Sabato, 18 Novembre 2017
Mondo Oggi
Venerdì 18 Febbraio 2011 21:38

Governo Lula, è ora di forzare il limite

Pubblicato da Luca Marcucci

La riforma agraria è un programma del governo diretto a risolvere un problema e occorre dunque partire dalla definizione di questo problema: un punto controverso in Brasile. Gli economisti neoliberisti negano l'esistenza di un problema agrario, perché partono dalla definizione classica secondo cui la questione agraria è un ostacolo alla penetrazione del capitalismo nelle campagne.

Noi crediamo, invece, che la questione agraria sia il modo per riscattare la grande povertà del popolo, perché la struttura agraria è alla base di una piramide sociale in cui un piccolo gruppo domina su tutta la popolazione. La struttura agraria è una fabbrica di miseria.

Da questa struttura dipende un modello agricolo che in Brasile viene molto esaltato, perché è ad alta produttività e perché consente alti livelli di esportazione. Non si considera, tuttavia, che questo modello genera miseria, crea dipendenza tecnologica e provoca un'aggressione violenta all'ambiente. Bisogna cambiare il modello, ma perché questo avvenga è necessario che il contadino abbia più forza. L'obiettivo del piano nazionale di riforma agraria era proprio quello di dare forza al contadino, perché in futuro possa fare pressione per un modello più giusto, equilibrato e rispettoso della natura. (…)

(…) Il Piano si proponeva di raggiungere un milione di famiglie in quattro anni, ciascuna delle quali dovrebbe ricevere una media di 30 ettari (secondo la natura del terreno), per un totale di 30 milioni di ettari di terra da distribuire. Le famiglie che hanno bisogno di terra sono in realtà molte di più: circa 4 milioni e mezzo. Ma già con un milione di famiglie insediate, a nostro giudizio, la struttura agraria verrebbe intaccata, provocando uno squilibrio virtuoso, una reazione a catena che permetterebbe ai contadini di acquistare forza. Tutto questo sarebbe costato 8 miliardi di dollari e avrebbe creato 3 milioni e mezzo di posti di lavoro permanenti con un reddito pari a tre salari minimi e mezzo a famiglia: una somma sufficiente a garantire una vita degna. Tuttavia, questo si scontrava con la raccomandazione del Fondo Monetario Internazionale di accantonare una somma pari al 4.25% del Pil, che è una quantità di denaro enorme. E il governo, per timore di rappresaglie, ha deciso allora di ridurre il piano a 520mila famiglie, poco più della metà: un buon programma, ma che non consente quella massa critica necessaria per colpire il latifondo, che è all'origine di tutto il problema della povertà in Brasile, un'origine anche culturale, politica, sociale.


Un'economia blindata
In Brasile si è avuto un grande processo di costruzione dell'economia nazionale, accompagnato da misure di protezione dell'industria locale. Dal 1930 al 1980 si è sviluppato nel Paese un parco industriale completo, finché la mondializzazione neoliberista non gli ha inferto un colpo fortissimo. Nel 1989, Lula si presentò come candidato presidenziale impegnandosi a portare avanti il processo di costruzione nazionale. Ma Lula venne sconfitto. E iniziò così un processo di apertura irresponsabile dell'economia brasiliana, che poi è finito nelle mani di Fernando Henrique Cardoso. Il governo Cardoso ha blindato l'economia brasiliana in modo tale che se viene spezzato un elemento si rischia di rompere tutto.
A mio giudizio Lula ha compiuto un errore: quello di impegnarsi in campagna elettorale a rispettare gli accordi internazionali firmati da Fernando Henrique Cardoso. L'équipe di consiglieri di Lula evidentemente non conosceva la profondità della blindatura operata da Cardoso. Se Lula viola uno di questi accordi la sua credibilità internazionale cade e il denaro straniero che sostiene la macroeconomia si dilegua.
Io credo che Lula stia sbagliando a non affrontare il Fondo Monetario Internazionale. Adotta una posizione prudente, nel timore che, se si scontrasse con la comunità finanziaria internazionale, subirebbe una rappresaglia che avrebbe come conseguenza l'aumento dell'inflazione e della disoccupazione: un problema molto serio di governabilità. Ma un Paese non può vivere sotto ricatto. E credo che il popolo darebbe un fortissimo sostegno a Lula. (…)

Forzare il limite
Ho fatto parte del governo Goulart, progettando la riforma agraria del 1964. In quella occasione ci fu uno scontro tra il popolo e le forze interne ed esterne che volevano impedire il cambiamento. E la parola chiave era "limite". Io ero nella posizione di forzare il limite ma con molto timore. Anche oggi ci chiediamo se non sia stato imprudente forzare quel limite, perché a causa di ciò abbiamo avuto 20 anni di dittatura militare. Ma è anche vero che in questi anni si è formata nella Chiesa cattolica una coscienza liberatrice, è nato un sindacato vero come la Cut, è nato l'Mst. Oggi la situazione sociale del Brasile è molto più avanzata che nel 1964. E il dramma è lo stesso.
La mia posizione è che sarebbe necessario forzare il limite. Potrebbero esserci conseguenze negative, fatto che giustifica la prudenza di Lula. Il problema è nel limite di quella prudenza. Io credo che forse dovrebbe essere meno prudente.


Un vuoto preoccupante
Lula aveva suscitato enormi aspettative e queste aspettative si stanno ridimensionando. Ma per il popolo più povero Lula è ancora una speranza. Quando un addetto delle pulizie dell'aeroporto ha trovato una borsa con 30mila dollari e l'ha restituita, il direttore gli ha chiesto che premio avrebbe voluto: "Vorrei stringere la mano a Lula", ha risposto. Perché una cosa è quello che penso io, uomo politicizzato, un'altra è quello che pensano i milioni di brasiliani delle classi povere. Io penso che un giorno questa gente si solleverà e se noi avessimo un pensiero articolato e alternativo da offrire potremmo andargli incontro. Perché una cosa è certa: nessuna nazione può diventare indipendente senza affrontare problemi, senza vivere momenti di crisi e di lotta. (…)
Se il popolo perdesse speranza in Lula, il vuoto sarebbe brutale. Nel 1954, quando Getulio Vargas venne ucciso, il popolo brasiliano scese in strada. Ci riunimmo in una casa con un padre domenicano che era stato consigliere di Giovanni XXIII al Concilio. Ed egli disse: "questo è un popolo infantile che sta piangendo la morte di suo padre. Si lamenterà, si indignerà, protesterà, ma, poiché non ha orientamento politico, non ha un'organizzazione capace di dare una parola d'ordine, si stancherà e tornerà a casa. E se piove tornerà anche prima". E piovve! "Questo popolo cercherà un nuovo padre e se non avrà risposta fra dieci anni si troverà sotto una dittatura militare". Era il 24 agosto del '54 (il golpe contro Goulart avvenne il 31 marzo del 1964, ndt). Si sbagliò di appena sei mesi. Oggi, se Lula non riuscisse a dare una riposta, la forza capace di orientare politicamente il popolo esiste. E dunque il quadro istituzionale del Paese si modificherebbe, verso destra o verso sinistra. Sarebbe un vuoto preoccupante, perché non si sa quale direzione potrebbe prendere.

Un progetto asfissiato
Il progetto Fame Zero si presenta come un programma non meramente assistenzialista: doveva partire da un piano assistenziale per diventare poi un progetto strutturale. Si è però trovato asfissiato per due motivi: la mancanza di risorse (quando un medico prescrive una dose di penicillina, non serve a niente somministrare una dose di molto inferiore. Se però si volesse dare la dose giusta ci si scontrerebbe con l'Fmi) e il tentativo di fare una cosa che è impossibile con la miseria: quello di registrarla. Con una certa ingenuità, i responsabili del progetto, preoccupati del clientelismo politico e della corruzione che hanno caratterizzato tanti programmi assistenziali, volevano registrare tutto per dimostrare la loro correttezza. Ma così per un anno hanno potuto fare solo questo.


La 25.ma ora
Ho scritto un articolo dal titolo "La 25.ma", in cui sostengo che Lula si sta avvicinando alla 24.ma ora. Alla 25.ma non c'è più niente da fare. Lula deve fare qualcosa subito. E deve essere qualcosa di forte. Io credo che dovrebbe cambiare l'équipe economica del governo. La politica è fatta di simboli, di gesti. Il popolo aspetta un gesto e questo gesto non arriva ancora.

di Plinio de Arruda Sampaio

Venerdì 14 Maggio 2004 21:36

COMMERCIO ITALIANO DI ARMI: A TUTTI DI PIU’

Pubblicato da Marco Covotta

Da “Adista Notizie n 31 del 1-1-04”

In un periodo in cui non si fa che parlare di recessione economica e di declino, è significativo che l'unico settore industriale che non conosce argine alla propria espansione sia quello del commercio delle armi. Lo conferma la relazione annuale presentata all'inizio di aprile dal governo al Parlamento. Dalla sua lettura, emerge che il 2003 è stato un ennesimo anno record per l'export italiano di armi: il numero di contratti autorizzati l'anno scorso dal governo ha raggiunto la cifra di 1 miliardo e 282 milioni di euro, addirittura il 40% in più rispetto al 2002 (quando ci fermammo a 920 milioni). "Fra le autorizzazioni rilasciate - è scritto nella relazione governativa - oltre a non esserci alcun Paese rientrante nelle categorie indicate dall'art. 1 della legge 185 (ossia Paesi belligeranti, regimi liberticidi, ecc., ndr) il governo ha mantenuto una posizione di cautela verso i Paesi in stato di tensione".

Eppure, spulciando la lista dei Paesi che acquistano i nostri armamenti, la presenza di "clienti" che sono da anni nel mirino delle istituzioni internazionali e delle associazioni che si battono per i diritti umani, rivela una realtà ben diversa. Dopo la Grecia, che si piazza al primo posto con commesse per quasi 250 milioni di euro (si tratta dell'acquisto di aerei da trasporto C-27 dell'Alenia Aeronautica), nel rapporto vengono dichiarati 166 milioni di commesse belliche (spesi principalmente per l'acquisto di siluri navali), autorizzate per la vendita di armi alla Malaysia, retta da un governo autoritario che applica la legge islamica e la tortura e oggetto di una risoluzione del Parlamento europeo nel 2002 per una legge che consente la detenzione senza processo fino a due anni, rinnovabile in modo indefinito, per qualsiasi persona ritenuta una minaccia alla sicurezza. Il terzo posto, con 127 milioni di commesse, spetta alla Cina, da sempre nell'occhio del ciclone per le violazioni dei diritti umani a causa delle quali l'Unione europea, sin dall'epoca di Tienanmen, ha stabilito, nei suoi confronti, l'embargo alla vendita di armi. Quarto posto per l'Arabia Saudita, cui l'Italia ha venduto 109 milioni di armi, Paese in cui sono proibiti partiti politici, sindacati, associazioni indipendenti di qualsiasi tipo, e le donne sono discriminate al punto da non poter neanche guidare l'automobile. Dopo la Francia (88 milioni per l'acquisto di sistemi radar), ci sono 70 milioni di euro spesi dal Pakistan (dotatosi pochi anni fa di armamenti atomici), 49 dalla Polonia, 41 dalla Danimarca, 37 da Usa e Finlandia. Minori importi riguardano altri Stati assai "chiacchierati": l'Egitto (10 milioni) dove, anche secondo l'Onu, la pratica della tortura è all'ordine del giorno; la Turchia (8 milioni), il cui ingresso nella Ue è ancora sub judice proprio a causa delle continue violazioni dei diritti umani; il Messico (7 milioni), accusato per la dura repressione in Chiapas e la violazione dei diritti delle minoranze indigene, e Israele (3 milioni), la cui politica di occupazione dei territori palestinesi è stata ripetutamente condannata dalle risoluzioni dell'Onu. Inoltre, le nostre armi arrivano anche in Siria, Paese inserito dagli Usa nella lista degli "Stati canaglia" che sostengono il terrorismo internazionale, in India (che possiede armi atomiche), Nigeria e Tunisia.

Un altro capitolo è quello delle transazioni bancarie autorizzate dal Ministero dell'Economia per il commercio di materiale bellico: tra gli istituti di credito coinvolti in queste operazioni, ci sono Banca di Roma, Gruppo bancario S. Paolo Imi, Banca Intesa, Société Générale e la Bnl: insieme, hanno negoziato il 75% di tutte le operazioni autorizzate. Nella relazione del governo risulta ancora la presenza, tra le cosiddette "Banche armate", di Unicredito, che pure, a maggio del 2001, cedendo alle pressioni della campagna promossa, tra gli altri, dalle riviste "Missione oggi", "Mosaico di pace" e "Nigrizia", annunciò di non voler più sostenere le esportazioni di armi.
Quelli contenuti nella relazione, sono "dati quanto mai preoccupanti" - afferma Giorgio Beretta della "Campagna banche armate" per il controllo dell'export di armi italiane. Soprattutto, sostiene Beretta, non si capisce, "in base a quali leggi l'attuale governo possa concedere autorizzazioni per esportare armi alla Cina", poiché la recente riforma della legge 185 prevede "che l'Italia non esporti armi a Paesi 'nei cui confronti sia stato dichiarato l'embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite o dell'Unione europea'".
A ciò che emerge dalla lettura della relazione annuale del governo al Parlamento vanno aggiunti i dati elaborati dalla Camera di commercio di Milano, secondo i quali le esportazioni di armi italiane, negli ultimi dieci anni, sono cresciute del 94%. La capitale italiana del settore è Brescia, la città dove si è appena svolta Exa (v. notizia seguente), l'annuale fiera mondiale delle armi leggere: la "leonessa d'Italia" da sola copre il 32% del totale delle esportazioni.

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