Lunedì, 21 Agosto 2017
Mercoledì 14 Marzo 2007 18:43

SFRATTO AGLI «SPIRITI»

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Religione tradizionale africana e cristianesimo

SFRATTO AGLI «SPIRITI»

Mons. Buti Tlhagale, arcivescovo di Johannesburg, esamina l’impatto del vangelo nella religione tradizionale nell’Africa Australe. Egli spiega come la conversione al cristianesimo produce un cambiamento di mentalità: Dio è la sorgente ultima della forza vitale e non gli antenati. Ma stregoni e indovini hanno ancora un ruolo guida nella società, per cui poco è cambiato nella vita quotidiana della gente. La trasformazione portata dal cristianesimo non è ancora completa e deve essere portata avanti nel rispetto della cultura della popolazione.

Nel mondo il cristianesimo è proclamato da quasi 2 mila anni; ma in Africa conta poco più di 150 anni. Benché l’incontro tra la popolazione indigena e i missionari sia stato difficile, anche gli africani hanno recepito il vangelo come messaggio destinato a «tutto il mondo e a ogni creatura» (Mc 16,15);  hanno partecipato all’effusione dello Spirito e sperimentato il fuoco della pentecoste. I loro cuori sono stati infiammati dalla parola di Dio, inculcata loro «in tempo e fuori tempo» (1 Tim 4,2); Gesù Cristo è stato proclamato «via, verità e vita», la «vera luce che illumina ogni persona» (Gv 1,9), compreso il popolo africano.

VERITÀ LIBERANTE
L’annuncio cristiano ha prodotto negli africani un impatto «sovversivo»: ha sconvolto le nozioni tradizionali riguardanti l’origine e il destino umano; soprattutto, ha inciso profondamente sul ruolo che gli antenati esercitano nella vita della gente.

Il messaggio evangelico, infatti, risponde alle aspirazioni più profonde del cuore umano, che coincidono con il progetto di Dio, origine e meta finale degli esseri umani. «Conoscerai la verità e la verità ti farà libero» dice il vangelo (Gv 8,32). Nella rivelazione cristiana Dio è padre dei vivi e dei morti, per cui gli antenati e gli esseri umani sono tutte sue creature. Di conseguenza Dio solo diventa il definitivo punto di riferimento, lui solo deve essere l’oggetto di fedeltà e adorazione, non più gli antenati.

Tale verità libera la mente superstiziosa dalle paure o dalle suggestioni provocate dagli «spiriti vagabondi». Nel contesto della fede cristiana, i vivi non aspirano più a essere puramente incorporati, dopo la morte, nella comunità degli antenati, ma vivono fin d’ora nella speranza di essere riuniti con Dio, dal quale hanno ricevuto lo spirito di vita. Inoltre, nasce una nuova consapevolezza: cioè, che gli antenati non sono imprigionati in un mondo vagamente definito degli spiriti, ma che anche essi sono in attesa di essere definitivamente redenti.

La verità su Dio ha la forza di rifondare le relazioni di potere tra i viventi e gli antenati. Questi ultimi sono inevitabilmente declassati dallo stato di «quasi idoli». Ai viventi viene offerta la libertà dei figli di Dio: liberi dalla paura del mondo degli antenati e degli spiriti maligni, che vagabondano per città e villaggi.

Tutte queste verità vengono accettate in teoria. La conversione a Cristo produce un cambiamento di mentalità e di percezione della natura degli antenati: la loro collocazione nell’ordine delle cose non può più essere la stessa. Nella pratica, però, l’accettazione di tali verità sembra aver scalfito superficialmente il ruolo, l’influenza e l’impatto degli antenati nella vita della gente. Il cambiamento non è stato così radicale come ci si sarebbe aspettato.

Nonostante la chiarezza del messaggio cristiano e l’impegno dei missionari, gli «spiriti vagabondi» non sono stati «sfrattati» dal loro piedistallo di «semi-dei» e continuano ad essere consultati, invocati, temuti.

ANTENATI E IZANGOMA
Nella religione tradizionale africana, il ruolo degli antenati è legato in generale all’esperienza umana del bene e del male, del benessere e della disgrazia, della salute e della malattia, della vita e della morte. In particolare, tale ruolo riguarda il destino dei membri di ciascun gruppo clanico.

Gli spiriti ancestrali sono descritti come esseri generalmente ben disposti verso i membri del proprio clan; al tempo stesso, però, sono ritenuti capaci di infliggere sofferenze ai vivi: o per puro capriccio, o per punire determinate colpe, o per vendicarsi di essere stati dimenticati, essi mandano sui loro discendenti ogni specie di male.

Nella visione cosmica africana gli antenati sono la sorgente ultima delle forze primordiali: un potere misterioso che dà la vita o la possono distruggere. Per liberarsi da eventuali disgrazie e malattie è necessario entrare in contatto con le forze primordiali che le causano.

Il contatto con gli spiriti ancestrali avviene attraverso il guaritore o divinatore che nell’Africa australe si chiama isangoma (plurale izangoma), funzione esercitata in maggioranza da donne, ma non di raro anche da uomini.

Si dice che l’isangoma è chiamata dagli antenati del proprio gruppo clanico e sperimenta tale vocazione attraverso la malattia, autentico segno che essa è posseduta (thwasa) dallo spirito ancestrale e ne diventa il ricettacolo.

Riconosciuta e accettata tale chiamata, l’isangoma deve sottoporsi a un lungo tirocinio presso un’altra isangoma, per apprendere l’arte della divinazione e della guarigione. Al tempo stesso, tale iniziazione introduce la nuova isangoma a una conoscenza esoterica, ne fa una persona separata e le conferisce uno stato di «sacralità» che incute timore e rispetto.

In quanto unico interprete dei desideri degli antenati, l’isangoma ha il potere di fare scaturire da essi la forza vitale che guarisce. Una volta diagnosticata la causa della malattia (quasi sempre attribuita allo scontento degli stessi spiriti ancestrali), procede alla prescrizione o cura medica, anch’essa suggerita dagli antenati. Tali cure includono offerte di sacrifici riparatori o propiziatori, rituali di «fortificazione» contro stregonerie e sortilegi, riti di purificazione (esposizione a fumi e vapori, bagni in acque lustrali, assunzione di sostante che provocano vomito, incensature, lavaggi intestinali...) e assunzione di medicine vere e proprie.

MALATTIA, MEDICINA E GUARIGIONE
L’indovino è uno specialista nelle malattie africane (ukufa kwabantu), che fanno parte della visione africana del mondo. La malattia è percepita come uno spirito, che può essere incarnato in una sostanza (come il sejeso/idliso, veleno africano) o rimanere nella forma di spirito; può essere diretto contro altre persone.

Sono tanti i mezzi con cui può essere causata una malattia: direttamente dagli spiriti, da fattucchieri (gettando il malocchio su un oggetto della vittima), da stregoni mediante le medicine, da odio e gelosia. In questo caso la persona gelosa può richiedere i servizi del fattucchiere per causare un malanno.

La malattia quindi è nel cuore di un sistema di credenze che comprende da una parte antenati, maghe e stregoni, e dall’altra sentimenti di odio e gelosia, emanati dal cuore umano. La malattia si dipana nel tessuto di relazioni frantumate tra gli stessi viventi o tra i vivi e gli antenati. La malattia africana non è un avvenimento accidentale, ma è sempre causata da agenti malvagi, da qualche persona, viva o morta.

In una società come quella africana, dove le relazioni umane sono fortemente sentite e ricercate, quando capitano eventi sfortunati e inesplicabili, fioriscono i sospetti. Tale percezione della malattia è caratteristica e profondamente impressa nella psiche africana. Di fronte alla malaria, per esempio, l’africano non si accontenta di sapere che essa è causata dalla zanzara; egli si chiede: chi ha mandato la zanzara per pungermi?

Anche la medicina, al pari della malattia, è intesa come un «potere misterioso». Per questo sono offerti sacrifici per placare l’ira degli spiriti ancestrali; si esorcizzano gli spiriti maligni picchiando le loro vittime, oppure vengono scacciati dal corpo con il vomito, bevendo acqua mescolata al sale o cenere; si inseriscono medicine sotto la pelle (ukugcoba) per proteggere la vittima dal male; si indossano amuleti protettivi per contrastare il potere degli spiriti maligni. La medicina per rinvigorire la forza vitale è ricavata da parti del corpo umano, peli di animali selvatici, pelle di serpenti.

Anche se malattia e cura riguardano il corpo umano, esse appartengono al regno spirituale. Corpo e spirito costituiscono una sola realtà. Per questo le izangoma, non si limitano a individuare le cause delle malattie e l’eventuale mandante, a prescrivere rimedi e medicine, ma cercano di far  scaturire dagli antenati un contro-potere che si oppone alle forze distruttive o previene quelle dei demoni vagabondi che spargono malanni.

Scopo dell’isangoma è sempre quello di ristabilire pacifiche relazioni tra gli esseri viventi, tra i vivi e il regno degli spiriti. Il processo per tale pacificazione e i riti usati denotano in lei una discreta esperienza psicologica e sociale. Essa conosce odi e amori interpersonali, conflitti e alleanze tra i gruppi familiari. È stato più volte provato che proprio l’attenzione e interesse dell’isangoma verso i suoi pazienti, la sua capacità di dipanare la matassa delle relazioni familiari e comunitarie sono alla base di certe sorprendenti guarigioni.

Il coinvolgimento fisico e mentale del paziente e dei familiari è un’altra chiave di volta della guarigione, in vista dello ristabilimento della pace e dell’armonia che devono esistere nel paziente stesso, tra individuo, gruppo, ambiente, mondo degli antenati e degli spiriti.

I riti stessi hanno una forte componente di suggestione simbolica e psicologica: l’isangoma danza e canta, fa danzare e cantare; va in trance per entrare in comunione con gli spiriti; pazienti e familiari vedono con i loro occhi la malattia che viene «vomitata» per la somministrazione di emetici; fumigazioni e bagni nell’acqua lustrale li proteggono dall’assalto delle forze ostili; il capro espiatorio, a cui viene addossato il castigo per il male, li libera dalla paura.

DISAGIO DEI CRISTIANI
Il culto degli antenati è più di una semplice «ritualizzazione di pietà filiale»; è la «via africana» di affrontare e vivere il mistero del male e della sofferenza; il modo con cui gli africani celebrano e comunicano con il mistero del sacro in cui sono immersi. Si tratta di un rituale diretto a rivitalizzare le forze naturali e celebrare la nuova vita o assorbire il dolore della dissoluzione della vita. Inoltre, è il riconoscimento rituale dell’esistenza di una realtà spirituale, una intensità di potere al di là della vita e delle cose naturali.

I cristiani sudafricani non solo capiscono perfettamente questa visione del mondo, ma la condividono: ne fanno parte. Essi appartengono a due mondi, quello tradizionale e quello cristiano, che non si sono ancora armonizzati.

E questo crea non poco disagio tra i cristiani: alcuni giungono perfino a stigmatizzare il mondo tradizionale e i suoi metodi di guarigione, ma poi sono felici di farvi ricorso, quando sperimentano disgrazie e sofferenze. È ormai di dominio comune l’osservazione di G. C. Oosthuizen, professore di Scienza delle religioni all’Università di Durban: «Durante il giorno e nelle conversazioni molti fedeli delle chiese storiche si dissociano dalle chiese indigene, ma sono presenti nei raduni notturni di guarigione» (Oosthuizen 1992). E durante tali riunioni non si fa altro di diverso da ciò che fanno le izangoma nelle cerimonie di guarigione.

Tale disagio deriva dal fatto che i cristiani continuano a far parte della visione cosmica africana e credono nella presenza degli spiriti ancestrali, ma sono incerti su come conciliare la credenza nella mediazione degli spiriti con il nuovo contesto cristiano. Tale inquietudine è sentita soprattutto in molti cattolici, quando vedono che alcune izangoma frequentano la chiesa e desiderano ricevere l’eucaristia. «Possono le izangoma ricevere la comunione?» si domandano, dal momento che esse pretendono di ricevere conoscenza esoterica, chiaroveggenza e poteri di guarigione dagli antenati e non da Gesù Cristo. Anzi, tale potere è percepito in opposizione o in competizione con quello di Cristo. Cristo e gli antenati sono visti come due autorità spirituali differenti. Per questo alcuni cattolici sostengono che non si può essere fedeli a tutti e due.

CHIESE INDIPENDENTI
Se alla luce della fede cristiana gli antenati non hanno quel potere straordinario accordato loro dalla tradizione africana, ne dovrebbe derivare una riduzione radicale del loro ruolo tra gli esseri viventi. Invece l’abbondante presenza di indovini e izangoma, quali interpreti e mediatori degli spiriti ancestrali, dimostra che è ancora molto forte la credenza nel potere sovrumano degli antenati e l’esistenza di demoni e spiriti maligni in giro per il mondo.

Tale sistema di credenze tradizionali è stato adottato da varie chiese indipendenti africane, nelle quali vengono miscelate le credenze tradizionali africane e alcuni elementi provenienti dal cristianesimo.

Esempio significativo di tale sincretismo è rappresentato dalla chiesa zionista, i cui «profeti» sono la versione moderna degli indovini tradizionali: si dicono chiamati da un antenato e dallo Spirito Santo; in alcuni casi lo Spirito Santo rimpiazza lo spirito ancestrale.

Le due tradizioni non stanno comodamente assieme: è un caso di vino vecchio in otri nuovi. I riti di guarigione celebrati nelle chiese indipendenti sono gli stessi compiuti dalle izangoma. Se da una parte il contesto sociale offerto da tali chiese sembrerebbe liberare i cristiani dallo stigma legato alle credenze africane nella stregoneria e negli spiriti maligni, dall’altra sono considerate come un «movimento moderno fabbricatore di streghe».

Eppure alle chiese indipendenti bisogna riconoscere alcuni meriti. Innanzitutto, a differenza delle chiese cristiane storiche (cattoliche e riformate), esse hanno preso sul serio la visione cosmica tradizionale africana e hanno tentato il dialogo con la religione cristiana. In secondo luogo, sembrano sapere affrontare meglio dei cristiani le condizioni di sofferenza della gente, offrendo loro il senso di appartenenza alla famiglia e comunità. Infine le chiese indipendenti permettono alle donne di giocare un ruolo significativo nella vita sociale.

Nonostante ciò, non viene cancellato il loro grande limite:  esse stanno perpetuando credenze superstiziose, invece di sfidarle alla luce della nuova esperienza di fede.

Guarigione nella tradizione cristiana

Nella tradizione della chiesa primitiva, il rituale di guarigione consisteva nell’unzione con olio e acqua da bere. A questi elementi era attribuito, nel nome di Gesù Cristo, il potere di guarire, «così che ogni febbre, ogni demone e ogni malattia possa sparire con questa bevanda e questa unzione» (Empereur 1986).

Nella tradizione cristiana, quindi, la guarigione è fatta non in nome degli antenati, ma nel nome e con il potere di Gesù Cristo, trasmesso dagli apostoli: «C’è tra voi un ammalato? Chiamate gli anziani della comunità ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore» (Gc 5,13-15).

Inoltre, nella tradizione cristiana la guarigione implica la fede da parte del malato e il perdono dei peccati. È la fede che dà al paziente la capacità di conoscere e partecipare al potere redentivo di Cristo, che porta la riconciliazione, non solo con la comunità e gli antenati, ma anche con Dio e con la chiesa.

Posti questi principi si impongono alcune domande: i cristiani che lasciano le loro chiese per attendere alle sessioni di guarigione nelle chiese indigene o per consultare le izangoma lo fanno perché dubitano del potere di guarigione di Cristo, oppure perché non trovano nelle chiese storiche quel supporto sociale, psicologico, comunitario che hanno saputo creare le chiese indipendenti?

Soprattutto, per superare il disagio dei cristiani delle chiese storiche, non basta rispondere alla questione se questa o quella isangoma può ricevere la comunione. Il vero problema riguarda gli aspetti di compatibilità o incompatibilità tra il sistema di credenze africano e il cristianesimo. È una questione di quanta strada abbia fatto il processo di evangelizzazione e se sia stato sviluppato o meno un atteggiamento critico nei confronti della cultura tradizionale alla luce del messaggio cristiano.

In tale processo critico, il potere di guarigione degli antenati e le izangoma possono essere viste in una luce differente: la guarigione viene mediante la fede in Cristo, invocato nel contesto del rituale di guarigione tradizionale; gli antenati possono anche essere invocati, non però come sorgenti ultime di potere in sé stessi, ma piuttosto come mediatori, poiché ora è Cristo la sorgente basilare del potere di guarigione.

Una cosa sta diventando sempre più chiara: la conversazione non avviene in un giorno e l’annuncio del vangelo non può più essere un monologo. Il sistema di credenze o la cosmovisione in cui è predicato il vangelo devono essere presi seriamente in considerazione, fino a instaurare un dialogo aperto.

Non si può pretendere di cancellare (o anche ridurre) la credenza nel potente influsso degli antenati, semplicemente retrocedendoli a un rango inferiore nella gerarchia delle forze. Stregoneria e divinazione non spariranno dichiarandoli semplicemente una finzione dell’immaginazione delle società tradizionali. La presenza degli spiriti maligni resisterà contro ogni tentativo di bandirla sommariamente dal cosmo africani.

È in questione la maniera tradizionale africana di affrontare i poteri soprannaturali e la realtà del male. Queste forze costituiscono il tessuto delle relazioni umane, sono una parte integrale dell’esperienza religiosa africana e perciò la base di una spiritualità africana. Per cui bisogna fare attenzione quando si è troppo preoccupati del potere degli antenati, del male della stregoneria e della dittatura dei demoni: cercando di eliminare il mitico e il superstizioso si rischia di gettare via il bambino con l’acqua sporca.

Non è possibile giustapporre semplicemente una nuova serie di dogmi accanto a «verità antiche», ritenendole ormai ridondanti o inadeguate all’incontro con la fede cristiana. Il nuovo deve coinvolgere il vecchio con tutta la sua limitatezza, altrimenti l’anima africana sarà lacerata e strappata dal suo centro vitale e non riuscirà ad accettare un altro centro su cui strutturarsi.

La novità evangelica deve essere articolata in tal maniera che l’esperienza umana non venga privata del proprio modo culturale di esprimersi e, al tempo stesso, deve permettere la trasfigurazione e purificazione della vecchia verità, operate dal potere vivificante del vangelo.

Buti Tlhagale

MC febbraio 2007

Ultima modifica Giovedì 07 Giugno 2007 23:29
Fabrizio Foti

Fabrizio Foti

Architetto
Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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