Sabato, 15 Agosto 2020
Mondo Oggi - Ecclesiale
Mondo Oggi - Ecclesiale

Mondo Oggi - Ecclesiale (248)

Lunedì 10 Marzo 2008 15:25

La shoah del nostro tempo

Pubblicato da Stefano Blasi

Prima di oggi, sono stato in Africa una sola
volta,nel 1991. Da allora ho sempre portato nel cuore questo continente,
consentendogli di ferirmi con il peso delle sue infinite tragedie: le guerre
fratricide,il genocidio ruandese, la triste sorte delle sue donne, dei suoi
bambini,gli effetti deleteri della moderna globalizzazione……Due giorni fa lo shock
della visita a Kibera, la più grande baraccopoli di Nairobi. Ho capito perché
dom Pedro Casaldaliga abbia definito l’Africa “la shoah del nostro tempo”, e l’economista Luis de Sebastian
abbia titolato il suo ultimo libro Africa, peccato dell’Europa

undefined

Nella globalizzazione si dà per scontato che chi
convoca (“globalizza”) salvificamente è il Potere, soprattutto quello
economico. A questo, la Bibbia oppone un altro centro,molto diverso e
contrario: sono le vittime a convocare. Nel Vangelo di Giovanni è il crocifisso
che “attrae tutto e tutti”; il maligno, invece, “è mentitore e assassino”

Le vittime aprono i nostri occhi alla realtà. Su di
esse si scatenano la povertà, la crudeltà e la morte, svelando la disumanità
del mondo in cui viviamo. Da esse proviene una luce che denuncia e smaschera la
grande menzogna della globalizzazione. Accettare questa verità è il primo passo
da compiere.

Le vittime possono muovere alla conversione. Una
globalizzazione senza verità non umanizza e non può ”globalizzare”: può solo
escludere.

La menzogna e il camuffamento della verità negano la
realtà stessa delle cose. E così, “l’Africa non esiste”: è stata esclusa dalla
realtà,dalla contro-globalizzazione del silenzio.

Le vittime sono oggi i nuovi “maestri del sospetto”.
Non solo denunciano, ma fanno anche sorgere il dubbio sul male che può
nascondersi tra ciò che è davvero bene e ciò che è tale solo in apparenza.

Esse smascherano la globalizzazione: come ogni altra
ideologia, anch’essa ha i suoi vincitori e i suoi vinti.

Le vittime denunciano l’esistenza di idoli e
chiariscono quale sia la loro essenza. L’idolo del capitale è un moderno Molok,
che ha bisogno di continue “vittime sacrificali” per vivere. Idoli sono tutte
le realtà storiche che esigono vittime per la propria sussistenza

Le vittime re-inventano un linguaggio ampiamente
dimenticato. Tornano a parlare di impero. Dopo la caduta del muro di Berlino, gli Usa sono rimasti l’unica
superpotenza mondiale, ed essi si colgono come impero, cui sarebbe stata
assegnata, dall’alto, una missione: quella di “omologare” tutti e tutto a sé
stessi. Ma le vittime ci ricordano quanto già ebbe a dire sant’Agostino: imperum
est
magnum latrocinium.

Porre al centro del “globo” la sofferenza delle
vittime porta alla verità. Tuttavia, non ha nulla a che vedere con la
canonizzazione del sacrificio: è, invece, richiesta-invito a rispondere
umanamente dinanzi alle vittime, con misericordia e giustizia.

Al mondo di oggi serve una nuova mistica, una nuova
spiritualità: quella della compassione. Una compassione che porti tutti ad avvertire il bisogno di liberare  dalla sofferenza gli esseri umani, per
il solo fatto che esistono. Una compassione che non ha limiti. Per questo, la
compassione può esigere tutto, anche il dono della vita stessa. In tanti popoli
del cosiddetto Terzo mondo, esistono oggi molti testimoni di questa
“compassione totale”. Essi sono motivo di grande  speranza
e di profonda gratitudine.

A Kibera ho visto come “la solidarietà è la tenerezza
dei popoli” (Casaldàliga). Ho toccato con mano una “santità primordiale” : le
vittime sanno celebrare insieme la gioia di essere persone umane. Da esse ci
viene la salvezza e la redenzione. Solo le vittime possono trasformare “un
globo” in “una famiglia”. Solo esse sanno cambiare un “gigantesco supermercato”
in una vera casa

 

Di Jon Sobrino

Teologo di El Salvador

Nigrizia/Marzo 2007

Lunedì 10 Marzo 2008 14:58

ULTIMA CHIAMATA PER LA RICONCILIAZIONE

Pubblicato da Stefano Blasi
«La pubblicazione della Lettera è
arrivata giusto in tempo per salvare la Chiesa cinese». Parole pesanti, quelle
che mons. Luca Li Jingfeng, vescovo di Fengxiang (Shaanxi, nella Cina centrale)
ha affidato ad AsiaNews il primo luglio scorso. Parole di un presule anziano
(87 anni) e autorevolissimo, uno dei quattro vescovi invitati da Benedetto XVI
(invano, perché il governo cinese lo proibì) al Sinodo sull’Eucaristia
nell’ottobre 2005. Nel 2004 mons. Li venne riconosciuto dal governo come
vescovo, senza dover sottoscrivere l’adesione all’Associazione patriottica. La
sua diocesi non è una qualunque: fino al 2003 Fengxiang era forse l’unica, in
Cina continentale, dove esistesse soltanto la Chiesa «non ufficiale».
Ebbene, mons. Li parla della Lettera come
di un documento arrivato al momento giusto. Le indicazioni del Santo Padre -
aggiunge Li - «vanno verso una giusta direzione: quelli che seguono la
tradizione cattolica si sentono rassicurati, mentre quelli che non la seguono
molto hanno sentito la grande chiamata del successore di Pietro a tutto il
gregge di Dio». L’appello del Papa alla riconciliazione, sottolinea Li, è
quanto mai opportuno, ma le difficoltà non mancano: «La Chiesa “più
clandestina” forse farà fatica a fare marcia indietro sulla complessa questione
della comunione con il Papa».
Dalla Chiesa underground, perlomeno in
alcune zone, sono venute - accanto a un generale plauso e viva riconoscenza per
le parole di Benedetto XVI - anche velate critiche.
Un prete della Chiesa non ufficiale
(formato nei seminari clandestini cinesi, ma che ha proseguito gli studi
all’estero), in una testimonianza anonima diffusa dall’agenzia Uca News, scrive
che «la Lettera non dice una parola su vescovi e preti ancora in prigione» e
definisce questa - a suo dire - dimenticanza come «frustrante e scioccante».
Un positivo «effetto collaterale» della
Lettera è che essa ha incoraggiato quanti credono nella riconciliazione. Mons.
Giuseppe Wei Jingyi, vescovo clandestino di Qiqihar (diocesi nell’estremo Nord
del Paese) - ad esempio - ha fatto leggere in tutte le Messe un suo messaggio
nel quale spiega di volersi riconciliare con alcuni sacerdoti della diocesi,
che sin qui gli avevano negato obbedienza giudicandolo troppo morbido nei
confronti del regime comunista. Mons. Wei Jingyi ha poi invitato tutti a
partecipare ai sacramenti amministrati dai vescovi e dai sacerdoti ufficiali,
purché in comunione con Roma.
 A parlare di un testo provvidenziale, arrivato al momento
opportuno «prima che si creassero i presupposti per uno scisma», è anche il
cardinale Joseph Zen, vescovo di Hong Kong. Interpellato da Mondo e Missione,
il presule salesiano elogia l’equilibrio di Papa Benedetto XVI nell’affrontare
la delicatezza della situazione cinese, esprimendo gratitudine per la premura e
la sensibilità manifestate dal Papa e, soprattutto, plaude al tono complessivo
del documento che contempera la tensione alla verità con un atteggiamento improntato
alla carità. Zen, però, puntualizza: «Adesso non c’è tempo da perdere. Occorre
attivare la Commissione vaticana per la Cina in modo da attuare al meglio, nel
concreto, le indicazioni della Lettera». Fin qui, fa capire il cardinale,
originario di Shanghai, Roma ha dato l’impressione di muoversi in risposta alle
iniziative di Pechino, mentre il combattivo porporato auspica che la Santa Sede
assuma una policy chiara e lungimirante in grado di anticipare le mosse dei
politici cinesi.
 I vertici di Pechino non hanno emesso commenti ufficiali.
Interpellato dall’agenzia Sir, il 16 luglio scorso, il cardinale Tarcisio
Bertone, segretario di Stato vaticano, dichiarava: «Dalle istituzioni cinesi
non abbiamo ancora avuto dei segnali precisi e siamo in attesa. Siamo in un
momento di riflessione e ripensamento». Quel che si sa è che il 28 e 29 giugno,
alla vigilia della pubblicazione della Lettera papale, un certo numero di
vescovi ufficialmente riconosciuti dal regime erano stati radunati nei pressi
di Pechino dal Fronte unito, organismo-chiave nell’attuazione della politica
religiosa. Obiettivo: un «indottrinamento preventivo».
Alle parole del Papa non fanno certo
difetto chiarezza e lucidità. Tuttavia, data la materia incandescente e la
pluralità di visioni che pure albergano all’interno della stessa Chiesa
cattolica, non sono mancati distinguo, precisazioni e persino polemiche
sull’interpretazione della Lettera di Benedetto XVI.
 Emblematico, sotto questo profilo, il dibattito fra uno dei
più noti e apprezzati sinologi cattolici - padre Jeroom Heyndrickx, fondatore
del Verbiest Institute dell’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) - e lo
stesso cardinale Zen.
In una nota apparsa su Uca News, padre
Heyndrickx  aveva affermato che la Lettera del Papa invita gli appartenenti
alla Chiesa clandestina a uscire allo scoperto, e li incoraggia a ottenere il
riconoscimento delle autorità civili e a condividere i sacramenti con i vescovi
e i preti della Chiesa ufficiale.  La replica di Zen è netta: l’appello
non c’è nella Lettera di Bene-detto XVI; i sacramenti possono essere condivisi
solo con i vescovi e i preti della Chiesa ufficiale in comunione col Papa, non
con quelli in rotta con Roma. Infine Zen sottolinea che la condizione dei
vescovi che hanno scelto la clandestinità continua ad avere una ragion
d’essere. Almeno fino a quando le autorità comuniste pretendono di controllare
e soggiogare la Chiesa; purtroppo, in molti casi (anzi, «quasi sempre», dice
Zen citando il testo della Lettera) la richiesta di riconoscimento ufficiale
comporta obblighi «contrari ai dettami della loro coscienza di cattolici».
Padre Heyndrickx non ha tardato a
rispondere, a sua volta, alle parole del cardinale Zen, in qualche passaggio
forse troppo dure, ribadendo che la finalità principale della Lettera di
Benedetto XVI è di incoraggiare le due comunità cattoliche cinesi, l’ufficiale
e la clandestina, a pregare e a celebrare l’Eucaristia insieme.
 Non si tratta di sfumature di poco conto o di mere diatribe
tra studiosi, come qualcuno potrebbe pensare. Data l’importanza del documento
pontificio, è logico che la sua interpretazione - corretta o meno - dia luogo a
precise conseguenze. Giacché l’una o l’altra delle componenti ecclesiali si
appellerà fatalmente ad essa per giustificare scelte e azioni. Tutto questo
aiuta a capire un piccolo «giallo» verificatosi nei giorni successivi
all’uscita della Lettera.
Ancora una volta, tra i protagonisti
della vicenda c’è il cardinale Zen. Che a Mondo e Missione spiega: «Da tempo
avevo fatto presente a chi di dovere la delicatezza della
questione-traduzione». Ma la versione cinese della Lettera, a detta di Zen, era
stilisticamente poco fluida. E dimenticava un inciso importante. Alla fine del
capitolo 7 della Lettera, il Papa scrive che «nella procedura di riconoscimento
[da parte delle autorità politiche] intervengono organismi che obbligano le
persone coinvolte ad assumere atteggiamenti, a porre gesti e a prendere impegni
che sono contrari ai dettami della loro coscienza di cattolici». Ciò avviene -
recita il testo originale - «in non pochi casi concreti», «se non quasi
sempre». Ebbene: la versione cinese omette di tradurre queste ultime
significative parole.
 Per favorire una maggior diffusione del documento e una
comprensione più efficace del testo, il cardinale e i suoi collaboratori hanno
effettuato una nuova versione integrale del documento e lo hanno fatto stampare
in Hong Kong in trentamila copie.
La speranza è che la diffusione della Lettera apra un sereno
dialogo interno alle due comunità, in vista di un cammino di riconciliazione e
unità.

di Gerolamo Fazzini
Mondo e Missione / Ottobre 2007
Martedì 26 Febbraio 2008 16:06

DUE ANIME IN TENSIONE

Pubblicato da Stefano Blasi
Sono stati tanti gli appuntamenti che hanno
caratterizzato il viaggio apostolico di Benedetto XVI in Brasile (9-14 maggio)
in occasione della 5a Conferenza generale dell’episcopato
latino-americano e dei Caraibi (Celam): cerimonia di benvenuto all’aeroporto di
São Paulo/Guarulhos; saluto e benedizione della folla dal balcone del Monastero
di São Bento; incontro con il presidente Lula; pranzo con i rappresentanti
della Conferenza dei vescovi del Brasile; incontro con i giovani nello stadio
di Pacaembu; santa messa e canonizzazione del Beato Frei Galvão, nel Campo de
Marte; incontro con la comunità della Fazenda da Esperança, un centro di
recupero per tossicodipendenti, a Guaratinguetà; santa messa di inaugurazione
della 5a Conferenza, nel piazzale di fronte al santuario di Nossa
Senhora da Conceição Aparecida, patrona del Brasile, situato ad Aparecida do Norte;
lunga relazione introduttiva della conferenza, che molti hanno avvertito come
un discorso programmatico...
E, tuttavia, va segnalato un episodio il cui
significato - che l’animo latino-americano coglie con immediatezza - è sfuggito
a buona parte dei 1.500 giornalisti stranieri al seguito del Papa. Il giorno
10, mentre si sta recando all’incontro con i giovani, Benedetto XVI si ferma
davanti ai Memorial dell’America
Latina, il monumento dedicato al dramma della “Conquista”: una mano alzata (di
Cristo?),dal cui centro sgorga del sangue, che cola creando una forma che
richiama quella del sub-continente americano, memoria della sofferenza che
grida al mondo di non dimenticare. Il Papa sosta in silenzio: sembra
identificarsi con questa sofferenza. Non riesco a distogliere gli occhi dal suo
volto: sono certo che sta pensando a ciò che i popoli latino-americani
subiscono tuttora. Prega. Poi solleva la mano destra e benedice il monumento.
L’avranno informato che quella scultura è stata
realizzata nel 1987 da Oscar Niemeyer, il più noto architetto brasiliano (sua è
anche la stupenda cattedrale di Brasilia), che, dall’alto dei suoi 100 anni,
continua a considerarsi «uno dei pochi comunisti veri viventi». Ironia della
storia: da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l’allora Card.
Ratzinger fu ritenuto responsabile del clima di sospetto, di incomprensione -
se non di persecuzione - nei confronti della teologia della liberazione, cioè
di una esperienza e di una dottrina che sono espressione della cultura degli
oppressi; oggi, da Papa, viene profondamente colpito e ferito dalla realtà
dolorosa del continente latino-americano, che ora vede con i suoi stessi occhi
e tocca con la sua mano….., che si alza a benedire. Un amico mi domanda: «Cosa
vedi?». Rispondo: «La solidarietà e la preoccupazione di un Papa».
 
QUALE EVANGELIZZAZIONE 

Solidarietà e preoccupazione sono stati anche i due
sentimenti che più hanno segnato i lavori della Conferenza di Aparecida (13-31
maggio), quinta di una serie: Rio de Janiero (Brasile), 1955; Medellin
(Colombia), 1968; Puebla (Messico), 1979; Santo Domingo (Repubblica
Dominicana), 1992.
Come nei simposi precedenti, anche in questo è stato
difficile trovare un consenso su quali debbano essere le vie maestre da seguire
per la “Nuova evangelizzazione” del sub- continente, dove vive il 43% dei
cattolici del mondo. Per venti giorni, 166 vescovi (il numero è diminuito con
il trascorrere dei giorni) e un centinaio di inviati speciali di altre chiese
si sono confrontati e hanno riflettuto per definire le linee di azione per la
pastorale dei prossimi anni. Con coraggio, i delegati della Conferenza si sono
guardati allo specchio e in faccia: hanno analizzato la realtà ecclesiale
dell’America Latina dai più svariati punti di vista - religioso,
socio-politico, economico, culturale -, hanno formulato indicazioni e proposte
concrete, e, infine, hanno raccolto il tutto in un ricco documento finale, già
conosciuto come Documento di Aparecida. Il Card. Francisco Javier Erràzuriz Ossa, arcivescovo di Santiago del
Cile e presidente del Celam, ha commentato: «È parso una follia voler elaborare
un testo che soddisfacesse oltre 200 teste, ma ci siamo riusciti».
Il documento - 128 pagine, suddivise in 10 capitoli e
una conclusione - è stato votato alla quasi unanimità (127 favorevoli, 2
contrari, un’astensione). Come titolo porta il tema della Conferenza: “Discepoli
e missionari di Gesù Cristo, affinché i nostri popoli abbiano vita in Lui”:
Parla della testimonianza cristiana, della comunione
nella chiesa, delle sfide presentate dalla situazione socio-economica
dell’America Latina, della formazione dei sacerdoti e dei laici, dei popoli
amerindi e afroamericani, dell’ecologia e della questione dello sviluppo
sostenibile dell’Amazzonia.
Un tema nevralgico, entrato all’ultimo momento nel
documento finale, è quello delle comunità di base. Due argomenti tralasciati
(perché ritenuti da Roma ancora troppo polemici) sono stati la teologia india e
la cosiddetta “questione del genere”, cioè il ruolo e la responsabilità delle
donne all’interno della chiesa. Prima di essere pubblicato, il documento dovrà
ricevere l’approvazione del Pontefice.
 
MISSIONE E COMUNITÀ DI BASE 
Il sociologo Pedro Ribeiro de Oliveira,
dell’Università cattolica di Brasilia e consigliere della Commissione
episcopale per i laici, ritiene che, anche se il termine non è stato usato
pubblicamente, «è emerso, ancora una volta, lo scontro» tra le due principali tendenze della chiesa
latino-americana: la prima, più curiale, più attenta alla dottrina e legata a Roma;
la seconda, più pastorale, che fa riferimento alla teologia della liberazione e
alla tradizione delle conferenze di Medellìn e Puebla. «Questa tensione è di
vecchia data. Oggi però può essere interpretata come una ripresa da parte di
Roma della volontà di controllare la chiesa sia in America Latina e nei Caraibi
sia nel resto del mondo». Ribeiro ha partecipato ai lavori del Gruppo
Amerindia: una trentina di teologi e teologhe della liberazione; una presenza
non ufficiale, ma accettata dal Celam. Attraverso i vescovi a loro più vicini,
il gruppo è riuscito a far giungere il suo apporto alle varie commissioni di
studio, tanto che alcuni punti da esso sottolineati sono finiti nel documento
finale.
Alcuni si sono chiesti se quanto è avvenuto ad
Aparecida rappresenti un passo indietro o avanti rispetto alla “chiesa dei
poveri”. Dom Demétrio Valentini, vescovo di Jales e presidente della Caritas
brasiliana: «E’ innegabile che tra i partecipanti alla conferenza c’è stata una
ricca esperienza, che va valorizzata. Anche perché è poi confluita nel
documento finale. Anche se steso con il genere letterario tipico dei documenti
della chiesa, con numerose contraddizioni interne e con un palese squilibrio
tra le parti, esso offre buoni contributi destinati a segnare il futuro della
chiesa latino-americana. Forse non sarà un “grande” documento, ma contiene
chiari appelli e forti opzioni pastorali. Il messaggio emerge senza ombre:
ritorno al Vangelo e incontro con Cristo in una vera dinamica missionaria».
Dom Valentini non nasconde che, soprattutto
all’inizio dei lavori, s’è avvertito un certo disagio, forse vera e propria
paura, nei confronti delle comunità di base. «C’erano solo cinque vescovi alla
celebrazione promossa da queste comunità. Alla fine, comunque, siamo riusciti a
inserire nel documento finale l’affermazione che esse “fanno parte della stessa
struttura della chiesa”».
Anche Pablo Richard, insegnante di teologia biblica e
di sociologia della religione, direttore del Dipartimento ecumenico per le
ricerche di San Tomé (Cile) e membro del Gruppo Amerindia, ha parlato di paura:
«Ad Aparecida s’è incontrata una chiesa che ancora nutre numerosi timori,
soprattutto quello che possa esserci un magistero alternativo all’unico vero. È
vero che, rispetto a quello di Santo Domingo, il clima di questa conferenza è
stato più disteso e amichevole, e il dialogo più fraterno e aperto. Ma la paura
reciproca è rimasta: i laici hanno paura dei preti, che hanno paura dei
vescovi, che hanno paura di Roma, che ha paura della teologia della
liberazione. Un circolo vizioso».
Richard critica il documento finale: «Un testo per
vescovi, preti e religiosi. Più dottrinale che pastorale, a differenza di
quello di Puebla, che era interamente interessato alla vita ecclesiale pratica.
Il nuovo documento è più preoccupato di difendere la dottrina ufficiale e
riflette una chiesa rivolta a sé stessa, preoccupata più della sua identità che
del mondo in cui vive. Ad esempio, non c’è stato un vero riconoscimento della forza
dei movimenti sociali. Questo ha sorpreso molti, anche perché la conferenza si
è svolta in un paese che è la patria del Movimento dei senza terra, una delle
più importanti iniziative sociali al mondo».
Alla vigilia della conferenza, alcuni vescovi e media
brasiliani si erano preoccupati di dire che la teologia della liberazione è
ormai morta e sepolta. Richard, di rimando: «Aparecida li ha smentiti. Esistono
anche oggi teologi della liberazione, autori di ottimi testi sulla possibilità
di avere un mondo diverso, più giusto e solidale. Il Gruppo Amerindia ha
lavorato dietro le quinte, preparando numerosi testi sulla linea
teologico-ecclesiale uscita da Medellin e Puebla. Testi che alcuni vescovi
hanno fatto propri e sottoposto alla riflessione della conferenza. Non siamo
stati una lobby di pressione, ma un semplice “gruppo di appoggio”. In un
dialogo franco e aperto con il Celam, avevamo chiesto di essere presenti ad
Aparecida non come degli “invisibili” (com’era capitato a San Domingo), ma
legittimamente liberi di parlare con i nostri vescovi, visitarli negli alberghi
e passare loro le nostre riflessioni su quanto sarebbe capitato nel corso della
conferenza. E tutto ciò è avvenuto nella più grande libertà».
 
INDIOS
E AFRO 
Mons. Vittorino Girardi, comboniano, vescovo di Tiralàn
(Costa Rica), è soddisfatto: «Oltre al fatto che il documento finale sottolinea
la missionarietà come carattere essenziale di ogni chiesa, c’è stato anche un
chiaro appello dei vescovi, riassumibile nello slogan spesso ripetuto: “Per una
grande missione continentale”. Non si tratta di proselitismo o di una crociata
per il recupero dei milioni di fedeli che si sono allontanati dalla chiesa
cattolica per riversarsi nelle nuove chiese pentecostali. I vescovi chiedono
alle comunità cristiane di tornare a porsi domande fondamentali: a chi spetta
annunciare? chi dobbiamo annunciare? a chi è rivolto il nostro annuncio? con
quali mezzi possiamo diffondere il messaggio?» Ma il teologo Paulo Suess storce
il naso davanti allo slogan e mette in guardia sui possibili fraintendimenti
che la parola “missione” potrebbe causare: «Secoli di conquista e dominazione
europea hanno conferito al termine “missione” connotati colonialisti. Oggi si
dovrebbe “de-missionarizzare” la chiesa, per renderla sempre più una comunità
che sa convivere con l’altro, con il diverso, ed è capace di dialogo
interreligioso».
Mons. Girardi è contento anche del fatto che nel
documento finale i popoli amerindi e afro-americani occupino un posto di
rilievo. Esprime, però, una lamentela: «La teologia india continua a rimanere un tema tabù per la maggioranza
dei vescovi. Si è fatto troppo poco. Ma almeno si è affermata la speranza che
si possa avere presto un vescovo indio, che il numero dei prelati
afro-americani aumenti e che ci sia una liturgia veramente inculturata».
La teologa Silvia Regina mi ha espresso il suo
rammarico per i pochi vescovi neri presenti alla conferenza. Gilio Felicio,
l’unico vescovo afro-brasiliano, era in veste di “supplente” della delegazione
brasiliana. «Visto che in questa nazione il 45% della popolazione è afro e che
ad Aparecida c’è il santuario della Vergine Nera, mi aspettavo di vedere più
facce nere. Ovvio che anche vescovi bianchi possono essere efficaci portavoce
dei gruppi afro. Ma una persona che non vive anche “corporalmente” le
difficoltà che i neri sperimentano nelle nostre nazioni, difficilmente chiederà
che una risposta a tali difficoltà figuri tra le priorità della chiesa. Del
resto, lo scarso numero di vescovi neri ha come diretta conseguenza il fatto
che la riflessione sulla “negritudine” all’interno della chiesa
latino-americana è ancora alquanto superficiale. Spesso tutto si riduce alla
celebrazione di una messa “all’africana”, dove simboli, colori e musiche altro
non sono che cosmesi e folclore».
Volendo concludere con una sintesi estrema, si può
affermare che sia il Messaggio al popolo dell’America Latina e dei Caraibi sia il Documento di Aparecida risentono di un compromesso per accontentare le due
tendenze della chiesa del sub-continente: quella dottrinale e quella pastorale.
Toccherà ai rappresentanti dell’una e dell’altra impegnarsi nell’aspetto che è
loro più consono.

di Paulo Lima
da Aparecida do Norte (Brasile)
Nigrizia/ Luglio-agosto 2007





















































Martedì 19 Febbraio 2008 14:38

Solo la laicità salva le religioni

Pubblicato da Stefano Blasi
II 19 maggio, l’Algeria, che una volta si voleva
Paese laico, ha emesso un nuovo decreto contro l’esercizio dei culti non
musulmani, cioè contro il cristianesimo. Il decreto, reso pubblico il 4 giugno,
«fissa le condizioni e modalità dello sviluppo delle manifestazioni religiose
dei culti altri che il musulmano». Un decreto chiaramente contrario alla
libertà di coscienza.

Già nel 2006, il 28 febbraio, il 24 e 25 maggio, alcune
ordinanze o decreti avevano preparato la via a questo documento ufficiale. Una
manifestazione religiosa è un raduno momentaneo di persone organizzato da
associazioni in edifici accessibili al pubblico; deve essere sottomessa al wali
(governatore) almeno cinque giorni prima. Deve includere nomi e domicili degli
organizzatori, essere firmata da tre di loro, indicare lo scopo dell’incontro,
la sede dell’associazione che l’organizza, luogo, giorno, ora e durata, il numero
dei partecipanti, il modo di assicurare il sereno sviluppo del raduno fino alla
dispersione dei partecipanti, ecc. Se c’è «pericolo per la salvaguarda
dell’opinione pubblica», le autorità possono negare il permesso.

In pratica, sarà impossibile organizzare una
manifestazione e ottenerne il permesso. Inoltre, chiunque cerca di convertire
un musulmano a un’altra religione può essere condannato a cinque anni di
prigione e a una multa fino a 10 mila euro. Anzi, chiunque «fabbrica o
distribuisce libri o riviste o video ecc. allo scopo di indebolire la fede
musulmana» subisce le stesse pene. Invece convertire un cristiano all’islam è
un atto lodevole.

Si dice
che questo decreto non sia contro i cattolici (10 mila su 33 milioni in
Algeria), ma contro i nuovi gruppi protestanti che fanno proselitismo. Sarà
probabile. Non di meno è inaccettabile. Ogni persona ha diritto di fare
propaganda per le sue idee. Certo, tutti siamo invitati a rispettare l’altro, a
non aggredirlo, forse ideologicamente. Ma proclamare la propria convinzione è
un diritto fondamentale. Mi domando spesso se non ci sia anche un diritto a
proteggere la propria cultura. E la religione appartiene alla cultura di un
popolo. In questo senso, il decreto algerino mira a proteggere la cultura musulmana
del Paese. Per lo stesso motivo, la Malaysia ritiene che ogni malay è - per
natura sua, si potrebbe dire - musulmano. Perciò un malaysiano non può
convertirsi al cristianesimo. Cito il caso di Lina Joy, malaysiana diventata
cristiana senza che nessuno l’abbia evangelizzata: ha potuto cambiare nome
sulla sua carta d’identità, ma sullo stesso documento non ha potuto mutare
religione (M.M., ottobre 2006, p. 19). E i guardiani della sharia hanno detto
che se vuole essere cristiana può emigrare, ma se vuole rimanere nel Paese non
può cambiare religione.

Il fatto
evidenzia il conflitto tra legge islamica, che proibisce le conversioni, e
Costituzione civile, che garantisce la libertà di religione. Il 7 giugno
scorso, a un dibattito pubblico organizzato dal Democratic Action Party in
presenza di oltre 600 persone, il professor Azmin Sharom ha concluso così il
suo discorso: «Solo la laicità dello Stato può proteggere tutte le religioni».
Gli ha risposto Yusri Mohamad, presidente del Muslim Youth Movement of Malaysia:
«Il rispetto dell’islam viene prima di ogni possibile dialogo». 

Proprio questo è il problema: quale dei due diritti è
superiore? Quello della persona umana, libera di fare le proprie scelte anche
religiose, o quello della comunità di proteggere la propria cultura, vietando
la conversione religiosa?

La risposta del mondo musulmano è argomentata sul
fatto che la comunità ha priorità sull’individuo. Questa era anche la risposta
dei cristiani fino all’epoca moderna, che si appoggiava ad argomenti teologici:
la difesa del gruppo, e dell’identità del gruppo, prevale su quella
dell’individuo.

Oggi
vari studiosi del diritto naturale pongono la domanda se la difesa della
cultura di gruppo non sia un «diritto naturale», alla pari con il diritto alla
libertà religiosa. Se la cultura del gruppo prevale sulla libertà personale, si
dovrebbe dire che l’Europa non ha più una cultura da difendere! Rimango
convinto che la libertà personale sia caratteristica dell’ingresso nella
modernità. E sono d’accordo con il professor Sharom nel dire che solo la
laicità protegge la persona e salva le religioni.

di Samir
Khalil Samir

Gesuita e islamologo

Mondo e Missione / Agosto-Settembre
2007

Giovedì 05 Aprile 2007 16:09

IDENTIKIT DI UNA NUOVA SPIRITUALITÀ

Pubblicato da Fabrizio Foti

IDENTIKIT DI UNA NUOVA SPIRITUALITÀ

AL FORUM DI NAIROBI UNA RIFLESSIONE IN TEMPO DI CRISI

NAIROBI. Quali tratti, quali colori, dovrebbe avere la spiritualità per "un altro mondo possibile"? È stato questo il tema di uno dei seminari svoltisi durante il Forum di teologia, promosso dalla Rete Europea di Chiesa per la Libertà (un network di gruppi, comunità e movimenti cattolici di base di una quindicina di Paesi europei), a cui hanno preso parte Evaristo Villar e Pilar Yuste della rivista Éxodo, Hugo Castelli della Chiesa di base di Madrid, la teologa e religiosa del Sacro Cuore Maria José Arana, il teologo e missionario claretiano José María Vigil. La ricerca di una nuova spiritualità è chiamata a fare i conti con l'emergere di un nuovo paradigma, quello del pluralismo religioso, con cui la biodiversità religiosa diventa un "valore sacro", un dono di Dio, e ogni pretesa di considerare la propria religione come "quella vera", e conseguentemente di volerla imporre agli altri, perde ogni ragion d'essere di fronte all'evidenza che tutte le religioni che lavorano a favore dell'umanità risultano ugualmente valide, ugualmente preziose. Ma tale ricerca deve fare i conti, anche, con la stessa crisi delle religioni, così come si sono strutturate 5mila anni fa, durante la rivoluzione agraria del neolitico. È in Europa, dove la società agraria sta volgendo al tramonto, che la crisi delle religioni starebbe iniziando a manifestarsi, mostrando l'incompatibilità di ogni sistema di credenze con la nuova società della conoscenza, e aprendo la strada a una spiritualità senza religioni. Una spiritualità tutta da costruire, ma il cui nucleo potrebbe già essere individuato nella cosiddetta regola d'oro (in positivo: "tratta gli altri come vorresti che gli altri trattassero te" o in negativo: "non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te"), in cui si trova l'essenza stessa della tradizione ebraico-cristiana e che si incontra in tutte le religioni quasi con le stesse parole: "una base comune minima eppure enorme", ha affermato José María Vigil, e non solo etica, ma anche spirituale, perché "che un fratello soffra la fame è per me un problema di spiritualità". Un'ipotesi di lavoro, quella presentata durante il seminario, che ha, inevitabilmente, suscitato critiche e perplessità: c'è chi individua in essa "una visione eccessivamente occidentale", chi teme una deriva individualista e spiritualista e chi ritiene che le religioni debbano essere purificate e non superate. Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, un commento sul seminario di uno dei relatori, Evaristo Villar. (c. f.)

 da Adista Documenti n°24 del 24 Marzo 2007

UNA SPIRITUALITÀ IMBEVUTA DI PRASSI, UNA PRASSI IMPREGNATA DI SPIRITO

NAIROBI. Nuova spiritualità cercasi, una "spiritualità per un altro mondo possibile": il tema, per l'appunto, della seconda edizione del Forum mondiale di Teologia e Liberazione svoltosi a Nairobi dal 16 al 19 gennaio (v. Adista nn. 18 e 22/07). Una spiritualità imbevuta di prassi, che si faccia carne nella storia, "onesta", per usare un'espressione del teologo Jon Sobrino, nei confronti della realtà. Una spiritualità che guarisca dalle "patologie" che la deturpano, come ha illustrato il teologo spagnolo Juan José Tamayo durante l'ultima sessione di lavoro del Forum, centrata su "Spiritualità e rispetto della diversità", a cui ha preso parte insieme alla nigeriana Teresa Okure e alla portoricana Eunice Santana de Valez. Una spiritualità, ha affermato quest'ultima, "che non abbia paura di lasciarsi ispirare dalla lettura di altre religioni, che riconosca la complessità estrema di tante questioni e dunque la necessità di affrontarle senza arroganza, che sia cosciente del fatto che tutto è relazionato a tutto, che tutti siamo membri di uno stesso corpo e soffriamo e gioiamo ad ogni sofferenza e gioia di ciascuna delle sue parti, che ci sfida a camminare insieme, costruendo legami e alleanze, alla ricerca di alternative come l'Alba, l'Alternativa bolivariana delle Americhe".
Sono quattro, secondo Tamayo, le idee fondamentali attorno a cui va ripensata, riformulata e rivissuta la spiritualità nell'orizzonte della diversità culturale e religiosa del nostro mondo: l'interculturalità, l'interidentità, l'interspiritualità e l'interliberazione, quest'ultima presente in tutti i suoi diversi cammini e in tutte le sue diverse dimensioni, "personale e comunitaria, politica ed economica, interiore e strutturale, religiosa e culturale". Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, l'intervento, con alcuni tagli, del teologo spagnolo, da lui dedicato "Ai bambini e alle bambine di Kibera, a Nairobi, la baraccopoli più densamente popolata dell'Africa - 800mila persone -, simbolo dell'esclusione determinata dalla globalizzazione neoliberista, che mi hanno affettuosamente accolto con il saluto ‘karibu' (benvenuto) e con i quali ho sognato per alcune ore un ‘altro mondo possibile'. Che il Forum Mondiale di Teologia e Liberazione e il Forum Sociale Mondiale, celebrati questi giorni a Nairobi, risveglino la coscienza dei governanti e generino la ribellione degli esclusi". (claudia fanti)

da Adista Documenti n°24 del 24 Marzo 2007

MA IO VI "DICO": DA GERUSALEMME LE PAROLE DEL CARDINAL MARTINI ALLA CHIESA ITALIANA

GERUSALEMME. Né la distanza, né l'età, né la malattia hanno affievolito la sua voce: anche da Gerusalemme, il card. Carlo Maria Martini parla alla Chiesa italiana e offre un punto di riferimento a quanti non si riconoscono nello stile impresso alla Cei dal card. Camillo Ruini, in attesa delle prime mosse concrete del suo successore, mons. Angelo Bagnasco. L'occasione è il ‘pellegrinaggio' che 1300 fedeli dell'arcidiocesi di Milano, guidati dal loro vescovo card. Dionigi Tettamanzi, hanno effettuato in Terra Santa per andare a festeggiare gli 80 anni di Martini. E durante una messa celebrata nella Basilica della Natività di Betlemme, il cardinale (come riportato da Repubblica e dal Corriere della Sera del 16/3) è intervenuto, in termini come sempre non espliciti ma chiari, sulla polemica dei Dico e sulle iniziative promesse dalla Cei per fermarli.
Queste le parole di Martini: "È un grande compito che dobbiamo portare avanti, per il quale io prego nella mia intercessione quotidiana: che ci sia dato, anche come Chiesa italiana, di dire quello che la gente capisce: non un comando dall'alto che bisogna accettare perché è lì, viene ordinato, ma come qualcosa che ha una ragione, un senso, che dice qualcosa a qualcuno...". "Bisogna farsi comprendere ascoltando anzitutto la gente", aggiunge, "le loro necessità, problemi, sofferenze, lasciando che rimbalzino nel cuore e poi risuonino in ciò che diciamo, così che le nostre parole non cadano come dall'alto, da una teoria, ma siano prese da quello che la gente sente e vive, la verità dell'esperienza, e portino la luce del Vangelo".

La famiglia, il cardinale lo aveva già accennato nelle scorse settimane, va "promossa" più che "difesa". E Martini ricorda anche il suo discorso sulla famiglia per la vigilia di Sant'Ambrogio del 2000 (v. Adista n. 1/01), in cui aveva ribadito che "al vertice delle nostre preoccupazioni ci dev'essere il proposito di sostenere positivamente e di promuovere le famiglie in senso proprio, non di penalizzare le unioni di fatto" e avvertiva che "è importante non lasciarsi dominare dal panico da accerchiamento e da recriminazioni senza frutto". La famiglia, ripete oggi, "è una istituzione che ha una forza intrinseca, la forza non è data dall'esterno e da chissà dove. Bisogna che questa forza sia messa in rilievo, che la gente la desideri, la ami, e faccia sacrifici per essa".

Quanto ai problemi della Chiesa di fronte alla modernità, Martini precisa che "la modernità non è una cosa astratta. In verità ci siamo dentro, ciascuno di noi è moderno se vive autenticamente ciò che vive. Non è questione di tempi. Il problema è essere realmente presenti alle situazioni in cui si vive, essere in ascolto, lasciare risuonare le parole degli altri dentro di sé e valutarle alla luce del Vangelo". Non è il caso di vivere tra costanti timori e recriminazioni: "Durante l'omelia ho parlato delle comunità che troppo spesso rimangono prigioniere della lamentosità. Il Signore vuole che noi guardiamo alla vita con gratitudine, riconoscenza, fiducia, vedendo le vie che si aprono davanti a noi. Quando andavo nelle parrocchie a Milano, trovavo sempre chi si lamentava delle mancanze, del fatto che non ci sono giovani. E io dicevo di ringraziare Dio per i beni che ci ha concesso, non per quelli che mancano. Dicevo che la fede, in una situazione così secolarizzata, è già un miracolo. Bisogna partire dalle cose belle che abbiamo e ampliarle. L'elenco delle cose che mancano è senza fine. E i piani pastorali che partono dall'elenco delle lacune sono destinati a dare frustrazioni e non speranze". (a. s.)

da Adista Notizie n° 23 del 24 Marzo 2007

CONTRO JON SOBRINO LA PRIMA NOTIFICAZIONE DEL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI.

MA NON È UNA CONDANNA

CITTÀ DEL VATICANO. Il colpo è arrivato, ma attutito: la "Notificazione sulle opere di p. Jon Sobrino" da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, la prima sotto il pontificato di Benedetto XVI, per quanto riscontri nell'opera del teologo "proposizioni non conformi con la dottrina della Chiesa", non prevede, come si era temuto, esplicite sanzioni.
La voce di una possibile condanna del 69enne teologo di origine basca, residente nel Salvador dal 1957, circolava già da qualche settimana: per questo, al Forum Mondiale di Teologia e Liberazione, svoltosi a Nairobi dal 16 al 20 gennaio scorso, i teologi avevano voluto rendergli un pubblico omaggio (Adista lo ha pubblicato sul n. 18/07), senza però rinunciare alla speranza che all'ultimo minuto il Vaticano decidesse di lasciare la Notificazione in un cassetto. Era stato il quotidiano spagnolo El Mundo, il 9 marzo scorso, ad annunciare, per il 15, la pubblicazione del provvedimento, che, secondo il quotidiano, avrebbe dovuto imporre al teologo il divieto di insegnare in un qualsiasi centro cattolico e di pubblicare libri con il nihil obstat dell'autorità ecclesiastica. A confermarlo era stato, l'11 marzo, l'arcivescovo di San Salvador in persona, l'opusdeista Fernando Sáenz Lacalle, il quale, durante la conferenza stampa successiva alla messa domenicale in cattedrale, si era premurato di comunicare la decisione della Congregazione per la Dottrina della Fede su Sobrino, precisando come in Vaticano "già da tempo si studiassero i suoi scritti" e come "già da anni fossero stati mandati avvertimenti" al teologo. "Quello che dice la Santa Sede – aveva dichiarato l'arcivescovo – è che le conclusioni degli studi teologici su Cristo che il padre Sobrino ha pubblicato non sono concordi con la dottrina della Chiesa ed egli non potrà insegnare teologia in nessun centro cattolico finché non riveda le sue conclusioni".

Il mistero delle sanzioni
Pubblicata dalla Sala Stampa vaticana il 14 marzo, un giorno prima di quanto previsto da El Mundo, la Notificazione – che riguarda due libri di cristologia di Sobrino, Jesucristo Liberador. Lectura histórico-teológica de Jesús de Nazaret, del 1991, e La fe en Jesucristo. Ensayo desde las víctimas, del 1999 (entrambi pubblicati in italiano dalla Cittadella di Assisi, nel 1990 e nel 2001) – non dice nulla a proposito delle sanzioni di cui aveva dato notizia El Mundo e che erano state confermate da Sáenz Lacalle. Un fatto che non ha ovviamente mancato di suscitare gli interrogativi più vari: se cioè le sanzioni non fossero previste fin dall'inizio o se piuttosto siano state eliminate all'ultimo, e, in quest'ultimo caso, se per disaccordi interni al Vaticano, su pressione della Compagnia di Gesù o per timore dello scalpore che tali misure stavano provocando (v. notizia successiva). In ogni caso, come ha precisato ai giornalisti il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, p. Federico Lombardi, lui stesso gesuita, il provvedimento "non è una condanna o una sanzione esplicita nei confronti della persona", ma una puntualizzazione per chiarire che "alcune sue affermazioni non corrispondono al pensiero e alla dottrina della Chiesa": il teologo avrebbe cioè approfondito maggiormente "il versante dell'umanità" di Gesù, lasciando in ombra o sottovalutando "la dimensione che unisce Cristo a Dio". "Spetterà poi alle competenze dei singoli vescovi o rettori locali - ha spiegato Lombardi ai giornalisti - decidere se accettare o meno i suoi insegnamenti o i suoi testi": una frase oltremodo significativa, che sembra allontanare ulteriormente il rischio di sanzioni.

Gli "errori" del teologo
La Congregazione per la Dottrina della Fede aveva deciso già nell'ottobre del 2001 di iniziare sui due volumi del teologo "uno studio ulteriore e approfondito", adottando, per via dell'"ampia diffusione" dei suoi scritti, la "procedura urgente". In seguito a tale esame, nel luglio del 2004 era stato inviato all'autore, per mezzo del Preposito Generale della Compagnia di Gesù, p. Peter Hans Kolvenbach, un Elenco di proposizioni erronee e pericolose rilevate nei due libri, a cui Sobrino aveva risposto nel marzo del 2005: una risposta che, all'esame della Congregazione, non era risultata "soddisfacente". Da qui la decisione di pubblicare la Notificazione "allo scopo di offrire ai fedeli un criterio di giudizio sicuro, basato sull'autentica dottrina ecclesiale, circa alcune affermazioni contenute negli scritti dell'autore", relativamente ai presupposti metodologici, alla divinità di Gesù Cristo, all'incarnazione del Figlio di Dio, alla relazione fra Gesù Cristo e il Regno di Dio, all'autocoscienza di Gesù Cristo e al valore salvifico della sua morte. Accompagna la Notificazione una Nota esplicativa che riconosce la preoccupazione di Sobrino "per la situazione dei poveri e degli oppressi, specialmente in America Latina" - preoccupazione che, afferma, "appartiene senza dubbio alla Chiesa intera" -, ma sottolinea la necessità di mettere in rilievo i "gravi difetti, sia metodologici che di contenuto" presenti nell'opera del teologo.

Il primo errore di Sobrino sarebbe quello di considerare come luogo ecclesiale della cristologia la "Chiesa dei poveri" e non "la Fede apostolica trasmessa attraverso la Chiesa a tutte le generazioni". Il teologo non presterebbe "la debita attenzione alle fonti", e sarebbe proprio questa, a giudizio della Congregazione, "la causa dei problemi presenti nella sua teologia". La Notificazione, firmata il 26 novembre del 2006 dal card. William Levada e da mons. Angelo Amato, rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione (la si può leggere integralmente sul sito del Vaticano: www.vatican.va), accusa Sobrino di non affermare con la debita chiarezza la divinità di Gesù, ritenendola presente nel Nuovo Testamento soltanto "in germe", e rivelando "una concezione erronea del mistero dell'Incarnazione e dell'unità della persona di Gesù Cristo". Il documento contesta ugualmente la sua visione del rapporto fra Gesù e il Regno di Dio, centrata sulla distinzione tra mediatore, la persona di Gesù, e mediazione, il Regno di Dio inteso come realizzazione della volontà di Dio su questo mondo: secondo la Congregazione, per quanto Sobrino definisca Gesù come mediatore definitivo, ultimo ed escatologico del Regno, "il vincolo fra di essi risulta privato del suo contenuto peculiare e della sua singolarità". Secondo la Congregazione, nella riflessione del teologo non appaiono "con la dovuta chiarezza" né la relazione filiale di Gesù con il Padre - "l'intimità e la conoscenza diretta ed immediata che egli ha del Padre" - né il valore salvifico della sua morte: si contesta a Sobrino la riduzione dell'efficacia della morte di Gesù al valore di esempio motivante per gli altri e alla rivelazione dell'Homo verus fedele a Dio fino alla morte sulla croce: "La morte di Cristo sarebbe in tal modo exemplum e non sacramentum". (claudia fanti)


da Adista Notizie n° 23 del 24 Marzo 2007

II FORUM MONDIALE DI TEOLOGIA E LIBERAZIONE IL PLURALE DI DIO

NAIROBI. (dall'inviata) Il volto plurale della Teologia della Liberazione, nel suo fecondo intrecciarsi con le teologie contestuali (quelle teologie, cioè, fortemente caratterizzate dal "contesto", che si sono sviluppate negli ultimi decenni nel Terzo Mondo), si è espresso con forza anche a Nairobi, dove si è svolta, accompagnando il Forum Sociale Mondiale, la seconda edizione del Forum Mondiale di Teologia e Liberazione (v. Adista n. 16/06). Sulla teologia afro-amerindia e su quella femminista, in particolare, si è soffermata, nello spazio riservato ai laboratori e ai seminari, la teologa afrocolombiana Maricel Mena López, rileggendo la Tdl alla luce "delle questioni sollevate dai differenti gruppi di afro-americani, indigeni, donne", dove "la differenza di razza, etnia, genere e religione sembra modificare non solo la comprensione teorica della liberazione, ma anche la sua realizzazione effettiva nella storia". Per le teologhe, e in generale per le donne "in quasi tutte le religioni conosciute", la strada, tuttavia, è ancora in salita: "Le società nelle quali i discorsi e le pratiche religiose nascono sotto il manto dell'ispirazione divina – ha affermato la teologa afrocolombiana – hanno poco interesse ad includere il discorso femminile sulla rivelazione". Gli istituti teologici - ha aggiunto Luiza Tomita, segretaria esecutiva dell'Associazione ecumenica di teologi e teologhe del Terzo Mondo (Asett o, nella sigla in inglese, Eatwot) - chiudono le porte a chi fa teologia da una prospettiva femminista, perché "non vogliono femministe ad insegnare cristologia, mariologia, ecclesiologia". E "in gioco non c'è solo la questione del femminismo, ma quella del potere all'interno della Chiesa". Tema, quest'ultimo, su cui anche la Tdl si è mostrata – e pure questo forum lo ha confermato – ampiamente deficitaria: "Si è riflettuto ampiamente sul potere politico - ha proseguito Luiza Tomita - ma non sul potere all'interno della Chiesa, sulle sue strutture gerarchiche".
Di seguito ampi stralci dell'intervento di Maricel Mena López, in una nostra traduzione dallo spagnolo. (claudia fanti)

Adista Documenti N°22 del 17 marzo 2007

Pagina 21 di 28

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news

per contattarci: 

info@dimensionesperanza.it