Giovedì, 24 Agosto 2017
Mercoledì 24 Marzo 2010 17:56

La Chiesa di un'Africa protagonista

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Benedetto XVI lo ha definito «un buon lavoro». Di certo i padri sinodali, riuniti a Roma lo scorso ottobre, hanno analizzato a fondo i temi portanti: riconciliazione, giustizia e pace. Hanno elaborato, oltre a un messaggio all’Africa, 57 idee-guida che il Papa userà come base per la sua esortazione post-sinodale, attesa entro un anno.

Qualcuno, che aveva già scritto che «la chiesa è una macchina perfetta quando pensa a sé stessa », intendendo quando convoca i suoi uomini e le sue donne per discutere su di sé o su qualche problema che le sta a cuore, è tornato a riscriverlo al termine del 2° Sinodo africano (4-25 ottobre 2009). La speciale assemblea del sinodo dei vescovi ha tenuto chiusi in un'aula del Vaticano per tre settimane (4-25 ottobre), 244 padri sinodali (cardinali, arcivescovi, vescovi e superiori generali di istituti religiosi, per lo più africani), 29 esperti e 49 uditori (sacerdoti, religiosi, religiose e laici di ambo i sessi, sempre in maggioranza africani), costringendoli a un autentico tour de force per lavorare intensamente "su sé stessi" e per osservare, esaminare, valutare, giudicare, suggerire e prendere decisioni sulle sorti dell'Africa, il continente che la chiesa considera oggi il più bisognoso di attenzione da parte di tutti.

Benedetto XVI, in qualità di presidente del Sinodo, ha partecipato a tutti gli incontri dell'assise (senza però mai intervenire). Al termine dell'ultima riunione generale, dopo l'approvazione delle "proposizioni" del sinodo, ha commentato: «Abbiamo fatto un buon lavoro. Il tema del Sinodo, "La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace", era, di per sé, una sfida non facile, con due pericoli, direi. L'argomento "riconciliazione, giustizia e pace" implica certamente una forte dimensione politica, anche se è evidente che riconciliazione, giustizia e pace non sono possibili senza una profonda purificazione del cuore, senza un rinnovamento del pensiero, cioè una metanoia, senza una novità che deve risultare proprio dall'incontro con Dio. Ma anche se questa dimensione spirituale è profonda e fondamentale, pure la dimensione politica è molto reale, perché senza realizzazioni politiche, queste novità dello Spirito comunemente non si realizzano. Perciò la tentazione poteva essere di politicizzare il tema, di parlare meno da pastori e più da politici, con una competenza, così, che non è la nostra».

«L'altro pericolo - ha continuato il Papa - era quello di ritirarsi in un mondo puramente spirituale, astratto e bello, ma non realistico. Il discorso di un pastore, invece, deve essere realistico, deve toccare la realtà, ma nella prospettiva di Dio e della sua Parola. Quindi, questa mediazione comporta, da una parte essere realmente legati alla realtà, attenti a parlare di quanto c'è, e dall'altra non cadere in soluzioni tecnicamente politiche; ciò vuol dire indicare una parola concreta, ma spirituale. Era questo il grande problema del Sinodo e mi sembra che, grazie a Dio, siamo riusciti a risolverlo».

Quindi, un "buon lavoro" in risposta a una "sfida non facile". Sfida che lo stesso Papa aveva descritto con precisione nell'omelia della solenne celebrazione di apertura del Sinodo, domenica 4 ottobre, in San Pietro: «Quando si parla di tesori dell'Africa, il pensiero va subito alle risorse di cui è ricco il suo territorio e che, purtroppo, sono diventate, e talora continuano a essere, motivo di sfruttamento, di conflitti e di corruzione. Invece la Parola di Dio ci fa guardare a un altro patrimonio: quello spirituale e culturale, di cui l'umanità ha bisogno ancor più che delle materie prime. Da questo punto di vista, l'Africa rappresenta un immenso "polmone" spirituale, per un'umanità che appare in crisi di fede e di speranza. Ma anche questo "polmone" può ammalarsi. E, al momento, almeno due pericolose patologie lo stanno intaccando: innanzitutto, una malattia già diffusa nel mondo occidentale, cioè il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista. Senza entrare nel merito della genesi di tali mali dello spirito, rimane tuttavia indiscutibile che il cosiddetto "primo" mondo talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane. In questo senso, il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato. Ma, proprio in questa stessa prospettiva, va segnalato un secondo "virus" che potrebbe colpire anche l'Africa, cioè il fondamentalismo religioso, mischiato con interessi politici ed economici. Gruppi che si rifanno a diverse appartenenze religiose si stanno diffondendo nel continente africano; lo fanno nel nome di Dio, ma secondo una logica opposta a quella divina, cioè insegnando e praticando non l'amore e il rispetto della libertà, ma l'intolleranza e la violenza».

 

Non è stato un guardarsi dentro

Il 5 ottobre la macchina del Sinodo, da tempo collaudata, si è messa in moto. I primi giorni sono stati dedicati ai preliminari: il saluto del presidente delegato, card. Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione del culto divino e della disciplina dei sacramenti; la relazione del segretario generale del sinodo dei vescovi, mons. Nikola Eterovic; la Relatio ante disceptationem (relazione prima della discussione), del relatore generale, card. Peter Kodwo Appiah Turkson, arcivescovo di Cape Coast (Ghana); le relazioni sui rapporti dei vari continenti con l'Africa; la relazione su quanto è accaduto dalla 1a alla 2a Assemblea speciale per l'Africa, di mons. Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa (Rd Congo); la riflessione di Sua Santità Abuna Paulos, patriarca della chiesa Tewahedo Ortodossa Etiopica...

Poi, sono iniziati gli interventi in aula: 5 minuti per i vescovi, 4 per gli uditori. Ve ne sono stati 218. Il che significa che circa 80 padri sinodali non hanno parlato. O non hanno potuto farlo. Alcuni se ne sono lamentati. Ma hanno avuto la "colpa" di non aver presentato per tempo la domanda, sottoponendo alla segreteria del sinodo il testo dell'intervento.

Nessuno dubita che si sia trattato di una vera consultazione: vescovi ed esperti hanno spaziato su un amplissimo spettro di argomenti, toccando i più svariati punti connessi con il tema del sinodo. Ma chi ha avuto la pazienza di leggere i testi degli interventi ha avuto la sensazione (o sorpresa) di avere tra le mani pagine tratte da un medesimo libro. Impossibile catalogare un intervento come "conservatore" o "progressivo-liberale": hanno tutti parlato a una voce sola. Il motivo? Probabilmente perché la consultazione è stata chiesta su un tema facilmente definibile come ad extra, cioè "che-guarda-fuori-la-chiesa": non è stata una verifica sulla chiesa africana stessa. In questa direzione, del resto, sono andate anche le due "lezioni", di mezz'ora ciascuna, impartite ai padri sinodali da Jacques Diouf, direttore della Fao, sulla situazione della fame nel mondo e, in particolare, in Africa, e da Rudolf Adada, già capo della Missione congiunta di pace Onu/Unione africana in Darfur, sulla tragedia che si sta consumando in quella regione del Sudan: due magistrali esposizioni, sia per stile che per contenuti, che hanno tenuto concentrata l'attenzione di tutti sugli squilibri nord-sud del mondo e sull'enormità dello scandalo del genocidio darfuriano.

Erano "altri" i temi che avrebbero causato disparità di opinione, attriti, scontri e forse anche divisioni: il celibato dei preti, un ritorno a nomine di vescovi occidentali a capo di diocesi già dirette da africani, il sacerdozio concesso a viri probati (anziani sposati), l'inculturazione, la teologia nera, la dipendenza delle chiese locali africane dalle "sorelle maggiori" occidentali e dalla curia vaticana, una maggiore autonomia decisionale da riconoscere alle conferenze nazionali, regionali e continentali...

 

Politica e chiesa

Gli argomenti su cui i vescovi si sono espressi sono stati di natura sociale, politica ed economica. Non è stato difficile essere "profetici": è bastato rifarsi alla dottrina sociale della chiesa e agli insegnamenti degli ultimi pontefici. Come non è stato difficile convenire su una nota comune: c'è bisogno di un radicale rinnovamento di natura etica in tutte le sfere della società. Nelle parole dei padri sinodali è risuonata l'angoscia degli affamati: nessuno è parso dimissionario o rassegnato a tacere davanti all'assurdità di questa situazione che provoca quotidiani stermini. Molti, quasi tutti, hanno puntato il dito contro chi ha troppo e non si preoccupa delle centinaia di milioni di fratelli e sorelle che non hanno niente. Precise sono state le accuse e le attribuzioni di responsabilità, equamente divise tra i leader politici africani e i grandi del mondo, per lo più in Occidente, che si limitano a fare promesse, destinate a rimanere sempre tali.

È stato motivo di orgoglio sentire di appartenere a una chiesa che, riprendendo le parole degli antichi profeti veterotestamentari, non intende limitarsi alla cura del culto, ma si occupa delle ingiustizie sociali, dello sfruttamento delle multinazionali, del commercio di armi, della distruzione dell'ambiente. Curiosa la somiglianza degli incipit di molti interventi: la chiesa assicura di non voler interferire nelle scelte politiche e di rispettare l'autonomia del sapere scientifico; ma poi fa un discorso che ha ricadute fortemente politiche, quando insiste nel dire che ogni sapere deve essere illuminato da valori "autenticamente umani", lasciando capire che il termine "umano" sta a indicare "evangelico" e "cristiano".

 

Accese discussioni

Al termine della discussione generale, il card. Turkson e la sua équipe hanno dovuto sobbarcarsi l'impresa, improba e dall'esito molto incerto, di riassumere tutti i 218 interventi in una sintesi coerente. Ne è nata una densissima Relatio post disceptationem ("relazione dopo la discussione"), pubblicata in forma di libretto e presentata in aula il giorno 13. Ci sono voluti 90 minuti per la semplice lettura del testo.

Un passaggio rilevante: «I cuori umani feriti sono i luoghi in cui si nascondono le cause profonde di tutto ciò che destabilizza il continente africano. (...) In questo Sinodo, è stata espressa in modo chiaro l'intenzione di tutti di trasformare la Chiesa-famiglia di Dio in Africa dal di dentro, così che possa trasformare il continente, le sue isole e il mondo, in quanto "sale e luce". La chiesa prospetta una missione apostolica, che i suoi pastori e altri collaboratori pastorali hanno articolato in vario modo in questa assemblea: liberare le popolazioni del continente da ogni tipo di paura; assicurare una conversione profonda e permanente e una solida formazione in ogni campo (fede, catechesi, morale, media, cultura dell'amore, pace, giustizia, riconciliazione, buongoverno, gestione della cosa pubblica, ecc.); dialogo a tutti i livelli, incluso quello ambientale; difesa dei vari interessi e bisogni sociali, in particolare il posto della donna nella società, l'educazione dei figli e della gioventù; le migrazioni e le altre forme di movimento delle popolazioni (fenomeni che richiedono cura pastorale); accettare la sfida del ministero del cambiamento di attitudini e mentalità, perché ci possiamo liberare dalle negative conseguenze di un passato di colonialismo e di sfruttamento; resistenza del continente e dei suoi popoli alle minacce della globalizzazione, alle ingiuste condizioni commerciali, all'etnocentrismo e ai vari fondamentalismi».

È seguito un lungo applauso. Ma evidentemente non tutti coloro che avevano parlato trovavano nel sunto del cardinale quanto avevano detto.

Sono stati subito formati 12 gruppi di lavoro (o "circoli minori"), cui è stato assegnato il compito di rivedere, correggere e completare il testo del card. Turkson. I rapporti dei relatori di gruppo, letti in aula, hanno rivelato una sorta d'inversione di marcia. In quasi tutti i gruppi, ad eccezione di uno o due, il tema centrale del sinodo - "Riconciliazione, giustizia e pace" - è sparito, in favore del tema "Chiesa-famiglia-di-Dio". La volontà di "guardare fuori" ha ceduto il passo al desiderio di "guardarsi dentro". Ma non necessariamente perché si era voluto affrontare temi scottanti della vita interna della chiesa, ma forse perché si era ceduto alla tentazione di rifugiarsi in "aree più tranquille". E così il profetismo respirato in aula durante le discussioni generali e nella sintesi fatta dal card. Turkson era quasi sparito. Ma il sinodo non era ancora terminato.

Nei successivi due giorni, i gruppi sono tornati a studiare il testo, ora però con lo scopo di formulare le propositiones da presentare al Papa per l'eventuale stesura dell'esortazione post-sinodale, attesa nel volgere di circa un anno. Uno degli uditori al sinodo, padre Seán O'Leary, direttore dell'Istituto "Denis Hurley Peace", del Sudafrica, in una e-mail diretta agli amici, scriveva: «La mia prima - e, se sarà il caso, l'unica - proposta sarà quella di chiedere con tutte le mie forze che il tema del sinodo non sia né dirottato né svanito».

Intanto, una commissione, presieduta da mons. John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja (Nigeria), e formata da alcuni vescovi ed esperti, ha provveduto a preparare il Messaggio finale del sinodo. Lungo, denso, di ben 42 paragrafi . Bellissimo il titolo: "Africa, alzati e cammina!".

Ma alla prima lettura del testo in aula, come fosse una meteora caduta improvvisamente dal cielo (non se n'era fatta parola durante tutto il sinodo), ecco apparire, nel contesto della prevenzione contro l'Hiv/aids, la condanna dell'uso del preservativo. Ci sono stati 17 interventi in aula a commento del Messaggio, tutti favorevoli. Eccetto uno: quello di un vescovo, non africano, certamente senza ambizioni ecclesiastiche, che ha "protestato": «Se questo riferimento non verrà rimosso, l'intero documento sarà interpretato dalla stampa solo da questo punto di vista, e tutti gli altri contenuti passeranno in secondo piano». Il suggerimento è stato accolto. Il brano è stato riformulato così: «Chiediamo a tutti coloro che sono genuinamente interessati ad arrestare la trasmissione sessuale dell'Hiv/aids di riconoscere il successo già ottenuto dai programmi che consigliano l'astinenza tra i non sposati e la fedeltà tra gli sposati. Questo modo di procedere non solo offre la miglior protezione contro la diffusione di questa malattia, ma è pure in armonia con la morale cristiana. Ci rivolgiamo particolarmente a voi, giovani: non permettete che nessuno v'inganni nel pensare che non potete autocontrollarvi. Sì, con la grazia di Dio, lo potete».

 

Messaggio finale

La curia vaticana ha avuto forti reazioni alla bozza del Messaggio. L'ex segretario di stato, card. Angelo Sodano, l'ha giudicato lungo e «oltremodo onnicomprensivo», con il rischio di anticipare troppi contenuti destinati a formare l'esortazione papale post-sinodale. Ma i vescovi hanno ribattuto che non era lungo e che era loro intenzione tornare a casa «con qualcosa di sostanziale » da consegnare ai propri fedeli. Un secondo vescovo della curia ha criticato il testo perché assomigliava troppo al discorso di un politico, «eccessivamente franco e brusco». Risposta dei vescovi africani: «Caso mai, non è schietto a sufficienza».

Un esempio di questa schiettezza: «Un ordine mondiale nuovo e giusto non è soltanto possibile, ma necessario per il bene di tutta l'umanità. Un cambiamento è richiesto circa il debito che pesa sui paesi poveri, uccidendo letteralmente i bambini. Le società multinazionali devono cessare la devastazione criminale dell'ambiente per il loro ingordo sfruttamento delle risorse naturali. È una politica miope quella di fomentare guerre per ottenere profitti rapidi dal caos, al prezzo di vite umane e di sangue. Possibile che nessuno sia capace e abbia voglia di interrompere questi crimini contro l'umanità?».

Per il testo completo del Messaggio finale: http://www.nigrizia.com/sito/notizie_pagina.aspx?Id=8768&IdModule=1).

 

I 12 gruppi di lavoro hanno preparato 272 propositiones. Un gruppo, di lingua francese, ne ha sottoposte 60, alcune delle quali lunghe decine di pagine! Nessuno è parso disposto a vedere il proprio punto di vista escluso. Per due giorni e due notti, la segreteria del sinodo ha lavorato per ridurle a 57. Tutto sommato sono importanti spunti offerti al Papa. Con un po' più di tempo a disposizione, si sarebbe potuto formularli meglio e in ordine più logico. E si sarebbero evitate pessime traduzioni. Come nel caso della propositio 5. Nel testo stampato e consegnato ai vescovi, si legge: «Invitiamo la comunità internazionale a dare forte sostegno ai tentativi di destabilizzare (sic!) il continente africano e ne provocano costantemente i conflitti». Il testo avrebbe dovuto recitare: «Invitiamo la comunità internazionale a dare un forte sostegno a ogni sforzo compiuto contro manovre che mirano a destabilizzare il continente africano e a provocarvi costanti conflitti».

(Per il testo completo delle propositiones:

http://www.nigrizia.com/sito/notizie_pagina.aspx?Id=8771&IdModule=1).

 

Il sinodo è finito dov'era cominciato: nella Basilica di San Pietro, per la solenne liturgia eucaristica finale. Come già per la cerimonia d'inaugurazione, il voto da assegnare a chi ha organizzato i due eventi è molto lontano dalla sufficienza. In ambedue le occasioni, l'Africa s'è vista mettere la sordina. A volte è stata zittita. Non le è stato concesso di celebrare come avrebbe voluto e dovuto: danzando.

 

 

di Franco Moretti

Nigrizia dicembre 2009

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00

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