Giovedì, 24 Agosto 2017
Martedì 09 Gennaio 2007 12:27

COSÌ VICINO AL CIELO

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Nell’eremo di Charles de Foucauld all’ Assekrem.

COSÌ VICINO AL CIELO

Non c’è niente e nessuno. Solo il sibilare del vento, che si infila tra le guglie e le gole di quello che probabilmente è uno dei luoghi più suggestivi al mondo: il massiccio dell’Hoggar e, nel suo cuore, l’altipiano dell’Assekrem, dove Charles de Foucauld si ritirò in eremitaggio. Non c’è niente e nessuno, solo sassi, rocce e pareti ardite su cui si infrangono luci e ombre. E quel silenzio perfetto che oggi, come ai tempi di frère Charles, risuona d’assoluto.

Arrivare qui in stagione non turistica significa davvero fare esperienza di deserto. Tre ore di pista, da Tamanrasset, durante le quali è raro incrociare un altro fuoristrada. E poi, quei pochi metri a piedi per raggiungere l’eremo, col fiato spezzato dai quasi tremila metri d’altitudine. Qui i turisti e i pellegrini assaporano tramonti e albe indimenticabili. Mentre i due piccoli fratelli, che discretamente custodiscono questi luoghi, si godono una vita di solitudine, preghiera, meditazione e accoglienza. Edouard e Alain hanno i volti scolpiti dal vento come queste rocce. Hanno parole misurate come chi conosce il valore del silenzio. Hanno modi cordiali di accogliere l’ospite pur conservando un’austera sobrietà. Edouard, classe 1927, è in Algeria dal ‘54, all’Assekrem da 33 anni. Alain, che di anni ne ha 83, è arrivato qui nell’82. Continuano una tradizione di appartenenza e fedeltà a questi luoghi, al loro significato e ai suoi visitatori, che dura dal 1955, quando i piccoli fratelli Antoine e Jean Marie cominciarono a garantire una presenza che né l’asprezza dei luoghi (e soprattutto la mancanza d’acqua) né le vicende politiche hanno più interrotto. Oggi con loro c’è un altro piccolo fratello, Ventura, cinquantenne, ex monaco trappista, arrivato tre anni fa. «Sembra un luogo fuori dal mondo», dice sorridendo Alain, mentre serve tè e biscotti su una terrazza naturale, che dà su un orizzonte senza confini. «E poi non ci si abitua mai a questa bellezza!», aggiunge, intuendo il pensiero di chi arriva qui per la prima volta e vaga con lo sguardo smarrito e incantato. «Sembra fuori dal mondo - ribadisce - ma è tutto il mondo che viene qui: gente di posti, culture, fedi diverse, con obiettivi diversi; chi per un ritiro spirituale, molti in pellegrinaggio, i più per turismo, senza sapere nulla di Charles de Foucauld. Così come molti algerini. Un mondo estremamente diversificato, universale. Per noi, una grande ricchezza». Loro accolgono tutti, e sono sempre più numerosi coloro che si recano sin lassù, soprattutto da quando si è chiusa la pagina buia del terrorismo e i tour operator hanno ripreso a portare fin nel cuore del Sahara viaggiatori e pellegrini. I primi erano già assidui di questi luoghi sino alla fine degli anni Ottanta; i pellegrinaggi, invece, sono divenuti più frequenti soprattutto negli ultimi anni, specialmente con il rinnovato interesse per Charles de Foucauld suscitato dalla sua beatificazione.

«Accogliamo tutti - aggiunge Edouard - senza fare distinzioni. E lasciamo a ciascuno la possibilità di scoprire ciò che vuole scoprire». E’ una meta, certo, l’Assekrem, ma - lo sanno bene i piccoli fratelli - chi arriva qui spesso finisce col mettersi in ricerca. Per trovare molto più di ciò che si aspetta. E questo vale non solo per coloro che vi trascorrono periodi di ritiro spirituale, meditazione e solitudine. O per il pellegrino sulle orme di frère Charles, che ne ritrova la spiritualità più autentica proprio là dove lui stesso si era ritirato in mezzo al nulla. Ma anche per il turista che non sa niente della vicenda umana e spirituale del «fratello universale» o per l’algerino che vuole conoscere il suo Paese. Tutti però trovano loro, i piccoli fratelli, segno di una presenza fedele e di un servizio alla Chiesa d’Algeria e all’Algeria stessa. «Durante gli anni del terrorismo - racconta Alain -, quando i turisti non venivano più, erano soprattutto gli algerini ad arrivare fin quassù. E a meravigliarsi di trovare questi posti e di trovare noi, che a questo luogo dedichiamo molte cure. Trovano una presenza di preghiera che spesso li tocca molto profondamente e che pone loro delle questioni. Trovano un luogo di incontro e di pace, di silenzio e non di scontro, in cui ci si ritrova sulle cose essenziali».

Arrivando all’Assekrem «ho avuto modo di scoprire un grande tesoro», scrive un algerino. nel libro degli ospiti custodito nell’eremo. E per questo ringrazia affettuosamente i fratelli.

«Sono molti i musulmani che venendo qui rimangono colpiti dalla semplicità del nostro luogo di preghiera», aggiunge Edouard, precisando che «la nostra è una vocazione contemplativa. La preghiera sta al cuore della nostra vita ovunque nel mondo».

La loro esistenza, del resto, continua ad essere scandita proprio dall’orazione, dalla lettura e meditazione della Parola, dalla celebrazione dell’Eucaristia, la mattina all’alba. E dal lavoro. Per quarant’anni i piccoli fratelli hanno lavorato alla stazione del servizio-meteo algerino, l’unica altra presenza sull’altipiano, insieme a una piccola guarnigione di militari, più recente, e ai gestori del rifugio che ospita i viaggiatori. «E’ tutta la nostra famiglia», dice Edouard, che ha prestato servizio alla stazione meteorologica sino alla pensione. Ed è il loro modo di vivere nel «nascondimento», che sembra paradossale in un luogo dove non c’è nessuno come l’Assekrem, ma che significa una vita «nascosta», «radicata», nella terra e nel popolo di cui hanno scelto di far parte e con cui hanno condiviso gioie e drammi; una vita mischiata alla gente comune, facendo i lavori più umili, con Gesù a Nazareth secondo la spiritualità di de Foucauld.

E’ mattina presto. Un’alba limpida e commovente lascia il posto al sole tiepido. I due piccoli fratelli escono dalla cappella dove ancora tutto parla di frère Charles: l’altare in pietra, la bisaccia tuareg che fa da tabernacolo... Alain prepara la colazione. L’acqua, bene raro e preziosissimo, è gestita con parsimonia, il pane è fatto in casa, perché qui i rifornimenti arrivano solo ogni quindici giorni, con l’auto del servizio meteo che porta il cambio degli addetti.

«Ce l’ha insegnato Antoine, suo padre era panettiere...», racconta Edouard, che va col ricordo agli anni in cui nella zona vivevano ancora una quindicina di famiglie tuareg a un’ora e mezza di marcia. «Ora ne è rimasta una sola che ci conosce ormai da quarant’anni, a più di due ore da qui». Anche Antoine non c’è più. E’ stato il primo ad arrivare all’Assekrem, nel ‘55, ma dopo sei anni si è trasferito a Tamanrasset. Ne è il curato, il notabile, in un certo senso «uno degli uomini più vecchi della città!», dice egli stesso schernendosi. Di cognome fa Chatelard, e tutti gli ammiratori di Charles de Foucauld vi si sono imbattuti per la straordinaria mole di studi e di scritti che ha pubblicato, molti dei quali tradotti in italiano dalle edizioni Qiqajon di Bose. Di Tamanrasset è stato tra i primi abitanti e a lungo il panettiere, quando la città contava 1.500 anime, prima che esplodesse per raggiungere le proporzioni colossali di oggi: centomila abitanti circa, in mezzo al deserto e senza acqua. Una città meticcia con gente del sud e molti arabi del nord, con una manciata di tuareg, minoranza in casa loro, e molti subsaharaiani, di passaggio lungo le rotte dell’immigrazione. Conosce tutti, Antoine, e tutti lo conoscono. E’ un punto di riferimento. «Esser qui da cinquant’anni vorrà pur dire qualcosa; si conosce la storia e la gente, si è letto e si è scritto...». E però sente che è tempo che qualcuno lo sostituisca, perché «questa Chiesa, la cui presenza è molto speciale, deve continuare, deve durare, si deve rinnovare». Lo dice quasi con sofferenza, proprio mentre le piccole sorelle di Gesù stanno partendo per sempre, lasciando un vuoto incolmabile. «Piccola sorella Hayat ha fatto nascere una buona parte della popolazione di qui...», dice con aria malinconica. «Ma la nostra presenza - aggiunge immediatamente - non si giustifica per quanti siamo o per le cose che facciamo. Non sono le cose che si fanno che legittimano la nostra presenza al servizio di un popolo.

Essa si gioca piuttosto sulla testimonianza e le conoscenze personali. Il senso è quello dell’”‘essere con”. Con l’altro, con il diverso, introducendo noi stessi una differenza che in nulla ci può sminuire, ma che può solo arricchirci».

Certo non vale per tutti. Non manca, qui come altrove, l’indifferenza, se non addirittura l’ostilità, soprattutto da parte dei nuovi venuti, portatori di un islam più radicale e intransigente, spesso più mischiato con la politica. «Il dialogo islamo-cristiano come lo si intende a Roma è astratto. Qui lo viviamo nella relazione quotidiana, al di là delle parole, nell’ incontro».

Un’esperienza che segna molto anche i pellegrini che vengono in visita ai luoghi di Charles de Foucauld:

la Fregate, il suo primo eremo, uno stretto parallelepipedo, col soffitto di rami di tamarindo, un tempo disperso in mezzo al nulla e ora soffocato dalle case; o il Bordj, il fortino costruito per ospitare le poche famiglie tuareg che vivevano nei dintorni, in caso di attacco. «La nostra missione è di parlare di lui e di farlo parlare, ma anche di collocarlo in questo contesto. La gente di qui vede arrivare i pellegrini, ci vede celebrare

la Messa; i visitatori vedono i nostri fratelli musulmani pregare cinque volte al giorno e affidarsi fiduciosamente a Dio. E’ importante, per noi come per loro, conoscerci, rispettarci, aprirci gli uni agli altri».

Mondo e Missione / Novembre 2006

Ultima modifica Mercoledì 14 Marzo 2007 01:21
Fabrizio Foti

Fabrizio Foti

Architetto
Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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