Sabato, 25 Novembre 2017
Domenica 20 Aprile 2008 19:25

Paese di violenze e squilibri, come possiamo dirci cristiani?

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“In Guatemala abbiamo una situazione paradossale: il 95% dei guatemaltechi si considerano cattolici (o cristiani), ma abbiamo anche l’indice più alto di disuguaglianze nella ripartizione dei beni. Se cristianesimo significa condividere, come mai c’è questo altissimo divario tra  ricchi e poveri?”. Non usa mezzi termini monsignor Alvaro Leonel Ramazzini Imeri, vescovo di San Marcos, presidente della Conferenza episcopale del Guatemala, per descrivere la difficile situazione sociale del suo paese. Che si aggiunge a un dopoguerra che fatica a trovare un equilibrio tra esigenze della giustizia e della riconciliazione. E a una forte diffusione di violenza criminale e urbana.

Monsignor Ramazzini il Guatemala è un paese inquieto. Ancora tanta violenza, forti squilibri sociali. Perché?

Perché la vita non viene rispettata. Inoltre abbiamo una società molto conflittuale. La guerra vissuta per 36 anni ci ha condizionato in modo tale che non siamo più capaci di usare il dialogo e il ragionamento pacato per risolvere i nostri problemi. Ricorriamo alla forza, alla repressione, ai linciaggi. Io mi chiedo cosa facciamo, noi cristiani, per rispondere a questa violenza. Sul fronte sociale, c’è una disintegrazione molto forte della famiglia, a causa delle migrazioni in America del nord. Gli emigrati si creano nuove famiglie e credono di risolvere i problemi inviando soldi. Invece i bambini crescono da noi senza la presenza e la protezione dei padri. Questi segnali ci dicono che qualcosa non funziona a livello di pratica religiosa: molte persone cercano nella religione solo una sorta di guarigione alle malattie, ai loro problemi psicologici.

Un tema scottante è l’impunità dei protagonisti della guerra civile, La Chiesa può fare qualcosa?

Cerchiamo di fare qualcosa. Abbiamo uffici per i diritti umani che informano, formano, organizzano incontri per giustizia inefficiente, con giudici che si lasciano corrompere o che sono indifferenti, con processi che durano anni. È un problema serio: sappiamo che nelle istituzioni ci sono persone che hanno fatto cose molto gravi, ma continuano a vivere in tutta tranquillità. E le iniziative giudiziarie avviate in altri stati (Spagna, ndr) non funzionano perché si invoca il principio di sovranità del paese: li si ferma tutto, nonostante il Guatemala abbia ratificato accordi internazionali in materia. Non sono fiducioso in proposito.

Il 9 settembre (2007 ndr) in Guatemala si vota per le presidenziali. Tra i candidati c’è anche il premio nobel per la pace, Rigoberta Menchù, leader del movimento Indigeno. Che valore ha la sua candidatura?
È un buon segno, vuoI dire che c’è una maturazione politica all’interno dei popoli indigeni. Purtroppo in questo momento in Guatemala il movimento indigeno è molto disarticolato: le comunità non riescono ad agire insieme per raggiungere obiettivi comuni. Però temo che la candidatura della Menchù sia stata avanzata troppo in fretta. Avrebbe dovuto aspettare: negli ultimi anni è stata spesso fuori dal paese, di conseguenza la popolazione non la conosce abbastanza, soprattutto i giovani. In più non partecipa alle elezioni con un proprio partito, che sarebbe stato un fattore importante. Doveva cominciare a organizzare un partito a base indigena non esclusiva, ossia integrando altri settori sociali, e presentarsi alle prossime elezioni con una sua proposta. Spero di sbagliarmi, perché abbiamo bisogno di alternative, e un’alternativa dal mondo indigeno sarebbe interessante. Ma esercitare il potere è un lavoro di grandissima responsabilità, che richiede notevole preparazione, soprattutto in un mondo globalizzato, in cui la nostra economia dipende dagli altri e soggiace a pesanti condizionamenti esterni, soprattutto degli Stati Uniti.

Lei ha partecipato alla quinta Conferenza dell’episcopato latino-americano ad Aparecida, in Brasile, Quali frutti principali ha prodotto?
È andata molto bene. Abbiamo cercato di essere sinceri e obiettivi sui problemi più importanti della Chiesa e della società in America Latina. E’ stato molto importante riprendere il tema delle comunità ecclesiali di base e della scelta preferenziale ed evangelica per i poveri come esigenza da rivolgere all’intero popolo cristiano, compresi noi vescovi, per vivere davvero in atteggiamento di povertà, non rimanendo nella teoria. Abbiamo parlato anche della necessità di dichiararci in uno stato permanente di missione e pensare alla missione ad gentes, al di fuori delle nostre diocesi e paesi. In questo senso ci sono ottime aspettative. Ma saremo capaci di portare avanti questo impegno, o rimarranno parole sulla carta? E’ una sfida, credo ci sia la volontà di essere coerenti con gli impegni presi.

Di cosa ha bisogno oggi il cristianesimo in America Latina?
Bisogna tornare a ciò che è essenziale nella vita cristiana: essere discepolo e missionario. In molte occasioni siamo molto più attenti all’elemento istituzionale della Chiesa, ossia a non perdere fedeli e ad aumentare il numero dei battezzati, e dimentichiamo l’essenziale del cristianesimo. In America Latina e America del nord non è in crisi solo l’aspetto istituzionale della Chiesa, ma il cristianesimo stesso. Bisogna chiedersi quale pratica del cristianesimo conduciamo e proponiamo. Anche perché, se non ci fosse questa crisi, avremmo un continente con più pace, più giustizia, maggiore rispetto verso i migranti, e non contrasti e disuguaglianze tanto gravi.


di Patrizia Caiffa
Italia Caritas /Settembre 2007


Problemi sociali gravissimi dopo 36 anni di guerra civile
Il Guatemala, piccolo paese dell’America centrale, ha vissuto per 36 anni una guerra civile, finita con gli Accordi di pace del 1996, che ha lasciato dietro di sé 200 mila morti, soprattutto Indigeni discendenti dai maya, e un milione.e mezzo tra profughi, vedove, orfani e desaparecidos. Il  90% dei massacri sono stati compiuti dall’esercito, il resto dalla guerriglia. Rimane oggi un’eredità pesante di ingiustizie economiche e sociali a tutti i livelli, aggravata da una totale mancanza di giustizia nei confronti del responsabili dei crimini contro l’umanità, primo fra tutti l’ex generale dell’esercito Rios Montt, ancora coinvolto nella vita politica e in cariche istituzionali che gli assicurano l’impunità.
Anche la Chiesa ha avuto i suoi martiri, tra cui i 77 catechisti del Quiché, per i quali è in corso a livello diocesano la causa di canonizzazione. Il più famoso è stato però il vescovo monsignor Juan Gerardi Conedera, ausiliare di Città del Guatemala, ucciso il 26 aprile 1998, due giorni dopo aver presentato un rapporto della Chiesa sulle responsabilità e i crimini commessi durante il conflitto.
Il paese centramericano, che sarà chiamato alle urne a settembre per eleggere il nuovo presidente della repubblica, è un concentrato di gravi problemi sociali. Su 13 milioni di abitanti, l’80% vive al di sotto della soglia della povertà, il 13,5% con meno di 1 dollaro al giorno, mentre una ristretta oligarchia bianca detiene il potere economico e politico, il 22% della popolazione è malnutrito (il Guatemala è settimo tra i paesi con il più alto indice di denutrizione), la mortalità infantile è una delle più alte al mondo (43 ogni 1000 nati prima dei 5 anni), la sanità è troppo onerosa per i poveri, il tasso di analfabetismo è alto, migliaia sono i bambini di strada vittime di soprusi a Città del Guatemala, Violenza e criminalità continuano a fare registrare tassi elevatissimi: dal 2004 al 2006 sono stati commessi 2.400 omicidi.

L’impegno Caritas
La Chiesa in Guatemala ha svolto un ruolo significativo nel processo di pace. Oggi è molto impegnata nel settore sociale, negli ambiti dell’educazione, dello sviluppo e dei diritti umani appoggiando le comunità indigene e lavorando con i movimenti sociali .
Caritas Italiana sostiene alcuni progetti di Caritas Guatemala e di altri soggetti. La rete Caritas è anzitutto ancora impegnata nel programma di ricostruzione e riabilitazione, elaborato dopo le rovinose alluvioni causate, nell’ottobre 2005, dall’uragano Stan. Sostiene inoltre due progetti di recupero della memoria storica relativi a quanto accaduto durante la guerra civile, nella diocesi di San Marcos (progetto Remhi, in 29 municipi) e nella regione del Peten (progetto “Nuestra historia ldentidad futuro”, teso a ricostruire il tessuto comunitario dei popoli che convivono nella regione).
Insieme alla Pastorale sociale Caritas della diocesi di Verapaz, si lavora per il rafforzamento dell’azione sociale a favore delle comunità indigene, mentre a Cobàn viene sostenuto un centro di orientamento per donne.
Caritas Italiana infine, è presente in Guatemala con alcuni caschi bianchi e finanzia alcuni microprogetti.
Ultima modifica Mercoledì 21 Maggio 2008 00:39
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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