Mercoledì, 20 Novembre 2019
Mondo Oggi
Venerdì 13 Agosto 2004 14:04

COME CAMBIA LA GEOGRAFIA DEL MONDO

Pubblicato da Arrigo Marchiori
Gli atlanti geografici, con le loro tradizionali carte politiche e fisiche - queste ultime ormai sempre più sostituite da fotografie satellitari- rappresentano ancora il volto reale del pianeta Terra?

I dati fisici - le montagne, i mari, i fiumi - sono sostanzialmente immutati, anzi meglio definiti, ma quei colori che formano un variopinto mosaico, identificando gli Stati nei loro confini come portatori di valori nazionali ed unitari, quanto sono ancora i veri protagonisti della scena mondiale?

Se la prima Società delle Nazioni , nata nel 1919 a Parigi, contava su 42 stati, l'Organizzazione delle Nazioni Unite ne raccoglie oggi ben 191. In poco meno di un secolo, cioè, sotto la spinta della decolonizzazione e degli avvenimenti, le tessere del mosaico si sono quasi quintuplicate. Questa moltiplicazione ha paradossalmente facilitato l'emergere di processi di senso opposto quali la internazionalizzazione e la globalizzazione, fenomeni che postulano una rivisitazione del modo di intendere la geografia politica ed economica del pianeta

Oggi, occorre tener conto e dare spazio a realtà transnazionali - organizzazioni internazionali , organismi interstatuali, raggruppamenti regionali, grandi regioni transfrontaliere, imprese multinazionali- che acquistano sempre più peso rispetto agli equilibri tradizionali ancorati agli stati e ancor più ne rivendicano nella Comunità mondiale, in nome della loro capacità di produrre benessere per l'uomo, assicurando maggior competitività e mercati più ampi alle economie dei singoli stati.

Le trasformazioni nel nostro modo di essere e di porci in rapporto con gli altri, dovute alle interrelazioni sempre più strette tra paesi e popoli, alla circolazione sempre più veloce e penetrante dell'informazione, pongono nuovi interrogativi sulle prospettive della società umana. Ci inducono ineluttabilmente a riflettere sul futuro delle forme storiche di aggregazione ed organizzazione della società umana , tendenti a basarsi non più esclusivamente sul radicamento su di un territorio fisicamente definito, ma sull'identificazione in comuni interessi.

Si affaccia sempre più insistentemente alla ribalta il cosiddetto “glocal”, ossia il “globale localizzato”, che vede nella persona non più solo “il cittadino di uno stato”, ma un individuo caratterizzato da una pluralità di appartenenze economiche e culturali, derivanti non solo dal nuovo rapporto tra il locale e globale, ma dalla riorganizzazione che il processo di globalizzazione richiede alla comunità internazionale, nella direzione di una de-localizzazione tale da introdurre necessariamente nuove forme di aggregazione e una modifica degli schemi organizzativi territoriali degli stati e della esclusività ed unicità de rapporto di cittadinanza . Ad esempio, si parla sempre più di una cittadinanza europea comune ai popoli dei 15 - e domani 25- Stati membri dell'Unione Europea, che affianca quella nazionale per sottolineare l'unicità di uno spazio comune - economico, giuridico, monetario- in cui coesiste con le singole identità nazionali viste come fattore di arricchimento, ma si parla anche di “regioni europee” che travalicano i confini statuali.

Se si guardano con attenzione l'evoluzione internazionale e l'impatto globale dei problemi politici, economici e sociali che caratterizzano i nostri giorni, le profonde trasformazioni delle strutture delle società occidentali ormai post-industriali e del nostro modo di vivere e di sentire, ci si rende conto delle dimensioni ed implicazioni del processo avviato.

Occorre perciò capire dove vogliamo andare ed individuare i modi con cui governare la tendenza, scongiurando meccanicismi e tecnicismi che finirebbero per impoverire l'umanità intera dei suoi valori fondamentali e a cancellare ogni forma di solidarietà.

Questo quadro complesso ed in continua evoluzione richiede saggezza, che -come insegna la Bibbia- non è solo conoscenza ma soprattutto discernimento. In una società sempre più fondata sull'efficienza e sull'immagine, in un mondo che sollecita tempi di reazione sempre più rapidi, in cui tutto è a portata di internet, occorre rinunciare alla scorciatoia del villaggio globale e trovare il tempo per riflettere e farsi una propria idea su quanto ci frastorna.

Ci occorrono sia conoscenza che capacità critica, intesa come una metodologia della conoscenza fondata sulla analisi di una situazione in base ai diversi elementi che contribuiscono a determinarla, siano essi politici od economici, storici o culturali, etnici o religiosi, naturali o sociali tutto ciò per comprendere meglio quanto accade intorno a noi senza delegare altri a farlo per noi.

Sono tutte realtà che nel mondo di oggi non possono più rappresentare il riservato dominio di specialisti, ma un patrimonio di conoscenze basilare per agire sul grande palcoscenico del pianeta, dove tutto e tutti finiscono per essere fatalmente interdipendenti, dove benessere, progresso e pace inevitabilmente possono misurarsi e concretizzarsi soltanto su scala planetaria.

Giuseppe Panocchia
ambasciatore, europeista,esperto del mondo arabo
Domenica 18 Luglio 2004 14:18

LA GESTIONE DELLE RISORSE SCARSE

Pubblicato da Arrigo Marchiori
I paesi "in via di sviluppo" ed i paesi "ricchi" sono indubbiamente due facce di una stessa unica enorme medaglia che è l'economia mondiale attuale. Ciò è tanto più evidente, quanto più si rammenta che lo svantaggio dei primi è stato il prezzo pagato dal pianeta per costruire il vantaggio dei secondi.

Tutto ciò per il semplice principio fisico in base al quale la Terra è un sistema chiuso, ovvero dotato di una quantità finita di risorse, da cui deriva -di pari passo con la comparsa e lo sviluppo dell'uomo sul pianeta- la nascita e lo sviluppo di un sistema organizzato di regole sociali per la gestione di tali risorse limitate, ovvero l'economia. Se un soggetto incrementa il proprio paniere di beni, quindi, necessariamente uno o più altri soggetti vedranno decrementare il proprio.

Ciò premesso, non si può prescindere -nel considerare un ipotesi di sviluppo dei paesi poveri- dal considerare questo banale assioma. Non è possibile ipotizzare, dunque, uno sviluppo di colossi demografici come India e Cina (che all'incirca costituiscono un terzo della popolazione mondiale) su un modello economico di tipo occidentale, sviluppatosi in modo apparentemente (ed illusoriamente) sostenibile solo perchè riguardante un'esigua minoranza.

Europa e Stati Uniti sono le potenze economiche che sono, grazie ad una politica secolare basata sul colonialismo e sullo sfruttamento intensivo delle risorse. Un pianeta di 5 continenti che ne serve 1 e 1/2.
E ciò in base ad una cultura dominante dei consumi che (soprattutto nell'ultimo secolo) si è sempre più distaccata da una semplice necessità soddisfazione dei bisogni primari dell'uomo, ma che si è via via uniformata ad un modello ideale di consumo basato sull'appagamento di bisogni indotti, assolutamente secondari. E mentre Europa e Usa soddisfano i loro desideri gerarchicamente più elevati, il resto del modo fa fatica a trovare conforto dei bisogni più elementari.

Non è concepibile un idea di sviluppo basata sull'elevazione di gran parte della popolazione mondiale al livello dei più ricchi. Uno dei problemi immediati che si riveleranno in maniera drammatica nei prossimi decenni è quello energetico: se è provato che la gestione attuale delle risorse ambientali ed energetiche -al servizio del famoso 20%- non è in alcun modo sostenibile, come si può pensare di utilizzare allo stesso modo insostenibile risorse relativamente ancor più scarse per servire il 50% e oltre del mondo (con l'ingresso, appunto, di India e Cina nella società dei consumi)? Pensiamo solo all'ipotesi che ogni famiglia Indiana o Cinese voglia possedere un automobile o voglia avere la luce elettrica in casa.

Il modello della tassazione "ambientale" proporzionata al consumo reale di risorse, sulla base della teoria economica del recupero delle esternalità, sarebbe un modo per garantire una più equa gestione delle risorse. Ogni impiego o modificazione più o meno permanente di beni pubblici (aria, acqua, vegetazione, ma anche temperatura, rumore, elettromagnetismo, etc.) potrebbe essere considerata come un costo "aziendale" in piena regola (calcolato sulla base del costo necessario alla loro rigenerazione) e non più come una attività del tutto priva di oneri. I "protocolli" ambientali degli ultimi decenni sembrano avvicinarsi lentamente a questa idea.

Il problema, però, diventa ancor più grave per i paesi in via di sviluppo, che non possono permettersi una crescita completamente sostenibile. Ed è per questo che non è ipotizzabile un obiettivo di sviluppo globale incentrato sul raggiungimento degli standard occidentali. La soluzione delle disparità tra "Nord e Sud" del mondo e la gestione delle risorse ambientali sono temi da trattare come un unico grande problema, ipotizzando necessariamente per entrambi una soluzione intermedia: una distribuzione più omogenea delle risorse scarse ed allo stesso tempo un ridimensionamento degli standard di benessere ad un livello sostenibile per tutti.

Per questo motivo non è assolutamente pensabile lasciare l'intera questione in balia della "mano invisibile". E' fuor di dubbio che le "economie di comando" siano tra le maggiori responsabili del sottosviluppo dei paesi poveri, ma è anche per questo motivo che la liberalizzazione totale dei mercati, in economie e culture fortemente arretrate, non può che essere una soluzione molto rischiosa. Pensare che ogni soggetto, perseguendo il proprio interesse egoistico, contribuisca all'interesse collettivo, è pura teoria.

Specularmente, però, è altrettanto impensabile continuare a pensare ai paesi in via di sviluppo in modo assistenzialistico. Da un lato perché questo contribuisce a giustificare il protrarsi della loro situazione di svantaggio, quando -ad esempio- con una mano si danno gli aiuti umanitari e con l'altra si creano barriere all'entrata dei beni prodotti in questi paesi nei mercati internazionali. Dall'altro, perché in effetti così facendo questi paesi non avranno mai la possibilità di risollevarsi, non avendo di fatto l'opportunità di costruire e/o riformare in modo autonomo al loro interno quelle strutture istituzionali, sociali, politiche ed economiche che sono alla base dello sviluppo, attraverso un percorso di auto-coscienza possibile solo in un contesto di completa libertà da vincoli imposti dall'esterno.

Il discorso del Debito Internazionale, poi, merita una riflessione ulteriore. E' vero che se i paesi poveri sono costretti a pagare più interessi sul debito di quanto non investono per lo sviluppo, non potranno mai uscire da questa spirale, ma è altrettanto vero che sarebbe assurdo pensare ad una cancellazione totale di questo debito. Una soluzione praticabile -a mio avviso- sarebbe quella di "congelare" i pagamenti dei debiti contratti in passato per un certo periodo di tempo e sospendere l'erogazione di enormi prestiti dalle istituzioni internazionali verso i governi locali, per destinare le stesse risorse a progetti medio-piccoli estremamente mirati e centrati sulle necessità di sviluppo infrastrutturale, individuati dai governi stessi e dalla popolazione, ma gestiti da istituzioni garanti del buon esito dei progetti. Non aiuti umanitari "generici", non immense somme di denaro che si perdono nelle tasche di governanti o imprenditori senza scrupoli, non interventi macro-strutturali che scavalchino le necessità locali, ma interventi di "credito etico" a breve scadenza e facilmente monitorabili. Questi micro-crediti, poi, potrebbero essere recuperati dopo un certo intervallo di tempo a condizioni non speculative dagli enti che li hanno erogati, successivamente alla creazione di una struttura economica in grado di generare quel surplus in grado di ripagarli. I vecchi debiti, in seguito, potrebbero eventualmente ricominciare ad essere restituiti potendo contare su una economia ormai sufficientemente matura per sostenerli.
Tutto ciò è sicuramente (almeno astrattamente) possibile, in quanto la sensibilità e la razionalità propria delle culture delle popolazioni del "sud del mondo" sono sicuramente un terreno fertile dove innestare un processo di sviluppo eticamente sostenibile. Basti pensare come viene vissuto il rapporto con le banche da un cittadino medio africano o sudamericano rispetto ad un cittadino europeo o statunitense: il contadino del Rwanda vorrà sapere nei particolari dove è finito il suo dollaro che ha messo in banca, chi ha finanziato e per cosa è stato utilizzato, mentre l'impiegato italiano difficilmente avrà lo scrupolo di andare a vedere che giri hanno fatto i suoi 10.000 euro investiti in obbligazioni. Le società emergenti dei paesi in via di sviluppo -se ne avranno la possibilità- ci daranno probabilmente una grossa lezione in termini di gestione delle risorse.

La questione di fondo, però, è a chi affidare il perseguimento degli obiettivi di re-distribuzione delle risorse (prima ancora che delle ricchezze) e di revisione degli standard di sviluppo. Non si può a tutt'oggi pensare ancora che le grandi istituzioni internazionali siano in grado di agire per il benessere dell'umanità in modo disinteressato, fintanto che queste saranno controllate in larga misura da chi non ha interesse a che lo status-quo venga modificato. E questo interesse sarà tanto più forte, quanto più si continuerà ad ignorare il fatto che le risorse a disposizione non solo sono mal distribuite, ma che sono troppo scarse per essere gestite nel modo attuale.

Purtroppo, stante la situazione attuale, soltanto nel momento in cui le risorse saranno talmente insufficienti -rispetto alla popolazione mondiale che ne richiederà la disponibilità- da rendere evidente il problema in tutta la sua drammaticità (basti pensare che il petrolio non si rinnova allo stesso ritmo in cui viene consumato), sarà inevitabile un ripensamento a livello globale della loro distribuzione e del loro livello ottimale di utilizzo.

Emanuele Iannuzzi
Mercoledì 16 Giugno 2004 09:23

UNA MERCHANT BANK ETICA

Pubblicato da Administrator

La tendenza al proliferare dei termini specialistici, la maggior parte delle volte anglofili, spesso induce i sovventori in errore - è tutt'oggi uno degli strumenti preferiti per garantire l'asimmetria informativa - e li porta a pensare che il movimento della finanza etica non abbia considerato tra le sue attività di riferimento quello dei servizi di accompagnamento alle imprese responsabili e sottocapitalizzate ... cioè che non sia possibile un merchant banking sociale.

Mercoledì 09 Giugno 2004 12:15

COMMERCIO ITALIANO DI ARMI: A TUTTI, DI PIÙ

Pubblicato da Administrator

In un periodo in cui non si fa che parlare di recessione economica e di declino, è significativo che l’unico settore industriale che non conosce argine alla propria espansione sia quello del commercio delle armi. Lo conferma la relazione annuale presentata all’inizio di aprile dal governo al Parlamento.

Venerdì 18 Febbraio 2011 21:38

Governo Lula, è ora di forzare il limite

Pubblicato da Luca Marcucci

La riforma agraria è un programma del governo diretto a risolvere un problema e occorre dunque partire dalla definizione di questo problema: un punto controverso in Brasile. Gli economisti neoliberisti negano l'esistenza di un problema agrario, perché partono dalla definizione classica secondo cui la questione agraria è un ostacolo alla penetrazione del capitalismo nelle campagne.

Noi crediamo, invece, che la questione agraria sia il modo per riscattare la grande povertà del popolo, perché la struttura agraria è alla base di una piramide sociale in cui un piccolo gruppo domina su tutta la popolazione. La struttura agraria è una fabbrica di miseria.

Da questa struttura dipende un modello agricolo che in Brasile viene molto esaltato, perché è ad alta produttività e perché consente alti livelli di esportazione. Non si considera, tuttavia, che questo modello genera miseria, crea dipendenza tecnologica e provoca un'aggressione violenta all'ambiente. Bisogna cambiare il modello, ma perché questo avvenga è necessario che il contadino abbia più forza. L'obiettivo del piano nazionale di riforma agraria era proprio quello di dare forza al contadino, perché in futuro possa fare pressione per un modello più giusto, equilibrato e rispettoso della natura. (…)

(…) Il Piano si proponeva di raggiungere un milione di famiglie in quattro anni, ciascuna delle quali dovrebbe ricevere una media di 30 ettari (secondo la natura del terreno), per un totale di 30 milioni di ettari di terra da distribuire. Le famiglie che hanno bisogno di terra sono in realtà molte di più: circa 4 milioni e mezzo. Ma già con un milione di famiglie insediate, a nostro giudizio, la struttura agraria verrebbe intaccata, provocando uno squilibrio virtuoso, una reazione a catena che permetterebbe ai contadini di acquistare forza. Tutto questo sarebbe costato 8 miliardi di dollari e avrebbe creato 3 milioni e mezzo di posti di lavoro permanenti con un reddito pari a tre salari minimi e mezzo a famiglia: una somma sufficiente a garantire una vita degna. Tuttavia, questo si scontrava con la raccomandazione del Fondo Monetario Internazionale di accantonare una somma pari al 4.25% del Pil, che è una quantità di denaro enorme. E il governo, per timore di rappresaglie, ha deciso allora di ridurre il piano a 520mila famiglie, poco più della metà: un buon programma, ma che non consente quella massa critica necessaria per colpire il latifondo, che è all'origine di tutto il problema della povertà in Brasile, un'origine anche culturale, politica, sociale.


Un'economia blindata
In Brasile si è avuto un grande processo di costruzione dell'economia nazionale, accompagnato da misure di protezione dell'industria locale. Dal 1930 al 1980 si è sviluppato nel Paese un parco industriale completo, finché la mondializzazione neoliberista non gli ha inferto un colpo fortissimo. Nel 1989, Lula si presentò come candidato presidenziale impegnandosi a portare avanti il processo di costruzione nazionale. Ma Lula venne sconfitto. E iniziò così un processo di apertura irresponsabile dell'economia brasiliana, che poi è finito nelle mani di Fernando Henrique Cardoso. Il governo Cardoso ha blindato l'economia brasiliana in modo tale che se viene spezzato un elemento si rischia di rompere tutto.
A mio giudizio Lula ha compiuto un errore: quello di impegnarsi in campagna elettorale a rispettare gli accordi internazionali firmati da Fernando Henrique Cardoso. L'équipe di consiglieri di Lula evidentemente non conosceva la profondità della blindatura operata da Cardoso. Se Lula viola uno di questi accordi la sua credibilità internazionale cade e il denaro straniero che sostiene la macroeconomia si dilegua.
Io credo che Lula stia sbagliando a non affrontare il Fondo Monetario Internazionale. Adotta una posizione prudente, nel timore che, se si scontrasse con la comunità finanziaria internazionale, subirebbe una rappresaglia che avrebbe come conseguenza l'aumento dell'inflazione e della disoccupazione: un problema molto serio di governabilità. Ma un Paese non può vivere sotto ricatto. E credo che il popolo darebbe un fortissimo sostegno a Lula. (…)

Forzare il limite
Ho fatto parte del governo Goulart, progettando la riforma agraria del 1964. In quella occasione ci fu uno scontro tra il popolo e le forze interne ed esterne che volevano impedire il cambiamento. E la parola chiave era "limite". Io ero nella posizione di forzare il limite ma con molto timore. Anche oggi ci chiediamo se non sia stato imprudente forzare quel limite, perché a causa di ciò abbiamo avuto 20 anni di dittatura militare. Ma è anche vero che in questi anni si è formata nella Chiesa cattolica una coscienza liberatrice, è nato un sindacato vero come la Cut, è nato l'Mst. Oggi la situazione sociale del Brasile è molto più avanzata che nel 1964. E il dramma è lo stesso.
La mia posizione è che sarebbe necessario forzare il limite. Potrebbero esserci conseguenze negative, fatto che giustifica la prudenza di Lula. Il problema è nel limite di quella prudenza. Io credo che forse dovrebbe essere meno prudente.


Un vuoto preoccupante
Lula aveva suscitato enormi aspettative e queste aspettative si stanno ridimensionando. Ma per il popolo più povero Lula è ancora una speranza. Quando un addetto delle pulizie dell'aeroporto ha trovato una borsa con 30mila dollari e l'ha restituita, il direttore gli ha chiesto che premio avrebbe voluto: "Vorrei stringere la mano a Lula", ha risposto. Perché una cosa è quello che penso io, uomo politicizzato, un'altra è quello che pensano i milioni di brasiliani delle classi povere. Io penso che un giorno questa gente si solleverà e se noi avessimo un pensiero articolato e alternativo da offrire potremmo andargli incontro. Perché una cosa è certa: nessuna nazione può diventare indipendente senza affrontare problemi, senza vivere momenti di crisi e di lotta. (…)
Se il popolo perdesse speranza in Lula, il vuoto sarebbe brutale. Nel 1954, quando Getulio Vargas venne ucciso, il popolo brasiliano scese in strada. Ci riunimmo in una casa con un padre domenicano che era stato consigliere di Giovanni XXIII al Concilio. Ed egli disse: "questo è un popolo infantile che sta piangendo la morte di suo padre. Si lamenterà, si indignerà, protesterà, ma, poiché non ha orientamento politico, non ha un'organizzazione capace di dare una parola d'ordine, si stancherà e tornerà a casa. E se piove tornerà anche prima". E piovve! "Questo popolo cercherà un nuovo padre e se non avrà risposta fra dieci anni si troverà sotto una dittatura militare". Era il 24 agosto del '54 (il golpe contro Goulart avvenne il 31 marzo del 1964, ndt). Si sbagliò di appena sei mesi. Oggi, se Lula non riuscisse a dare una riposta, la forza capace di orientare politicamente il popolo esiste. E dunque il quadro istituzionale del Paese si modificherebbe, verso destra o verso sinistra. Sarebbe un vuoto preoccupante, perché non si sa quale direzione potrebbe prendere.

Un progetto asfissiato
Il progetto Fame Zero si presenta come un programma non meramente assistenzialista: doveva partire da un piano assistenziale per diventare poi un progetto strutturale. Si è però trovato asfissiato per due motivi: la mancanza di risorse (quando un medico prescrive una dose di penicillina, non serve a niente somministrare una dose di molto inferiore. Se però si volesse dare la dose giusta ci si scontrerebbe con l'Fmi) e il tentativo di fare una cosa che è impossibile con la miseria: quello di registrarla. Con una certa ingenuità, i responsabili del progetto, preoccupati del clientelismo politico e della corruzione che hanno caratterizzato tanti programmi assistenziali, volevano registrare tutto per dimostrare la loro correttezza. Ma così per un anno hanno potuto fare solo questo.


La 25.ma ora
Ho scritto un articolo dal titolo "La 25.ma", in cui sostengo che Lula si sta avvicinando alla 24.ma ora. Alla 25.ma non c'è più niente da fare. Lula deve fare qualcosa subito. E deve essere qualcosa di forte. Io credo che dovrebbe cambiare l'équipe economica del governo. La politica è fatta di simboli, di gesti. Il popolo aspetta un gesto e questo gesto non arriva ancora.

di Plinio de Arruda Sampaio

Venerdì 14 Maggio 2004 21:36

COMMERCIO ITALIANO DI ARMI: A TUTTI DI PIU’

Pubblicato da Marco Covotta

Da “Adista Notizie n 31 del 1-1-04”

In un periodo in cui non si fa che parlare di recessione economica e di declino, è significativo che l'unico settore industriale che non conosce argine alla propria espansione sia quello del commercio delle armi. Lo conferma la relazione annuale presentata all'inizio di aprile dal governo al Parlamento. Dalla sua lettura, emerge che il 2003 è stato un ennesimo anno record per l'export italiano di armi: il numero di contratti autorizzati l'anno scorso dal governo ha raggiunto la cifra di 1 miliardo e 282 milioni di euro, addirittura il 40% in più rispetto al 2002 (quando ci fermammo a 920 milioni). "Fra le autorizzazioni rilasciate - è scritto nella relazione governativa - oltre a non esserci alcun Paese rientrante nelle categorie indicate dall'art. 1 della legge 185 (ossia Paesi belligeranti, regimi liberticidi, ecc., ndr) il governo ha mantenuto una posizione di cautela verso i Paesi in stato di tensione".

Eppure, spulciando la lista dei Paesi che acquistano i nostri armamenti, la presenza di "clienti" che sono da anni nel mirino delle istituzioni internazionali e delle associazioni che si battono per i diritti umani, rivela una realtà ben diversa. Dopo la Grecia, che si piazza al primo posto con commesse per quasi 250 milioni di euro (si tratta dell'acquisto di aerei da trasporto C-27 dell'Alenia Aeronautica), nel rapporto vengono dichiarati 166 milioni di commesse belliche (spesi principalmente per l'acquisto di siluri navali), autorizzate per la vendita di armi alla Malaysia, retta da un governo autoritario che applica la legge islamica e la tortura e oggetto di una risoluzione del Parlamento europeo nel 2002 per una legge che consente la detenzione senza processo fino a due anni, rinnovabile in modo indefinito, per qualsiasi persona ritenuta una minaccia alla sicurezza. Il terzo posto, con 127 milioni di commesse, spetta alla Cina, da sempre nell'occhio del ciclone per le violazioni dei diritti umani a causa delle quali l'Unione europea, sin dall'epoca di Tienanmen, ha stabilito, nei suoi confronti, l'embargo alla vendita di armi. Quarto posto per l'Arabia Saudita, cui l'Italia ha venduto 109 milioni di armi, Paese in cui sono proibiti partiti politici, sindacati, associazioni indipendenti di qualsiasi tipo, e le donne sono discriminate al punto da non poter neanche guidare l'automobile. Dopo la Francia (88 milioni per l'acquisto di sistemi radar), ci sono 70 milioni di euro spesi dal Pakistan (dotatosi pochi anni fa di armamenti atomici), 49 dalla Polonia, 41 dalla Danimarca, 37 da Usa e Finlandia. Minori importi riguardano altri Stati assai "chiacchierati": l'Egitto (10 milioni) dove, anche secondo l'Onu, la pratica della tortura è all'ordine del giorno; la Turchia (8 milioni), il cui ingresso nella Ue è ancora sub judice proprio a causa delle continue violazioni dei diritti umani; il Messico (7 milioni), accusato per la dura repressione in Chiapas e la violazione dei diritti delle minoranze indigene, e Israele (3 milioni), la cui politica di occupazione dei territori palestinesi è stata ripetutamente condannata dalle risoluzioni dell'Onu. Inoltre, le nostre armi arrivano anche in Siria, Paese inserito dagli Usa nella lista degli "Stati canaglia" che sostengono il terrorismo internazionale, in India (che possiede armi atomiche), Nigeria e Tunisia.

Un altro capitolo è quello delle transazioni bancarie autorizzate dal Ministero dell'Economia per il commercio di materiale bellico: tra gli istituti di credito coinvolti in queste operazioni, ci sono Banca di Roma, Gruppo bancario S. Paolo Imi, Banca Intesa, Société Générale e la Bnl: insieme, hanno negoziato il 75% di tutte le operazioni autorizzate. Nella relazione del governo risulta ancora la presenza, tra le cosiddette "Banche armate", di Unicredito, che pure, a maggio del 2001, cedendo alle pressioni della campagna promossa, tra gli altri, dalle riviste "Missione oggi", "Mosaico di pace" e "Nigrizia", annunciò di non voler più sostenere le esportazioni di armi.
Quelli contenuti nella relazione, sono "dati quanto mai preoccupanti" - afferma Giorgio Beretta della "Campagna banche armate" per il controllo dell'export di armi italiane. Soprattutto, sostiene Beretta, non si capisce, "in base a quali leggi l'attuale governo possa concedere autorizzazioni per esportare armi alla Cina", poiché la recente riforma della legge 185 prevede "che l'Italia non esporti armi a Paesi 'nei cui confronti sia stato dichiarato l'embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell'Unione europea'".
A ciò che emerge dalla lettura della relazione annuale del governo al Parlamento vanno aggiunti i dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano, secondo i quali le esportazioni di armi italiane, negli ultimi dieci anni, sono cresciute del 94%. La capitale italiana del settore è Brescia, la città dove si è appena svolta Exa (v. notizia seguente), l'annuale fiera mondiale delle armi leggere: la "leonessa d'Italia" da sola copre il 32% del totale delle esportazioni.

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