ai primi exit poll”. La “scaramanzia” (la particolare forma italiana di superstizione) era ovunque – sono stato persino cacciato dagli uffici del giornale “Il manifesto”, dove avevo trascorso la cupa notte elettorale del 2001, col pretesto che la mia presenza poteva indirizzare a destra il voto degli indecisi.

Tutto questo è stato spazzato via dai primi exit poll che indicavano un chiaro margine di vantaggio per il centrosinistra. Piazza del Popolo, a due passi dal quartier generale dell’Unione, era stata designata come il luogo ufficiale per i festeggiamenti, attività in cui gli italiani eccellono su chiunque altro. Al quartier generale gli attivisti guardavano un maxi schermo sui cui scorrevano le immagini dei fiduciosi leader del centrosinistra e dei tristissimi leader della destra. “Buffone!”, “Buffone!” gridava la folla rispondendo alle parole sprezzanti di Maurizio Gasparri, ex-ministro post-fascista delle telecomunicazioni. “A casa!”, strillavano all’indirizzo di Roberto Calderoli, leader xenofobo della Lega Nord che si era dimesso dal governo nel febbraio del 2006 dopo aver indossato una maglietta con le vignette danesi anti-islamiche.

Qualcuno brandiva un pezzo di mortadella, il tipico salume bolognese da cui è stato ricavato l’affettuoso soprannome di Prodi. La folla ondeggiava e ballava seguendo il ritmo della musica. Il sito ufficiale dell’Ulivo (il partito di Prodi all’in-terno dell’Unione) aveva alla fine rotto gli indugi esponendo orgogliosamente lo slogan: “Romano Prodi presidente”.

Poi sono cominciati ad arrivare i dati reali. L’atmosfera è cambiata drammaticamente. Si stava profilando un margine risicatissimo. I risultati di un complicato meccanismo elettorale imposto da Berlusconi con una legge nell’ottobre del 2005 mostravano un testa a testa delle coalizioni sia alla Camera che al Senato. Il voto degli italiani all’estero diventava determinante.



Una corsa sulle montagne russe

Man mano che passavano le ore e cambiava l’umore, diveniva chiaro un elemento persino più importante del risultato delle elezioni in senso strettamente numerico. Ciò che stava accadendo la notte tra il 10 e l’11 aprile era l’apoteosi della strategia di Silvio Berlusconi – particolarmente esplicita verso la fine della campagna elettorale – di istillare paura nelle teste degli elettori. Gli attacchi del primo ministro verso i “magistrati comunisti”, i volgari insulti ai suoi avversari e a coloro che li avrebbero votati, e le affermazioni sulla necessità che gli ispettori delle Nazioni Unite intervenissero per evitare brogli elettorali, riflettevano il fatto che Berlusconi – man mano che si indeboliva il suo potere – cercava di fare appello al “fattore paura”.

La strategia berlusconiana della paura può essere compresa solo se si rigetta l’idea (molto radicata in alcuni commentatori politici) che lui sia poco più che un clown, un personaggio folcloristico che ha ridato colore alla politica italiana. La realtà è molto più seria. Silvio Berlusconi, persino nella sconfitta, costituisce una minaccia per la democrazia italiana.

Il populista Berlusconi è solito ignorare le convenzioni, le regole e le norme della vita politica. Le sue promesse dell’ultimo minuto di abolire le tasse su casa e rifiuti – promesse fatte senza alcuna possibilità di replica da parte della sinistra e nessuna indicazione sulle modalità di finanziamento dell’operazione – possono essere viste come l’appello disperato di un leader in declino. Questi stratagemmi – su cui in passato si è basata la sua strategia di costruzione del consenso – sembrano aver contribuito anche stavolta a catturare almeno una parte degli elettori.

Queste mosse elettorali illustrano anche la differenza tra la concezione “populista” e quella “democratica” del popolo. Il populista ha una ristretta e stereotipata visione del popolo come di un’entità relativamente omogenea, caratterizzata da valori (e pregiudizi) “ordinari” che sono in contrasto con quelli delle élite e dei settori ‘sovversivi’ della società, nel caso di Berlusconi i magistrati e la sinistra.

I populisti come Berlusconi non hanno tempo per il dissenso, il pluralismo e le divergenze d’opinione, che essi considerano delle minacce. Il suo estremo tentativo di far leva sulle paure dell’elettorato incarna esattamente questo tipo di modello.

L’approccio democratico si basa su una differente relazione con il popolo, una relazione mediata da forme di rappresentanza e partecipazione, dal ruolo della legge e da spazi aperti al pluralismo e al dissenso. Questo punto di vista, purtroppo, non è stato sostenuto dai partiti del centrosinistra italiano, che fino ad ora hanno permesso a Berlusconi di dettare l’agenda politica. Sembra quasi incredibile che – dopo cinque anni di un governo che ha devastato la vita pubblica italiana, demonizzato gli stessi magistrati che avevano fatto pulizia nell’ambiente politico degli anni ‘90, ed eliminato tutte le forme di dissenso dal già pessimo circuito radiotelevisivo – Berlusconi possa mettere in discussioni le credenziali democratiche della sinistra.

Quel che il centrosinistra dovrebbe fare, pur avendo dimostrato, con un risultato delle urne così risicato, di non esserne in grado, sarebbe di imparare dall’esempio della rete della società civile, che è fiorita in Italia negli ultimi cinque anni.



Un futuro oltre la paura

Mentre viaggiavo attraverso l’Italia in questi anni scrivendo del “fenomeno Berlusconi”, ho incontrato la paura in diverse forme. Al G8 di Genova nel luglio del 2001 la “punizione” inflitta dai carabinieri è stato un primo ammonimento dell’intolleranza del governo. A Napoli la camorra ha dato vita a nuove forme di violenza, mentre la Lega Nord si allontanava dalla vecchia battaglia sull’indipendentismo padano concentrandosi su parole d’ordine xenofobe che trovavano pericolosamente eco nell’opinione pubblica.

Tuttavia ho anche trovato esempi di speranza e di creatività, dai girotondi guidati dal regista Nanni Moretti ai gruppi di Libertà e Giustizia, alla straordinaria galassia delle organizzazioni pacifiste. Ricordo un fornaio di Bologna che chiuse le porte del suo locale per protestare contro lo scoppio della guerra in Iraq (alla quale era contrario più del 90% degli italiani) dicendo “non possiamo occuparci di brioches e biscotti in un giorno come questo”; e il caso di Scanzano Jonico, un piccolo paese di 6700 abitanti nell’entroterra della Basilicata, che ha sostenuto diverse settimane di sciopero per protestare contro la decisione del governo italiano di costruire in quel territorio un deposito di scorie nucleari. In questi cinque anni tutta questa variegata rete di gruppi della società civile ha mantenuto viva la speranza.

La campagna elettorale italiana si è configurata come una scelta molto netta in un Paese assolutamente diviso e polarizzato: la strategia della paura di Berlusconi contro un progetto di speranza incarnato nelle iniziative della società civile ma ancora privo di una sua espressione politica matura.

Il futuro dell’Italia rimane incerto. All’ora di pranzo dell’11 aprile, dopo che i rimanenti voti degli italiani all’estero gli avevano conferito un’e-sigua maggioranza anche al Senato, Romano Prodi ha dichiarato vittoria per la seconda volta di fronte a un gruppo di giornalisti nella sede dell’Ulivo. Alla fine di tutto, la legge elettorale voluta da Berlusconi sembra abbia favorito il centrosinistra. Ma il Cavaliere, che resta il leader del più grande partito italiano, si curerà poco dell’ironia dell’evento dal momento che sarà impegnato a combattere per conservare tutto il potere possibile.

A dire il vero, la questione centrale resta l’eredità di Silvio Berlusconi all’interno del precario sistema democratico italiano. Romano Prodi ha detto cose giuste sulla necessità di dare al Paese unità, coesione e la speranza di un nuovo inizio. Una maggioranza molto ristretta al Senato – in un sistema politico come quello italiano dove entrambe le camere del Parlamento hanno un eguale status – renderà questi progetti molto difficili da realizzare. Ma, in ogni caso, l’Italia troverà unità solo se saprà sostituire il leaderismo populista con un nuovo spirito democratico. L’arresto del boss della mafia Bernardo Provenzano il giorno dopo le elezioni, dopo quarantatre anni di latitanza, può offrire agli italiani ossessionati dalla scaramanzia (ma anche agli stranieri) un buon segnale per il futuro. Forse l’Italia, alla fine, può davvero trasformare la paura in speranza.

DON FORMENTON: NESSUN PARTITO PUÒ ATTRIBUIRSI PATENTI DI CATTOLICITÀ. E NESSUNO SCHIERAMENTO PUÒ ESSERE DEMONIZZATO

di Valerio Gigante
da www.adistaonline.it


Ha suscitato un vespaio di polemiche la lettera aperta di don Gianfranco Formenton, parroco di S. Angelo in Mercole e S. Martino in Frignano (Spoleto), al card. Ruini, pubblicata dalla nostra agenzia e dal sito spoletonline.it e riprodotta poi integralmente anche dall'Unità (il 26/3, in prima pagina) e dal sito aprileonline.info. Formenton, variamente tacciato di essere prigioniero dell'ideologia comunista, amico dei sovversivi, fiancheggiatore dei Ds, di non aver rispettato la neutralità politica cui sarebbero chiamati gli uomini di Chiesa, di essere in contrasto con il Magistero, ha voluto rispondere alle accuse inviando alla nostra agenzia alcune precisazioni che definisce "d'obbligo", "considerate le interpretazioni, i commenti sommari" sugli organi di informazione e nei bar, "le volgarità e le preghiere che da ogni parte d'Italia si levano per la mia conversione e per la mia rimozione da Parroco".

Il parroco umbro se la prende anzitutto con "il vezzo" di alcuni esponenti locali della "Casa delle Libertà" "di autoattribuirsi patenti di ‘cattolicità' e di rappresentanza di non meglio precisati ‘valori cristiani'". Io, chiarisce don Gianfranco, "non ho espresso alcuna indicazione di voto, ma semplicemente precisato ai cattolici che militano nell'Unione che votare per l'Unione non costituisce motivo di turbamento spirituale, né è foriero di sanzioni ‘eterne', perché l'esercizio del voto e la scelta dei Partiti (non potendo indicare i candidati) secondo la morale cattolica sono assolutamente liberi, visto che la morale presuppone la maturità dei fedeli cristiani. Nessun partito è depositario dei ‘valori cristiani'. Nessuno che non voti per la Cdl può considerarsi eretico". E poi, precisa in tono sarcastico Formenton, "non sono mai stato iscritto al Partito Comunista, non mangio i bambini e non milito nei gruppi ‘Anarcoinsurrezionalisti' e nulla, nella lettera, indica che io sia ‘comunista'". E comunque "comunista non è un insulto". Come prete, poi, pur non entrando in questioni "partitiche", "è mio dovere intervenire nei confronti delle persone che mi sono state ‘affidate' ogniqualvolta qualcuno confonde i campi della politica e della fede che il Concilio Vaticano II ci ha insegnato essere campo ‘laico'".

Piena solidarietà a don Gianfranco è stata espressa da don Paolo Farinella, altro prete da tempo nell'"occhio del ciclone", sia per la sua richiesta-appello al papa (che ha raggiunto le 10mila adesioni) di non ricevere in udienza Berlusconi sotto elezioni, sia per la più recente iniziativa di promuovere un contro-appello al manifesto per l'Occidente di Marcello Pera (www.arcoiris.tv/appello_pera/risposta_controappello/).

Le tue affermazioni - scrive don Paolo a don Gianfranco - sono inequivocabili perché "limpide e trasparenti". Nella sua lettera, Farinella manifesta la sua decisione di esplicito sostegno all'Unione alle elezioni politiche perché, dice riferendosi agli esponenti della destra, "Lorsignori non sanno cosa farsene della Chiesa, della Dottrina sociale, del Vangelo, ma sanno benissimo cosa farsene dei voti di coloro che frequentano la Chiesa e di quelli della gerarchia che invece li scambia". Per questo, afferma risoluto Farinella, "tacere non è possibile e questo - l'attuale momento - è tempo non di super partes, ma di schieramento. Bisogna decidersi da che parte stare" e "alla luce di un minimo di coerenza evangelica almeno io non posso stare con questa destra dissolutrice di ogni residuo senso dello Stato e del tessuto democratico". "Nel che, dopo avere votato l'Unione, dal giorno 10 in poi starò all'opposizione morale del nuovo governo". Per un credente è un dovere "difendere ciò che resta della serietà della Chiesa dai lupi rapaci che vogliono governare per sistemarsi quelle due o tre cosette che ancora restano in sospeso. Credevano di comprarci con l'Ici e con gli oratori: hanno sbagliato indirizzo". "Caro Gianfranco - conclude Farinella - stai sereno, non sei solo perché l'ekklesìa ti circonda e ti protegge".

FORZA PARROCI! BONDI SCRIVE ALLE PARROCCHIE, MA UN PRETE RISPEDISCE IL PLICO AL MITTENTE
 da www.adistaonline.it

"È, questo, il nostro modo di impegnarci per testimoniare la nostra fede. La prego di voler accogliere questo piccolo pensiero, la nostra semplice brochure, come un modo per condividere l'impegno difficile per l'affermazione della Verità Cristiana nella nostra società e nel tempo che ci è dato di vivere. Con questi sentimenti e pensieri voglia ricevere i miei più affettuosi saluti. Con viva cordialità. Suo devotissimo. Sandro Bondi".
Così si conclude la lettera allegata all'opuscolo "I frutti e l'albero. Cinque anni di governo Berlusconi alla luce della dottrina sociale della Chiesa" inviato da Forza Italia ai 25 mila parroci italiani. Si tratta di una brochure dove sono elencati tutti i provvedimenti in favore della Chiesa promossi in questi anni dalla maggioranza di centrodestra, fra cui la legge per la regoralizzazione degli insegnanti di religione, la legge per gli oratori, l'abolizione dell'Ici per gli enti ecclesiastici e non profit, la battaglia per il riferimento alle radici cristiane dell'Europa e la difesa del crocifisso nelle scuole.

Particolare enfasi è riservata alla legge sulla procreazione assistita "approvata dal governo", scrive Bondi, "e che la sinistra ha cercato di abrogare per mezzo di un referendum. La famiglia, cuore dell'attuale e fecondo lavoro pastorale di Benedetto XVI, e costante premura dell'indimenticabile Giovanni Paolo II, ha guidato la nostra politica facendoci scoprire sentieri nuovi e oggi ancor più fecondi per la società italiana".

Rispetto all'appoggio dato alla guerra in Iraq, che finora ha provocato più di 30mila vittime civili, il coordinatore nazionale di Forza Italia scrive: "Non ci siamo, altresì, tirati indietro per costruire la pace nella verità, come recentemente ha affermato anche Benedetto XVI, impegnandoci, nel contempo, nella lotta alla povertà e alle malattie nel Terzo Mondo e in numerose missioni di pace nei Balcani, in Afganistan, in Iraq, dove i nostri soldati si sono distinti per preparazione e per umanità".

Don Aldo Antonelli ha rispedito al mittente l'opuscolo ed ha inviato a Sandro Bondi una lettera che di seguito riportiamo:





Signor Bondi,

sono abituato a dare alle parole il loro peso per cui a chiamarla "onorevole" dovrei coartare la mia coscienza.

Ho ricevuto l'inverecondo opuscolo che lei, immagino, ha inviato a tutte le parrocchie d'Italia.

Glielo restituisco senza nemmeno sfogliarlo e le ricordo che le parrocchie non sono discariche di rifiuti né postriboli nei quali si possa fare opera di meretricio.

Abbiamo una nostra dignità, noi sacerdoti, e non siamo usi a svendere per un piatto di fagioli il nostro patrimonio religioso, culturale, sociale ed umanistico che voi in cinque anni di malgoverno avete dilapidato.

Avete fatto razzia di tutto. Avete dissestato la finanza pubblica, avete ridotto alla fame gli enti locali da una parte e foraggiato, dall'altra, gli enti ecclesiastici cercando di comprarvi il nostro silenzio se non addirittura la nostra compiacenza.

Avete popolato il Parlamento di manigoldi, ladri e truffatori. Di 23 parlamentari condannati in via definitiva più della metà (13 per la precisione) fanno parte del vostro gruppo. Avete fornicato con il razzismo della Lega e con il fascismo di Rauti. Con voi i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri più poveri. Il vostro "Capo" in cinque anni ha quadruplicato il suo patrimonio, mentre le aziende del Paese andavano in crisi. Solo l'elettromeccanica, nell'ultimo quadrimestre del 2005, ha perso il 7,1% del suo fatturato.

I nostri pensionati, da qualche anno in qua, non solo non riescono più ad accantonare un soldo, ma hanno incominciato a rosicchiare il loro già risicati risparmi.

Avete speso energie e sedute-fiume in Parlamento per difendere a denti stretti le "vostre" libertà mentre il Paese rotolava al 41° posto quanto a libertà di stampa e pluralismo di informazione, dopo l'Angola.

Avete mercificato i lavoratori e ipostatizzato le merci.

Si tenga pure, signor Bondi, la sua presunzione di coerenza con la "dottrina sociale della Chiesa". Noi preti vogliamo tenerci cara la libertà di lotta e di contestazione contro la deriva liberista e populista della vostra coalizione.

Aldo Antonelli

(parroco)

Antrosano, 1 marzo 2006

LA STORIA DEL CONCILIO DI ALBERIGO E MELLONI, UNA "RILETTURA IDEOLOGICA".

LA CELEBRAZIONE DEL VATICANO II DEL VESCOVO DI IMOLA

 

Adista notizie n° 89

 

In Emilia Romagna il 40.mo anniversario dalla conclusione del Concilio Vaticano II è passato praticamente sotto silenzio. Le autorità episcopali della regione, infatti, hanno evitato di promuovere iniziative commemorative, confermando così l'attuale orientamento delle gerarchie ecclesiastiche di ridimensionare la portata storica dell'ultima assise conciliare. Tuttavia a Imola, il 7 dicembre, su iniziativa dell'Azione cattolica cittadina, è stata celebrata una veglia solenne a memoria del Concilio. Hanno presieduto la funzione mons. Tommaso Ghirelli, vescovo di Imola e mons. Santo Bartolomeo Quadri, arcivescovo emerito di Modena e già Padre conciliare. A proposito della celebrazione di questa ricorrenza, il giorno precedente, sulle pagine del "Corriere di Imola", era apparso un articolo, firmato dallo stesso mons. Ghirelli, nel quale il vescovo, che intendeva ricordare il significato del Vaticano II nella vita della Chiesa, ha però utilizzato gran parte del suo intervento per sferrare un duro attacco alla produzione storiografica sul Concilio di Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni: "È tuttora in atto in Italia - ha scritto Ghirelli - un tentativo di rilettura ideologica, a partire dalla biografia di Giovanni XXIII e in particolare dalla ricostruzione dell'impostazione da lui data al Concilio, sia nella fase preparatoria, sia nel corso della prima sessione. Si cerca di mettere in cattiva luce

la Gerarchia cattolica, mostrandola divisa in se stessa. La ricaduta politica di tale operazione è intuibile. Essa fa capo a studiosi di storia della Chiesa come Giuseppe Alberigo e ad opinionisti come Alberto Melloni. Non occorre dire che simili operazioni si condannano da sole, perché seguono il metodo della ‘storia a tesi'".

Melloni – che è ordinario di Storia contemporanea nell'Università di Modena-Reggio Emilia, e non solo semplice opinionista del Corriere della Sera come sembra intendere il vescovo – in una lettera di precisazione al direttore del giornale ha ricordato che i cinque corposi volumi della Storia del Vaticano II (edita in Italia da "Il Mulino") sono frutto del lavoro comune di 39 studiosi di diversi Paesi, tra i quali docenti in università cattoliche, e anche pontificie: "Il lavoro storico di questi studiosi - scrive Melloni - è fatto di ricerca faticosa, di punti di vista non coordinati e contigui, e trova critici (come mons. Ghirelli), ma anche estimatori: proprio in questi giorni il cardinale croato Josip Bozanic aveva invitato il prof. Alberigo a tenere la commemorazione del Concilio nella diocesi di Zagabria; e il card. Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha elogiato il lavoro fatto dall'Istituto per le scienze religiose di Bologna, nel quale sia Alberigo che il sottoscritto prestiamo opera".
All'attacco sferrato dal vescovo di Imola contro gli autori della monumentale "Storia del Concilio Vaticano II", ha risposto anche il Coordinamento regionale dell'Emilia Romagna di "Noi Siamo Chiesa", con un comunicato stampa pubblicato dal "Corriere di Imola" l'8 dicembre. Parlare di "rilettura ideologica del Concilio Vaticano II" e di tentativo di "mettere in cattiva luce

la Gerarchia" appare, scrive il movimento ecclesiale, "ingeneroso e malizioso nei confronti di due storici d'alto livello, che hanno realizzato l'opera attingendo ad una sconfinata documentazione. Gli autori hanno messo così in luce l'effettiva dialettica conciliare fra la maggioranza dei Padri aperta al cambiamento ed una minoranza curiale già all'origine contraria alla celebrazione dell'assise e poi riottosa a qualsiasi forma di cambiamento paventata nella Basilica di San Pietro. Lo scontro interno alla compagine vescovile, lo dicono i documenti e le testimonianze dei Padri, c'è stato eccome. Negare tutto ciò significa sostenere l'operazione di buona parte dell'attuale Curia vaticana impegnata a rileggere in chiave conservatrice un Concilio, certamente frutto di numerosi compromessi, ma parimenti ricco di molteplici segnali di discontinuità rispetto alla Chiesa pre-conciliare". (giovanni panettiere)

 

Martedì 28 Febbraio 2006 11:18

EGITTO INQUIETO

Pubblicato da Fabrizio Foti

EGITTO INQUIETO

 
di JEROME ANCIBERRO

 

NEL PAESE NORDAFRICANO, È DIFFICILE

LA CONVIVENZA DEI CRISTIANI COPTI CON

LA MAGGIORANZA MUSULMANA.
QUESTO ARTICOLO, FIRMATO DA JÉRÔME ANCIBERRO,

È STATO PUBBLICATO

SUL SETTIMANALE FRANCESE “TÉMOIGNAGE CHRÉTIEN”.

TITOLO ORIGINALE: “COPTES.

QUEL AVENIR

POUR

LES CHRÉTIENS D’EGYPTE?”

Quattro fedeli musulmani sono stati trucidati e una sessantina feriti il 21 ottobre ad Alessandria d’Egitto in occasione di scontri tra la polizia e manifestanti che protestavano contro la diffusione di un dvd giudicato ostile all’islam. La manifestazione si è formata dopo la preghiera musulmana del venerdì intorno alla chiesa di Saint Georges sulla quale sono stati sparati dei proiettili. È in questa chiesa che due anni fa è stata data l’unica rappresentazione di una pièce teatrale, riprodotta oggi sul suddetto dvd, che racconta la storia di un giovane convertito all’islam e incitato, da un correligionario, ad uccidere dei preti. Le autorità e alcuni responsabili musulmani negano di avere una responsabilità negli scontri. Le tensioni erano percepibili ad Alessandria già alcuni giorni prima di questi avvenimenti.



L’analisi

Alcuni trafiletti informano di fatti diversi più o meno violenti, di manifestazioni o di moti legati alle tensioni tra i cristiani d’Egitto e una parte della popolazione musulmana. Ci si può ricordare anche dei massacri del 1981 a Zawiya-al-Hamra, nella periferia del Cairo, perpetrati da gruppi di estremisti islamici, o dei moti di al-Kocheh nel gennaio 2000 durante i quali 25 persone, per lo più copte, avevano trovato la morte in vere battaglie combattute tra comunità. In modo più episodico, voci di rapimenti di donne cristiane convertite con la forza all’islam sono sufficientemente prese sul serio dai cristiani del popolo per dar luogo a tensioni talvolta violente. Nel dicembre 2004, il capo spirituale della Chiesa copta ortodossa, il papa Chenouda III, si era d’altronde ritirato in un monastero in segno di protesta contro l’arresto di diverse decine di manifestanti cristiani che si indignavano per la conversione “forzata” all’islam della moglie di un prelato cristiano… Si diffondono anche voci inverse (di rapimenti di giovani donne musulmane da parte di copti). I copti, - la parola significa “cristiano d’Egitto” e viene dal greco Aiguptios, “egiziano” – sarebbero attualmente tra i sei e i dieci milioni, su una popolazione totale di 72 milioni di egiziani. Nulla, se non la religione, li distingue dai loro compatrioti musulmani. La maggior parte di essi, circa il 90%, è legata alla Chiesa copta ortodossa, una Chiesa cristiana autocefala (indipendente) attualmente guidata dal papa Chenouda III, “patriarca di Alessandria”. La dottrina della Chiesa copta ortodossa è formalmente monofisita, cioè non riconosce che una sola natura (divina) nella persona di Cristo. Esiste anche una Chiesa copta cattolica legata a Roma, che raggruppa circa 200.000 fedeli, che ha anch’essa alla guida un “patriarca d’Alessandria” (Stephanos II Ghattas) così come una Chiesa copta protestante evangelica che rivendica circa 100.000 fedeli.

Riconosciuti dalle autorità e largamente integrati nel tessuto sociale ed economico del Paese, i copti restano sotto-rappresentati in politica, anche se alcune prestigiose personalità, come l’ex segretario generale dell’Onu, Boutros Boutros Ghali, provengono da questa comunità. Oggi sono soltanto tre dei 444 deputati del Parlamento egiziano. E nulla fa pensare che le prossime elezioni legislative faranno cambiare le cose (le elezioni si svolgono in tre turni dal 9 novembre al 7 dicembre, ndt). Di fronte alle discriminazioni di fatto, che rendono per esempio molto difficile l’accesso a certi impieghi o a posizioni di responsabilità, sottoposti alle stesse difficoltà economiche dei loro compatrioti musulmani, molti copti hanno scelto l’emigrazione.

Alcuni osservatori pensano che i recenti gesti simbolici del governo egiziano nei confronti dei copti (ritrasmissione televisiva delle messe di Natale e di Pasqua, creazione di un giorno festivo ufficiale per Natale), sarebbero dovuti a delle pressioni del governo statunitense, esso stesso influenzato dalla lobby copta della diaspora. Ma in un contesto nazionale segnato da tensioni economiche e politiche in cui l’affermazione intransigente dell’identità musulmana può talvolta fungere da valvola a tutte le frustrazioni, i copti, che vogliono coltivare una identità religiosa marcata, costituiscono un bersaglio visibile. Una questione di tutt’altra importanza rispetto alla semplice diffusione di un dvd…

 

SANT'ANGELO A SCALA: PROVE DI PACE TRA IL NUOVO VESCOVO E

LA COMUNITÀ DI DON VITALIANO

 

Adista Notizie n° 67

 

Il passaggio alla diocesi di Avellino della parrocchia di Sant'Angelo a Scala, fino al maggio scorso sotto la giurisdizione dell'abbazia di Montevergine (v. Adista n. 45/05), sembra aver portato novità importanti per gli abitanti del paese dove, per 10 anni (fino alla fine del 2002), è stato parroco don Vitaliano della Sala.
Contro la rimozione di don Vitaliano e per il rifiuto dell'abate di Montevergine, mons. Giovanni Tarcisio Nazzaro, di ascoltare le loro ragioni, i santangiolini, avevano intrapreso, da ormai tre anni, una radicale (e originale) forma di protesta: contro il vescovo, ma anche per denunciare l'atteggiamento ostile tenuto dal parroco succeduto a don Vitaliano, don Luciano Porri, avevano smesso non solo di frequentare la parrocchia, ma addirittura di entrare in chiesa, preferendo recarsi a messa nelle parrocchie dei paesi vicini. Una forma di boicottaggio che aveva contrapposto la parrocchia di Sant'Angelo alla Curia diocesana in maniera che sembrava insanabile. Oggi, però, grazie alla mano tesa dal nuovo vescovo, il conflitto sembra sulla via della ricomposizione.

Un primo, importante segnale, in questo senso è arrivato il 23 settembre scorso: i cittadini di sant'Angelo sono tornati a sedersi in chiesa per assistere ad una celebrazione del vescovo di Avellino, don Francesco Marino, arrivato a Sant'Angelo per presentare alla comunità il successore di don Luciano Porri (che ha improvvisamente abbandonato la parrocchia e si trova ora in Svizzera), don Antonio De Feo, che è anche parroco in un paese vicino a Sant'Angelo, Capriglia Irpina.

Prima della messa, mons. Marino, insieme a don Antonio e a don Vitaliano, si è recato nella chiesa del Rosario, sede dell'associazione 'O Ruofolo, l'associazione fondata dai dei fedeli "ribelli" all'abate Nazzaro che in questi anni ha promosso e sostenuto le iniziative a favore del parroco rimosso. Per mons. Marino l'accoglienza è stata calorosissima: in onore del vescovo era stata infatti preparata una festa con tanto di banda musicale, striscioni di benvenuto e fuochi d'artificio. "Continuate ad avere fede in Dio - ha detto il Vescovo - e accogliete il nuovo amministratore parrocchiale. Cerchiamo l'unità di tutta la comunità con l'aiuto di Dio". Il vescovo ha quindi voluto sentire dagli abitanti di Sant'Angelo le ragioni del forte dissenso che in questi tre anni li aveva contrapposti all'abate di Montevergine, invitando poi tutti ad abbandonare i vecchi rancori per aprire una nuova fase nei rapporti con

la Curia. Mons. Marino si è poi spostato nella chiesa di San Giacomo dove ha celebrato messa insieme al nuovo parroco, don Antonio De Feo, ed al vecchio, don Vitaliano Della Sala. Insieme, tutti e tre sull'altare, a sigillare l'avvenuta riconciliazione.
"Abbiamo deciso di porgere la mano - ha detto Massimo Zaccaria dell'associazione 'O Ruofolo - soprattutto perché finalmente siamo stati ascoltati. Abbiamo avviato un dialogo con i vertici della Chiesa e questo lascia ben sperare per il futuro".

 

Martedì 25 Ottobre 2005 16:10

LA GLOBALIZZAZIONE DELLA SCHIAVITU'

Pubblicato da Luca Marcucci

LA GLOBALIZZAZIONE DELLA SCHIAVITU'
di Sandro Calvani, Serena Buccini, Adriana Ruiz Restrepo 

 

La schiavitù, piaga e malattia mentale dell'umanità, ha accompagnato il genere umano per secoli. Oggi nell'immaginario collettivo la schiavitù è qualcosa di esotico e comunque appartenente al passato.Le cronache moderne dicono invece che ben poco è cambiato.

La storia di un neonato venduto agli inizi di luglio 2005 a Napoli per 300 euro, dimostra che non sono cambiati neanche i prezzi di mercato e che fanno poca differenza anche le distanze geografiche e le diversità culturali. Infatti 300 euro è anche il prezzo di una bambina di dieci anni da avviare al giro della prostituzione in Myanmar e in Thailandia.

La data ufficia!e di abolizione della schiavitù, quella che si celebra tradizionalmente, è il 1848.

In realtà, la tratta di persone, intesa come possesso e commercializzazione di esseri umani, è cambiata molto lungo i secoli, ma in pratica non è mai finita.



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I nuovi schiavi


Oggi è possibile identificare due modelli di tratta di persone. Il primo, il traffico a scopo di lucro, consiste nel contrabbando di migranti clandestini; ovvero nel facilitare l'ingresso illegale, a volte anche il soggiorno, di soggetti che decidono di emigrare, spesso accettando di pagare somme ingenti in cambio di un servizio di trasporto in condizioni quasi sempre disumane e degradanti.

L'altro tipo di traffico di persone, propriamente detto, riguarda lavoratori spesso ignari, soprattutto donne e minori, a fini di sfruttamento sessuale o di altra indole. Questa forma di traffico implica generalmente la presenza di un'organizzazione capillare che attraverso l'uso di mezzi illeciti (come la violenza, la truffa, la minaccia), riduce le sue vittime in condizioni analoghe alla schiavitù e trae grossi profitti dal loro sfruttamento. La struttura criminale serve essenzialmente a organizzare il trasferimento delle vittime dal loro paese d'origine ad un altro, prevedendo dunque una fase di reclutamento, una di trasporto, e una finale di collocamento e di controllo delle attività delle persone ridotte in condizioni di schiavitù.

Le nuove schiavitù assumono forme distinte, adatte alle nuove domande del mercato. In pratica i nuovi schiavi sono impiegati nella mendicità organizzata, nel sesso a pagamento, nel matrimonio servile, nel lavoro forzato, nella servitù domestica, nell'adozione illegale e nel traffico di organi.



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La distruzione della dignità


Gli esperti che hanno studiato le centinaia di espressioni locali del traffico di persone hanno identificato alcune forme di impatto diretto molto dannoso per lo sviluppo umano.

La violazione dei diritti umani fondamentali distrugge la dignità della persona e dimostra a chi vive in quell'ambiente che in realtà anche la persona umana può essere trattata come una merce.

Il traffico di persone distrugge il tessuto sociale di una comunità. Le vittime perdono la protezione delle reti sociali tradizionali, della famiglia e non sanno a chi rivolgersi per riprendere in mano il proprio futuro. li trauma che ne deriva può essere irreversibile e a vita.

La tratta priva i paesi in via di sviluppo di risorse umane qualificate, producendo effetti negativi sul mercato del lavoro. La produttività futura del paese subisce l'effetto negativo della tratta che lascia gli anziani senza assistenza e i bambini senza genitori che si occupino della loro crescita ed educazione. Insomma, quando una percentuale importante dei lavoratori sono vittime della tratta, lo sviluppo del loro paese subisce gravi ritardi.

Ci sono anche costi pesanti nel campo della salute pubblica. Oltre alle malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto l'Aids, si sono osservate insonnia, depressione, ansietà, sindromi da stress post-traumatico, tossico dipendenze, etc... Le condizioni di vita in ambienti insalubri e sovraffollati favoriscono l'insorgere di malattie dovute a scarsa igiene, come scabbia, tubercolosi e malattie infettive.

I conflitti armati interni, le guerre, i disastri naturali possono offrire condizioni favorevoli per un'epidemia di traffici di persone. Ma possono anche essere l'effetto indiretto della perdita di governabilità in paesi dove la tratta di persone è cresciuta a livelli preoccupanti. Stati falliti e traffici di persone sono spesso alleati nel causare una pessima condizione di sicurezza umana.



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Come fermare la schiavitù globale?


Dal 1948 al 2000, nonostante gli sforzi compiuti, il fenomeno, non solo non è diminuito, ma anzi è cresciuto, a causa del sempre maggiore coinvolgimento delle organizzazioni criminali, attratte dalla prospettiva di ingenti guadagni. li carattere internazionale, oggi davvero globale, del traffico di persone contribuisce ad ostacolare un'efficace repressione di questi reati.

Insoddisfatta dell'inefficacia dei trattati pre-esistenti, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite decise nel 1998 di incaricare un Comitato ad hoc che elaborasse una convenzione contro il crimine organizzato transnazionale e degli strumenti addizionali più efficaci e stringenti relativi al traffico di donne e bambini ed a quello di migranti.

Grazie ad una forte volontà politica internazionale la nuova Convenzione globale contro il crimine organizzato internazionale ha trovato un rapido consenso. Chiamata anche Convenzione di Palermo - dove è entrata in vigore il 25 dicembre 2003 - ha ottenuto 117 stati firmatari, di cui 85 l'hanno già ratificata. La ratifica italiana si trova attualmente in discussione presso il parlamento.

Il Protocollo contro il traffico di persone della Convenzione di Palermo (vedi box) afferma la necessità di un approccio ampio e internazionale nei paesi di origine, transito e destinazione che includa misure di prevenzione, di sanzione e soprattutto di protezione delle vittime con particolare attenzione ai diritti umani riconosciuti loro internazionalmente.

Il protocollo chiarisce cosa si intende per "tratta di persone" nel nuovo secolo: il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l'ospitare o l'accogliere individui, ricorrendo alla minaccia o all'uso della forza o ad altre forme di costrizione, al sequestro, alla frode, all'inganno, all'abuso di potere o di una situazione di vulnerabilità o all'offerta di denaro per ottenere il consenso di una persona che abbia autorità su un'altra, con fini di sfruttamento.

Nello specifico, si proibiscono lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di speculazione sempre in campo sessuale, i lavori o servizi forzati, la schiavitù o le pratiche analoghe, l'asservimento e l'espianto di organi. Si specifica enfaticamente che il consenso prestato da una delle vittime per una delle attività menzionate non verrà considerato rilevante quando sia stato carpito con uno dei mezzi sopra indicati.

I minori di 18 anni coinvolti nel traffico saranno sempre considerati come vittime.

Nello specificare le forme essenziali di protezione delle vittime il protocollo dispone che siano loro offerte informazioni sui procedimenti legali pertinenti, assistenza mirata a consentire che le loro opinioni e preoccupazioni siano esaminate durante le varie tappe giudiziali.

Sono previste anche misure per il recupero fisico, psicologico e sociale, tra cui un alloggio adeguato, la consulenza legale sui propri diritti, l'assistenza medica, psicologica e materiale, opportunità d'impiego, educative e di formazione e la possibilità di ricevere un indennizzo per i danni subiti. Nella valutazione concernente le misure applicabili nel caso concreto, si deve tener conto dell’età, del sesso e delle necessità speciali delle vittime, con particolare attenzione ai minori.

 “MA IL VENTO CONTINUA…”. LETTERA CIRCOLARE DI MONS. PEDRO CASALDALIGA

Adista documenti N°22 del 19 marzo 2005

 

SÃO FELIX DO ARAGUAIA Un "vecchio vescovo che continua a sognare": così si definisce dom Pedro Casaldáliga, nella lettera scritta a conclusione - felice - della vicenda della sua successione episcopale, per ringraziare della "valanga" di messaggi di solidarietà, ricevuti insieme a "molte domande e molti sfoghi" sui mali del mondo e della Chiesa. Mali che tuttavia non cancellano la speranza: cadono ripetutamente, è vero, i mulini a vento, ma non cade il vento. Di seguito la lettera, in una nostra traduzione dal portoghese.

Mi è arrivata un'autentica valanga di messaggi di solidarietà, preoccupati, alcuni anche indignati e, infine, molti esultanti. Mai come in questo caso dovrei rispondere personalmente a tutti, messaggio per messaggio, cuore a cuore. Sono anche arrivate, in questa vigilia di attesa, molte domande, molti sfoghi: su questo nostro mondo neolibe-rista, sulla nostra santa e problematica Chiesa. Giro doman-de e ansie allo Spirito di Colui che è la "nostra Pace". E credenti e agnostici, sereni e ribelli, donne e uomini, si considerino "risposti" con affetto immenso. Così, tanto facilmente, i vescovi pensionati sbrigano le faccende…!
Abbiamo ricevuto tanta solidarietà nei confronti della rivendicazione del popolo Xavante, bloccata nelle mani di una giustizia lentissima. L'altra occasione di solidarietà, verso la nostra piccola Chiesa di São Felix do Araguaia, è stata logicamente la successione episcopale. Non voglio entrare nei dettagli perché si è già scritto abbastanza su questo incidente ecclesiale. Vogliamo insistere sul fatto che il problema non riguardava un vescovo, una Chiesa. Il problema è di tutta

la Chiesa e per la nomina di tutti i vescovi, ed è una rivendicazione di maggiore corresponsabilità e collegialità. Per essere fedeli al Vangelo e per darne testimonianza al mondo. Per fortuna il nuovo vescovo di São Felix do Araguaia, frei Leonardo Ulrich Steiner, è un francescano vero, fraterno, dialogante, popolare. Ed il cammino continua. E anche io continuerò qui, sulla riva dell'Araguaia, accompagnando a distanza le lotte dei nostri popoli e lavorando, nella speranza pasquale, al tramonto della vita.
L'impero vuole "un mondo senza tirannia". Anche noi, soprattutto senza la tirannia dell'impero. L'impero vuole "la diffusione della libertà". Noi rispondiamo indignati che questa libertà è soprattutto per il mercato e per alcuni signori Paesi.

C'è tirannia, troppa, a tutti i livelli della vita sociale, economica, politica, culturale. Secondo il rapporto annuale dell'Onu, c'è ancora 1 miliardo e 100 milioni di persone che sopravvivono con meno di 1 dollaro al giorno. Continuano a morire di fame ogni giorno 30mila bambini poveri. Negli ultimi 40 anni il Pil mondiale è raddoppiato mentre si è triplicata la disuguaglianza economica. 900 milioni di persone - la settima parte della popolazione mondiale - soffrono di discriminazione etnica, sociale o religiosa. 170 milioni di persone vivono fluttuando nella migrazione. Il 44% della popolazione latino-americana vive in quartieri miserabili. L'Africa continua a sanguinare, nell'indifferenza e nello sfruttamento. E ci sono Paesi nel nostro mondo segnati nelle "liste di proscrizione", magari per una possibile guerra preventiva…
Però si "sta ben vincendo il male" nel nostro mondo ferito. Abbiamo celebrato di nuovo il Forum Sociale Mondiale; Via Campesina cresce e lotta; abbiamo smascherato e in parte fermato l'Alca; Israele e il popolo palestinese dialogano di passi concreti; la sinistra alza la testa in vari Paesi della nostra America e dell'Europa e cresce "il malessere (e la protesta) per la democrazia neoliberista". Se partiti e sindacati si demoralizzano sempre più, cresce però il movimento popolare con le sue manifestazioni su scala nazionale, continentale e mondiale. Ha preso avvio il Protocollo di Kyoto. E siamo sempre di più quelli che gridiamo, con Ignacio Ramonet, "sì alla solidarietà fra i 6 miliardi di abitanti del nostro pianeta; no al G-8 e al Consenso di Washington; no al dominio del 'poker del male' (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione per

la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, Organizzazione Mondiale del Commercio); no all'egemonia militare di un'unica superpotenza, no alle guerre di invasione e no al terrorismo…". E riassume Ramonet, e noi con lui, che "resistere è dire no, ed è anche dire sì ad un altro mondo possibile e sognarlo e contribuire a costruirlo".

Anche un'altra Chiesa è possibile e in molte parti e in molti modi la stiamo edificando: nelle comunità di preghiera, di fraternità, di impegno; nell'XI Incontro intraecclesiale delle Comunità ecclesiali di base (Ceb's) che si realizzerà in Brasile e nel rianimarsi delle Ceb's in Brasile, nel Continente, nel mondo; nel Forum mondiale di Teologia e di Liberazione celebrato insieme al Forum sociale mondiale; nella celebrazione del giubileo del martirio del nostro san Romero e della memoria militante di tutti i nostri martiri; nell'op-zione per i poveri e per le loro cause; nella denuncia profetica dei "genocidi sociali" e dell'iniquità dell'impero e delle sue oligarchie; in un ecumenismo reale e quotidiano; nel dialogo interreligioso; nel sostegno al processo conciliare come rivendicazione evangelica crescente e migliore commemorazione dei 40 anni dal Vaticano II; vivendo la nostra fede in modo adulto e corresponsabile per "la vita del mondo".

E qui ci va una confidenza ecclesiale, da vecchio vescovo che continua a sognare. Una volta, in occasione di un problema di salute di Giovanni Paolo II, si è parlato e scritto molto sul profilo del prossimo papa. Penso che si dovrebbe parlare molto di più - parlare e fare - del profilo del nuovo papato, di una ristrutturazione radicale di quello che chiamiamo

la Sede Apostolica, di un nuovo modo di vivere il ministero di Pietro: sensibile, come il cuore di Gesù, al clamore della povertà, della sofferenza, della deriva; senza Stato pontificio e con una curia leggera e di servizio; profeticamente spoglio di potere e di fasti; appassionato di ecumenismo e di dialogo interreligioso; deassolutizzato e collegiale; decentralizzatore e veramente "cattolico" nel pluralismo culturale e ministeriale; mediazione religiosa - in collaborazione con altre mediazioni, religiose e no - al servizio della pace, della giustizia, della vita.

Van Gogh, malgrado avesse visto cadere nella sua vita tanti mulini, reali o simbolici, scriveva a suo fratello Theo: "ma il vento continua". Dopo aver visto, anche noi, cadere tanti mulini, nella società e nella Chiesa, continuiamo a proclamare - nella speranza e nell'impegno - che "il vento continua"…

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