Martedì, 12 Dicembre 2017
Martedì 30 Marzo 2010 18:37

Chiesa italiana, Chiesa del popolo

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Il cattolicesimo italiano ha sempre operato per alimentare un cattolicesimo di popolo, rifuggendo da una logica selettiva. Un cristianesimo di massa che sembra abbia resistito alla secolarizzazione.

Secondo Campanini (Il tempo della fede, p. 42) una tesi condivisa, a livello sociologico, interpreta l’ultimo decennio del ‘900 e i primi anni del 2000 come una fase di passaggio da quella che era stata definita negli anni ‘60 “eclissi del Sacro” a un movimento di “ritorno al Sacro”. In effetti dagli anni ‘60 agli anni ‘80 si è registrata un’estraneità delle società, specie occidentali, al fatto religioso con il passaggio della religione da fattore d’identità pubblica a semplice fattore d’identità privata, poi è avvenuto dagli anni ‘80 un ritorno ancora della religione1.

La società è “fuoriuscita dalla religione”, ma non dal problema di Dio (cit, p. 23). Finito il tempo della “cristianità”, è avanzato quello della mondanizzazione, come pure della riscoperta della fede, ben sapendo che, come scrive Poulat, «la secolarità moderna si dedica, anima e corpo alle proprie occupazioni secolari senza nasconderlo: essa non ha obiettivi trascendenti, né interessi religiosi, senza interdirli a nessuno»2. La Chiesa oggi si trova di fronte al problema dell’evangelizzazione. Partendo dalla situazione della Chiesa italiana, tenteremo di suggerire un efficace orientamento pastorale.

 

Quale cattolicesimo

Le recenti indagini sociologiche dicono che più dell’80% degli italiani si riconosce nella Chiesa cattolica. Circa il 30% frequenta con regolarità la celebrazione domenicale e oltre il 10% appartiene al mondo delle associazioni cattoliche. C’è un radicamento della Chiesa nel popolo3. Questo cattolicesimo è caratterizzato dal processo di differenziazione, con un coinvolgimento religioso più o meno intenso4. Tale cattolicesimo di popolo è singolare nel panorama europeo e ha dimostrato di resistere alla pressione della secolarizzazione. La persistenza di un cristianesimo di massa può dipendere da vari fattori: sarà per la “prossimità del ‘Vaticano”, sarà per la tradizione di devozioni popolari o per la particolare vitalità cattolica in campo caritativo e culturale.

Ma la si può spiegare più irnmediatamente con le scelte pastorali del dopo Concilio della Chiesa, che ha sempre operato per alimentare un cattolicesimo di popolo, rifuggendo da una logica selettiva. La Chiesa italiana ha dato credito alla parrocchia, quale epicentro dell’opera di rinnovamento conciliare6. La parrocchia nel corso della storia si è evoluta con flessibilità, qualificandosi. come “agenzia religiosa”, punto di riferimento significativo, religioso e morale. Interessante è l’opera di Diotallevi Il rompicapo della secolarizzazione italiana7, in cui dimostra che, mentre altrove la modernizzazione ha emarginato la religione, in Italia non è avvenuto.

Concretamente la parrocchia alla domanda differenziata emergente non ha risposto con l’offerta di un prodotto standard, ma con una sorta di “moltiplicazione dell’offerta”, con tante proposte per l’evangelizzazione (dalla “dottrina” alle “missioni”, ai gruppi d’ascolto, al primo annuncio, alla catechesi, agli itinerari di iniziazione cristiana), con varie celebrazioni e forme di preghiera, con opere di carità. Di rilievo sono l’associazionismo cattolico e le istituzioni educative (oratori, scuola cattolica, scuole per qualificare i laici nel loro ruolo). La parrocchia ha dimostrato una discreta vivacità ed è entrata in rete in un rapporto di collaborazione con le altre parrocchie.

Il Papa al convegno di Verona ha dato atto che in Italia la Chiesa «è una realtà molto viva (…) che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente (…) Le tradizioni cristiane sono spesso ancora radicate e continuano a produrre frutti, mentre è in atto un grande sforzo di evangelizzazione e di catechesi, rivolto in particolare alle nuove generazioni, ma ormai sempre più anche alle famiglie»8 Però Garelli fa notare che il modello ecclesiale italiano tiene insieme devozioni popolari e religiosità più essenziali e moderne, cattolici, più e meno convinti e soggetti in ricerca religiosa9. Campanini osserva che la pastorale italiana si trova al bivio: la via della “benevolenza” che accoglie tutti e pone le sue speranze nella forza trasformatrice dei sacramenti o la via della “severita” con criteri più rigorosi in riferimento all‘accesso ai sacramenti e all’appartenenza ecclesiale10.

 

Chiesa di popolo o d’élite?

Monsignor Cataldo Naro titolava così un suo articolo: “Di popolo o d’élite: la Chiesa italiana al bivio”, dove precisava il senso della sfida di fronte alla quale si trova la Chiesa italiana con la sua tradizione popolare. Essa deve prestare attenzione ai “cristiani della soglia”, operare una conversione pastorale che valga a trasformare il cattolicesimo popolare in un cattolicesimo di ascolto della parola di Dio, di partecipazione liturgica e di capacità testimoniale. Ma, più a fondo, deve pensare se debba conservare il carattere di Chiesa di popolo radicata in un diffuso senso di Dio e rivolta veramente a tutti, rifiutando ogni tentazione di perfettismo spirituale e organizzativo. E deve, anche, seppur secondariamente, chiedersi se debba sentire suo compito l’alimentazione di una cultura popolare o culture popolari locali, che hanno perso il loro riferimento al cristianesimo.

Presentando su Avvenire del 9 giugno 2004 (“La scommessa sulla parrocchia per stare con la gente”) la Nota pastorale della Cei, esprimeva così la posizione della Cei (e sua) in favore di una Chiesa popolare: «Individuare nella parrocchia la propria “via” di presenza e di azione pastorale significa precludersi [...].ogni via di fuga di tipo elitario sul piano spirituale e organizzativo. E comporta la consapevolezza che il debito di annuncio del Vangelo [...]. è davvero verso tutti [...]. Come pure implica l’assunzione di un compito di responsabilità nell’alimentazione [...] di una cultura popolare segnata dal riferimento alla tradizione cristiana»11.

Si possono riscontrare assonanze con questo discorso nella relazione di monsignor Brambilla al convegno di Verona, allorquando invitava a «immaginare la Chiesa come una comunità di popolo». Egli riconosceva che la Chiesa in questi anni aveva deciso di privilegiare la caratteristica “popolare”, che «non significa la scelta di basso profilo di un “cristianesimo minimo”, ma la sfida che la tradizione tutta italiana di una fede presente sul territorio sia capace di rianimare la vita quotidiana delle persone [...].. Popolarità del cristianesimo è allora la scelta della “misura alta della vita cristiana”»12.

Illuminante risulta la Lettera pastorale 2006-2007 di monsignor Cesare Bonicelli: “Parrocchia: la Chiesa fra le case”, nella quale pone un interrogativo: «Quale “forma” di Chiesa?», e cerca di rispondere dicendo che da noi esiste un cattolicesimo popolare, che non ha conosciuto gli stessi ritmi di maturazione conosciuti da molti preti, laici e religiosi, un cattolicesimo popolare che è dono del Signore e che va valorizzato.

Secondo il vescovo, la pastorale che si è imposta nel dopo Concilio ha queste connotazioni: privilegia l’incontro e la relazione tra le persone per l’annuncio; vive il compito di evangelizzazione in comunione e sinergia con le altre parrocchie e diocesi; valorizza il bisogno religioso come punto di partenza e non come punto di arrivo; assume la forma tradizionale del cattolicesimo popolare per collocare al suo interno forti proposte di formazione cristiana; accetta di impostare l’istituzione parrocchiale come un legame sociale debole, così da permettere a tutti, anche a chi ha motivazioni religiose fragili, di accedervi, di trovare spazi, momenti e strumenti per vivere una esperienza cristiana di cui magari non sospettava l’esistenza».

Poi prosegue: «La popolarità dell’annuncio evangelico non si ottiene indebolendo la proposta, semplificando la radicalità evangelica, ma indebolendo un’idea preconcetta e tradizionale di”istituzione-parrocchia” per creare un luogo più aperto alle relazioni e flessibile, in cui tutti coloro che lo desiderano possano trovare spazio e accogliere la proposta seria e radicale del Vangelo».

A conclusione richiamiamo un passaggio della Nota pastorale della Cei dopo il convegno di Verona “Rigenerati [...] per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio ( 20): «Appartiene alla nostra tradizione il patrimonio di una fede [...] capace di plasmare la vita quotidiana delle persone, ma anche gli orientamenti sociali e culturali del Paese. Il carattere popolare del cattolicesimo italiano [...]. è una ricchezza che dobbiamo conservare e alimentare».

 

 

di Franco Dorofatti

Vita Pastorale settembre 2008

 

 Note

  1. Garelli F., “L’esperienza e il sentimento religioso”, in Garelli F. - Guizzardi G. - Pace E., Un singolare pluralismo, Il Mulino 2003, Milano, pp. 77-78.

  2. Poulat È., L’era post-cristiana. Un mondo uscito da Dio, Sei 1996, p. 198.

  3. Garelli F., L’Italia cattolica nell’epoca del pluralismo, il Mulino 2006, Bologna, pp. 12.121.145.

  4. Ibidem, pp. 152-153.

  5. Naro C., Torniamo a pensare, Riflessioni sul Progetto culturale, Salvatore Sciascia Ed. 2007, pp. 109-114. Egli ha illustrato la “conversione pastorale-missionaria-culturale” della Chiesa italiana, collegando il “Progetto culturale” al cristianesimo popolare: un cattolicesimo di popolo, legato a Dio e attento alla questione sociale e antropologica. Pressoché sulla stessa linea va il pensiero di Garelli in L’italia cattolica..., pp. 43-49.

  6. Naro C., ibidem, p. 147-149

  7. Diotallevi L., il rompicapo della secolarizzazione italiana, Rubbettino 2001, Soveria Mannelli (Cz).

  8. Discorso di Benedetto XVI, L’Osservatore Romano, 20.10.2007.

  9. Garelli E., L’Italia..., p. 14.

  10. Campanini G., Quale fede, Portalupi ed. 2004, Casale M, pp. 138-139.

  11. Naro, cit., pp. 109-114,147-154.

  12. Relazione di F. G. Brambilla al convegno di Verona, in Avvenire.

 

Ultima modifica Lunedì 16 Aprile 2012 21:22

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